Innocente per 33 anni, la storia di Beniamino Zuncheddu

È l’8 gen­na­io del 1991 a Su Enaz­zu Man­nu nel comu­ne di Sin­nai, in pro­vin­cia di Caglia­ri. Uno scoo­ter avan­za silen­zio­so in quel fred­do mar­te­dì, pas­sa­to alla sto­ria come il gior­no del­la “Stra­ge di Sin­nai”: l’uomo in sel­la al vei­co­lo imbrac­cia un fuci­le con il qua­le assa­le quat­tro alle­va­to­ri, por­tan­do tre di essi alla mor­te e l’unico soprav­vis­su­to a esse­re rico­ve­ra­to d’urgenza a cau­sa del­le feri­te ripor­ta­te. Le vit­ti­me sono Gesui­no Fad­da, pro­prie­ta­rio dell’ovile in cui avvie­ne l’uccisione, il figlio di quest’ultimo, Giu­sep­pe, di soli 24 anni, e il dipen­den­te di Fad­da, Igna­zio Pusced­du. A esse­re feri­to è inve­ce il gene­ro di Gesui­no, Lui­gi Pinna. 

Una famiglia sterminata, nessun colpevole immediatamente riconoscibile 

È nei gior­ni suc­ces­si­vi che ini­zia il lun­go cal­va­rio di Benia­mi­no Zun­ched­du, pasto­re anch’egli e pri­mo sospet­ta­to del­la stra­ge dati gli aspri tra­scor­si che la stes­sa fami­glia di Zun­ched­du ave­va con i Fad­da. Cer­ta­men­te le liti tra pasto­ri non costi­tui­sco­no una novi­tà nel ter­ri­to­rio sar­do, e il più del­le vol­te i loro epi­lo­ghi lascia­no die­tro di sé una scia san­gui­no­len­ta e scon­vol­gen­te, tal­vol­ta celan­do una veri­tà più com­ples­sa e di gran lun­ga più maca­bra di liti­gi coin­vol­gen­ti il bestia­me, e tut­ta­via spes­so ricon­du­ci­bi­le a mere fai­de “agro­pa­sto­ra­li” (nel caso spe­ci­fi­co la fami­glia Zun­ched­du e la fami­glia Fad­da era­no infat­ti arri­va­ti all’uccisione reci­pro­ca di bovini). 

Ed è pro­prio così che il plu­ri­mo omi­ci­dio nel caglia­ri­ta­no vie­ne clas­si­fi­ca­to, come sem­pli­ce lite tra alle­va­to­ri; nono­stan­te la fret­to­lo­sa archi­via­zio­ne del caso, fini­to nei mean­dri del­la buro­cra­zia giu­di­zia­ria sen­za alcu­na pos­si­bi­li­tà di risur­re­zio­ne, emer­ge l’intraprendenza (e a oggi potrem­mo dire anche la sfron­ta­tez­za), di un gio­va­ne diri­gen­te di poli­zia, Mario Uda, il qua­le inten­de strut­tu­ra­re  la pista del delit­to sull’identità di un ragaz­zo poco più che ven­ten­ne, Benia­mi­no Zun­ched­du, pasto­re anch’egli e asse­ri­ta­men­te col­pe­vo­le, secon­do Uda, dato il moven­te di carat­te­re ven­di­ca­ti­vo con­tro la fami­glia Fadda.

L’elemento deci­si­vo nel­la rico­stru­zio­ne dell’agente sarà poi la testi­mo­nian­za ocu­la­re dell’unico soprav­vis­su­to, Lui­gi Pin­na, ele­men­to che come recen­te­men­te accer­ta­to dal­la Cor­te d’Appello di Roma costi­tui­sce uno dei più gros­so­la­ni erro­ri giu­di­zia­ri sino a oggi com­mes­si nel siste­ma giu­di­zia­rio ita­lia­no. Ma andia­mo con ordine. 

Benia­mi­no Zun­ched­du vie­ne con­dan­na­to a segui­to dell’accusa di Pin­na, al qua­le vie­ne sot­to­po­sto l’esame di diver­se foto­gra­fie ritraen­ti il gio­va­ne pasto­re allo sco­po di iden­ti­fi­ca­re l’aggressore, il qua­le al momen­to del­la stra­ge risul­ta­va irri­co­no­sci­bi­le a cau­sa di una cal­za di nylon mes­sa a copri­re il vol­to, così come dichia­ra­to dal­lo stes­so Pin­na. È chia­ro che il riscon­tro di tale iden­ti­tà costi­tui­sce un momen­to mol­to dif­fi­ci­le, non solo per la situa­zio­ne di estre­mo peri­co­lo in cui Pin­na si era tro­va­to al momen­to dell’omicidio (costui infat­ti si era fin­to inco­scien­te e ave­va atte­so l’arrivo del­la poli­zia sino al gior­no suc­ces­si­vo), la qua­le ave­va dun­que por­ta­to a pri­vi­le­gia­re la soprav­vi­ven­za rispet­to allo scon­tro diret­to, ma anche per via del­la per­ce­zio­ne, sem­pre più atte­nua­ta con il pas­sa­re del tem­po, in rela­zio­ne a qual­si­vo­glia det­ta­glio che potes­se esse­re uti­le alle indagini. 

