2024, watch out! Chi e cosa dovremmo tenere d’occhio

2024, watch out! Chi e cosa dovremmo tenere d’occhio

L’abbiamo impa­ra­to con il 2020, ini­zia­to come ogni altro anno e, nel giro di due mesi, asse­dia­to da una pan­de­mia sen­za pre­ce­den­ti nel­la sto­ria con­tem­po­ra­nea: parec­chie cose sono impre­ve­di­bi­li e, per usa­re una fra­se ormai entra­ta nel ger­go, non sia­mo in gra­do di «veder­le arri­va­re»

Pos­sia­mo però cer­ca­re di tene­re gli occhi aper­ti e man­te­ne­re quan­to più pos­si­bi­le alto il livel­lo di atten­zio­ne: e allo­ra ini­zia­mo que­sto 2024 pas­san­do in ras­se­gna alme­no alcu­ni dei luo­ghi e dei per­so­nag­gi che potreb­be­ro sor­pren­der­ci nei pros­si­mi mesi. 


L’Iran di Jina Amini

Era il set­tem­bre 2022: Jina Ami­ni, 22enne di ori­gi­ne cur­de, veni­va arre­sta­ta dal­la poli­zia mora­le ira­nia­na per non aver indos­sa­to «cor­ret­ta­men­te» il velo. Il 16 set­tem­bre Jina mori­va in con­se­guen­za del pestag­gio subito.

L’ennesima vita schiac­cia­ta. 
È sta­to que­sto a ria­ni­ma­re la socie­tà civi­le ira­nia­na, a spin­ger­la a sol­le­var­si con­tro la Repub­bli­ca teo­cra­ti­ca che gover­na da più di 40 anni, da quan­do cioè, nel 1979, il cor­rot­to scià Reza Pahla­vi fu spo­de­sta­to e l’ayatollah Kho­mei­ni pre­se il pote­re: il viso di Jina Ami­ni, quel ciuf­fo di capel­li che l’ha con­dan­na­ta, sono sta­ti il fiam­mi­fe­ro che ha riac­ce­so un incen­dio mai dav­ve­ro sopi­to

Da allora e per tutto il 2023 le manifestazioni hanno attraversato il Paese, animate da ragazzi e ragazze, giovani e meno giovani, generazioni unite in rivendicazione dei diritti di tutti, di un futuro diverso: 

a rac­co­glie­re le loro voci e il loro sogni la can­zo­ne Baraye, com­po­sta dal musi­ci­sta Sher­vin Haji­pour, diven­ta­ta un inno di liber­tà dall’eco internazionale. 

Nono­stan­te le ucci­sio­ni, le vio­len­ze e gli abu­si ses­sua­li, nono­stan­te i mani­fe­stan­ti sia­no sta­ti pre­si di mira agli occhi e ai geni­ta­li, per cau­sa­re loro quan­to più dolo­re pos­si­bi­le e per “mar­chiar­li”, ren­der­li rico­no­sci­bi­li come ribel­li, «nemi­ci di dio». 

Nono­stan­te le incar­ce­ra­zio­ni – tra cui quel­le del­le gior­na­li­ste Ela­heh Moham­ma­di e Niloo­far Hame­di, che per pri­me rac­con­ta­ro­no del caso Ami­ni –, nono­stan­te le con­dan­ne a mor­tegli avve­le­na­men­ti di miglia­ia di studentesse. 

Dal car­ce­re con­ti­nua ad alza­re la voce anche Nar­ges Moham­ma­di, atti­vi­sta per i dirit­ti uma­ni e del­le don­ne, pre­mia­ta quest’anno con il Nobel per la Pace: Moham­ma­di non ha potu­to riti­rar­lo di per­so­na, così come Jina Ami­ni non ha potu­to riti­ra­re il Pre­mio Sakha­rov per la Liber­tà di Pensiero.

Non dovrem­mo, nel 2024 e mai più, vol­ta­re lo sguar­do: in Iran qual­co­sa è cam­bia­to per sem­pre, un capi­to­lo si è chiu­so. Resta da capi­re quan­do potrà ini­ziar­ne uno nuovo.

Gli USA di… Donald Trump?

Il 2024 sarà l’anno del­le pre­si­den­zia­li sta­tu­ni­ten­si, una tor­na­ta elet­to­ra­le che – con­si­de­ra­to il peso cru­cia­le degli USA – sarà deci­si­va per il mon­do intero. 

