Boicottaggio culturale, è giusto interrompere i rapporti con gli atenei israeliani?

Boicottaggio culturale, è giusto interrompere i rapporti con gli atenei israeliani?

Mar­te­dì 14 novem­bre cin­que mem­bri del Sena­to Acca­de­mi­co – tra cui tre rap­pre­sen­tan­ti del­le liste uni­ver­si­ta­rie SU-UDU, Uni­Sì e Stu­den­ti Indi­pen­den­ti – han­no pre­sen­ta­to una mozio­ne con cui han­no avan­za­to una serie di richie­ste vol­te a far assu­me­re al nostro Ate­neo una posi­zio­ne net­ta nei con­fron­ti del con­flit­to israelo-palestinese. 

Tra le varie pro­po­ste, ha desta­to par­ti­co­la­re atten­zio­ne quel­la di rescin­de­re l’accor­do inte­ru­ni­ver­si­ta­rio di mobi­li­tà che Uni­Mi intrat­tie­ne con l’Università israe­lia­na Rei­ch­man, rite­nu­ta respon­sa­bi­le di non aver pre­so le distan­ze dall’operato e dal­le poli­ti­che bel­li­che di Neta­nya­hu. Que­sta richie­sta non ha avu­to segui­to, ma ha lascia­to die­tro di sé un acce­so dibat­ti­to in meri­to a qua­li sia­no gli stru­men­ti più effi­ca­ci che noi stu­den­ti pos­sia­mo uti­liz­za­re per far sen­ti­re la nostra voce di fron­te a ciò che non ci sem­bra giusto. 

Può esse­re il boi­cot­tag­gio cul­tu­ra­le, e quin­di l’interruzione di accor­di con altri ate­nei, uno di que­sti stru­men­ti? Per rispon­de­re a que­sta doman­da, abbia­mo incon­tra­to sia i rap­pre­sen­tan­ti del­le liste fir­ma­ta­rie del­la mozio­ne sia i rap­pre­sen­tan­ti del­le liste che si sono espres­se a sfavore. 

L’intervista è stata editata per motivi di brevità e chiarezza.


La fina­li­tà con cui la mozio­ne è sta­ta pro­po­sta, con­di­vi­sa da tut­te le liste fir­ma­ta­rie, era quel­la di spin­ge­re l’Università a pren­de­re una posi­zio­ne net­ta all’interno del dibat­ti­to pub­bli­co e a far­si cari­co di quei prin­ci­pi di auto­no­mia, indi­pen­den­za e respon­sa­bi­li­tà che tro­va­no affer­ma­zio­ne nel suo Sta­tu­to e che dovreb­be­ro ispi­ra­re la sua azione. 

L’università è un’istituzione posta a pre­si­dio del­la cul­tu­ra e dell’elaborazione cri­ti­ca di pen­sie­ri e opi­nio­ni e in quan­to tale, secon­do i fir­ma­ta­ri del­la mozio­ne, non può chia­mar­si fuo­ri dal­le dina­mi­che poli­ti­che e da quel­lo che acca­de nel mon­do ester­no: lad­do­ve neces­sa­rio, l’università ha quin­di il dove­re di far sen­ti­re la sua voce attra­ver­so gli stru­men­ti di cui dispo­ne e in que­sto caso l’unica via per­cor­ri­bi­le era quel­la del boi­cot­tag­gio culturale. 

«Per quan­to riguar­da la Rei­ch­man Uni­ver­si­ty, si trat­ta di un’università che por­ta avan­ti una deter­mi­na­ta ideo­lo­gia e poli­ti­ca che a nostro avvi­so non coin­ci­de con i valo­ri del­la Sta­ta­le di plu­ra­li­smo demo­cra­ti­co e di inclu­sio­ne» ha affer­ma­to Ivan Zedu­ri, rap­pre­sen­tan­te di SU-UDU. 

