Stacy, il nuovo graphic novel di Gipi: uno schiaffo in faccia al lettore

Stacy, il nuovo graphic novel del fumettista "Gipi" Pacinotti

Apri­le 2021. Il fumet­ti­sta Gian­ni “Gipi” Paci­not­ti pub­bli­ca sul suo pro­fi­lo Insta­gram una bre­ve sto­ria di nove vignet­te dal tito­lo emble­ma­ti­co: Il Com­mis­sa­rio Moder­no in “Final­men­te un caso sem­pli­ce”. Il com­mis­sa­rio del tito­lo è un per­so­nag­gio di “lar­ghe vedu­te”: di fron­te alla denun­cia di Mari­sa, che dice di esse­re sta­ta aggre­di­ta da Andrea, è asso­lu­ta­men­te con­vin­to che la don­na non stia men­ten­do, pro­prio per­ché si trat­ta di una don­na (è la sua paro­la con­tro quel­la di un uomo cer­ta­men­te miso­gi­no e violento).

La que­stio­ne sareb­be risol­ta se non fos­se che, come si sco­pre nel­la penul­ti­ma vignet­ta, anche Andrea è una don­na; il ragio­na­men­to di cui sopra non pog­gia più su una cer­tez­za basi­la­re e tut­to vie­ne rimes­so in discus­sio­ne, con gran­de disap­pun­to del com­mis­sa­rio che nel­l’ul­ti­mo riqua­dro rima­ne a boc­ca aper­ta, inca­pa­ce di dare ragio­ne all’u­na o all’al­tra par­te in causa.

Pub­bli­ca­ta la stri­scia sul social net­work, in poche ore la bache­ca di Gipi si riem­pie di com­men­ti, posi­ti­vi e nega­ti­vi (ma soprat­tut­to nega­ti­vi, e alcu­ni anche piut­to­sto pesan­ti), e nel giro di una mez­za gior­na­ta il fumet­ti­sta diven­ta il ber­sa­glio di una shi­tstorm che eson­da nel resto del web. 

Gipi, al di là dell’asprezza dei toni, viene variamente accusato di svilire due questioni complesse e, mai come in questo momento storico, sentite: la violenza sulle donne e il peso della loro voce nella società civile.

Otto­bre 2023. Coco­ni­no Press pub­bli­ca Sta­cy, il nuo­vo gra­phic novel di Gipi. È la sto­ria di Gian­ni, uno sce­neg­gia­to­re tele­vi­si­vo all’a­pi­ce del­la car­rie­ra, che duran­te un’in­ter­vi­sta si lascia sfug­gi­re una dichia­ra­zio­ne a dir poco leta­le: la not­te pri­ma ha sogna­to di nar­co­tiz­za­re e rapi­re una ragaz­za alla fer­ma­ta dell’autobus.

Espo­sto all’i­ne­vi­ta­bi­le lin­ciag­gio media­ti­co, Gian­ni vie­ne allon­ta­na­to dai col­le­ghi, arre­tra nel­le gerar­chie del team di lavo­ro e spro­fon­da in una cri­si esi­sten­zia­le, cer­can­do di capi­re dove ha sba­glia­to e per­ché. Nel­le sue ana­li­si acqui­sta rile­van­za e cor­po­rei­tà sem­pre mag­gio­ri la don­na del sogno, una pre­sen­za osses­si­va e fan­ta­sma­ti­ca a cui Gian­ni dà un nome (Sta­cy) e che, se da un lato subi­sce, dal­l’al­tro cer­ca di rimuo­ve­re con l’a­iu­to del pro­prio demo­ne interiore.

Il libro dispie­ga nel giro di poche pagi­ne tut­ti i suoi inter­ro­ga­ti­vi di fon­do: come si meta­bo­liz­za un hara­ki­ri comu­ni­ca­ti­vo di que­ste dimen­sio­ni? Che cosa dif­fe­ren­zia gli attac­chi ad per­so­nam sui social dai vol­ta­fac­cia di ami­ci, col­le­ghi e dato­ri di lavo­ro? La gogna e il discre­di­to sono il giu­sto prez­zo da paga­re per uno sci­vo­lo­ne in un’intervista?

Gipi parte dalla propria esperienza per sublimarla, si mette in discussione sviluppando una storia che si nutre di dubbi e che evita giudizi trancianti in un senso o nell’altro. 

Esem­pla­re è la scel­ta di con­cen­trar­si soprat­tut­to sul­l’after­math del­le dichia­ra­zio­ni di Gian­ni, sul­lo sco­per­chia­men­to del vaso di Pan­do­ra, sen­za inda­ga­re espli­ci­ta­men­te le cau­se del sogno, per­ché (come risul­ta evi­den­te dal­le sfer­za­te sati­ri­che con cui Gipi trat­teg­gia il «bel mon­do» da cui il suo alter-ego è sta­to esclu­so), il “mostro” sta in cia­scu­no di noi, tan­to nel­le paro­le di chi mani­fe­sta i segna­li di un pro­ble­ma inte­rio­re, quan­to nel­l’oc­chio di chi giu­di­ca e impri­me lo stigma.

