Del: 31 Gennaio 2024 Di: Redazione Commenti: 0
Modello nordico, a che punto siamo con il sex work

Il mondo del sex work da sempre si presenta come un grande caleidoscopio inaccessibile, senza che una risposta nitida possa effettivamente palesarsi su come trattare in modo accettabile questo tema delicato o, ancora più in profondità, su come risolvere una problematica pressante e capillare tradottasi nel quesito seguente: è bene legalizzare la prostituzione?

Prima di tutto è necessario constatare come ad oggi le modalità in cui il sex work si estrinseca non sono certamente riconducibili a un’unica manifestazione, come si è già avuto modo di constatare qui su Vulcano; dalla recentissima piattaforma virtuale Onlyfans fino ai noti siti pornografici che contano milioni di visualizzazioni giornaliere (e d’altronde, fino ad approdare anche agli angoli delle strade o all’interno di apposite strutture organizzate), il “mestiere più antico del mondo” si evolve, si emancipa e aggressivamente demolisce i centenari pregiudizi e stereotipi di cui da tempo immemore è imbevuto.

Tuttavia, un grande punto interrogativo irrimediabilmente persiste all’interno di questo sfaccettato panorama: come regolamentare il sex work (qualora si intenda farlo), e come assicurare tutele più garantiste nei confronti degli stessi lavoratori? La domanda, ancora oggi, non ha pronta soluzione.

L’atteggiamento più diffuso nei confronti del mondo della prostituzione, intesa come professione volta a offrire prestazioni sessuali in cambio di denaro, è nella maggior parte dei casi di ipocrita indifferenza, o al contrario, di critica sterile e bigotta.

Nonostante ciò, ci sono paesi che hanno inteso sdoganare il sex work facendo di quest’ultimo un’attività pienamente in regola, ponendo dunque lo Stato al vertice di una catena commerciale che coinvolge i lavoratori e le lavoratrici del settore: gli esempi più conosciuti sono da ascriversi alla legalizzazione ottenuta in Germania (inizialmente nel 2002, poi attraverso un’emendazione della normativa nel 2017), e nei Paesi Bassi (nel 2000), dove i sex workers godono di uno statuto pienamente riconosciuto dalle istituzioni.

Emerge poi un ulteriore modello, che negli ultimi anni ha riscosso un successo non indifferente all’interno del sistema europeo, il quale si pone però in netta contrapposizione con la spinta liberale tedesca e olandese: si tratta del Modello cosiddetto Nordico, la cui adozione, infatti, è frutto di proposte messe in atto dagli stati più settentrionali dell’Europa, nel solco di un’iniziativa inaugurata dalla Svezia nel 1999.

Il Modello Nordico (o Modello Abolizionista, Svedese o Egualitario) si prefigge lo scopo di criminalizzare totalmente l’atto del comprare il sesso, stigmatizzando i comportamenti contrari a tale principio e spianando la strada per la realizzazione di politiche di reinserimento e aiuto sociale nei confronti dei sex workers.

Il perno fondamentale su cui il Modello Nordico fa leva è la situazione di degrado ed estremo pericolo in cui versa chi si prostituisce; alla luce del fatto che la maggior parte dei soggetti coinvolti nel mondo del sex work è costituita da donne e bambini, siffatta preoccupazione diventa ancora più pregnante.

Ora, è pur vero che una totale criminalizzazione della prostituzione non è attuabile, soprattutto attraverso lo strumento della legge; ciò che gli attivisti del Modello Abolizionista enfatizzano è come si tratti di una questione eminentemente comportamentale, radicata quindi nel substrato culturale della società globale, la quale da sempre vede la professione della prostituta come un veicolo semplice per ottenere il controllo sul corpo (nella quasi totalità dei casi) delle donne,

e soprattutto, come una naturale esternazione della grande cupola del patriarcato, i cui rami si dipanano anche e soprattutto nella direzione dello sfruttamento sessuale.

«Non vediamo la prostituzione né come lavoro né tantomeno come una delle forme del rapporto sessuale, bensì come un’oppressione costruita sull’identità di genere, sulla provenienza etnica, sulla classe sociale e sull’età» cita il corto realizzato nel 2021 da Ygerne Price-Davies, una delle facce del movimento Nordic Model Now!

La prostituzione viene quindi agganciata a fattori sociali prima che economici, lasciando al di fuori della questione della regolamentazione eventuali riconoscimenti, anche di natura sindacale, che potrebbero potenzialmente migliorare la condizione di chi vende regolarmente il proprio corpo in cambio di denaro (proposte avanzate dal filone oppositore, gli attivisti pro-sex work).

