Dal Baltico agli Urali, la guerra per Putin

«È come com­bat­te­re un dra­go: tagli una testa e ne cre­sco­no due. Ne tagli due, ne appa­io­no quattro.»

Così descri­ve­va i cer­ca­to­ri d’oro Ilsur Irna­za­rov sul social rus­so VKon­tak­te, lo scor­so apri­le. Irna­za­rov è un atti­vi­sta del­la Baschi­ria (una regio­ne del­la Rus­sia meri­dio­na­le situa­ta fra il Vol­ga e gli Ura­li), alme­no stan­do a Idel Rea­li­ties, brac­cio loca­le del­la Radio Free Euro­pe a finan­zia­men­to gover­na­ti­vo sta­tu­ni­ten­se. L’attivista avreb­be espo­sto le pro­prie idee nell’aprile del 2023, duran­te una mani­fe­sta­zio­ne con­tro l’attività mine­ra­ria nel­la cit­tà baschi­ra di Ishmurzino.

Difficile supporre che allora prevedesse la reazione a catena che avrebbe portato, nel gennaio del 2024, a quella che è stata definita come “una delle più grandi proteste in Russia dall’invasione dell’Ucraina”. 

La Baschi­ria, nota local­men­te come Bash­kor­to­stan, è sto­ri­ca­men­te abi­ta­ta da una popo­la­zio­ne di lin­gua tur­ci­ca vici­na al kaza­ko e pri­ma­ria­men­te di reli­gio­ne isla­mi­ca sun­ni­ta. Il vero pro­ta­go­ni­sta del­la sto­ria è però un altro atti­vi­sta pre­sen­te alla mani­fe­sta­zio­ne, come ripor­ta­to da Media­zo­na, testa­ta rus­sa anti-puti­ni­sta fon­da­ta dal­le Pus­sy Rio­ts: si trat­ta di Fail Alsy­nov. Anche Alsy­nov ha pro­nun­cia­to un discor­so con­tro le minie­re d’oro, ma è sta­to il tono loca­li­sta e auto­no­mi­sta (auspi­ca il ritor­no in patria dei diver­si grup­pi etni­ci, inclu­si i kara halyk, let­te­ral­men­te “la gen­te nera”) a por­ta­re il pre­si­den­te baschi­ro Radij Kha­bi­rov a spor­ge­re denun­cia ver­so l’attivista, che ad otto­bre del 2023 è sta­to arrestato. 

Il pre­si­den­te baschi­ro Khabirov 

La moti­va­zio­ne uffi­cia­le da un lato con­dan­na le paro­le filo-baschi­re di Alsy­nov rivol­te con­tro il gover­no fede­ra­le del­la Rus­sia, ma dall’altro usa anche a pre­te­sto la locu­zio­ne stes­sa kara halyk, defi­nen­do­la raz­zi­sta e offen­si­va nei con­fron­ti del­le popo­la­zio­ni cau­ca­si­che. I soste­ni­to­ri dell’attivista riget­ta­no tale inter­pre­ta­zio­ne, con­si­de­ran­do­la fal­sa­ta da una cat­ti­va tra­du­zio­ne dal baschi­ro al rus­so. La sen­ten­za del tri­bu­na­le sul caso di Alsy­nov, da tem­po impe­gna­to a favo­re del par­ti­co­la­ri­smo lin­gui­sti­co-cul­tu­ra­le del­la Baschi­ria, era atte­sa per il 15 gen­na­io di quest’anno, gior­no in cui una fol­la si era riu­ni­ta in suo soste­gno (come mostra­to sul por­ta­le dell’ONG OVD-Info). In segui­to alla con­dan­na a quat­tro anni di car­ce­re, emes­sa il 17 gen­na­io, i soste­ni­to­ri di Alsy­nov si sono scon­tra­ti a cen­ti­na­ia con la poli­zia nel­la cit­tà di Bajmaq.