Mes­sa da par­te l’i­ro­nia para­dos­sa­le un po’ sbri­ga­ti­va e facil­men­te frain­ten­di­bi­le che carat­te­riz­za­va la sto­riel­la del Com­mis­sa­rio moder­no, Gipi (il Gian­ni-auto­re) dà con­to del­la spi­no­si­tà del­la vicen­da che ne è deri­va­ta, tra­sfe­ren­do­la a livel­lo del­la sto­ria (il Gian­ni-per­so­nag­gio) sen­za ricor­re­re ad alcu­na ste­ri­le pro­vo­ca­zio­ne, nel ten­ta­ti­vo, esi­bi­to e sof­fer­to, di com­pren­de­re qual­co­sa di nuo­vo su se stes­so (il Gian­ni-per­so­na).

La cri­ti­ca, la rab­bia mon­tan­te con­tro le ipo­cri­sie di un mon­do che rea­gi­sce com­pat­to in una mozio­ne di sfi­du­cia cora­le, si fa auto­cri­ti­ca nel momen­to in cui Gian­ni capi­sce che una par­te di sé è anco­ra attrat­ta da quel mon­do, da quel­le dina­mi­che che lo han­no con­sa­cra­to con la stes­sa rapi­di­tà con cui ora lo ripudiano.

Ritor­na dun­que in manie­ra espli­ci­ta uno dei temi cari all’au­to­re pisa­no: l’asfis­sian­te rap­por­to di dipen­den­za emo­ti­va con l’Al­tro, pun­to di rife­ri­men­to impre­scin­di­bi­le sem­pre e comun­que, qua­le che sia la sua natu­ra. Solo che nel caso di Sta­cy non si trat­ta di un sin­go­lo – com’e­ra per i due pro­ta­go­ni­sti di La ter­ra dei figli o per i vari alter-ego di Gipi di mol­ti altri suoi lavo­ri – ma di un’in­te­ra bolla.

Qui, inol­tre, a fare le spe­se di que­sto pro­ces­so di autoa­na­li­si non c’è sol­tan­to l’au­to­re ma anche il suo “let­to­re model­lo”. A pri­ma vista Sta­cy non si disco­sta trop­po dal “dise­gna­re male” tipi­co di Gipi, cifra sti­li­sti­ca che carat­te­riz­za suoi fumet­ti in par­te simi­li nel mesco­la­re fin­zio­ne e real­tà ricor­dan­do per ana­lo­gia le pagi­ne di un dia­rio o un memo­ria­le, come cer­ti momen­ti di Una sto­ria o, appun­to, La mia vita dise­gna­ta male.

Ma se in quei libri il tratto spoglio e nervoso era funzionale, tra le altre cose, a creare un legame di empatia con chi leggeva, qui accade il contrario.

Per­fet­ta­men­te padro­ne dei pro­pri mez­zi reto­ri­ci, Gipi alter­na pagi­ne fit­te di testo a tavo­le dal­la gab­bia oppri­men­te, pri­va­te del­lo spa­zio bian­co tra le vignet­te che ser­vi­reb­be a dar loro respi­ro. A un ince­de­re scan­di­to da soli­tu­di­ne, aci­di­tà e catar­ti­ci rant al vetrio­lo cor­ri­spon­de quin­di una mes­sa in pagi­na che costrin­ge il let­to­re a fare fati­ca, ad allon­ta­nar­si dal­la pro­pria posi­zio­ne di comfort.

Ecco allo­ra che l’or­di­gno che il pro­ta­go­ni­sta si ripro­met­te di far esplo­de­re negli uffi­ci del­la tv per cui lavo­ra (emit­ten­te che non si fa scru­po­li a infar­ci­re di mes­sag­gi edi­fi­can­ti e discor­so­ni reto­ri­ci anche le serie tele­vi­si­ve più bece­re, pur di fare noti­zia) dice del ten­ta­ti­vo di scuo­te­re il frui­to­re stes­so, di spin­ger­lo a riap­pro­priar­si di una coscien­za che le gran­di indu­strie del­l’en­ter­tain­ment (Net­flix, più vol­te cita­ta) han­no anni­chi­li­to, ridu­cen­do il gros­so dei tito­li di col­la­ne e palin­se­sti a un’u­ni­ca tipo­lo­gia di prodotto.

Rileg­gen­do a suo modo il feno­me­no del­la can­cel cul­tu­re e del poli­ti­ca­men­te cor­ret­to, insom­ma, il Gipi di Sta­cy sem­bra ribal­ta­re il noio­so ada­gio secon­do cui “non si può più dire nien­te”, denun­cian­do che in fon­do oggi più che mai, nel dibat­ti­to pub­bli­co come nei pro­dot­ti cul­tu­ra­li, si dice pure trop­po.

Arti­co­lo di Ema­nue­le Ros­si Ragno

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