Il voluntourism è problematico?

Il voluntourism è problematico?

Al Jazee­ra lo chia­ma “busi­ness degli orfani”, che è una defi­ni­zio­ne bru­ta­le ma rea­li­sti­ca. Più bona­ria­men­te, il volun­tou­ri­sm è una for­mu­la di turi­smo che con­sen­te ai viag­gia­to­ri di tra­sfor­mar­si in volon­ta­ri per qual­che gior­no, svol­gen­do bene­fi­cen­za nei più diver­si ambi­ti: alcu­ni pro­gram­mi offro­no la pos­si­bi­li­tà di dedi­car­si all’agricoltura, alla costru­zio­ne di scuo­le, alla con­ser­va­zio­ne del­la fau­na mari­na (tra una sur­fa­ta e l’altra). La gran par­te, però, si foca­liz­za su atti­vi­tà di sup­por­to in orfa­no­tro­fi e strut­tu­re che ospi­ta­no mino­ri in con­di­zio­ni svan­tag­gia­te. I par­te­ci­pan­ti non han­no requi­si­ti spe­ci­fi­ci — se non quel­lo di poter paga­re miglia­ia di euro per pren­de­re par­te ai pro­get­ti — e sono spe­cial­men­te gio­va­ni tra i 18 e i 25 anni.

Lo scetticismo verso queste forme di beneficenza è legittimo se si osservano tre elementi: il prezzo di queste pseudo-vacanze, le competenze dei partecipanti, i risultati. 

Le orga­niz­za­zio­ni inter­me­dia­rie ven­do­no pac­chet­ti che inclu­do­no vit­to, allog­gio e “volon­ta­ria­to”. Quest’ultimo ele­men­to, nel cam­po uma­ni­ta­rio spe­cial­men­te, è più vol­te sta­to ogget­to di cri­ti­ci­smi: i volon­ta­ri sono chia­ma­ti ad occu­par­si dell’educazione di bam­bi­ni orfa­ni. La mag­gior par­te di loro, non essen­do inse­gnan­ti né edu­ca­to­ri, si occu­pa di inse­gna­re loro la lin­gua ingle­se e di intrat­te­ner­li. Un pri­mo pro­ble­ma sor­ge con riguar­do alle poco chia­re moda­li­tà con cui ven­go­no devo­lu­ti i fon­di, rac­col­ti con le tas­se di par­te­ci­pa­zio­ne: in qual­che modo le con­di­zio­ni dram­ma­ti­che di par­ten­za non miglio­ra­no mai, nono­stan­te le ingen­ti quan­ti­tà di dena­ro rice­vu­te e il lavo­ro dei volontari.

Que­sta incon­gruen­za è sta­ta più vol­te iden­ti­fi­ca­ta come un buon esca­mo­ta­ge per man­te­ne­re viva l’attrazione di nuo­vi aspi­ran­ti volon­ta­ri e con­sen­ti­re alle socie­tà (stra­nie­re, mai loca­li) di arric­chir­si gra­zie alle entry fees. Le pri­me vit­ti­me sono sta­te i nume­ro­si bam­bi­ni ospi­ta­ti pres­so gli orfa­no­tro­fi con­ven­zio­na­ti a tali orga­niz­za­zio­ni: in Cam­bo­gia, in Nepal e in Ugan­da si sono veri­fi­ca­ti casi di sfrut­ta­men­to e abu­si nei loro con­fron­ti. Il caso cam­bo­gia­no è emble­ma­ti­co: l’80% di loro non era­no nem­me­no orfa­ni, ave­va­no alme­no un geni­to­re: la mag­gior par­te pro­ve­ni­va­no dal­le zone rura­li cir­co­stan­ti la cit­tà ed era­no sta­ti sot­trat­ti alle loro fami­glie con la pro­mes­sa di un’educazione e un futu­ro più soli­do [1].

