Oil is the new black. Il fast fashion nei nostri armadi

Oil is the new black. Il fast fashion nei nostri armadi
Discount red sign board in the store. Free public domain CC0 photo. More: Original public domain image from Flickr

In un perio­do in cui le ten­den­ze cam­bia­no più velo­ce­men­te di un bat­ti­to di ciglia, a tut­ti è capi­ta­to di acqui­sta­re qual­che capo d’abbigliamento in un nego­zio fast fashion. È que­sto che lo ren­de attraen­te: è velo­ce, si tra­sfor­ma con­ti­nua­men­te, è sem­pre all’ultima moda e, soprat­tut­to, è scan­da­lo­sa­men­te eco­no­mi­co.

In par­ti­co­la­re per i più gio­va­ni, il fast fashion è l’alternativa più como­da e con­for­te­vo­le quan­do si trat­ta di vesti­ti. Eppu­re, se da una par­te gli sfar­zo­si vesti­ti acqui­sta­bi­li tra­mi­te fast fashion han­no un bas­so costo stam­pa­to sull’etichetta, il prez­zo da paga­re a livel­lo ambien­ta­le è incomparabile.

Il 63% dei vestiti nei negozi, negli armadi e che si indossano ogni giorno sono composti da materiali sintetici derivati dalla plastica. 

Que­sti mate­ria­li ven­go­no pro­dot­ti con il petro­lio. Il polie­ste­re è il più uti­liz­za­to: deri­va dal polie­ti­le­ne teref­ta­la­to, un com­po­sto chi­mi­co comu­ne­men­te noto come PET, ed è lo stes­so mate­ria­le che si uti­liz­za per le bot­ti­glie di pla­sti­ca. La pro­du­zio­ne di polie­ste­re si basa su com­bu­sti­bi­li fos­si­li e un pro­ces­so di pro­du­zio­ne ad alto con­te­nu­to di car­bo­nio, respon­sa­bi­le del 40% del­le emis­sio­ni cau­sa­te dall’industria del­la moda. 

Ma non è solo la loro pro­du­zio­ne ad esse­re inqui­nan­te: ogni vol­ta che si lava un capo fat­to di polie­ste­re, que­sto rila­scia micro­pla­sti­che che fini­sco­no nell’oceano, inqui­nan­do tut­ti gli anel­li del­la cate­na ali­men­ta­re. Inol­tre, i vesti­ti sin­te­ti­ci non sono rici­cla­bi­li né biodegradabili. 

La ragio­ne per cui i brand fast fashion uti­liz­za­no inces­san­te­men­te le micro­pla­sti­che nei loro pro­dot­ti è a cau­sa del loro bas­sis­si­mo costo, che per­met­te a brand come SHEIN e Temu di man­te­ne­re a loro vol­ta prez­zi così bassi. 

Ma non si tratta solo di uso e abuso di petrolio: 

l’industria del­la moda con­su­ma cir­ca 79 miliar­di di metri cubi d’acqua per l’irrigazione del­le pian­ta­gio­ni di coto­ne e per la lavo­ra­zio­ne indu­stria­le dei vestiti. 

Que­sta quan­ti­tà d’acqua sareb­be suf­fi­cien­te per sosten­ta­re per un anno inte­ro cir­ca 110 milio­ni di per­so­ne. L’industria tes­si­le è tutt’oggi uno dei prin­ci­pa­li inqui­na­to­ri di acqua puli­ta al mon­do: il trat­ta­men­to e la tin­tu­ra dei tes­su­ti rap­pre­sen­ta cir­ca il 20% di tut­to l’inquinamento idri­co industriale. 

Per aggi­ra­re le nor­me ambien­ta­li, i gigan­ti del­la moda affi­da­no la loro pro­du­zio­ne a fab­bri­che col­lo­ca­te in pae­si in via di svi­lup­po, dove que­ste nor­me ven­go­no osser­va­te con scar­sa atten­zio­ne: così, le sostan­ze chi­mi­che ven­go­no spes­so sca­ri­ca­te in cor­si d’acqua, inqui­nan­do le fal­de acqui­fe­re. Inol­tre, que­sti pae­si sono noti anche per gli scar­si dirit­ti dei lavo­ra­to­ri: ogni anno, 40 milio­ni di lavo­ra­to­ri pro­du­co­no cir­ca 1,5 miliar­di di vesti­ti nono­stan­te gli ven­ga­no nega­ti i dirit­ti fon­da­men­ta­li, sala­ri equi e con­di­zio­ni di lavo­ro etiche.

Gli «scheletri nei nostri armadi» sono fatti di petrolio, acqua sprecata e sudore di persone in pessime condizioni di lavoro. 

E que­sto è un prez­zo che non ci si può più per­met­te­re di paga­re. Il futu­ro del­la moda deve esse­re cir­co­la­re: mate­ria­li natu­ra­li, rici­cla­bi­li, e bio­de­gra­da­bi­li come il legno, le pian­te, le alghe, la cana­pa, il coto­ne, e il lino, che sono alcu­ni degli ingre­dien­ti per rag­giun­ge­re un mon­do del­la moda eco­so­ste­ni­bi­le.

È neces­sa­rio cam­bia­re il modo in cui la moda vie­ne pro­dot­ta e per­ce­pi­ta, non si può più ricor­re­re al sovra­con­su­mo e alla sovrap­pro­du­zio­ne per raf­for­za­re la pro­pria accet­ta­zio­ne socia­le. Biso­gna uti­liz­za­re capi di lun­ga dura­ta e buo­na qua­li­tà, che duri­no più e più anni, e rici­cla­re o aggiu­sta­re quel­li che già si pos­sie­do­no. Se non ci si indi­riz­za ver­so que­sta stra­da, le con­se­guen­ze a livel­lo ambien­ta­le saran­no cata­stro­fi­che e irri­me­dia­bi­li.

Arti­co­lo di Emma Pierri. 

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Emma Pierri

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