Nono­stan­te le mol­te­pli­ci inchie­ste e incri­mi­na­zio­ni con­tro Donald Trump e nono­stan­te il New Yor­ker ne abbia denun­cia­to la «reto­ri­ca fasci­sta», pro­spet­tan­do la pos­si­bi­li­tà che un suo ritor­no alla Casa Bian­ca avvii negli USA un’inedita fase di auto­ri­ta­ri­smo, i son­dag­gi con­ti­nua­no a dar­lo come favo­ri­to. Il popu­li­smo sem­bra dun­que ricon­fer­mar­si come la car­ta vin­cen­te e i cit­ta­di­ni sta­tu­ni­ten­si potreb­be­ro a bre­ve dar­ci pro­va di quan­to la memo­ria uma­na sia corta. 

Fino­ra Trump si è d’altro can­to sot­trat­to a qua­lun­que con­fron­to con gli altri can­di­da­ti repub­bli­ca­ni: men­tre sem­bra ormai decli­na­ta defi­ni­ti­va­men­te la figu­ra di Ron DeSan­tis, il timo­re nutri­to nei con­fron­ti del­lo stes­so Trump ha fat­to con­ver­ge­re i suoi nemi­ci intor­no all’unica can­di­da­ta don­na, Nik­ki Haley, che sta rac­co­glien­do con­si­sten­ti finan­zia­men­ti (tra cui quel­li del magna­te Char­les Koch). 

Per il momen­to sem­bra inve­ce usci­to dai radar media­ti­ci Vivek Rama­swa­my, che ave­va fat­to par­la­re di sé in occa­sio­ne dei dibat­ti­ti per le pri­ma­rie repubblicane. 

Un ten­ta­ti­vo di fre­na­re l’avanzata di Trump si è avu­to a fine dicem­bre in Colo­ra­do e Mai­ne, dove l’ex Pre­si­den­te è sta­to esclu­so dal­la cor­sa alle pre­si­den­zia­li facen­do leva sul 14esimo emen­da­men­to alla Costi­tu­zio­ne: a pren­de­re la deci­sio­ne defi­ni­ti­va sarà però la Cor­te Supre­ma Fede­ra­le e la par­ti­ta appa­re dun­que tutt’altro che chiusa. 

La resistenza ucraina e la Russia verso le elezioni presidenziali

Anco­ra non sap­pia­mo qua­li risvol­ti potrà assu­me­re il con­flit­to rus­so-ucrai­no ma il 2024 si pro­fi­la come un anno cru­cia­le: già qua­si due anni sono pas­sa­ti dall’inizio dell’invasione rus­sa, avvia­ta il 24 feb­bra­io 2022, e Sta­ti Uni­ti e Unio­ne Euro­pea non sem­bra­no più così sal­di nel­la loro deci­sio­ne di con­ti­nua­re a sup­por­ta­re Kiev indefinitamente. 

Nono­stan­te l’amministrazione Biden abbia annun­cia­to nuo­vi aiu­ti mili­ta­ri desti­na­ti all’Ucraina, per un valo­re com­ples­si­vo di 250 milio­ni di dol­la­ri, si trat­ta dell’ultimo finan­zia­men­to ero­ga­bi­le: il dibat­ti­to inter­no al Con­gres­so per rag­giun­ge­re un accor­do sul­lo sbloc­co di ulte­rio­ri 60 miliar­di di dol­la­ri appa­re infat­ti ad un pun­to mor­to per via del­le resi­sten­ze oppo­ste da nume­ro­si repub­bli­ca­ni, inten­zio­na­ti ad otte­ne­re in cam­bio l’introduzione di misu­re restrit­ti­ve con­tro l’immigrazione e per la dife­sa dei confini. 

Lo scor­so 14 dicem­bre, lo stan­zia­men­to da par­te dell’UE di 40 miliar­di di euro di aiu­ti per l’Ucraina – 33 miliar­di in for­ma di pre­sti­to e 17 miliar­di in for­ma di dona­zio­ne – è sta­to bloc­ca­to dal veto del Pre­si­den­te unghe­re­se Vik­tor Orban: la que­stio­ne ver­rà ridi­scus­sa in gennaio. 

