Del: 4 Gennaio 2024 Di: Michele Cacciapuoti Commenti: 0
Autism-coding e comicità, nuove forme di cyberbullismo?

Sin dall’alba dei tempi il bersaglio di emarginazione e derisione è costituito dai membri della comunità più deboli, o percepiti come differenti.

Non è una novità, eppure gradualmente a partire dalla fine degli anni Duemila – con l’exploit in Italia di YouTube e Facebook – hanno cominciato a profilarsi le modalità d’interazione tipiche dei social network, che progressivamente hanno deresponsabilizzato l’utenza nei confronti dei propri comportamenti, descrivibili talvolta come bullismo inconsapevole.

Basterà pensare al trattamento riservato alla galassia di personaggi “trash”, gravitante soprattutto intorno alla figura del critico e avvocato Andrea Diprè, da Giuseppe Simone a Enrico Pasquale Pratticò. Certo, erano gli albori dei social e la consapevolezza era ancora in fieri: si sarebbe dovuto aspettare il 2017 perché il caso del video privato dei dipendenti di una banca mantovana, divenuto virale, desse inizio a una gogna mediatica di cui la community si sarebbe poi pentita – parzialmente e temporaneamente.

Astraendo dall’Italia (ma non del tutto, si vedrà), poco dopo hanno iniziato a diffondersi su Instagram e TikTok pagine che si propongono di raccogliere video cosiddetti cringe, principalmente derivanti da account personali di altri utenti.

Nella terminologia di Internet, cringe è un contenuto che fa quasi rabbrividire dall’imbarazzo di riflesso provato dallo spettatore (secondhand embarassment) – spesso questo avviene per via di un’immedesimazione empatica nei comportamenti disagevoli di chi sta postando il contenuto.

Ai fini di quest’analisi, sono state raccolte undici pagine Instagram incentrate su questo tipo di video, esclusivamente reperite su suggerimento dell’algoritmo del social network (a riprova della loro pervasività): @cringytopia, @cringechub, @cringerecoil, @gringey, @yourdailydoseofkringe, @kringey, @cringeycentral, @cringepostrandy, @eclipsegotban, @mustardpopart ed @eliteheatentertainment.

Sono nate in media fra il 2019 e il 2020, sono tutte statunitensi e tre di queste hanno cambiato il nome utente (anche più di una volta), spia del fatto che la “pagina di contenuti cringe” sia una moda odierna. Hanno in media 400.000 follower, raggiungendo il picco del milione in ben due casi.

A ciò va aggiunto che quattro di questi account condividono i propri contenuti anche su Discord e Youtube. Questi sono balletti, sketch, normalissimi video sulla carta, ma che per alcune caratteristiche dei loro creatori vengono giudicati cringe.

La pagina @cringytopia monetizza esplicitamente dalla propria attività, mentre @cringepostrandy chiede ai seguaci di taggarla sotto ai post (il più delle volte personali, va ribadito) di quelle che potrebbero essere descritte come vittime di una strategia rapace.

Certo, in un altro caso invece si dichiara di non trarre alcun guadagno da questi contenuti e il 36% delle pagine si dice pronto a rimuovere un video qualora contattato privatamente dal creatore. Peccato che questa disponibilità (comunque possibile solo dopo che il video è ormai stato deriso da decine o centinaia di migliaia di follower) non trovi sempre riscontro: sono passati ormai due mesi da quando un ragazzo ha chiesto nei commenti a una di queste pagine di rimuovere un suo video in costume sulla spiaggia.

Alla richiesta nulla è seguito: il video continua a essere disponibile ai 14.000 seguaci e ha già accumulato centinaia di commenti concentrati esclusivamente sul suo aspetto fisico.

Per quanto in un paio di casi questi account si premurino che i follower non inviino commenti d’odio (don’t send hate, scrivono nella bio), sono proprio questi a popolare i loro post e a farne la fortuna in termini di interazioni.

Il punto è: perché fino a un milione di persone dovrebbe volersi sottoporre a video che teoricamente mettono a disagio e fanno imbarazzare? Una prima risposta si può trovare nella commistione di attrazione e repulsione possibile davanti a contenuti del genere, un meccanismo non dissimile da quello più serio del perturbante (di cui abbiamo parlato su Vulcano) e che sta alla base della cosiddetta cringe comedy, non a caso spesso impiegata in serie TV come The Office Parks and Recreation.

The Office

Non è un caso nemmeno che quasi la metà di tali account sfidi i seguaci a “provare a non smettere di seguire” e che nei commenti si parli di “sofferenza”.

Molti dei video di queste pagine provengono in effetti da creatori che potremmo definire come comici, umoristi – fingono consistentemente un’identità e un comportamento cringe, quasi senza dichiararlo. Hanno decine di migliaia di follower su Instagram e decine di milioni di like su TikTok (@mechoenlil@althea420_). Anche in questo caso (forse più legittimamente) è possibile monetizzare questi contenuti, come fa la creator britannica Katie Whitney.