Tem­pi ecce­zio­na­li richie­do­no misu­re ecce­zio­na­li – si sa – e in que­sto sen­so san­zio­ni di natu­ra cul­tu­ra­le avreb­be­ro potu­to ave­re un impat­to non indif­fe­ren­te sul­la per­ce­zio­ne pub­bli­ca del­la guer­ra in atto. Eppu­re, soprat­tut­to in tem­pi di guer­ra, cul­tu­ra e istru­zio­ne sono i più for­ti ed effi­ca­ci cana­li di comu­ni­ca­zio­ne di cui disponiamo. 

Quando tutto il resto non parla o si odia, la cultura tiene invece aperto il dialogo e il confronto tra idee.

Per que­sti moti­vi la lista uni­ver­si­ta­ria Obiet­ti­vo Stu­den­ti si è det­ta con­tra­ria alla mozio­ne pre­sen­ta­ta in Sena­to. «Da che cosa ripar­ti­re­mo dopo la guer­ra se deci­dia­mo di con­dan­na­re quel­lo che è il ruo­lo e il valo­re dell’università e del sape­re?» si chie­de Elia Mon­ta­ni, rap­pre­sen­tan­te in Sena­to del­la lista, per poi aggiun­ge­re qua­le stra­da alter­na­ti­va sareb­be sta­to giu­sto per­cor­re­re: «L’unica for­ma di pres­sio­ne che l’Università può pro­pu­gna­re è quel­la basa­ta sull’affer­ma­zio­ne di tut­ti i valo­ri che la ani­ma­no […]. Per me si com­bat­te la guer­ra anche solo se l’università orga­niz­za un incon­tro dove si par­la e discu­te del tema. Que­sto boi­cot­ta il siste­ma del­la guer­ra più di tan­to altro».

«Sicu­ra­men­te il dia­lo­go va tute­la­to, ma in que­sto momen­to mi sem­bra­va più uti­le por­ta­re avan­ti una voce for­te nel dibat­ti­to pub­bli­co» sostie­ne inve­ce Bene­det­to Lon­go­bar­di, rap­pre­sen­tan­te di Uni­Sì (lista fir­ma­ta­ria del­la mozio­ne); «se noi man­dia­mo per cinquant’anni stu­den­ti in Israe­le costruia­mo la pace che ci deve esse­re tra settant’anni; se inve­ce voglia­mo fare qual­co­sa per influi­re su quel­lo che sta acca­den­do oggi, allo­ra dob­bia­mo agi­re diversamente». 

Una deci­sio­ne non sem­pli­ce, insom­ma, che richie­de un cau­to bilan­cia­men­to degli inte­res­si e dei valo­ri in gio­co e che ine­vi­ta­bil­men­te ci spin­ge a chie­der­ci cosa sia più uti­le fare, in quan­to stu­den­ti, di fron­te a una situa­zio­ne così deli­ca­ta come quel­la di una guerra. 

Qua­le che sia la posi­zio­ne con­di­vi­sa, però, resta il fat­to che l’università è per defi­ni­zio­ne una comu­ni­tà plu­ra­le, dove le idee si scon­tra­no e si ali­men­ta­no a vicen­da e le voci cri­ti­che non esi­ta­no a far­si sen­ti­re. Vie­ne allo­ra da chie­der­si se, andan­do a con­dan­na­re un’intera isti­tu­zio­ne, non ci sia il rischio di mor­ti­fi­ca­re anche quel­le sin­go­le voci cri­ti­che, voci che chie­do­no di esse­re ascol­ta­te e non cer­to di esse­re costret­te al silenzio.

Que­sta è la pre­oc­cu­pa­zio­ne espres­sa da Mar­co Dehò, rap­pre­sen­tan­te del­la lista Stu­den­ti per le Liber­tà (con­tra­ria alla mozio­ne): «All’interno degli ate­nei israe­lia­ni c’è anche chi non appog­gia le scel­te di Neta­nya­hu: per que­sto è giu­sto man­te­ne­re i rap­por­ti, per sape­re cosa suc­ce­de all’interno del Pae­se, se gli stu­den­ti si stan­no ad esem­pio mobi­li­tan­do. A vol­te è pro­prio dal­le uni­ver­si­tà che par­to­no moti rivoluzionari». 

