Competizione sino-statunitense: coesistenza o nuovo bipolarismo?

Nel mon­do poli­ti­co nul­la è ine­vi­ta­bi­le. A segui­to del­la Guer­ra Fred­da, gli Sta­ti Uni­ti si sono resi pro­ta­go­ni­sti di un pro­get­to di rin­no­va­men­to glo­ba­le, con l’idea di model­la­re un nuo­vo mon­do con il mini­mo di con­flit­ti arma­ti e con un’unica nazio­ne alla gui­da eco­no­mi­co-poli­ti­ca glo­ba­le. Un pia­no di crea­zio­ne di un siste­ma uni­po­la­re che oggi, nel 2023, appar­tie­ne al pas­sa­to.

Il siste­ma sta­tu­ni­ten­se, infat­ti, ha fron­teg­gia­to dei momen­ti di cri­si dal pun­to di vista stra­te­gi­co, tra cui si evi­den­zia­no i fal­li­men­ta­ri inter­ven­ti in Iraq, Siria e Afgha­ni­stan. Ancor di più, l’elemento che da sem­pre ha dato cre­di­bi­li­tà al model­lo sta­tu­ni­ten­se, vale a dire lo stra­po­te­re eco­no­mi­co, è sta­to mes­so in discus­sio­ne dal ral­len­ta­men­to del pro­ces­so di cre­sci­ta eco­no­mi­ca costan­te degli Sta­ti Uni­ti, ovve­ro nel perio­do che si esten­de tra l’inizio del­la cri­si del 2008 e la fase del­la cri­si pan­de­mi­ca che arri­va ai gior­ni nostri.

Difat­ti, il tas­so di incre­men­to annua­le del PIL rea­le sta­tu­ni­ten­se, che fino ai pri­mi anni 2000 ave­va toc­ca­to per più vol­te 4%, dopo il ‑2,6% del 2009 non è più cre­sciu­to come pri­ma, e negli anni 2010 si è costan­te­men­te atte­sta­to attor­no al 2%, fino alla nuo­va cadu­ta veri­fi­ca­ta­si all’inizio del­la pandemia[1] , che ha crea­to un nuo­vo ciclo di ulte­rio­re insta­bi­li­tà eco­no­mi­ca di fron­te al qua­le i prin­ci­pa­li ana­li­sti mostra­no pre­oc­cu­pa­zio­ne anche suc­ces­si­va­men­te a risul­ta­ti posi­ti­vi nel bre­ve perio­do (come la recen­te cre­sci­ta ad un rit­mo annuo del 4,9% del PIL nel ter­zo tri­me­stre 2023).

Di fian­co a que­sta real­tà si è auto­de­ter­mi­na­ta una poten­za eco­no­mi­ca e poli­ti­ca che met­te a repen­ta­glio la pri­ma­zia sta­tu­ni­ten­se: la Repub­bli­ca Popo­la­re Cine­se.

L’involuzione politica statunitense e la fine dell’american power

Gli Sta­ti Uni­ti han­no sem­pre potu­to dispor­re di mol­ti ele­men­ti che ne han­no deter­mi­na­to la supre­ma­zia glo­ba­le: popo­la­zio­ne in cre­sci­ta, miglio­ri uni­ver­sità e isti­tu­ti di ricer­ca al mon­do, eser­ci­to ed eco­no­mia più per­for­man­ti al mon­do, risor­se abbon­dan­ti e una socie­tà aper­ta che attrae inve­sti­men­ti.

L’elemento che mostra la rot­tu­ra rispet­to al pas­sa­to è l’ottica con cui il mon­do guar­da agli Sta­ti Uni­ti e con cui gli Sta­ti Uni­ti guar­da­no al mon­do. Son­dag­gi del Pew Research Cen­ter, infat­ti, han­no dimo­stra­to come la mag­gio­ran­za dei gio­va­ni cit­ta­di­ni euro­pei osser­vi­no non solo la Cina, ma anche gli Sta­ti Uni­ti, con un occhio for­te­men­te cri­ti­co; in par­ti­co­la­re, la mag­gior par­te dei gio­va­ni fran­ce­si, tede­schi e bri­tan­ni­ci pre­si sot­to esa­me non apprez­za­no il ruo­lo degli Sta­ti Uni­ti di “poli­ziot­to del mon­do ”. Con­tem­po­ra­nea­men­te, gli Sta­ti Uni­ti han­no dovu­to fron­teg­gia­re i cam­bia­men­ti inter­na­zio­na­li suc­ces­si­vi alla Guer­ra Fred­da che, in alcu­ni casi, han­no peg­gio­ra­to le rela­zio­ni con altri paesi. 

