Del: 22 Gennaio 2024 Di: Redazione Commenti: 0
Stacy, il nuovo graphic novel del fumettista "Gipi" Pacinotti

Aprile 2021. Il fumettista Gianni “Gipi” Pacinotti pubblica sul suo profilo Instagram una breve storia di nove vignette dal titolo emblematico: Il Commissario Moderno in “Finalmente un caso semplice”. Il commissario del titolo è un personaggio di “larghe vedute”: di fronte alla denuncia di Marisa, che dice di essere stata aggredita da Andrea, è assolutamente convinto che la donna non stia mentendo, proprio perché si tratta di una donna (è la sua parola contro quella di un uomo certamente misogino e violento).

La questione sarebbe risolta se non fosse che, come si scopre nella penultima vignetta, anche Andrea è una donna; il ragionamento di cui sopra non poggia più su una certezza basilare e tutto viene rimesso in discussione, con grande disappunto del commissario che nell’ultimo riquadro rimane a bocca aperta, incapace di dare ragione all’una o all’altra parte in causa.

Pubblicata la striscia sul social network, in poche ore la bacheca di Gipi si riempie di commenti, positivi e negativi (ma soprattutto negativi, e alcuni anche piuttosto pesanti), e nel giro di una mezza giornata il fumettista diventa il bersaglio di una shitstorm che esonda nel resto del web.

Gipi, al di là dell’asprezza dei toni, viene variamente accusato di svilire due questioni complesse e, mai come in questo momento storico, sentite: la violenza sulle donne e il peso della loro voce nella società civile.

Ottobre 2023. Coconino Press pubblica Stacy, il nuovo graphic novel di Gipi. È la storia di Gianni, uno sceneggiatore televisivo all’apice della carriera, che durante un’intervista si lascia sfuggire una dichiarazione a dir poco letale: la notte prima ha sognato di narcotizzare e rapire una ragazza alla fermata dell’autobus.

Esposto all’inevitabile linciaggio mediatico, Gianni viene allontanato dai colleghi, arretra nelle gerarchie del team di lavoro e sprofonda in una crisi esistenziale, cercando di capire dove ha sbagliato e perché. Nelle sue analisi acquista rilevanza e corporeità sempre maggiori la donna del sogno, una presenza ossessiva e fantasmatica a cui Gianni dà un nome (Stacy) e che, se da un lato subisce, dall’altro cerca di rimuovere con l’aiuto del proprio demone interiore.

Il libro dispiega nel giro di poche pagine tutti i suoi interrogativi di fondo: come si metabolizza un harakiri comunicativo di queste dimensioni? Che cosa differenzia gli attacchi ad personam sui social dai voltafaccia di amici, colleghi e datori di lavoro? La gogna e il discredito sono il giusto prezzo da pagare per uno scivolone in un’intervista?

Gipi parte dalla propria esperienza per sublimarla, si mette in discussione sviluppando una storia che si nutre di dubbi e che evita giudizi trancianti in un senso o nell’altro.

Esemplare è la scelta di concentrarsi soprattutto sull’aftermath delle dichiarazioni di Gianni, sullo scoperchiamento del vaso di Pandora, senza indagare esplicitamente le cause del sogno, perché (come risulta evidente dalle sferzate satiriche con cui Gipi tratteggia il «bel mondo» da cui il suo alter-ego è stato escluso), il “mostro” sta in ciascuno di noi, tanto nelle parole di chi manifesta i segnali di un problema interiore, quanto nell’occhio di chi giudica e imprime lo stigma.

Messa da parte l’ironia paradossale un po’ sbrigativa e facilmente fraintendibile che caratterizzava la storiella del Commissario moderno, Gipi (il Gianni-autore) dà conto della spinosità della vicenda che ne è derivata, trasferendola a livello della storia (il Gianni-personaggio) senza ricorrere ad alcuna sterile provocazione, nel tentativo, esibito e sofferto, di comprendere qualcosa di nuovo su se stesso (il Gianni-persona).

La critica, la rabbia montante contro le ipocrisie di un mondo che reagisce compatto in una mozione di sfiducia corale, si fa autocritica nel momento in cui Gianni capisce che una parte di sé è ancora attratta da quel mondo, da quelle dinamiche che lo hanno consacrato con la stessa rapidità con cui ora lo ripudiano.

Ritorna dunque in maniera esplicita uno dei temi cari all’autore pisano: l’asfissiante rapporto di dipendenza emotiva con l’Altro, punto di riferimento imprescindibile sempre e comunque, quale che sia la sua natura. Solo che nel caso di Stacy non si tratta di un singolo – com’era per i due protagonisti di La terra dei figli o per i vari alter-ego di Gipi di molti altri suoi lavori – ma di un’intera bolla.

Qui, inoltre, a fare le spese di questo processo di autoanalisi non c’è soltanto l’autore ma anche il suo “lettore modello”. A prima vista Stacy non si discosta troppo dal “disegnare male” tipico di Gipi, cifra stilistica che caratterizza suoi fumetti in parte simili nel mescolare finzione e realtà ricordando per analogia le pagine di un diario o un memoriale, come certi momenti di Una storia o, appunto, La mia vita disegnata male.

Ma se in quei libri il tratto spoglio e nervoso era funzionale, tra le altre cose, a creare un legame di empatia con chi leggeva, qui accade il contrario.

Perfettamente padrone dei propri mezzi retorici, Gipi alterna pagine fitte di testo a tavole dalla gabbia opprimente, private dello spazio bianco tra le vignette che servirebbe a dar loro respiro. A un incedere scandito da solitudine, acidità e catartici rant al vetriolo corrisponde quindi una messa in pagina che costringe il lettore a fare fatica, ad allontanarsi dalla propria posizione di comfort.

Ecco allora che l’ordigno che il protagonista si ripromette di far esplodere negli uffici della tv per cui lavora (emittente che non si fa scrupoli a infarcire di messaggi edificanti e discorsoni retorici anche le serie televisive più becere, pur di fare notizia) dice del tentativo di scuotere il fruitore stesso, di spingerlo a riappropriarsi di una coscienza che le grandi industrie dell’entertainment (Netflix, più volte citata) hanno annichilito, riducendo il grosso dei titoli di collane e palinsesti a un’unica tipologia di prodotto.

Rileggendo a suo modo il fenomeno della cancel culture e del politicamente corretto, insomma, il Gipi di Stacy sembra ribaltare il noioso adagio secondo cui “non si può più dire niente”, denunciando che in fondo oggi più che mai, nel dibattito pubblico come nei prodotti culturali, si dice pure troppo.

Articolo di Emanuele Rossi Ragno

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