Opi­nio­ne tut­ta­via non con­di­vi­sa da Chia­ra Azzo­lin, rap­pre­sen­tan­te di Stu­den­ti Indi­pen­den­ti, che sostie­ne che «inter­rom­pe­re un accor­do non signi­fi­ca inter­rom­pe­re il dia­lo­go. Vie­ne inter­rot­to l’atti­vo rico­no­sci­men­to pub­bli­co di legit­ti­mi­tà di quell’istituzione». Del­lo stes­so avvi­so è anche Ivan Zedu­ri (SU-UDU), a cui tra l’altro appa­re assur­do il fat­to che «si stia ripe­ten­do una dina­mi­ca mol­to simi­le ai geno­ci­di che sono avve­nu­ti lun­go tut­to l’arco del Novecento». 

Non a caso, «quan­do si stu­dia il nazi­smo si dice ‘Ma per­ché non han­no fat­to nien­te? Per­ché non han­no alza­to la voce?’; ades­so abbia­mo sia la voce che il dove­re di mani­fe­sta­re la nostra con­tra­rie­tà». Per tut­ti i rap­pre­sen­tan­ti del­le liste favo­re­vo­li alla mozio­ne appa­re quin­di evi­den­te che, come ripre­so dal­le paro­le di Chia­ra Azzo­lin, «la man­can­za di un’aperta con­dan­na è di per sé una pre­sa di posi­zio­ne».

L’accusa di esse­re iner­ti, di voler qua­si igno­ra­re la guer­ra man­te­nen­do aper­te le rela­zio­ni con gli ate­nei israe­lia­ni, è inve­ce rifiu­ta­ta da Mar­co Dehò (SPL): «Non si trat­ta di indif­fe­ren­za, ma del rico­no­sci­men­to del valo­re del­la sin­go­la uni­ver­si­tà tra­la­scian­do il con­te­sto che la cir­con­da. Dovreb­be esser­ci un col­le­ga­men­to inter­na­zio­na­le tra le uni­ver­si­tà e chi le fre­quen­ta (stu­den­ti e pro­fes­so­ri); e que­sto col­le­ga­men­to è il sape­re, che va oltre la poli­ti­ca e la guer­ra ed è anzi lo stru­men­to che per­met­te­rà poi la pace». 

Quindi, tagliare i rapporti potrebbe costarci molto caro in futuro.

Non sareb­be la pri­ma vol­ta, però, che si ten­ta la stra­da del boi­cot­tag­gio cul­tu­ra­le: que­sto era sta­to subi­to imple­men­ta­to nei con­fron­ti del­la Rus­sia in segui­to all’invasione dell’Ucraina, inter­rom­pen­do le col­la­bo­ra­zio­ni con le uni­ver­si­tà del ter­ri­to­rio gover­na­to da Vla­di­mir Putin. All’epoca non ci era­va­mo fat­ti trop­pe doman­de sull’utilità di que­sto tipo di inter­ven­to: la dif­fe­ren­za, sot­to­li­nea Chia­ra Azzo­lin (SIS), è che «in quel caso la pre­sa di posi­zio­ne non è arri­va­ta dagli studenti». 

Era sta­ta, come ricor­da­to da Ivan Zedu­ri (SU-UDU), una nota del­la CRUI a dare impul­so all’interruzione degli accor­di con gli ate­nei rus­si: «Per­ché con uno sta­to inva­so­re ci com­por­tia­mo in un modo e con un altro diver­sa­men­te?». La rispo­sta la for­ni­sce Obiet­ti­vo Stu­den­ti attra­ver­so le paro­le di Elia Mon­ta­ni: «Putin ha fat­to qual­co­sa che Neta­nya­hu non ha fat­to, cioè ha assog­get­ta­to a sé il sape­re e le uni­ver­si­tà; ha ten­ta­to di met­te­re mano sul­la cul­tu­ra, crean­do, attra­ver­so gli stru­men­ti del sape­re, un cli­ma di repres­sio­ne. In Israe­le inve­ce que­sto non sta accadendo». 