Né è l’emblema il Bra­si­le, tra i prin­ci­pa­li part­ner com­mer­cia­le degli Sta­ti Uni­ti nell’America del Sud e sto­ri­ca­men­te in buo­ne rela­zio­ni con Washing­ton. L’ingresso del Bra­si­le nei BRICS ha por­ta­to a una dimi­nu­zio­ne del­la coo­pe­ra­zio­ne tra Bra­si­le e Sta­ti Uni­ti, con rap­por­ti che resta­no for­ti e sal­di per entram­bi gli atto­ri ma che, da un pun­to di vista poli­ti­co, vedo­no una mino­re coe­sio­ne. A tal riguar­do, sono recen­ti le invo­ca­zio­ni dell’amministrazione ame­ri­ca­na al gover­no di Bra­si­lia a non acqui­sta­re il vac­ci­no rus­so per il Covid-19, Sput­nik, temen­do for­se una mag­gio­re pre­sen­za rus­sa nell’area.

https://brazilian.report/liveblog/coronavirus/2021/03/15/us-pressured-brazil-ditch-russias-sputnik-v-vaccine/

Un ele­men­to impor­tan­te, tra i fat­to­ri che han­no por­ta­to all’ascesa del­la com­pe­ti­zio­ne mili­ta­re glo­ba­le e alla ricer­ca di alter­na­ti­ve al model­lo eco­no­mi­co ame­ri­ca­no, è l’insieme degli erro­ri com­mes­si dagli USA a par­ti­re dal 2001. Da quan­do, cioè, l’amministrazione ame­ri­ca­na ha smes­so di pun­ta­re al con­so­li­da­men­to del­la pro­pria posi­zio­ne, a favo­re del­la con­cen­tra­zio­ne com­ple­ta del­le pro­prie for­ze con­tro atto­ri non sta­ta­li e nazio­ni con­si­de­ra­te come ostili. 

In poli­ti­ca este­ra, negli anni ’90, gli Sta­ti Uni­ti si sono con­cen­tra­ti nel con­so­li­da­men­to del pro­prio suc­ces­so, favo­reg­gian­do il raf­for­za­men­to di un’Europa demo­cra­ti­ca, uni­ta e paci­fi­ca insie­me agli allea­ti euro­pei. Pro­gre­den­do anche nel miglio­ra­men­to dei pro­pri rap­por­ti con Giap­po­ne, Corea del Sud, Filip­pi­ne, Indo­ne­sia e Tai­wan. Così con­tri­buì alla dif­fu­sio­ne del­la glo­ba­liz­za­zio­ne, ride­fi­nen­do il ruo­lo del­la NATO dopo la cadu­ta dell’Unione Sovietica.

Tut­ta­via, a par­ti­re dagli even­ti dell’11 set­tem­bre 2001, con gli attac­chi ter­ro­ri­sti­ci con­tro gli Usa, la stra­te­gia è cam­bia­ta. L’am­mi­ni­stra­zio­ne sta­tu­ni­ten­se, in par­ti­co­la­re con l’i­ni­zio del­la “Guer­ra al ter­ro­re” sot­to il pre­si­den­te Geor­ge W. Bush, ha ini­zia­to a con­cen­trar­si su atto­ri regio­na­li e grup­pi ter­ro­ri­sti­ci decen­tra­liz­za­ti, che rap­pre­sen­ta­va­no minac­ce alla sicu­rez­za nazio­na­le. Que­sto cam­bio di focus ha por­ta­to a inter­ven­ti mili­ta­ri in Afgha­ni­stan nel 2001 e in Iraq nel 2003, con l’o­biet­ti­vo di con­tra­sta­re il ter­ro­ri­smo inter­na­zio­na­le e pro­muo­ve­re la demo­cra­zia. Però, que­sti inter­ven­ti han­no anche gene­ra­to un note­vo­le dibat­ti­to e cri­ti­ca sia a livel­lo nazio­na­le che inter­na­zio­na­le. L’opera di Bush ha tro­va­to con­ti­nui­tà con l’am­mi­ni­stra­zio­ne Oba­ma, ha accen­tua­to la neces­si­tà di affron­ta­re minac­ce come l’I­SIS (Sta­to Isla­mi­co), sep­pur cer­can­do di ridur­re la dipen­den­za dagli impe­gni mili­ta­ri su sca­la globale.

