Autism-coding e comicità, nuove forme di cyberbullismo?

Autism-coding e comicità, nuove forme di cyberbullismo?

Sin dall’alba dei tem­pi il ber­sa­glio di emar­gi­na­zio­ne e deri­sio­ne è costi­tui­to dai mem­bri del­la comu­ni­tà più debo­li, o per­ce­pi­ti come differenti. 

Non è una novi­tà, eppu­re gra­dual­men­te a par­ti­re dal­la fine degli anni Due­mi­la – con l’exploit in Ita­lia di You­Tu­be e Face­book – han­no comin­cia­to a pro­fi­lar­si le moda­li­tà d’interazione tipi­che dei social net­work, che pro­gres­si­va­men­te han­no dere­spon­sa­bi­liz­za­to l’utenza nei con­fron­ti dei pro­pri com­por­ta­men­ti, descri­vi­bi­li tal­vol­ta come bul­li­smo incon­sa­pe­vo­le.

Baste­rà pen­sa­re al trat­ta­men­to riser­va­to alla galas­sia di per­so­nag­gi “trash”, gra­vi­tan­te soprat­tut­to intor­no alla figu­ra del cri­ti­co e avvo­ca­to Andrea Diprè, da Giu­sep­pe Simo­ne a Enri­co Pasqua­le Prat­ti­cò. Cer­to, era­no gli albo­ri dei social e la con­sa­pe­vo­lez­za era anco­ra in fie­ri: si sareb­be dovu­to aspet­ta­re il 2017 per­ché il caso del video pri­va­to dei dipen­den­ti di una ban­ca man­to­va­na, dive­nu­to vira­le, des­se ini­zio a una gogna media­ti­ca di cui la com­mu­ni­ty si sareb­be poi pen­ti­ta – par­zial­men­te e temporaneamente.

Astraen­do dall’Italia (ma non del tut­to, si vedrà), poco dopo han­no ini­zia­to a dif­fon­der­si su Insta­gram e Tik­Tok pagi­ne che si pro­pon­go­no di rac­co­glie­re video cosid­det­ti crin­ge, prin­ci­pal­men­te deri­van­ti da account per­so­na­li di altri utenti.

Nella terminologia di Internet, cringe è un contenuto che fa quasi rabbrividire dall’imbarazzo di riflesso provato dallo spettatore (secondhand embarassment) – spesso questo avviene per via di un’immedesimazione empatica nei comportamenti disagevoli di chi sta postando il contenuto.

Ai fini di quest’analisi, sono sta­te rac­col­te undi­ci pagi­ne Insta­gram incen­tra­te su que­sto tipo di video, esclu­si­va­men­te repe­ri­te su sug­ge­ri­men­to dell’algoritmo del social net­work (a ripro­va del­la loro per­va­si­vi­tà): @cringytopia, @cringechub, @cringerecoil, @gringey, @yourdailydoseofkringe, @kringey, @cringeycentral, @cringepostrandy, @eclipsegotban, @mustardpopart ed @eliteheatentertainment.

Sono nate in media fra il 2019 e il 2020, sono tut­te sta­tu­ni­ten­si e tre di que­ste han­no cam­bia­to il nome uten­te (anche più di una vol­ta), spia del fat­to che la “pagi­na di con­te­nu­ti crin­ge” sia una moda odier­na. Han­no in media 400.000 fol­lo­wer, rag­giun­gen­do il pic­co del milio­ne in ben due casi.

A ciò va aggiun­to che quat­tro di que­sti account con­di­vi­do­no i pro­pri con­te­nu­ti anche su Discord e You­tu­be. Que­sti sono bal­let­ti, sketch, nor­ma­lis­si­mi video sul­la car­ta, ma che per alcu­ne carat­te­ri­sti­che dei loro crea­to­ri ven­go­no giu­di­ca­ti crin­ge.

La pagi­na @cringytopia mone­tiz­za espli­ci­ta­men­te dal­la pro­pria atti­vi­tà, men­tre @cringepostrandy chie­de ai segua­ci di tag­gar­la sot­to ai post (il più del­le vol­te per­so­na­li, va riba­di­to) di quel­le che potreb­be­ro esse­re descrit­te come vit­ti­me di una stra­te­gia rapa­ce.

Cer­to, in un altro caso inve­ce si dichia­ra di non trar­re alcun gua­da­gno da que­sti con­te­nu­ti e il 36% del­le pagi­ne si dice pron­to a rimuo­ve­re un video qua­lo­ra con­tat­ta­to pri­va­ta­men­te dal crea­to­re. Pec­ca­to che que­sta dispo­ni­bi­li­tà (comun­que pos­si­bi­le solo dopo che il video è ormai sta­to deri­so da deci­ne o cen­ti­na­ia di miglia­ia di fol­lo­wer) non tro­vi sem­pre riscon­tro: sono pas­sa­ti ormai due mesi da quan­do un ragaz­zo ha chie­sto nei com­men­ti a una di que­ste pagi­ne di rimuo­ve­re un suo video in costu­me sul­la spiaggia.