La prostituzione non può e non potrà mai essere un lavoro per chi milita sul fronte del modello nordico; tale affermazione è ricavabile sfatando due grandi miti tuttora esistenti sul sex work: la prostituzione costituisce una libera scelta di chi vi è coinvolto; non c’è correlazione fra prostituzione e perpetrazione di crimini nei confronti degli esseri umani.

Libera scelta è indubbiamente un concetto dai caratteri nebulosi, e tuttavia non sconvolge sapere come la quasi totalità delle prostitute (è bene sottolineare come l’utilizzo del femminile si ricollega alla netta preponderanza di donne e ragazze all’interno dell’industria, comprese le donne transgender), pratichi tale professione a seguito di abusi subiti durante l’infanzia, povertà, circostanze sfortunate verificatesi durante la vita, adescamento da parte di figure adulte, coercizione oppure ancora a seguito di un tradimento (consistente nella vendita ai “papponi”) da parte di persone care o conosciute.

In particolare, la coercizione affonda le proprie radici in un ulteriore e ben distinto fenomeno: il traffico di esseri umani.

Uno dei primi report forniti dalle Nazioni Unite su tale crimine stima come, in base a dati raccolti in più di 155 paesi, la forma più comune relativa al traffico di esseri umani corrisponda allo sfruttamento sessuale (circa il 79% delle persone trafficate finisce per vedere il proprio corpo venduto a sconosciuti).

Dall’anno 2009 i numeri non sono, sfortunatamente, mai diminuiti, se non in percentuali infime, e il traffico di esseri umani continua a posizionarsi al secondo posto nel ranking dei crimini internazionali maggiormente commessi. Se dunque la prostituzione non può dirsi, almeno nella maggior parte dei casi, una libera autodeterminazione della donna nella propria sfera sessuale (tesi avallata dal fatto che la coercizione resta il modo più prolifico di raccogliere lavoratrici), è evidente come il movimento abolizionista cerchi di incentivare i governi ad adottare massicce campagne di sensibilizzazione contro l’acquisto del sesso come merce.

Il cambiamento non potrà infatti essere innescato da una radicale modificazione della normativa isolatamente considerata, come si è detto, ma dovrà presupporre un disincentivo, non solo a livello penalistico, ma anche relazionale, nei confronti di chi trae beneficio dalla prostituzione.

Nelle parole di Cecilie Høigår, pioniera del movimento e ricercatrice svedese, l’affermarsi del modello nordico dovrà avvenire attraverso la criminalizzazione della compravendita di sesso in tutte le sue forme, dai compratori ai “papponi” fino a chi effettivamente “procura” le ragazze, servendosi di un coordinamento articolato all’interno del sistema giudiziario e di polizia e assicurandosi al tempo stesso che la normativa venga applicata uniformemente in tutto il territorio (per evitare che gli sfruttatori trovino altre aree fertili in cui ricominciare l’attività); infine, sarà necessario che l’istruzione, non solo scolastica, recepisca appieno la riforma, esponendo in modo onesto le conseguenze negative che derivano dal sex work.

E per quella percentuale di donne, anche minima, che intende comunque fare della prostituzione il proprio lavoro?

Høigår sostiene, come si è detto, che l’intento è quello di criminalizzare i comportamenti e non le persone; di conseguenza, è bene che il sistema della prostituzione venga retto da finanziamenti vincolati, i quali provvedano a fornire, fra le altre cose, anche supporto psicologico a lungo termine, consulenze legali, cura dei bambini e alloggi predestinati.

Il cambiamento utopico di un mondo senza prostituzione, insomma, è impossibile per gli attivisti abolizionisti: si cerca però di arrivare a risultati sempre più tangibili, scoraggiando la compravendita di sesso e fissando al contempo tariffe molto alte, di modo che le sex workers possano avere a che fare con meno clienti possibili.

Ed è proprio questo il punto di sostanziale differenza rispetto al modello liberista di sex work: un meccanismo che diventa gradualmente sempre più proibitivo per chi decide di usufruire dei lavoratori del sesso si discosta nettamente da una concezione di piena legalizzazione, in cui i vincoli statali si allentano lasciando spazio alla libera iniziativa di chi fa della prostituzione la propria fonte di profitto.