Infat­ti, il Watson Insti­tu­te for Inter­na­tio­nal and Public Affairs del­la Bro­wn Uni­ver­si­ty, ha sti­ma­to che, com­ples­si­va­men­te, gli Sta­ti Uni­ti han­no spe­so cir­ca 8 tri­lio­ni di dol­la­ri nel­le guer­re, in un perio­do com­pre­so tra l’11 set­tem­bre 2001 e il 2022 (per com­pren­de­re la gran­dez­za di que­ste cifre, basti pen­sa­re che supe­ra­no il qua­dru­plo del PIL ita­lia­no del 2022). L’enorme spe­sa nel set­to­re mili­ta­re mostra come, nei pro­ces­si di poli­cy-making sta­tu­ni­ten­si, pre­val­ga­no i pia­ni mili­ta­ri sul­le altre pro­po­ste di allo­ca­zio­ne del­le risor­se pubbliche.

https://keough.nd.edu/its-time-to-eliminate-unnecessary-military-spending-dd/

La radi­ca­liz­za­zio­ne del­le posi­zio­ni nel cam­po del­la poli­ti­ca di dife­sa è tra gli ele­men­ti di divi­sio­ne nel­la poli­ti­ca inter­na sta­tu­ni­ten­se. Una divi­sio­ne net­ta tra chi sostie­ne la neces­si­tà di taglia­re i costi mili­ta­ri per fat­to­ri tan­to poli­ti­ci quan­to eco­no­mi­ci (la spe­sa mili­ta­re è una del­le prin­ci­pa­li cau­se del­la cre­sci­ta del debi­to pub­bli­co sta­tu­ni­ten­se) e chi difen­de la neces­si­tà di inve­sti­re nel mili­ta­re per difen­de­re la pace.

Que­sta divi­sio­ne nel­le opi­nio­ni sul mon­do mili­ta­re è emble­ma­ti­ca e signi­fi­ca­ti­va, ma è solo una del­le fac­ce di diver­si­tà nel­le opi­nio­ni estre­ma, che si pro­trae in ogni ambi­to e che è impo­nen­te tan­to nel­la poli­ti­ca este­ra quan­to in poli­ti­ca interna. 

Gli Sta­ti Uni­ti, nazio­ne con un siste­ma bipar­ti­ti­co, han­no sem­pre visto un cer­to livel­lo di unio­ne poli­ti­ca, di gene­ra­le rispet­to per chi è all’Ufficio Ova­le del­la Casa Bian­ca, e una buo­na capa­ci­tà dei due par­ti­ti di lavo­ra­re in sostan­zia­le con­ti­nui­tà. Negli ulti­mi anni, quan­to appe­na descrit­to si è capo­vol­to: lo spac­ca­to tra Demo­cra­ti­ci e Repub­bli­ca­ni si è pola­riz­za­to e anche all’interno dei sin­go­li par­ti­ti non c’è più coesione.

A tal riguar­do, è sta­to ecla­tan­te quan­to acca­du­to il 3 otto­bre 2023: la Came­ra dei Rap­pre­sen­tan­ti, a mag­gio­ran­za repub­bli­ca­na, ha appro­va­to una mozio­ne di sfi­du­cia nei con­fron­ti del­lo spea­ker repub­bli­ca­no Kevin McCar­thy, in cari­ca solo dal 7 gen­na­io 2023. Que­sto, oltre ad esse­re un ine­di­to nel­la poli­ti­ca ame­ri­ca­na, mostra l’appiattimento sul­le posi­zio­ni estre­me del Par­ti­to Repub­bli­ca­no, dal momen­to in cui il voto di otto par­la­men­ta­ri repub­bli­ca­ni è sta­to cru­cia­le per toglie­re dal pro­prio ruo­lo McCarthy.