I cen­tri di acco­glien­za dove sono sta­ti accol­ti si tro­va­no tut­ti, non a caso, nei quar­tie­ri più turi­sti­ci del­le gran­di cit­tà, là dove susci­ta­no più enga­ge­ment e dove il baci­no di poten­zia­li bene­fat­to­ri è più ampio. La situa­zio­ne dei pic­co­li ospi­ti è nebu­lo­sa: sen­za iden­ti­tà, lì per sod­di­sfa­re l’industria del volon­tou­ri­sm ma sen­za trar­ne alcun bene­fi­cio (in meri­to, que­sto docu­men­ta­rio che con­tie­ne anche le testi­mo­nian­ze diret­te di alcu­ne vit­ti­me:. Si sono ritro­va­ti in barac­che mal­mes­se, sen­za mate­ras­si e per­si­no a cie­lo aper­to, mal­nu­tri­ti ed espo­sti a vio­len­ze e sfrut­ta­men­to. Qui si uni­sce un secon­do, enor­me pro­ble­ma: i volon­ta­ri stes­si e i loro ruo­li edu­ca­ti­vi. Per que­ste atti­vi­tà, nei loro sta­ti di pro­ve­nien­za, si richie­do­no com­pe­ten­ze spe­ci­fi­che, stu­di appro­fon­di­ti o per­lo­me­no una esper­ta super­vi­sio­ne, qui (rec­tius: in tut­ti gli sta­ti sot­to­svi­lup­pa­ti dove si svol­go­no i pro­get­ti gen­til­men­te offer­ti dal­le orga­niz­za­zio­ni occi­den­ta­li) pos­so­no diven­ta­re inse­gnan­ti sen­za nem­me­no aver pre­sen­ta­to un cri­mi­nal record.

Que­sto, uni­ta­men­te al ridot­to nume­ro di ore dedi­ca­te allo stu­dio, all’incostanza del­le lezio­ni e all’incompetenza dei volon­ta­ri ren­de inef­fi­ca­ce il per­cor­so sco­la­sti­co. Insom­ma, l’esito di que­ste mis­sio­ni “turi­sti­che” è disa­stro­so. Infi­ne, il con­ti­nuo e rapi­do ricam­bio di per­so­na­le (le vacan­ze impe­gna­te non dura­no più di due set­ti­ma­ne) ha un effet­to nega­ti­vo sul­lo svi­lup­po affet­ti­vo di que­sti bam­bi­ni che non rie­sco­no a costrui­re un rap­por­to signi­fi­ca­ti­vo con i loro educatori. 

Spes­so si pen­sa che per colo­ro che si tro­va­no in con­di­zio­ni svan­tag­gia­te qual­sia­si aiu­to sia un toc­ca­sa­na. Non è così. L’aiuto deve esse­re com­pe­ten­te, altri­men­ti si costrui­sco­no case che crol­la­no, per fare un esem­pio anche poco dram­ma­ti­co. Nes­su­no ne esce arricchito. 

Il rischio è che il volontario abbia la coscienza a posto ma che nel concreto sia stata tutto una farsa. 

Esi­ste un altro rischio, più insi­dio­so: Pip­pa Bidd­le, per l’Huffington Post, ha ricol­le­ga­to a que­sti avve­ni­men­ti il con­cet­to del Whi­te Savior Com­plex: gli occi­den­ta­li che si inca­ri­ca­no di sal­va­re i cit­ta­di­ni dei pae­si in via di svi­lup­po. Tale com­ples­so affon­da le sue radi­ci nel perio­do sto­ri­co del colo­nia­li­smo: com­pa­re per la pri­ma vol­ta nel­la poe­sia di Rudyard Kipling, il far­del­lo bian­co (1899), assun­ta a mani­fe­sto del­la colo­niz­za­zio­ne del mon­do non euro­peo (nasce con rife­ri­men­to al ter­ri­to­rio filip­pi­no ma si esten­de ben pre­sto anche al con­ti­nen­te afri­ca­no). Oggi ha assi­mi­la­to un con­no­ta­to cri­ti­co e sar­ca­sti­co: il bian­co che for­ni­sce aiu­to a per­so­ne non bian­che, in con­te­sti mis­sio­na­ri o uma­ni­ta­ri, spin­to da moti­va­zio­ni egoi­sti­che, esibizionistiche. 