D’altronde non bisogna dimenticare come il Modello Svedese sia carico di un forte stigma sociale nonostante la paventata criminalizzazione dei comportamenti e non delle persone, elemento che certamente non si rinviene nel modello liberista, nel quale l’esaltazione del sesso come mezzo di sostentamento per la persona e di libera esplicazione della propria autonomia non va a incrinare l’immagine dei compratori.

Il problema giace nella profonda disumanizzazione di cui le sex workers fanno esperienza durante l’atto,

fattore che non può essere ignorato alla luce delle frequenti testimonianze che vengono raccolte non solo dalle stesse ragazze, bensì anche dai compratori, i quali più volte nelle proprie “recensioni” (pubblicate in appositi forum) si lamentano costantemente dell’inerzia e della passività di queste ultime, quasi non volessero trovarsi lì in quel dato momento.

È possibile trovare queste recensioni anche nelle campagne di sensibilizzazione abolizioniste che inneggiano al modello nordico, in particolare all’interno della pagina di attiviste tedesche Die Unsichtbaren Männer, che da diversi anni raccoglie le testimonianze dei compratori di sesso in paesi dove la prostituzione è legale.

Qual è il bilancio finale? Il Modello Nordico, nonostante i vantaggi, non viene visto di buon occhio dai sex workers: il sentimento prevalente è di preoccupazione verso un’ulteriore ed ennesima stigmatizzazione delle vittime, soprattutto se costrette a prostituirsi, e un potenziale incentivo a una chiusura totale della possibilità di perseguire i trafficanti di esseri umani e i capi del racket qualora l’abolizionismo prendesse effettivamente piede.

La richiesta di maggiori tutele, già avanzata durante il picco pandemico nel 2020, e di progressiva decriminalizzazione della prostituzione, continua a essere l’istanza più pressante, accompagnata da richieste di garanzie quali la giustizia e l’assistenza sanitaria che consentirebbero agli interessati di esercitare un più ampio novero di diritti fondamentali.

Da ultimo è bene precisare come il dibattito si sia ulteriormente vivacizzato nelle competenti sedi di rappresentanza a seguito del passaggio di una Risoluzione del Parlamento europeo nel mese di agosto 2023, la quale ha inteso porsi come obiettivo principale la riduzione della domanda attraverso sanzioni che colpiscono siti e clienti che la promuovono e cercando al tempo stesso di garantire concretamente prerogative fondamentali ai sex workers.

La Risoluzione dichiara esplicitamente come tale corollario di garanzie non debba aprire la strada a una potenziale legalizzazione:

anzi, ammonisce indirettamente gli Stati che hanno optato per questa via e si rivolge ai membri dell’Unione nell’ottica di assicurare maggiori controlli allo scopo di frenare la diffusione di tale pratica, soprattutto per evitare l’escalation di violenze di cui le sex workers sono spesso vittime anche nei sistemi legalizzati, andando a colpire, in particolare, siti web che offrono prestazioni di escort e il fenomeno dei cosiddetti sugar daddies, nella consapevolezza degli immensi danni che le giovani ragazze subiscono.

Insomma, l’obiettivo è quello di diminuire la domanda pur rispettando la scelta di chi intende dedicarsi a questa professione (fermo restando, come statuisce la Risoluzione, che la percentuale di chi sceglie è bassissima rispetto a chi scelta non ne ha).

Viene rimarcata in parallelo l’esigenza di attuare “politiche efficaci contro la povertà, un miglioramento della protezione sociale, la riduzione dell’abbandono scolastico, la promozione dell’istruzione e l’istituzione di politiche inclusive che sostengano l’emancipazione delle donne e l’indipendenza economica, insieme a misure che condannano coloro che le sfruttano”.

La Risoluzione ha diviso a metà le aule parlamentari, con il voto a favore della maggioranza di centrodestra (formata dal Partito Popolare Europeo e dai Socialisti e Democratici), mentre l’astensione e il voto contrario ha visto schierarsi buona parte dei gruppi di sinistra, compresi i Verdi.

A discapito, dunque, dell’esaltazione del modello nordico, a oggi pienamente operativo in Svezia, Norvegia, Spagna, Francia, Islanda e Irlanda del Nord, permangono profonde divisioni sul tema, accentuate anche dal fatto che ulteriori dilazioni dal punto di vista temporale contribuiscono a favorire ancora di più i trafficanti e soffocano qualsiasi aspettativa di riconoscimento da parte di chi quotidianamente è dedito al sex work.

Articolo di Vittoria Menga

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