Altret­tan­to signi­fi­ca­ti­vo è quan­to è acca­du­to suc­ces­si­va­men­te: non c’è sta­ta com­pat­tez­za nel par­ti­to e il suc­ces­so­re di McCar­thy, Mike John­son, è diven­ta­to spea­ker  solo il 25 otto­bre 2023, non pri­ma di una serie di scru­ti­ni sen­za frut­to e del­le can­di­da­tu­re scar­ta­te dei rap­pre­sen­tan­ti Ste­ve Sca­li­se, Jim Jor­dan e Tom Emmer

A livel­lo quo­ti­dia­no, la radi­ca­liz­za­zio­ne del­le posi­zio­ni e l’aumento dell’ambiguità poli­ti­ca sta­tu­ni­ten­se è rap­pre­sen­ta­ta anche da quan­to acca­de in Texas: auto­suf­fi­cien­te a livel­lo di risor­se, eco­no­mi­ca­men­te in cre­sci­ta e con cit­tà come Hou­ston e Dal­las che diven­ta­no sem­pre più dina­mi­che, Que­sto sta­to ha assi­sti­to al pro­gres­si­vo aumen­to del flus­so migra­to­rio, sia pro­ve­nien­te dal vici­no Mes­si­co sia da sta­ti fede­ra­ti sta­tu­ni­ten­si sto­ri­ca­men­te a mag­gio­ran­za demo­cra­ti­ca come la Cali­for­nia. Que­sto ha por­ta­to a una pro­gres­si­va asce­sa dei demo­cra­ti­ci in uno sta­to sto­ri­ca­men­te repub­bli­ca­no: se Oba­ma per­se le ele­zio­ni del 2012 con il 41,4% dei voti demo­cra­ti­ci, Hil­la­ry Clin­ton per­se quel­le del 2016 con il 43,2% e Biden per­se quel­le del 2020 con il 46,5%.

In sin­te­si, uno sta­to in pro­fon­da evo­lu­zio­ne, e di fron­te a que­sta evo­lu­zio­ne i Repub­bli­ca­ni al pote­re rispon­do­no dura­men­te: si radi­ca­liz­za­no ulte­rior­men­te, con poli­ti­che estre­me sull’aborto, con leg­gi che per­met­to­no di cir­co­la­re libe­ra­men­te per stra­da con le pro­prie armi e, in gene­ra­le, con una net­ta inca­pa­ci­tà di scen­de­re al dia­lo­go, al com­pro­mes­so, divi­den­do anche la popolazione.

La silenziosa ascesa della repubblica popolare cinese tra ieri, oggi e domani

Di fian­co alla real­tà ame­ri­ca­na è asce­so un nuo­vo gigan­te poli­ti­co-eco­no­mi­co, uno sta­to che si è for­te­men­te evo­lu­to nel giro di pochis­si­mo tem­po sen­za che gli ana­li­sti potes­se­ro pre­ve­de­re un cam­bia­men­to glo­ba­le di que­sta por­ta­ta. Infat­ti, oggi la Cina ha aper­to un nuo­vo ter­re­no di dia­lo­go.

La cre­sci­ta cine­se è ini­zia­ta nel momen­to in cui la Repub­bli­ca si è aper­ta al mon­do, dopo la fine dell’era Mao. Infat­ti, la nuo­va Cina di Deng Xiao­ping, ric­ca di risor­se e di oppor­tu­ni­tà, apren­do­si all’Occidente ha favo­ri­to l’ingresso di un enor­me nume­ro di fon­di finan­zia­ri inter­na­zio­na­li, che arri­va­ro­no in mas­sa con l’obiettivo di trar­re gua­da­gno nel medio ter­mi­ne par­ten­do da un pre­sup­po­sto: dove arri­va il capi­ta­li­smo, arri­va la demo­cra­zia. La Cina ha sfrut­ta­to que­ste risor­se per cre­sce­re, soprat­tut­to a par­ti­re dagli anni ’90, con una cre­sci­ta che ini­zial­men­te appa­ri­va for­te ma comun­que con­trol­la­ta e che poi, a par­ti­re dal 2012, è esplosa.