Ad aggiun­ge­re car­ne al fuo­co, le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li che dovreb­be­ro tener­si nel 2024 sia in Rus­sia che in Ucrai­na: men­tre è pro­ba­bi­le che la tor­na­ta non si ter­rà in Ucrai­na, per evi­ta­re di divi­de­re il Pae­se in un momen­to così cri­ti­co, Vla­di­mir Putin ha già mos­so i suoi pas­si per esclu­de­re dal­la com­pe­ti­zio­ne i can­di­da­ti più peri­co­lo­si e sarà dun­que con tut­ta pro­ba­bi­li­tà ricon­fer­ma­to in cari­ca per il suo quin­to man­da­to con­se­cu­ti­vo

Javier Milei e la nuova Argentina

Dal 10 dicem­bre 2023 l’Argentina ha uffi­cial­men­te un nuo­vo pre­si­den­te: Javier Milei, al cen­tro del dibat­ti­to fin dall’inizio del­la sua cam­pa­gna elet­to­ra­le per via del carat­te­re aggres­si­vo e del­le pro­mes­se pro­vo­ca­to­rie, tra cui quel­la di taglia­re «la casta» e la spe­sa pub­bli­ca, stril­la­ta in occa­sio­ne dei comi­zi bran­den­do una moto­se­ga. 

Pala­di­no del­la libe­ra­liz­za­zio­ne più sfre­na­ta, al pun­to da pro­por­re anche quel­la del­la ven­di­ta di orga­ni non­ché la «distru­zio­ne» del­la Ban­ca cen­tra­le, cade in con­trad­di­zio­ne quan­do si trat­ta del dirit­to di abor­to: la liber­tà di don­ne e per­so­ne con ute­ro di auto­de­ter­mi­nar­si non è inclu­sa nel suo programma. 

A fine dicem­bre, Milei ha riget­ta­to uffi­cial­men­te l’invito ad ade­ri­re al grup­po BRICS (Bra­si­le, Rus­sia, India, Cina, Suda­fri­ca) e annun­cia­to la pro­pria inten­zio­ne di avvi­ci­nar­si agli USA e sosti­tui­re il dol­la­ro al peso argen­ti­no, già for­te­men­te sva­lu­ta­to

Ha inol­tre pre­sen­ta­to un pro­get­to di leg­ge com­po­sto da 664 arti­co­li, vol­to a rifor­ma­re in modo radi­ca­le nume­ro­si set­to­ri, in pri­mis quel­lo eco­no­mi­co e finan­zia­rio ma anche ammi­ni­stra­ti­vo e sociale. 

Un elemento di particolare gravità è rappresentato dalla campagna negazionista condotta da Milei e dalla sua vice, Victoria Villarruel: 

non sol­tan­to in meri­to al cam­bia­men­to cli­ma­ti­co ben­sì anche ai desa­pa­re­ci­dos del­la dit­ta­tu­ra mili­ta­re, che ha gover­na­to l’Argentina dal 1976 al 1983. 

I due sosten­go­no infat­ti che le per­so­ne scom­par­se per mano del­lo Sta­to sia­no sta­te “solo” 8000 – il nume­ro uffi­cial­men­te accer­ta­to dal rap­por­to Nun­ca Mas, pro­dot­to dal­la com­mis­sio­ne CONADEP  – e non, com’è ormai ampia­men­te pro­va­to, oltre 30.000. 

Se, come già si dice­va in meri­to al caso Trump, il popu­li­smo pare all’apice del­la pro­pria for­tu­na, non dovreb­be stu­pi­re che Milei sia sta­to elet­to nono­stan­te segna­li quan­to­me­no pre­oc­cu­pan­ti: al di là del­lo stra­no rap­por­to che lo lega alla sorel­la e ai suoi cani, tut­ti clo­na­ti dall’amato Conan, ave­va desta­to inquie­tu­di­ne un’intervista nel­la qua­le l’allora can­di­da­to pre­si­den­zia­le ave­va mostra­to segni di squi­li­brio mentale. 

Per chi voles­se appro­fon­di­re il tema dei desa­pa­re­ci­dos in Argen­ti­na, riman­dia­mo al pod­ca­st Figlie, con­dot­to da Sara Poma insie­me a Sofia Borri. 