E qui entra gio­co Uda: secon­do la sen­ten­za emes­sa all’esito del pro­ce­di­men­to di revi­sio­ne il con­tri­bu­to del diri­gen­te di poli­zia, o meglio la sua misti­fi­ca­zio­ne dei fat­ti, ha avu­to con­se­guen­ze irre­pa­ra­bi­li per il futu­ro di Zun­ched­du; il pri­mo avreb­be infat­ti mostra­to, instil­lan­do un ragio­ne­vo­le dub­bio sul­la cre­di­bi­li­tà del testi­mo­ne per il futu­ro, una foto di Zun­ched­du indi­can­do­lo come col­pe­vo­le, cer­can­do di “orien­ta­re” la memo­ria di Pin­na e con­vin­cer­lo ad accu­sa­re il pasto­re pri­ma del vero e pro­prio rico­no­sci­men­to dei sospet­ta­ti. Inde­bi­te pres­sio­ni che però han­no sor­ti­to l’effetto spe­ra­to: il pasto­re del­la fami­glia “riva­le” fini­sce in car­ce­re all’età di 27 anni, tut­ta la vita davan­ti e tut­ta­via nes­su­na appa­ren­te spe­ran­za per il futu­ro. Solo nel 2017, gra­zie alla per­spi­ca­cia e deter­mi­na­zio­ne del nuo­vo lega­le di Zun­ched­du, Mau­ro Tro­gu, la veri­tà tor­ne­rà final­men­te a gal­la a segui­to di nuo­ve inter­cet­ta­zio­ni tra­dot­te dal sar­do ed effet­tua­te sul­le con­ver­sa­zio­ni del soprav­vis­su­to Pin­na che sve­la­no l’ingan­no, por­tan­do dun­que l’ex erga­sto­la­no a esse­re assol­to dinan­zi al giu­di­ce di secon­de cure con una del­le for­mu­le più garan­ti­ste del nostro siste­ma pro­ces­sual-pena­li­sti­co, indub­bia con­sa­cra­zio­ne dell’innocenza di Benia­mi­no: l’imputato vie­ne assol­to “per­ché non ha com­mes­so il fatto”. 

La cadu­ta di tut­te le accu­se è con­se­quen­zia­le, così come la revo­ca del­lo stes­so erga­sto­lo. Di que­sta vicen­da è impor­tan­te sot­to­li­nea­re due aspet­ti: oltre alla gra­vis­si­ma com­pres­sio­ne dei dirit­ti dell’allora con­dan­na­to, alla qua­le nes­su­na ripa­ra­zio­ne, mone­ta­ria o meno, potrà mai sop­pe­ri­re appie­no a fron­te del­la per­di­ta di più di trent’anni del­la pro­pria vita, è scon­vol­gen­te come per un caso di tale gra­vi­tà (pur non aven­do avu­to una riso­nan­za media­ti­ca ampli­fi­ca­ta), sia sta­to impos­si­bi­le riscon­tra­re un erro­re tal­men­te plau­si­bi­le, erro­re che pur sus­si­sten­do avreb­be potu­to esse­re iden­ti­fi­ca­to in tem­pi se non rapi­di, alme­no ragionevoli. 

Invece quasi 33 anni sono passati, e un innocente ha pagato per qualcun altro, la cui identità rimane ignota tutt’oggi.

Una rifles­sio­ne sul­lo sta­to del­la giu­sti­zia del nostro Pae­se appa­re quin­di dove­ro­sa. Se mol­te vol­te sen­ten­ze di con­dan­na, pur giu­sta­men­te emes­se, fan­no pen­sa­re e sol­le­va­re le voci dell’opinione pub­bli­ca a cau­sa di pene asse­ri­ta­men­te trop­po miti irro­ga­te nei con­fron­ti degli accu­sa­ti, altret­tan­ta indi­gna­zio­ne susci­ta­no i casi, attual­men­te anco­ra trop­po nume­ro­si, rela­ti­vi agli erro­ri giu­di­zia­ri com­mes­si nel­lo svol­gi­men­to dei pro­ce­di­men­ti pena­li; erro­ri, si badi bene, che non coin­vol­go­no solo la mera deci­sio­ne del giu­di­ce com­pe­ten­te, e che dun­que van­no ascrit­ti alla sin­go­la sfe­ra del dirit­to stret­ta­men­te inte­so, ma erro­ri che si veri­fi­ca­no nel­lo stes­so svol­gi­men­to del­le inda­gi­ni tra­mi­te la rac­col­ta e la valu­ta­zio­ne del­le pro­ve, l’acquisizione del­le testi­mo­nian­ze, non­ché attra­ver­so i temu­ti e pur­trop­po fre­quen­ti, depistaggi. 

