Gigi Riva, l’eroe della realtà sarda che non morirà mai

Gigi Riva, l'eroe della realtà sarda che non morirà mai

Il cri­ti­co let­te­ra­rio rus­so Michail Micha­j­lo­vič Bach­tin, intor­no agli anni ’50 del seco­lo scor­so, ha conia­to un ter­mi­ne che a suo modo rivo­lu­zio­ne­rà il mon­do del­la semio­ti­ca con­tem­po­ra­nea: il cro­no­to­po. In sé, un po’ spi­go­lo­so e appa­ren­te­men­te di dif­fi­ci­le inter­pre­ta­zio­ne, adem­pie al ruo­lo arduo e altret­tan­to spi­go­lo­so di rac­chiu­de­re in una sola paro­la lo spa­zio e il tem­po, attra­ver­so un’ele­gan­te sin­te­si

Il cro­no­to­po altro non è che quel luo­go del­la let­te­ra­tu­ra, pos­si­bi­le e rea­liz­za­bi­le solo nel­le sue coor­di­na­te spa­zia­li e tem­po­ra­li, inscin­di­bi­le e miste­rio­sa­men­te con­nes­so a quel pre­ci­so ora­rio, a quel dato e uni­vo­co pun­to del­la sto­ria dell’uomo, ai suoi abi­tan­ti, ai suoi odori.

Uno fra i pri­mi a foca­liz­za­re la pro­pria nar­ra­zio­ne su un simi­le sog­get­to fu Gio­van­ni Ver­ga, che nei Mala­vo­glia descri­ve una Aci Trez­za auten­ti­ca­men­te disa­dor­na, che pro­prio in vir­tù del suo esse­re non può che rima­ne­re, fra lo scor­re­re del­le pagi­ne del roman­zo, avvin­ghia­ta a quell’incanto, distan­te da ogni pro­gres­so tec­no­lo­gi­co che sta­va tie­pi­da­men­te affac­cian­do­si al tra­mon­to del 1800, per­si­no sul­le iso­le italiane. 

Chi ha vis­su­to la Sar­de­gna a caval­lo fra gli anni ’60 e ’70, la rac­con­ta pro­prio con que­ste espres­sio­ni, di un dol­ce rifiu­to dell’oltre, di quel­lo che si affac­cia­va al di là del mare cristallino: 

una composta timidezza, che si scorge persino in ampi centri economici e culturali come Cagliari, nei confronti di una penisola che in fondo non ha mai avuto granché a che fare con quelle terre ancora incontaminate. 

Quel­la tie­pi­dez­za d’animo che avvol­ge­va il popo­lo sar­do all’arrivo di un nuo­vo fore­stie­ro subì una len­ta ma ine­so­ra­bi­le scos­sa nell’estate del 1963, quan­do un nuo­vo stra­nie­ro si pre­sen­tò alle soglie del capo­luo­go caglia­ri­ta­no. Lom­bar­do di ori­gi­ne, con un viso assor­to, uno sguar­do che for­se espri­me­va rimor­so e poca inten­zio­ne di rima­ne­re in quel luo­go tan­to distan­te da casa. Il suo nome era Gigi Riva: un ragaz­zo appe­na dician­no­ven­ne, ma non un estra­neo qualsiasi. 

Si trat­ta­va infat­ti del nuo­vo acqui­sto del­la socie­tà spor­ti­va Cal­cio Caglia­ri, che lega­va il cuo­re popo­la­re del­la cit­tà alla bor­ghe­sia indu­stria­le, in un inten­so e pas­sio­na­le tifo spor­ti­vo che abbrac­cia­va la mol­ti­tu­di­ne di sfu­ma­tu­re socia­li, altri­men­ti rele­ga­te a esi­sten­ze incon­ci­lia­bi­li: una con­trad­di­zio­ne che il cal­cio avreb­be ripro­po­sto lun­go tut­to il ven­te­si­mo seco­lo in ogni ango­lo del­lo stivale. 