Il Guar­dian (che ripren­de la defi­ni­zio­ne di “una del­le più gran­di pro­te­ste dal 2022” dal gior­na­le inve­sti­ga­ti­vo indi­pen­den­te Agen­tsvo) dà un’immagine for­se un po’ roman­ti­ca di que­sti mani­fe­stan­ti, che avreb­be­ro com­bat­tu­to con­tro i man­ga­nel­li e il gas lacri­mo­ge­no degli agen­ti a suon di pal­le di neve. In ogni caso, fra arre­sti e feri­ti se ne con­te­reb­be­ro a doz­zi­ne. Secon­do la nota testa­ta dis­si­den­te Medu­za, è già sta­ta aper­ta un’indagine sui mani­fe­stan­ti per inci­ta­men­to alla rivol­ta e aggres­sio­ne alla poli­zia, men­tre i cana­li Tele­gram che ave­va­no docu­men­ta­to gli scon­tri sareb­be­ro sta­ti oscu­ra­ti. Non solo: Agen­tsvo ripor­ta che le auto­ri­tà loca­li han­no orga­niz­za­to per il 26 gen­na­io una con­tro-mani­fe­sta­zio­ne nel­la for­ma di un con­cer­to a favo­re del pre­si­den­te Khabirov.

Il sentimento antirusso dei Baschiri è in ogni caso di gran lunga antecedente alla guerra in Ucraina del 2022. 

Se in epo­ca sta­li­nia­na si veri­fi­cò il pas­sag­gio dall’ini­zia­le mul­ti­cul­tu­ra­li­smo alle poli­ti­che di rus­si­fi­ca­zio­ne (con effet­ti che dura­no anco­ra oggi), dopo la cadu­ta dell’URSS il pre­si­den­te rus­so El’cin fir­mò il Trat­ta­to di Fede­ra­zio­ne del 1992, che isti­tui­va alcu­ne “repub­bli­che sovra­ne” (la più popo­lo­sa è oggi pro­prio la Baschi­ria) dall’autonomia non indif­fe­ren­te. Que­sta situa­zio­ne fu mes­sa in discus­sio­ne dall’ascesa di Putin (sull’onda del­la repres­sio­ne al sepa­ra­ti­smo cece­no): nel 2000, meno di una set­ti­ma­na dopo esser­si inse­dia­to come neo-pre­si­den­te elet­to, rifor­mò la Fede­ra­zio­ne Rus­sa in sen­so cen­tra­li­sta, ridu­cen­do le auto­no­mie loca­li dal Cau­ca­so alla Jacu­zia. L’effetto non fu ovun­que imme­dia­to, ad esem­pio in Tata­ria il pro­ces­so fu ulti­ma­to solo nel 2017, men­tre nel­la stes­sa con­fi­nan­te Baschi­ria il pre­e­si­sten­te lea­der Rakhi­mov rima­se al pote­re fino al 2010.

Appe­na dopo la rifor­ma di Putin, il Guar­dian descri­ve­va il rap­por­to “feu­da­le” del pre­si­den­te baschi­ro col gover­no fede­ra­le: se Rakhi­mov man­te­ne­va un regi­me auto­ri­ta­rio e riven­di­ca­va auto­no­mia (ma non indi­pen­den­za) dal cen­tra­li­smo di Putin, quest’ultimo ten­de­va a chiu­de­re un occhio fin­ché la Baschi­ria vota­va al 68% per lui, che peral­tro rap­pre­sen­ta­va il faro anche dell’opposizione a Rakhi­mov. Ad ogni modo, vale sot­to­li­nea­re come Mosca cri­ti­cas­se al tem­po l’autoritarismo del pre­si­den­te baschi­ro ricon­du­cen­do­lo agli stra­sci­chi del tota­li­ta­ri­smo sovie­ti­co: una con­trap­po­si­zio­ne reto­ri­ca rie­mer­sa nel­la pro­pa­gan­da di guer­ra di Putin nel 2022 e che ridi­scu­te alcu­ne super­fi­cia­li inter­pre­ta­zio­ni dell’imperialismo puti­nia­no come in tota­le con­ti­nui­tà con quel­lo dell’URSS.