In una pri­ma cor­ni­ce sta­ti­sti­ca ven­go­no distin­te le vit­ti­me da cosid­det­ta ingiu­sta deten­zio­ne dal­le vit­ti­me di erro­ri giu­di­zia­ri veri e pro­pri: le pri­me sof­fro­no di un pre­giu­di­zio deri­van­te dal­la custo­dia cau­te­la­re e dagli arre­sti domi­ci­lia­ri (una pri­va­zio­ne del­la loro liber­tà diret­ta­men­te con­flig­gen­te con l’articolo 13 del­la Costi­tu­zio­ne,) pre­ce­den­ti una sen­ten­za di asso­lu­zio­ne per lo stes­so sog­get­to; le secon­de, inve­ce, pati­sco­no le con­se­guen­ze di un inte­ro pro­ces­so pena­le sino all’emissione di una pro­nun­cia di con­dan­na, sal­vo poi, attra­ver­so la revi­sio­ne del pro­ces­so, vede­re ripri­sti­na­to il loro sta­tus di inno­cen­te. Secon­do le sti­me del sito Erro­ri­giu­di­zia­ri, gesti­to dai gior­na­li­sti Lat­tan­zi e Mai­mo­ne, dal 1991 (stes­so anno del­la stra­ge di Sin­nai) sino alla fine del 2022, sono sta­ti 30.556 i casi di ingiu­sta deten­zio­ne, con una media di cir­ca 985 inno­cen­ti pri­va­ti del­la pro­pria liber­tà per­so­na­le; in par­ti­co­la­re, nel 2022 i casi han­no toc­ca­to quo­ta 539, in leg­ge­ro calo rispet­to all’anno precedente. 

Ma i numeri restano allarmanti. Per quel che riguarda gli errori giudiziari, la media è di 7 all’anno, con un totale di 222 dal 1991. 

Nel 2022 gli erro­ri giu­di­zia­ri in sen­so stret­to sono sta­ti 8 (l’allarme vero e pro­prio scat­ta nel momen­to in cui si supe­ra la soglia del 10). Si potreb­be pen­sa­re che tali nume­ri in que­sto si esau­ri­sca­no: cifre che non ten­go­no con­to dell’impatto deva­stan­te sul­la vita dei cit­ta­di­ni; e tut­ta­via il pro­ble­ma per­si­ste. Lo sta­to ita­lia­no, nel 2022, ha spe­so cir­ca 9 milio­ni e 951mila euro per i risar­ci­men­ti dispo­sti nei con­fron­ti del­le vit­ti­me di erro­ri giu­di­zia­ri, una spe­sa colos­sa­le che con­tri­bui­sce sem­pre più a sfal­da­re l’impalcatura pro­ces­sua­le del siste­ma di giustizia. 

A ciò si aggiun­ge un’altra que­stio­ne spi­no­sa: data la fre­quen­te neces­si­tà di ripa­ra­re agli erro­ri giu­di­zia­ri, lo stes­so sta­to ten­de a osta­co­la­re for­te­men­te l’emissione di inden­niz­zi, man­te­nen­do­li il più del­le vol­te vici­ni alle soglie mini­me pre­sta­bi­li­te dal­la leg­ge. Insom­ma, un coa­cer­vo di pro­ble­ma­ti­che che inve­sten­do la rego­la­ri­tà degli sno­di pro­ce­di­men­ta­li pena­li, van­no a infi­cia­re lo stes­so buon anda­men­to e la stes­sa rego­la­ri­tà dei pro­ces­si. Ma tale coa­cer­vo non può anda­re a disca­pi­to del­le pre­ro­ga­ti­ve fon­da­men­ta­li dell’individuo, soprat­tut­to nel momen­to in cui la già ampia­men­te riscon­tra­ta len­tez­za del­le aule di tri­bu­na­le con­tri­bui­sce a dilui­re for­te­men­te l’interesse del­le “vit­ti­me” a otte­ne­re un giu­sto risto­ro rispet­to ai pre­giu­di­zi patiti. 

Dal­la pan­de­mia di Covid-19 la situa­zio­ne è inol­tre ulte­rior­men­te peg­gio­ra­ta, non essen­do il nume­ro di istan­ze pre­sen­ta­te per otte­ne­re la ripa­ra­zio­ne da ingiu­sta deten­zio­ne anco­ra sta­to smal­ti­to com­ple­ta­men­te dal­le Cor­ti d’Appello. Resta dun­que da auspi­ca­re, anco­ra una vol­ta, in un’incisiva rifor­ma dell’architettura san­zio­na­to­ria sta­ta­le, non cir­co­scrit­ta esclu­si­va­men­te ad acce­le­ra­re i tem­pi pro­ces­sua­li, ma anche ad assi­cu­ra­re una più effi­ca­ce e ocu­la­ta irro­ga­zio­ne del­la giu­sti­zia in tut­ti i cam­pi in cui la stes­sa si estrinseca. 

Arti­co­lo di Vit­to­ria Menga

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