Il vice­pre­si­den­te Andrea Arri­ca, accom­pa­gna­to dall’allenatore Artu­ro Sil­ve­stri, ave­va osser­va­to il gio­va­ne in occa­sio­ne del­le par­ti­te che la squa­dra gio­ca­va in tra­sfer­ta in Lom­bar­dia, la cui base era nel cen­tro spor­ti­vo del Legna­no, pro­prio il club nati­vo del futu­ro undi­ci gialloblù. 

Nonostante un’iniziale perplessità, il calciatore decise di lasciare famiglia, amici e il suo mestiere da manovale presso l’azienda di ascensori di Legnano, per approdare ad una terra arida e ostile. 

Dal­la Sar­de­gna non si sareb­be stac­ca­to mai più, inna­mo­ran­do­si, più che del­le sue bel­lez­ze, di un popo­lo che ripo­ne­va la pro­pria spe­ran­za in un sen­so di rival­sa nei con­fron­ti di un’identità nazio­ne – quel­la ita­lia­na – che non ave­va mai del tut­to sen­ti­to come propria. 

La figu­ra che anda­va allo­ra deli­nean­do­si non pote­va di cer­to ridur­si ai suoi pie­di, alle sue azio­ni, al modo in cui avreb­be sol­ca­to i cam­pi da cal­cio lun­go tut­ta la sua car­rie­ra, fino al cam­pio­na­to ita­lia­no vin­to nel­la sta­gio­ne ’69-’70, insie­me quel­lo che ormai era diven­ta­to il “suo” Cagliari. 

Più che nel­la tec­ni­ca e nel gio­co, Riva stu­pi­va nel­la sua ico­no­gra­fia, come eroe con­tem­po­ra­neo che più di ogni altro ha toc­ca­to con mano quel­la che nel Cin­que­cen­to l’arcivescovo Anto­nio Par­ra­gues de Castil­le­jo defi­nì «ter­ra di pochi, pri­vi di ragio­ne e disu­ni­ti»un micro­co­smo cela­to die­tro il boom eco­no­mi­co che sta­va attec­chen­do nel­le gran­di metro­po­li del Nord Ita­lia, in cui le leg­gi del mer­ca­to e la con­se­guen­te moder­niz­za­zio­ne sem­bra­va­no appar­te­ne­re ad un altro mondo. 

Ciò che sor­pren­de in Riva è dun­que una con­qui­sta paci­fi­ca del pote­re, un trion­fo otte­nu­to in una real­tà – quel­la sar­da – che fino a quel momen­to era sta­ta per­ce­pi­ta sol­tan­to come loca­li­tà di con­fi­no puni­ti­vo per l’arma dei cara­bi­nie­ri. Tutt’al con­tra­rio, con l’isola egli instau­rò un rap­por­to di inti­mo amo­re, una coe­sio­ne che nutrì le piaz­ze allo­ra desti­na­te a vive­re decen­ni di pover­tà, nell’epoca di un pro­gres­so ver­ti­ca­le che abban­do­na­va al pro­prio desti­no quei “pochi disuniti”: 

per la prima volta, in un inedito cortocircuito, uno “straniero” era diventato sardo e il suo successo era quello di tutti. 

La scom­par­sa di Gigi Riva, veri­fi­ca­ta­si lo scor­so 22 gen­na­io, non è dun­que sol­tan­to la scom­par­sa di un cal­cia­to­re e del più gran­de mar­ca­to­re nel­la sto­ria del­la Nazio­na­le Ita­lia­na: è la scom­par­sa dell’ele­men­to di rac­cor­do che riu­nì lo spa­zio e il tem­po sar­di con quel­li del­la Peni­so­la, un cro­no­to­po che cam­biò radi­cal­men­te la vita del­le per­so­ne. Per que­sto pos­sia­mo affer­ma­re che Gigi Riva non mori­rà mai davvero. 

Arti­co­lo di Mar­co La Rosa

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