La guer­ra in Ucrai­na non è peral­tro da con­si­de­ra­re del tut­to alie­na alle som­mos­se di Baj­maq di que­sto gen­na­io. Infat­ti, nei discor­si tenu­ti duran­te le mani­fe­sta­zio­ni del 2023 con­tro le minie­re d’oro si men­zio­na­no «i nostri ragaz­zi […] lon­ta­ni da casa», con rife­ri­men­to alla mobi­li­ta­zio­ne in Ucrai­na (plau­si­bil­men­te sof­fer­ta in quan­to tale, non per soli­da­rie­tà col popo­lo inva­so, tan­to che negli stes­si appel­li si pale­sa insof­fe­ren­za ver­so i for­ni­to­ri di armi occi­den­ta­li). Media­zo­na, già il gior­no d’inizio dell’“operazione spe­cia­le” in Ucrai­na, scri­ve che Alsy­nov ave­va defi­ni­to la coscri­zio­ne come un «geno­ci­dio dei Baschi­ri […] non la nostra guer­ra», venen­do per ciò multato. 

Che cosa lega dunque l’autonomismo baschiro alla guerra in Ucraina e perché l’attivista ha parlato di un genocidio?

Dal 2022, la guer­ra con­tro Kyiv ha col­pi­to, per nume­ro sia di coscrit­ti sia di cadu­ti, soprat­tut­to le mino­ran­ze etni­che resi­den­ti ai mar­gi­ni del­la Fede­ra­zio­ne Rus­sa, spe­cial­men­te nell’Est. Inter­vi­sta­ta da PBS nel 2023, la fon­da­tri­ce di Free Rus­sia Foun­da­tion Nata­lia Arno ha mes­so in luce la cor­re­la­zio­ne fra «geno­ci­dio degli Ucrai­ni» ed «etno­ci­dio del­le mino­ran­ze», ter­mi­ni for­se giu­ri­di­ca­men­te enfa­ti­ci ma che evi­den­zia­no come il peso ini­quo del­la leva mili­ta­re abbia allon­ta­na­to par­te del­la popo­la­zio­ne dal­la reto­ri­ca favo­re­vo­le alla guerra.

È acca­du­to nel­la regio­ne sudo­rien­ta­le del­la Buria­zia, abi­ta­ta da una con­si­sten­te mino­ran­za di etnia e lin­gua mon­go­li­ca, che secon­do PBS for­ni­sce 75 vol­te i sol­da­ti coscrit­ti a Mosca. La CBC, testa­ta a par­te­ci­pa­zio­ne sta­ta­le cana­de­se, spe­ci­fi­ca che la Buria­zia è il pri­mo for­ni­to­re di sol­da­ti pro capi­te, men­tre in nume­ro asso­lu­to è secon­da al Dage­stan, repub­bli­ca cau­ca­si­ca a mag­gio­ran­za isla­mi­ca (lì si era veri­fi­ca­to il ten­ta­to pogroanti­se­mi­ta a otto­bre del 2023).

La mobi­li­ta­zio­ne mira­ta del­le mino­ran­ze ha d’altronde un ante­ce­den­te alme­no nei “guer­rie­ri buria­ti di Putin”, in Don­bass dal 2015, secon­do la pre­si­den­te del­la Free Burya­tia Foun­da­tion (che avreb­be aiu­ta­to diver­si diser­to­ri a fug­gi­re in Mon­go­lia e Kaza­ki­stan). Le mino­ran­ze di que­ste regio­ni ven­go­no mag­gior­men­te col­pi­te per­ché con­si­de­ra­te più facil­men­te assol­da­bi­li, date le con­di­zio­ni di vita meno agia­te, ma anche per­ché il loro even­tua­le scon­ten­to risul­ta più gesti­bi­le, lon­ta­no dal­le éli­te di Mosca o San Pie­tro­bur­go, più inte­res­sa­te ai «sol­da­ti dagli occhi blu», per cita­re il poli­to­lo­go Pavel LuzinSui gene­ris la con­di­zio­ne del­la Cece­nia, atti­va­men­te impe­gna­ta in Ucrai­na ma dal ruo­lo soprat­tut­to pro­pa­gan­di­sti­co, ana­liz­za­to in pre­ce­den­za su Vul­ca­no.