Il 2012 è un anno chia­ve per­ché il 15 novem­bre 2012 Xi Jin­ping diven­ta Segre­ta­rio del Par­ti­to Comu­ni­sta Cine­se. La figu­ra di Xi Jin­ping è fon­da­men­ta­le nel­le dina­mi­che poli­ti­che cine­si per­ché la Cina di oggi è il risul­ta­to del­le deci­sio­ni pre­se in manie­ra asso­lu­ti­sta dal Segre­ta­rio, con i soli limi­ti buro­cra­ti­ci e ammi­ni­stra­ti­vi che sepa­ra­no la sua lea­der­ship dal siste­ma pura­men­te asso­lu­to in sti­le maoista. 

Se la Cina ha video­ca­me­re che osser­va­no ogni metro qua­dro del pro­prio ter­ri­to­rio, se la Cina si è chiu­sa com­ple­ta­men­te al mon­do nel perio­do del­la poli­ti­ca zero-covid, se vio­la i dirit­ti uma­ni a dan­no del­la popo­la­zio­ne uigu­ra e inve­ste nel­le AI per poten­zia­re il pro­prio set­to­re mili­ta­re, que­sto è per il vole­re di Xi Jinping. 

Però, c’è un’altra fac­cia del­la meda­glia: se la Cina oggi è il pri­mo part­ner com­mer­cia­le di 120 nazio­ni, se è il più gran­de espor­ta­to­re al mon­do, se ha tra­sfor­ma­to cit­tà anti­che in metro­po­li all’avanguardia, anche que­sto è avve­nu­to per il vole­re di Xi Jinping.

C’è una poli­ti­ca che aiu­ta a com­pren­de­re come la Cina agi­sce e come la Cina è arri­va­ta dove è oggi: la Belt and Road Ini­tia­ti­ve, o Nuo­va via del­la seta.

Que­sta poli­ti­ca inter­na­zio­na­le, annun­cia­ta in una visi­ta in Kaza­ki­stan da Xi nel set­tem­bre 2013, ha por­ta­to la Cina ad inve­sti­re nel­le infra­strut­tu­re di 151 Pae­si, per lo più lega­te al set­to­re dei tra­spor­ti (come pon­ti, stra­de, aero­por­ti, tun­nel fer­ro­via­ri e por­ti com­mer­cia­li). Per ave­re un’idea del­la por­ta­ta di que­sta poli­ti­ca, le nazio­ni par­te del pro­get­to rap­pre­sen­ta­no il 75% del­la popo­la­zio­ne glo­ba­le e più del­la metà del PIL mon­dia­le.

La poli­ti­ca, ini­zial­men­te para­go­na­ta al Pia­no Mar­shall, ha visto la Cina ope­ra­re con estre­mo cini­smo, un cini­smo silen­zio­so che è sta­to un altro impor­tan­te ele­men­to del­la cre­sci­ta cinese.

Si osser­vi quan­to fat­to in Mon­te­ne­gro: lo sta­to chie­se soste­gno alla Cina per la crea­zio­ne di un nuo­vo siste­ma auto­stra­da­le, soste­gno che arri­vò dal­la Repub­bli­ca Popo­la­re Cine­se che, però, chie­se in cam­bio un paga­men­to eco­no­mi­co spro­por­zio­na­to rispet­to alle pos­si­bi­li­tà eco­no­mi­che mon­te­ne­gri­ne. Così, il gover­no mon­te­ne­gri­no fu costret­to a far appel­lo al Fon­do Mone­ta­rio Inter­na­zio­na­le, innal­zan­do di mol­ti pun­ti per­cen­tua­li il debi­to pub­bli­co del­la nazio­ne balcanica.

Il caso del Mon­te­ne­gro non è un uni­cum e, anzi, ci sarà con­ti­nui­tà nel futu­ro del­la poli­ti­ca este­ra cine­se, vista anche la ricon­fer­ma nel 2022 per la ter­za vol­ta – nono­stan­te il limi­te dei due man­da­ti – di Xi Jin­ping. da aggiun­ge­re anche le con­ti­nue spa­ri­zio­ni di ele­men­ti del Par­ti­to visti come poten­zia­li minac­ce del Capo di Stato.