Israele e Palestina, Netanyahu sull’orlo del baratro

Fin dal pri­mo momen­to si è par­la­to di un nuo­vo 11 set­tem­bre: e del resto pos­sia­mo star­ne cer­ti, l’attacco lan­cia­to dal grup­po ter­ro­ri­sti­co Hamas con­tro Israe­le lo scor­so 7 otto­bre rap­pre­sen­ta già una cesu­ra e un pun­to di non ritor­no non solo per la sto­ria del­lo Sta­to di Israe­le, del­la Pale­sti­na e dell’area medio­rien­ta­le ma anche per la sto­ria di tut­ti noi, come comu­ni­tà inter­na­zio­na­le e come umanità. 

Senz’altro rap­pre­sen­te­rà un pun­to di non ritor­no nel­la vita pri­va­ta e poli­ti­ca di Ben­ja­min Neta­nya­hu, già con­te­sta­to pri­ma dell’attacco ter­ro­ri­sti­co per via del­la stret­ta auto­ri­ta­ria che il suo gover­no fon­da­men­ta­li­sta e di estre­ma destra sta­va impri­men­do al Pae­se, in pri­mis esau­to­ran­do il pote­re giu­di­zia­rio a van­tag­gio dell’esecutivo: per tut­ta l’estate sono sta­te deci­ne di miglia­ia le per­so­ne israe­lia­ne che han­no par­te­ci­pa­to alle mani­fe­sta­zio­ni con­tro la con­te­sta­ta rifor­ma del­la giu­sti­zia

Se il popolo palestinese protesta ormai da mesi contro le autorità, accusate di non impegnarsi sufficientemente per la liberazione e messa in salvo degli oltre 100 ostaggi ancora prigionieri a Gaza, Netanyahu è inoltre finito al centro delle polemiche per aver adottato una politica ambigua: 

avreb­be infat­ti per­mes­so ad Hamas di rice­ve­re finan­zia­men­ti e di raf­for­zar­si a disca­pi­to dell’Autorità Nazio­na­le Pale­sti­ne­se – gui­da­ta dal pre­si­den­te Mah­moud Abbas – e allo sco­po di impe­di­re la crea­zio­ne di uno Sta­to di Palestina.

A ini­zio dicem­bre è inol­tre emer­so che le auto­ri­tà mili­ta­ri e l’intelligence israe­lia­ne era­no venu­te a cono­scen­za dei pia­ni di attac­co di Hamas all’incirca un anno pri­ma del­la mes­sa in atto: pro­prio la sot­to­va­lu­ta­zio­ne del rea­le peri­co­lo sareb­be quin­di una con­cau­sa del mas­sa­cro veri­fi­ca­to­si il 7 ottobre. 

A con­ti fat­ti, for­se al pri­mo mini­stro Neta­nya­hu con­vie­ne pro­lun­ga­re la guer­ra quan­to più pos­si­bi­le: per­ché non impor­ta quan­to san­gue sarà ver­sa­to per otte­ne­re ven­det­ta, l’esaurirsi dei com­bat­ti­men­ti por­te­rà in ogni caso con sé anche l’esaurirsi del­la sua para­bo­la politica. 

India, l’alleato che tutti vorrebbero

Mem­bro dei BRICS+ non­ché del G20 – il cui sum­mit quest’anno è sta­to ospi­ta­to pro­prio a New Delhi – nel 2023 l’India ha visto la sua cre­sci­ta eco­no­mi­ca pro­se­gui­re a rit­mi soste­nu­ti, fino a toc­ca­re il 7.8%; sem­pre nel 2023, la sua popo­la­zio­ne ha rag­giun­to quo­ta 1.4 miliar­di, supe­ran­do quel­la del­la Cina e garan­ten­do allo Sta­to un’ampia base di per­so­ne in età lavo­ra­ti­va, che con­ti­nue­rà ad ampliar­si fino a oltre metà secolo. 

Cor­teg­gia­ta da Euro­pa e Sta­ti Uni­ti ma allo stes­so tem­po anco­ra lega­ta a Mosca, che le for­ni­sce armi e risor­se ener­ge­ti­che, l’India è sem­pre più in com­pe­ti­zio­ne con la vici­na Cina per l’egemonia sul Sud Glo­ba­le e nel­lo stes­so grup­po dei BRICS, per ora domi­na­to da Pechi­no. Tra i due Sta­ti si sono inol­tre veri­fi­ca­ti alcu­ni scon­tri nei ter­ri­to­ri con­te­si del Lada­kh e del Tibet, dove negli ulti­mi anni è cre­sciu­to il livel­lo di tensione. 