Lo stes­so gior­no degli scon­tri a Baj­maq, la con­tro­ver­sa testa­ta sta­ta­le rus­sa TASS ripor­ta­va una dichia­ra­zio­ne di Putin riguar­dan­te una minac­cia al lato oppo­sto del con­ti­nen­te, sul Mar Bal­ti­co: il pre­si­den­te rus­so face­va rife­ri­men­to al prov­ve­di­men­to di “depor­ta­zio­ne” di cir­ca un miglia­io di per­so­ne con cit­ta­di­nan­za rus­sa dal­la Let­to­nia in man­can­za di una cer­ti­fi­ca­zio­ne lin­gui­sti­ca, pre­an­nun­cia­to a fine 2023. Il rap­por­to fra la zona bal­to-polac­ca, l’immigrazione e la Rus­sia è eufe­mi­sti­ca­men­te defi­ni­bi­le un pun­to nevral­gi­co nell’identità valo­ria­le euro­pea. Basti pen­sa­re al river­sa­men­to di migran­ti coor­di­na­to dal­la Bie­lo­rus­sia dal 2021 e alla costru­zio­ne di muri al con­fi­ne di Polo­nia e Let­to­nia negli anni seguenti.

Dunque, globalmente, il clima risulta ancora teso. 

Il 18 gen­na­io il brac­cio euro­peo del­la NATO ha annun­cia­to le più mas­sic­ce eser­ci­ta­zio­ni dai tem­pi del­la Guer­ra Fred­da (pre­ci­sa­men­te dal 1988), le Stea­d­fa­st Defen­der da tener­si a mag­gio anche nel­la zona bal­to-polac­ca (col con­tri­bu­to del­la Sve­zia, a indi­car­ne il pros­si­mo ingres­so nell’alleanza). Poco dopo, l’ammiraglio olan­de­se Bauer, a capo del Comi­ta­to Mili­ta­re NATO, ha invo­ca­to un costan­te «codi­ce ros­so» per «aspet­tar­si l’inaspettato» e il think thank bri­tan­ni­co IISS ha descrit­to una Rus­sia ormai disin­vol­ta nel­le minac­ce nuclea­ri, a fron­te di una per­ce­pi­ta reti­cen­za occi­den­ta­le nel­le even­tua­li rispo­ste militari.

L’am­mi­ra­glio Bauer

Pro­prio fra Polo­nia e Litua­nia si situa infi­ne il Cor­ri­do­io di Suwał­ki, un lem­bo di ter­ra che con­net­te­reb­be la Bie­lo­rus­sia all’exclave rus­sa di Kali­nin­grad, al cen­tro di un ipo­te­ti­co pia­no difen­si­vo del gover­no tede­sco sve­la­to dal tabloid Bild que­sto gen­na­io e ridi­men­sio­na­to a sem­pli­ce sce­na­rio con­get­tu­ra­le. Del resto a dicem­bre 2023 la Ger­ma­nia ha con­cor­da­to con la Litua­nia l’invio di qua­si 5000 sol­da­ti pro­prio vici­no al Cor­ri­do­io di Suwał­ki, che il gover­no tede­sco ha defi­ni­to «fian­co orien­ta­le [del­la NATO] spo­sta­to a Est».

Non è sem­pre faci­le distin­gue­re fra minac­ce rea­li­sti­che (quel­le igno­ra­te pri­ma dell’invasione dell’Ucraina) ed evo­ca­zio­ni apo­ca­lit­ti­che da par­te dei media (cui sia­mo abi­tua­ti nel­la memo­ria recen­te, alme­no dal­la cri­si USA-Iran del 2020). Per moti­vi diver­si risul­ta­no sicu­ra­men­te degne di atten­zio­ne, alla luce del­lo svi­lup­po bel­li­co, la Rus­sia più remo­ta e quel­la più europea.

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Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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