Prospettive: come si può evolvere il quadro e perché non è politicamente sensato il paragone con la Guerra Fredda

La poten­za di que­sti due atto­ri inter­na­zio­na­li è gran­de e incon­tra­sta­ta. Da un lato ci sono gli Sta­ti Uni­ti, “the Grea­te­st coun­try”, la Nazio­ne che resta influen­te, il pae­se del­le inno­va­zio­ni e del cam­bia­men­to. Dall’altro lato c’è la Cina, il nuo­vo model­lo, l’alternativa, un pae­se che aggi­ra le rego­le per­ché con­sa­pe­vo­le di non poter esse­re toc­ca­to: infat­ti, se si san­zio­na Pechi­no e se si met­te il basto­ne tra le ruo­te dell’economia cine­se, crol­la l’economia globale.

In que­sto qua­dro, ver­reb­be da pen­sa­re che sia già ini­zia­ta una nuo­va Guer­ra Fred­da 2.0: ma si trat­te­reb­be di una sem­pli­fi­ca­zio­ne. La Guer­ra Fred­da vede­va la pre­sen­za di una com­pe­ti­zio­ne per l’egemonia e per l’influenza poli­ti­ca ed eco­no­mi­ca glo­ba­li ma allo stes­so tem­po si reg­ge­va su un peri­co­lo­so equi­li­brio: nes­su­no dei due model­li – capi­ta­li­smo sta­tu­ni­ten­se e comu­ni­smo sovie­ti­co – avreb­be dovu­to pre­va­le­re sull’altro.

Oggi non assi­stia­mo ad una com­pe­ti­zio­ne in sti­le Guer­ra Fred­da, per alme­no due ragio­ni: non si può pen­sa­re di impor­re un model­lo radi­cal­men­te oppo­sto alla demo­cra­zia capi­ta­li­sta, spin­gen­do in manie­ra com­ple­ta i pae­si ad adot­ta­re il model­lo cine­se come proprio. 

Una vali­da spie­ga­zio­ne di que­sto con­cet­to è la tesi espres­sa dal poli­to­lo­go ed eco­no­mi­sta egi­zo-fran­ce­se Samir Amin al World Social Forum del 2013, secon­do cui il capi­ta­li­smo libe­ra­le si basa su set­te prin­ci­pi: gover­nan­ce dell’economia da par­te di impre­se pri­va­te, libe­ra­liz­za­zio­ne del mer­ca­to del lavo­ro, pri­va­tiz­za­zio­ne dei ser­vi­zi socia­li, ridu­zio­ne del pre­lie­vo fisca­le, gestio­ne pri­va­ta del cre­di­to, bilan­cio pub­bli­co in equi­li­brio e ridu­zio­ne del defi­cit. Si ritie­ne che essi sia­no appli­ca­bi­li a tut­te le socie­tà del pia­ne­ta moder­niz­za­to. Que­sti prin­ci­pi, di fat­to, sus­si­sto­no nel­le reto­ri­che nazio­na­li del “pia­ne­ta mon­dia­liz­za­to” e, sep­pur con dif­fe­ren­ze nel­le appli­ca­zio­ni di nazio­ne in nazio­ne, resta­no ele­men­ti alla base del­le strut­tu­re gover­na­ti­ve. Per­tan­to, alme­no nel medio perio­do, resta dif­fi­ci­le imma­gi­na­re capo­vol­gi­men­ti alla base dei siste­mi nazio­na­li tali da tra­sfor­ma­re demo­cra­zie capi­ta­li­ste in nazio­ni svi­lup­pa­te ad imma­gi­ne del­la Cina.

Infat­ti, la demo­cra­zia libe­ra­le è sta­ta mes­sa in discus­sio­ne ma non attra­ver­so un siste­ma dia­me­tral­men­te oppo­sto. Ne è l’effetto quel­la che il gior­na­li­sta e auto­re esper­to di poli­ti­ca inter­na­zio­na­le Fareed Zaka­ria ha defi­ni­to “demo­cra­zia illi­be­ra­le”: una for­ma di sta­to che sfrut­ta una base demo­cra­ti­ca di legit­ti­mi­tà ma che oltre­pas­sa i vin­co­li di pote­re e si avvi­ci­na, nel­la sostan­za, a un siste­ma auto­cra­ti­co. Due esem­pi net­ti di que­sta nuo­va real­tà poli­ti­ca sono la Tur­chia di Erdoğan e l’Ungheria di Orbán.