Alla richiesta nulla è seguito: il video continua a essere disponibile ai 14.000 seguaci e ha già accumulato centinaia di commenti concentrati esclusivamente sul suo aspetto fisico.

Per quan­to in un paio di casi que­sti account si pre­mu­ri­no che i fol­lo­wer non invii­no com­men­ti d’odio (don’t send hate, scri­vo­no nel­la bio), sono pro­prio que­sti a popo­la­re i loro post e a far­ne la for­tu­na in ter­mi­ni di interazioni.

Il pun­to è: per­ché fino a un milio­ne di per­so­ne dovreb­be voler­si sot­to­por­re a video che teo­ri­ca­men­te met­to­no a disa­gio e fan­no imba­raz­za­re? Una pri­ma rispo­sta si può tro­va­re nel­la com­mi­stio­ne di attra­zio­ne e repul­sio­ne pos­si­bi­le davan­ti a con­te­nu­ti del gene­re, un mec­ca­ni­smo non dis­si­mi­le da quel­lo più serio del per­tur­ban­te (di cui abbia­mo par­la­to su Vul­ca­no) e che sta alla base del­la cosid­det­ta crin­ge come­dy, non a caso spes­so impie­ga­ta in serie TV come The Offi­ce o Parks and Recrea­tion.

The Offi­ce

Non è un caso nem­me­no che qua­si la metà di tali account sfi­di i segua­ci a “pro­va­re a non smet­te­re di segui­re” e che nei com­men­ti si par­li di “sof­fe­ren­za”.

Mol­ti dei video di que­ste pagi­ne pro­ven­go­no in effet­ti da crea­to­ri che potrem­mo defi­ni­re come comi­ci, umo­ri­sti – fin­go­no con­si­sten­te­men­te un’identità e un com­por­ta­men­to crin­ge, qua­si sen­za dichia­rar­lo. Han­no deci­ne di miglia­ia di fol­lo­wer su Insta­gram e deci­ne di milio­ni di like su Tik­Tok (@mechoenlil, @althea420_). Anche in que­sto caso (for­se più legit­ti­ma­men­te) è pos­si­bi­le mone­tiz­za­re que­sti con­te­nu­ti, come fa la crea­tor bri­tan­ni­ca Katie Whit­ney.

I segua­ci del­le “pagi­ne di crin­ge”, però, non voglio­no solo ride­re, quan­to piut­to­sto deri­de­re. L’intento bul­liz­zan­te e deni­gra­to­rio è evi­den­te dai com­men­ti e dall’accanimento nei con­fron­ti dei pro­ta­go­ni­sti ricor­ren­ti di que­sti video – sia­no essi iro­ni­ci e pro­dot­ti appo­sta dai sopra­ci­ta­ti umo­ri­sti, o sem­pli­ci video per­so­na­li di sconosciuti. 

Nel secon­do caso ven­go­no crea­te pagi­ne inte­ra­men­te loro dedi­ca­te (come nel caso di un ragaz­zo di nome Jake, i cui con­te­nu­ti ripo­sta­ti su Tik­Tok han­no fat­to 17 milio­ni di like fino ad oggi). C’è d’altronde chi chie­de espli­ci­ta­men­te i loro account per­so­na­li per “dif­fon­de­re odio” più facilmente.

Tant’è che inve­ce nel pri­mo caso, sco­per­to l’intento sati­ri­co dei crea­to­ri, il pub­bli­co spes­so deci­de di igno­rar­lo, pre­fe­ren­do con­ti­nua­re con i com­men­ti deri­so­ri come se si trat­tas­se di sco­no­sciu­ti incon­sa­pe­vo­li, evi­den­te­men­te più con­ge­nia­li come bersaglio.

Nel miri­no pas­sa chiun­que, dai bam­bi­ni a per­so­ne con sin­dro­me di Down, ma un’insistenza par­ti­co­la­re è riser­va­ta a chi vie­ne per­ce­pi­to dal pub­bli­co come auti­sti­co. Nato for­se come ipo­te­si inter­pre­ta­ti­va di alcu­ni dei com­por­ta­men­ti mostra­ti nei video, il rife­ri­men­to all’autismo ha oggi assun­to i con­no­ta­ti di uno slur, ter­mi­ne offen­si­vo e deri­so­rio, in que­sto caso di stam­po abilista.