I seguaci delle “pagine di cringe”, però, non vogliono solo ridere, quanto piuttosto deridere. L’intento bullizzante e denigratorio è evidente dai commenti e dall’accanimento nei confronti dei protagonisti ricorrenti di questi video – siano essi ironici e prodotti apposta dai sopracitati umoristi, o semplici video personali di sconosciuti.

Nel secondo caso vengono create pagine interamente loro dedicate (come nel caso di un ragazzo di nome Jake, i cui contenuti ripostati su TikTok hanno fatto 17 milioni di like fino ad oggi). C’è d’altronde chi chiede esplicitamente i loro account personali per “diffondere odio” più facilmente.

Tant’è che invece nel primo caso, scoperto l’intento satirico dei creatori, il pubblico spesso decide di ignorarlo, preferendo continuare con i commenti derisori come se si trattasse di sconosciuti inconsapevoli, evidentemente più congeniali come bersaglio.

Nel mirino passa chiunque, dai bambini a persone con sindrome di Down, ma un’insistenza particolare è riservata a chi viene percepito dal pubblico come autistico. Nato forse come ipotesi interpretativa di alcuni dei comportamenti mostrati nei video, il riferimento all’autismo ha oggi assunto i connotati di uno slur, termine offensivo e derisorio, in questo caso di stampo abilista.

Chi lo impiega ne è talvolta cosciente, come dimostra la storpiatura del termine in acoustic (acustico), iniziata plausibilmente come battuta ma molto simile ormai a un dog-whistle, parola in codice che come un fischietto a ultrasuoni aggira le orecchie indesiderate (innanzitutto quelle degli algoritmi: ne avevamo parlato su Vulcano), uso già arrivato anche in Italia.

Entrano a questo punto in gioco altri comici, che potremmo definire imitatori: a differenza degli account umoristici prima citati (che fingono una singola personalità con costanza e la cui satira è piuttosto implicita), questi sono molto più chiaramente creatori comici. Il loro intento è infatti esplicitato dal format (spesso nella modalità del POV, o soggettiva) e dal fatto che impersonano di volta in volta personaggi differenti.

Creator come Riri BichriDelaney Rowe (convertite a questo genere fra il 2021 e il 2023) hanno 100 milioni di like su TikTok, ottenuti incarnando figure diverse ma sempre irritanti. Torna dunque l’elemento del perturbante e della cringe comedy (comprovata dal nickname di @slappablejerk, traducibile in “faccia da schiaffi”, pagina peraltro monetizzata).

A differenza della precedente categoria di comici, un motivo d’attrazione per il pubblico qui può anche essere la critica di gruppo verso determinati tipi umani e sociali (data dalla più esplicita consapevolezza del filtro satirico, come nelle imitazioni di un comico di stand-up).

In certi casi però il tipo umano rappresentato viene a coincidere con quello deriso dalle “pagine di cringe”, o persino con lo stereotipo della persona autistica. Trova qui perfetta applicazione il dibattito sull’autism-coding, la pratica di scrivere un personaggio con tratti più o meno evidentemente autistici senza mai esplicitarlo.

The Big Bang Theory

Si tratta di un dibattito non facilmente riassumibile, fra chi sottolinea l’inclusività della pratica e chi (spesso commentatori neurodivergenti) ne denuncia la superficialità stereotipica e la mancata presa di responsabilità da parte degli autori, in quello che L.C. Mawson definisce autism-baiting, usare l’autismo come esca. Di certo l’uso derisorio nelle pagine sopracitate sembra pertenere più al secondo caso.

Difficilmente si potrà sostenere che la soluzione sia vietare sui social la parola cringe, come avvenne nel 2020 su Twitch con simp (un maschio che fa lo zerbino) o come qualcuno proponeva sull’emoji del nerd; né si può descrivere il termine come tout-court discriminatorio, come è successo con Karen (donna bianca arrogante) o boomer (Matteo Bordone parla di “bullismo memetico” ne L’invenzione del boomer).

Questo perché la responsabilità non è di quelle sei lettere, ma di chi ripropone video innocui a scopo denigratorio (per quanto si debba essere consapevoli nel pubblicare il proprio volto su Internet, la gogna non è giustificata). Non c’è da negare la libertà di fare umorismo nei contesti adibiti, ma la privatezza dell’atto andrebbe rivista alla luce dell’era dei social network, in cui nemmeno la mera visualizzazione di un video è più un’azione neutra, bensì un’interazione che contribuisce alla viralità.

Michele Cacciapuoti
Laureato in Lettere, sono passato a Storia. Quando non sto guardando film e serie od osservando eventi politici, scrivo di film, serie ed eventi politici.

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