Il moti­vo per cui il model­lo di demo­cra­zia illi­be­ra­le ascen­de age­vol­mente, men­tre è inim­ma­gi­na­bi­le l’ascesa di un model­lo cine­se fuo­ri dal­la PRC è sem­pli­ce: la demo­cra­zia illi­be­ra­le man­tie­ne la pre­sen­za del­le ele­zio­ni ma limi­ta le liber­tà e con­cen­tra il pote­re su pochi indi­vi­dui, appli­can­do la leg­ge selet­ti­va­men­te. In que­sto modo, i cit­ta­di­ni si sen­to­no anco­ra par­te di un pro­ces­so di deci­sion-making e, sep­pur com­pren­den­do le dif­fe­ren­ze con la demo­cra­zia libe­ra­le, risul­ta­no più accon­di­scen­den­ti ver­so un siste­ma che appor­ta modi­fi­che da un pun­to di vista pra­ti­co ma non teo­ri­co. Cioè la demo­cra­zia illi­be­ra­le si svi­lup­pa “die­tro le quin­te” del­la poli­ti­ca, dif­fi­cil­men­te si con­cre­tiz­za attra­ver­so cam­bia­men­ti costi­tu­zio­na­li o amministrativi.

D’altra par­te, il model­lo poli­ti­co-eco­no­mi­co cine­se si basa su un siste­ma a par­ti­to uni­co, in cui il Par­ti­to Comu­ni­sta Cine­se detie­ne il pote­re e il gover­no adot­ta un approc­cio di gestio­ne com­ple­ta dell’economia e del­lo sta­to. Da som­mar­si poi poli­ti­che che con­tra­sta­no le liber­tà e che sfo­cia­no nel­la sor­ve­glian­za di mas­sa e nel con­trol­lo dell’informazione. Un model­lo di que­sto tipo sareb­be dif­fi­cil­men­te espor­ta­bi­le in altri pae­si per­ché mine­reb­be alle basi degli sta­ti-nazio­ne e dovreb­be pas­sa­re per cam­bia­men­ti legi­sla­ti­vi impo­nen­ti che tro­ve­reb­be­ro un minu­to appog­gio da popo­la­zio­ne e istituzioni.

Questi elementi sono cruciali per comprendere come differisce la tensione tra USA e Cina dalla Guerra Fredda. 

Se le ana­lo­gie che carat­te­riz­za­no la due com­pe­ti­zio­ni sono mol­te­pli­ci – dimen­sio­ne ideo­lo­gi­ca del­la com­pe­ti­zio­ne e riva­li­tà nel­la con­te­sa del “Sud del mon­do” in pri­mis – ci sono mol­ti altri ele­men­ti che ren­do­no que­sta estre­ma­men­te dif­fe­ren­te dal­la Guer­ra Fred­da. esem­pi sono i rap­por­ti mul­ti­la­te­ra­li che le eco­no­mie glo­ba­li appli­ca­no, col­la­bo­ran­do sia con Cina sia con Sta­ti Uni­ti; la man­can­za di espor­ta­zio­ne ideo­lo­gi­ca del­la Cina (gran­de dif­fe­ren­za con la dot­tri­na sovie­ti­ca di espor­ta­zio­ne del comunismo).

Anche l’economia cine­se è un ele­men­to da tene­re in con­si­de­ra­zio­ne: essa è mol­to più inte­gra­ta nei siste­mi eco­no­mi­ci inter­na­zio­na­li rispet­to a quel­la sovie­ti­ca; è cre­sciu­ta for­te­men­te anche gra­zie alla coo­pe­ra­zio­ne tec­no­lo­gi­ca, ener­ge­ti­ca e uma­ni­ta­ria che la Cina ha appli­ca­to dopo la fine del maoi­smo. Anco­ra, gli stes­si capi di sta­to Xi Jin­ping e Joe Biden han­no affer­ma­to, nel recen­te sum­mit a San Fran­ci­sco, la volon­tà di accor­dar­si per evi­ta­re una nuo­va guer­ra fredda.

La Cina ha dei limiti.