A preoccupare sono oggi le tendenze autoritarie dell’attuale primo ministro Narendra Modi – al potere dal 2014 – e l’ideologia nazionalista indù del suo partito, il Bharatiya Janata Party, a discapito della minoranza di fede musulmana:

con­tro di essa si sono mol­ti­pli­ca­ti gli epi­so­di di vio­len­za. Lo scor­so 11 dicem­bre la Cor­te Supre­ma ha con­fer­ma­to la deci­sio­ne di Modi di revo­ca­re l’autonomia alla pro­vin­cia del Jam­mu e Kash­mir, a mag­gio­ran­za musul­ma­na: la deci­sio­ne del­la Cor­te non sareb­be altro che un sin­to­mo dell’alte­ra­zio­ne dei siste­mi di checks and balan­ces con­dot­ta negli anni dal gover­no Modi, che ha “declas­sa­to” il Pae­se allo sta­tus di «demo­cra­zia parziale».

Tra le altre misu­re anti-demo­cra­ti­che attua­te da Modi, basti ricor­da­re la cri­mi­na­liz­za­zio­ne del dis­sen­so – che ovun­que dovreb­be rap­pre­sen­ta­re un moti­vo di allar­me non igno­ra­bi­le – la repres­sio­ne dell’opposizione e il con­trol­lo sui media e sul­la cultura. 

Nono­stan­te ciò e anche per via del miglio­ra­men­to del siste­ma di wel­fa­re, il suc­ces­so del pri­mo mini­stro pres­so la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne india­na non sem­bra esse­re sta­to intac­ca­to: il Bha­ra­tiya Jana­ta Par­ty, ha già otte­nu­to alcu­ne signi­fi­ca­ti­ve vit­to­rie elet­to­ra­li a ini­zio dicem­bre, inde­bo­len­do il Natio­nal Con­gress Par­ty, prin­ci­pa­le espo­nen­te dell’opposizione, e avvian­do­si ver­so la pros­si­ma tor­na­ta di apri­le 2024 con otti­me pos­si­bi­li­tà di vit­to­ria. Secon­do gli osser­va­to­ri Modi sarà qua­si cer­ta­men­te ricon­fer­ma­to per il suo ter­zo man­da­to

Armenia, Nagorno Karabakh, Azerbaijan

Pri­ma che i riflet­to­ri si spo­stas­se­ro su un’altra par­te del mon­do, in set­tem­bre 2023 l’Azerbaijan ha avvia­to e por­ta­to a ter­mi­ne con suc­ces­so, nel giro di appe­na due gior­ni, un’ope­ra­zio­ne mili­ta­re con­tro la regio­ne sepa­ra­ti­sta a mag­gio­ran­za arme­na del Nagor­no Kara­ba­kh: dopo il ces­sa­te il fuo­co media­to dal­le for­ze rus­se sul ter­ri­to­rio, il pre­si­den­te Sam­vel Sah­ra­ma­nyan fir­mò un decre­to che san­ci­va lo scio­gli­men­to uffi­cia­le del­la repub­bli­ca e gran par­te del­la popo­la­zio­ne deci­se di fug­gi­re ver­so l’Armenia, per timo­re che l’A­zer­bai­jan met­tes­se in atto poli­ti­che di puli­zia etnica.

In otto­bre, il Segre­ta­rio di Sta­to USA Anto­ny Blin­ken ave­va rive­la­to ad alcu­ni depu­ta­ti del timo­re che l’A­zer­bai­jan potes­se deci­de­re di inva­de­re l’Armenia, allo sco­po di crea­re un cor­ri­do­io per uni­re il pro­prio ter­ri­to­rio a quel­lo dell’exclave di Nakhi­che­van.

Con­tem­po­ra­nea­men­te, e non a caso, l’Armenia deci­de­va di ade­ri­re alla Cor­te Pena­le Inter­na­zio­na­le

Pic­co­la curio­si­tà: da poco è sta­to annun­cia­to che il pros­si­mo sum­mit sul cli­ma, la COP 29, si ter­rà pro­prio in Azer­bai­jan. 

Taiwan, tra USA e Cina

L’isola di Tai­wan con­ti­nue­rà ad esse­re al cen­tro dei dibat­ti­ti anco­ra per mol­to: alme­no lo spe­ria­mo, dal momen­to che for­se smet­te­re­mo di par­lar­ne solo quan­do Pechi­no darà infi­ne segui­to alle sue dichia­ra­te inten­zio­ni di occu­par­la e rian­net­ter­la entro il 2049. 