Nell’ambito del volun­tou­ri­sm il feno­me­no del Whi­te saviour è addi­rit­tu­ra raf­for­za­to: i volon­ta­ri pos­so­no agi­re per­si­no quan­do non han­no com­pe­ten­ze spe­ci­fi­che, è suf­fi­cien­te che pre­sti­no il loro pri­vi­le­gio e pos­sa­no gon­go­lar­si del­la loro bon­tà. E que­sta non è una cri­ti­ca scon­si­de­ra­ta: Damian Zane, wri­ter per la BBC Afri­ca, nel suo arti­co­lo sul feno­me­no Bar­bie Savior, riba­di­sce che l’atteggiamento da onni­po­ten­te sal­va­to­re – bian­co – è con­si­de­ra­to offen­si­vo da par­te del­la popo­la­zio­ne afri­ca­na, somi­glian­do tan­to a for­me di moder­na colo­niz­za­zio­ne. E, sem­pre Zane, sug­ge­ri­sce un altro out­put nega­ti­vo di que­sto tipo di volon­ta­ria­to: gene­ra un affi­da­men­to scon­si­de­ra­to negli aiu­ti stra­nie­ri e l’indebolimento dell’economia loca­le — il ruo­lo di pro­fes­sio­ni­sti è sosti­tui­to da volon­ta­ri ine­sper­ti (e a costo zero), ucci­den­do lo svi­lup­po del­le impre­se in loco.

In questo habitat, i volontari, data anche la loro giovane età, sono tenuti ignari di quanto accade veramente e le loro esperienze positive sono magneti per altri aspiranti.

A pro­po­si­to, Vice, un anno fa, ave­va pub­bli­ca­to un’intervista a una di loro, rima­sta in inco­gni­to . Ave­va descrit­to il feno­me­no del volun­tou­ri­sm come uno stru­men­to con cui “you can chan­ge the world and find your­self”. Ma poi, più one­sta­men­te, sta dav­ve­ro bene sul cur­ri­cu­lum, quan­to fa effet­to sul­la let­te­ra moti­va­zio­na­le per l’università? Rac­con­ta­va anche di aver costrui­to strut­tu­re che veni­va­no poi distrut­te nel­la not­te. Così, gli igna­ri volon­ta­ri, avreb­be­ro spe­so due set­ti­ma­ne a sen­tir­si uti­li e cari­ta­te­vo­li, solo per esse­re sosti­tui­ti da altri coe­ta­nei che avreb­be­ro rifat­to la stes­sa cosa, in un loop infi­ni­to. Total­men­te inu­ti­le. Intan­to si è per­so di vista il signi­fi­ca­to con­cre­to dell’attività svol­ta: il volon­ta­ria­to non è eroi­smo né un diver­si­vo, coin­vol­ge le sor­ti di per­so­ne svan­tag­gia­te che dopo due set­ti­ma­ne non tor­ne­ran­no a casa in aero­pla­no, alla real­tà di chi vive nel­la par­te for­tu­na­ta del mon­do. Non può esse­re una vol­ga­re pro­pa­gan­da di pri­vi­le­gio né un busi­ness. E nean­che quan­do le inten­zio­ni sono meri­te­vo­li, se man­ca­no le com­pe­ten­ze, gli esi­ti pos­so­no esse­re nefa­sti. Il volon­ta­ria­to è un fat­to nobi­le e uti­le ma solo quan­do svol­to con rispet­to dei desti­na­ta­ri. Insom­ma, non è suf­fi­cien­te fare del bene, deve esse­re fat­to bene.

Con­di­vi­di:
Giulia Perelli
Vivo di viag­gi, di libri e di espe­rien­ze. Scri­vo di tut­to quel­lo che vedo e sono un moto per­pe­tuo. Sono una stu­den­tes­sa di giu­ri­spru­den­za e di tut­to quel­lo che mi capi­ta di voler impa­ra­re. Sono l’artista meno arti­sta di sem­pre. Nel­la vita devo solo poter rac­con­ta­re, par­la­re e fotografare.

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