Infat­ti, la Cina si tro­va a dover affron­ta­re un pro­ble­ma cre­scen­te: quel­lo del­la cri­si demo­gra­fi­ca, con­se­guen­za di deci­ne di anni di poli­ti­ca del figlio uni­co. Inol­tre, la gesti­to in manie­ra cri­ti­ca la cri­si del­la pan­de­mia, pur uscen­do­ne con un’economia anco­ra in cre­sci­ta. Nono­stan­te la diver­gen­za degli opi­nio­ni­sti nel­le pre­vi­sio­ni sull’evoluzione del­la cre­sci­ta eco­no­mi­ca cine­se nel bre­ve e medio perio­do, c’è una con­ver­gen­za nel pre­ve­de­re un pro­gres­si­vo ral­len­ta­men­to già dai pros­si­mi anni, fino ad arri­va­re ad una situa­zio­ne di sta­gna­zio­ne nel lun­go perio­do. Que­sto è un dato che sco­rag­gia for­te­men­te gli inve­sti­to­ri e mostra una man­can­za di sta­bi­li­tà nel siste­ma eco­no­mi­co del­la PRC.

Inte­res­san­te per com­pren­de­re ulte­rior­men­te il rap­por­to tra Cina e USA, è l’analisi del­lo scam­bio di bat­tu­te avve­nu­to tra le lea­der­ship dei due pae­si a segui­to del Discor­so del­lo Sta­to d’Unione del 2023 del pre­si­den­te Biden. Nel discor­so, Biden ha par­la­to a più ripre­se del­la Cina di Xi Jin­ping affer­man­do di aver chia­ri­to col pre­si­den­te che gli USA “cer­ca­no la com­pe­ti­zio­ne non il con­flit­to”. La rispo­sta cine­se è arri­va­ta con le paro­le del por­ta­vo­ce del mini­ste­ro degli este­ri, Mao Ning, che ha dichia­ra­to la Cina con­tra­ria a defi­ni­re i pro­pri rap­por­ti con gli Sta­ti Uni­ti solo in ter­mi­ni di con­cor­ren­za. Secon­do Mao Ning, la Cina difen­de­rà i pro­pri inte­res­si e gli Sta­ti Uni­ti dovreb­be­ro col­la­bo­ra­re per pro­muo­ve­re il ritor­no del­le rela­zio­ni bila­te­ra­li su un per­cor­so di svi­lup­po sano e sta­bi­le.

Con­clu­den­do, ana­liz­za­to il qua­dro nel suo insie­me, appa­re evi­den­te che la situa­zio­ne sia di com­pe­ti­zio­ne e di riva­li­tà tra le due super­po­ten­ze, una riva­li­tà sia eco­no­mia sia poli­ti­co-stra­te­gi­ca. Tut­ta­via è da esclu­der­si un ritor­no al siste­ma bipo­la­re e alla divi­sio­ne del mon­do, anche per­ché la mag­gior par­te dei pae­si che sono lega­ti a Pechi­no intrat­ten­go­no rela­zio­ni anche con Washing­ton.

Allo­ra, per­lo­me­no fino a una poten­zia­le esca­la­tion mili­ta­re nell’area di Tai­wan o del Mar Cine­se Meri­dio­na­le, è cor­ret­to ragio­na­re in ter­mi­ni di coe­si­sten­za. Pren­den­do atto dell’evoluzione rispet­to al post-Guer­ra Fred­da ma com­pren­den­do la novi­tà del­la real­tà intro­dot­ta dal­la Cina come atto­re poli­ti­co, cioè veden­do la Cina non come l’anti-modello ma come una nuo­va presenza.

Arti­co­lo di Edoar­do Fazzini

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Edoardo Fazzini
Sono uno stu­den­te di Scien­ze Inter­na­zio­na­li e Isti­tu­zio­ni Euro­pee pres­so l’Università degli Stu­di di Mila­no, aman­te del­le tema­ti­che geo­po­li­ti­che inter­na­zio­na­li e dell’informazione scientifico-politica.
Pen­so che con­cre­tiz­za­re la mia pas­sio­ne sia qual­co­sa di bel­lo, per­ché di fron­te a cre­scen­ti sfi­de l’informazione deve pro­gre­di­re, e solo cono­scen­do la real­tà e dif­fon­den­do quan­to si appren­de si può imma­gi­na­re un futu­ro migliore.

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