Se secon­do Azzo­lin (SIS), l’home­pa­ge del sito del­la Rei­ch­man Uni­ver­si­ty non lascia dub­bi sul suo coin­vol­gi­men­to poli­ti­co («tra­su­da di sio­ni­smo»), per Mon­ta­ni (OS) dal­la pagi­na web emer­ge solo che si trat­ta di un Ate­neo situa­to in un Pae­se in guer­ra: «C’è una dif­fe­ren­za tra il fat­to che un’università israe­lia­na nel pro­prio sito dica ‘Viva Israe­le’ e che un’università diven­ti stru­men­to median­te il qua­le i poten­ti con­di­zio­na­no il sape­re e il suo sviluppo». 

È impor­tan­te ricor­da­re che la Sta­ta­le intrat­tie­ne accor­di in tut­to il mon­do e, ine­vi­ta­bil­men­te, anche con quei Pae­si che poco rispec­chia­no la defi­ni­zio­ne di demo­cra­zia (basti pen­sa­re alla Cina): per­ché allo­ra chie­de­re di con­dan­na­re solo la Rei­ch­man Uni­ver­si­ty? Qual è il cri­te­rio in base a cui pos­sia­mo rite­ne­re che un’università sia meri­te­vo­le di esse­re isolata? 

Secon­do Lon­go­bar­di (Uni­Sì) «biso­gna capi­re quan­to un impat­to media­ti­co pos­sa effet­ti­va­men­te cam­bia­re la real­tà: in que­sta cir­co­stan­za l’impatto sareb­be sta­to tale per cui io pos­so dire sacri­fi­chia­mo il dia­lo­go che abbia­mo con le uni­ver­si­tà israe­lia­ne. Ma quel­lo che può esse­re stra­te­gi­co fare in que­sta situa­zio­ne non è det­to che lo sia rispet­to ad altri paesi». 

Secon­do Mon­ta­ni e Dehò, inve­ce, il para­me­tro in base a cui pos­sia­mo rite­ne­re che una comu­ni­tà sco­la­sti­ca non sia da rele­ga­re al silen­zio è il fat­to che in quel­la comu­ni­tà ci sia anco­ra spa­zio per il dia­lo­go, e quin­di liber­tà. Quan­do l’università è anco­ra in gra­do di «svol­ge­re il pro­prio ruo­lo ed esse­re un pon­te fra le varie cul­tu­re del mon­do, allo­ra una san­zio­ne cul­tu­ra­le diven­ta pri­va di signi­fi­ca­to» sostie­ne Mon­ta­ni (OS).

Per il rap­pre­sen­tan­te di SPL, inve­ce, biso­gna distin­gue­re tra stu­den­ti e isti­tu­zio­ne: «Se ci fos­se anche solo uno stu­den­te o stu­den­tes­sa che ha la pos­si­bi­li­tà di oppor­si alle deci­sio­ni e alla linea dell’università, allo­ra il dia­lo­go con quell’istituzione va tute­la­to».

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Clara Molinari
Stu­den­tes­sa di giu­ri­spru­den­za, scri­vo per dare ascol­to ai miei pen­sie­ri e far­li dia­lo­ga­re con l’esterno. Cine­ma e let­tu­ra sono le mie fon­ti di emo­zio­ni e cono­scen­za; la curio­si­tà è ciò che lega il tutto.
Nina Fresia
Stu­den­tes­sa di scien­ze poli­ti­che, curio­sa per natu­ra, aspi­ran­te gira­mon­do e avi­da let­tri­ce con un debo­le per la sto­ria e la filo­so­fia. Scri­vo per rea­liz­za­re il sogno del­la me bam­bi­na e rac­con­ta­re attra­ver­so i miei occhi quel­lo che scopro.

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