Chi lo impie­ga ne è tal­vol­ta coscien­te, come dimo­stra la stor­pia­tu­ra del ter­mi­ne in acou­stic (acu­sti­co), ini­zia­ta plau­si­bil­men­te come bat­tu­ta ma mol­to simi­le ormai a un dog-whi­stle, paro­la in codi­ce che come un fischiet­to a ultra­suo­ni aggi­ra le orec­chie inde­si­de­ra­te (innan­zi­tut­to quel­le degli algo­rit­mi: ne ave­va­mo par­la­to su Vul­ca­no), uso già arri­va­to anche in Italia.

Entra­no a que­sto pun­to in gio­co altri comi­ci, che potrem­mo defi­ni­re imi­ta­to­ri: a dif­fe­ren­za degli account umo­ri­sti­ci pri­ma cita­ti (che fin­go­no una sin­go­la per­so­na­li­tà con costan­za e la cui sati­ra è piut­to­sto impli­ci­ta), que­sti sono mol­to più chia­ra­men­te crea­to­ri comi­ci. Il loro inten­to è infat­ti espli­ci­ta­to dal for­mat (spes­so nel­la moda­li­tà del POV, o sog­get­ti­va) e dal fat­to che imper­so­na­no di vol­ta in vol­ta per­so­nag­gi differenti.

Crea­tor come Riri Bichri e Dela­ney Rowe (con­ver­ti­te a que­sto gene­re fra il 2021 e il 2023) han­no 100 milio­ni di like su Tik­Tok, otte­nu­ti incar­nan­do figu­re diver­se ma sem­pre irri­tan­ti. Tor­na dun­que l’elemento del per­tur­ban­te e del­la crin­ge come­dy (com­pro­va­ta dal nic­k­na­me di @slappablejerk, tra­du­ci­bi­le in “fac­cia da schiaf­fi”, pagi­na peral­tro monetizzata).

A differenza della precedente categoria di comici, un motivo d’attrazione per il pubblico qui può anche essere la critica di gruppo verso determinati tipi umani e sociali (data dalla più esplicita consapevolezza del filtro satirico, come nelle imitazioni di un comico di stand-up).

In cer­ti casi però il tipo uma­no rap­pre­sen­ta­to vie­ne a coin­ci­de­re con quel­lo deri­so dal­le “pagi­ne di crin­ge”, o per­si­no con lo ste­reo­ti­po del­la per­so­na auti­sti­ca. Tro­va qui per­fet­ta appli­ca­zio­ne il dibat­ti­to sull’auti­sm-coding, la pra­ti­ca di scri­ve­re un per­so­nag­gio con trat­ti più o meno evi­den­te­men­te auti­sti­ci sen­za mai esplicitarlo.

The Big Bang Theory

Si trat­ta di un dibat­ti­to non facil­men­te rias­su­mi­bi­le, fra chi sot­to­li­nea l’in­clu­si­vi­tà del­la pra­ti­ca e chi (spes­so com­men­ta­to­ri neu­ro­di­ver­gen­ti) ne denun­cia la super­fi­cia­li­tà ste­reo­ti­pi­ca e la man­ca­ta pre­sa di respon­sa­bi­li­tà da par­te degli auto­ri, in quel­lo che L.C. Maw­son defi­ni­sce auti­sm-bai­ting, usa­re l’autismo come esca. Di cer­to l’uso deri­so­rio nel­le pagi­ne sopra­ci­ta­te sem­bra per­te­ne­re più al secon­do caso.

Dif­fi­cil­men­te si potrà soste­ne­re che la solu­zio­ne sia vie­ta­re sui social la paro­la crin­ge, come avven­ne nel 2020 su Twitch con simp (un maschio che fa lo zer­bi­no) o come qual­cu­no pro­po­ne­va sull’emoji del nerd; né si può descri­ve­re il ter­mi­ne come tout-court discri­mi­na­to­rio, come è suc­ces­so con Karen (don­na bian­ca arro­gan­te) o boo­mer (Mat­teo Bor­do­ne par­la di “bul­li­smo meme­ti­co” ne L’invenzione del boo­mer).

Que­sto per­ché la respon­sa­bi­li­tà non è di quel­le sei let­te­re, ma di chi ripro­po­ne video inno­cui a sco­po deni­gra­to­rio (per quan­to si deb­ba esse­re con­sa­pe­vo­li nel pub­bli­ca­re il pro­prio vol­to su Inter­net, la gogna non è giu­sti­fi­ca­ta). Non c’è da nega­re la liber­tà di fare umo­ri­smo nei con­te­sti adi­bi­ti, ma la pri­va­tez­za dell’atto andreb­be rivi­sta alla luce dell’era dei social net­work, in cui nem­me­no la mera visua­liz­za­zio­ne di un video è più un’azione neu­tra, ben­sì un’inte­ra­zio­ne che con­tri­bui­sce alla vira­li­tà.

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Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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