Nel 2049 cadrà infat­ti il cen­te­na­rio dal­la vit­to­ria del Par­ti­to Comu­ni­sta di Mao nel­la guer­ra civi­le, dal­la fon­da­zio­ne del­la Repub­bli­ca Popo­la­re e dal­la fuga dei nazio­na­li­sti gui­da­ti da Chiang Kai-shek a For­mo­sa – cioè Taiwan.

Qui fu quin­di isti­tui­ta la Repub­bli­ca di Cina, inclu­sa nel Con­si­glio di Sicu­rez­za dell’ONU fino a quan­do, nel 1971, gli USA di Richard Nixon e Hen­ry Kis­sin­ger smi­se­ro di oppor­si stre­nua­men­te alla rias­se­gna­zio­ne del seg­gio alla RPC. 

Tai­wan con­ti­nua dun­que a rap­pre­sen­ta­re un moti­vo di con­te­sa tra Cina e Sta­ti Uni­ti; anche qui in gen­na­io si ter­ran­no le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li, alle qua­li l’opposizione si pre­sen­te­rà divisa. 

Gli altri fronti caldi

Sono innu­me­re­vo­li nel mon­do, se ne par­la quan­do acca­de qual­co­sa di par­ti­co­lar­men­te cla­mo­ro­so e ce li si dimen­ti­ca per il resto dell’anno: ma non si può tra­scu­ra­re che, in una fase di alte­ra­zio­ne degli equi­li­bri di pote­re, il rischio di defla­gra­zio­ne è ovun­que possibile. 

E i costi uma­ni sono sem­pre altissimi. 

Tra gli altri basti cita­re il Sudan, dove è in cor­so una vio­len­ta guer­ra civi­le, il Niger, dove in luglio una giun­ta mili­ta­re gui­da­ta dal gene­ra­le Abdou­rah­ma­ne Tchia­ni si è impo­sta al pote­re tra­mi­te gol­pe, spo­de­stan­do il Pre­si­den­te elet­to Moha­med Bazoum, e il Mali, dove l’operazione MINUSMA del­le Nazio­ni Uni­te si è con­clu­sa quest’anno come richie­sto dal­la giun­ta inse­dia­ta­si nel 2021, con il ter­zo gol­pe consecutivo. 

In Egit­to, nel silen­zio di una comu­ni­tà inter­na­zio­na­le distrat­ta da mol­to altro, lo scor­so 18 dicem­bre il con­te­sta­to e auto­ri­ta­rio pre­si­den­te egi­zia­no Abdel Fat­tah al Sisi ha vin­to le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li con­vo­ca­te anti­ci­pa­ta­men­te – avreb­be­ro infat­ti dovu­to tener­si in apri­le 2024 – e ha così otte­nu­to un ter­zo man­da­to del­la dura­ta di 6 anni. Le oppo­si­zio­ni han­no defi­ni­to la tor­na­ta «una farsa».

Da non sottovalutare è infine l’area balcanica, mai davvero pacificata. 

Di recen­te si sono svol­te vio­len­te pro­te­ste in Ser­bia, a segui­to del­le ele­zio­ni – anche in que­sto caso accu­sa­te di irre­go­la­ri­tà – che il 17 dicem­bre han­no ricon­fer­ma­to in cari­ca il pre­si­den­te uscen­te Ale­xan­der Vucic, per il Par­ti­to Pro­gres­si­sta (cen­tro­de­stra): sot­to il suo gover­no si sono fre­quen­te­men­te veri­fi­ca­te ten­sio­ni con il Koso­vo, la cui indi­pen­den­za non è mai sta­ta riconosciuta. 

In Bosnia Erze­go­vi­na inve­ce il Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca ser­ba Milo­rad Dodik è noto per le sue fre­quen­ti minac­ce di seces­sio­ne e ha affron­ta­to un pro­ces­so per non aver rispet­ta­to l’autorità dell’Alto Rap­pre­sen­tan­te dell’ONU. 

Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.
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Laureata in Storia, sto proseguendo i miei studi in Scienze Politiche, perché amo trovare nel passato le radici di oggi. Mi appassionano la politica e l’attualità, la buona letteratura e ogni storia che valga la pena di essere raccontata. Scrivere per professione è il mio sogno nel cassetto.

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