Misinformazione e myside bias. Una trappola cognitiva

Misinformazione e myside bias. Una trappola cognitiva

Il ruo­lo del gior­na­li­sta pro­fes­sio­ni­sta nel­l’in­du­stria media­ti­ca è oggi ogget­to di cre­scen­te dibat­ti­to. Si sta assi­sten­do al pro­gres­si­vo decli­no del mono­po­lio pre­ce­den­te­men­te dete­nu­to dagli orga­ni media­ti­ci con­ven­zio­na­li, a favo­re del­le piat­ta­for­me di social media onli­ne. La cen­tra­li­tà e l’in­fluen­za tra­di­zio­nal­men­te asse­gna­te ai media gior­na­li­sti­ci stan­no ceden­do spa­zio a nuo­vi atto­ri e dina­mi­che, sol­le­van­do inter­ro­ga­ti­vi cru­cia­li sul ruo­lo e sul­la respon­sa­bi­li­tà dei pro­fes­sio­ni­sti dell’informazione.

Se una volta la produzione e la diffusione di notizie erano appannaggio dei giornalisti professionisti, oggi questo potere è potenzialmente accessibile a chiunque. 

Ini­zial­men­te que­sta rivo­lu­zio­ne ven­ne con­ce­pi­ta come una svol­ta demo­cra­ti­ca, ma pre­sto nac­que­ro diver­si dub­bi sul­la bon­tà di tali pre­mes­se ini­zia­li: fra la metà e la fine degli ’10 del Due­mi­la, come evi­den­zia­to da Cose spie­ga­te bene. Vol­tia­mo deci­sa­men­te pagi­na (Il Post, nume­ro del set­tem­bre 2023), sor­se­ro i pri­mi inter­ro­ga­ti­vi in meri­to alla soste­ni­bi­li­tà di un model­lo basa­to sul­la pub­bli­ci­tà online. 

Men­tre un gior­na­li­sta pro­fes­sio­ni­sta è vin­co­la­to dal rispet­to di dove­ri deon­to­lo­gi­ci spe­ci­fi­ci pro­pri del­la sua pro­fes­sio­ne, indi­vi­dui non pro­fes­sio­ni­sti che si occu­pa­no del­la dif­fu­sio­ne di noti­zie sui social media non sono sog­get­ti a tali vin­co­li eti­ci. D’altronde nel­la dif­fu­sio­ne di con­te­nu­ti onli­ne, la logi­ca del­la vira­li­tà e dell’interazione impe­ra sul­la logi­ca del­la cre­di­bi­li­tà e del­la repu­ta­zio­ne, che costi­tui­sco­no i trat­ti distin­ti­vi del­la pro­fes­sio­ne giornalistica. 

Que­sti due fat­to­ri, la “demo­cra­tiz­za­zio­ne” dei cana­li media­ti­ci e la man­can­za di pro­fes­sio­na­li­tà, pos­so­no incre­men­ta­re la dif­fu­sio­ne di misin­for­ma­zio­ne onli­ne, come le ben cono­sciu­te Fake News, e la con­se­guen­te per­ce­zio­ne distor­ta del­la realtà. 

Quan­do una noti­zia non è vei­co­la­ta attra­ver­so cana­li media­ti­ci cre­di­bi­li, diven­ta impre­scin­di­bi­le, oggi più che mai, uno sfor­zo cogni­ti­vo orien­ta­to a valu­tar­ne l’af­fi­da­bi­li­tà. Tut­ta­via, seb­be­ne edu­ca­zio­ne e rifles­sio­ne sono ampia­men­te rico­no­sciu­ti qua­li stru­men­ti effi­ca­ci per discer­ne­re la cre­di­bi­li­tà di un’informazione, spes­so incor­ria­mo in alcu­ne trap­po­le men­ta­li, come il mysi­de bias.

Il myside bias è una tendenza a trovare argomenti che difendono le nostre convinzioni, siano esse di supporto (se siamo d’accordo con qualcosa) o di confutazione (se non siamo d’accordo con qualcosa). 

Que­sto bias cogni­ti­vo è il diret­to ere­de del con­cet­to di con­fir­ma­tion bias, che è la ten­den­za a con­fer­ma­re qual­sia­si cosa si pen­si, svi­lup­pa­to negli anni ’60 dal­lo scien­zia­to cogni­ti­vo Peter Wason. Quest’ultimo dimo­strò empi­ri­ca­men­te la ten­den­za cogni­ti­va a tro­va­re con­fer­me del­le pro­prie con­vin­zio­ni, tra­mi­te nume­ro­si espe­ri­men­ti tra i qua­li il più famo­so è il “gio­co del­le 4 car­te”.

In segui­to Hugo Mer­cier, uno scien­zia­to cogni­ti­vo d’oltralpe mol­to cono­sciu­to, ha rie­la­bo­ra­to il con­cet­to spe­ci­fi­can­do sia più cor­ret­to par­la­re di mysi­de bias, argo­men­tan­do che la con­ce­zio­ne di bias di con­fer­ma sia trop­po gene­ra­le. L’incidenza di que­sta pos­si­bi­le trap­po­la men­ta­le sul­le capa­ci­tà cogni­ti­ve di ana­li­si di una noti­zia può seria­men­te met­te­re a repen­ta­glio la capa­ci­tà di distin­gue­re infor­ma­zio­ni accu­ra­te e cor­ret­te dal­le Fake News.

La rela­zio­ne tra misin­for­ma­zio­ne onli­ne e bias cogni­ti­vi è dive­nu­ta ogget­to di inte­res­se acca­de­mi­co, in un con­te­sto dove l’evidenza scien­ti­fi­ca sem­bra esse­re nel momen­to di mini­ma popo­la­ri­tà sto­ri­ca, alla luce dei recen­ti popu­li­smi e complottismi. 

Una ricerca congiunta condotta nel 2022 da ricercatori dell’Università di Cambridge e Berlino, si è proposta di individuare i fattori predittivi della suscettibilità alla misinformazione online. 

Testan­do un cam­pio­ne di 2674 sta­tu­ni­ten­si (di cui il 66% dichia­ra di esse­re in pos­ses­so di alme­no una lau­rea trien­na­le) tra­mi­te il Misin­for­ma­tion Suscep­ti­bi­li­ty Test (MST), lo stu­dio evi­den­zia che il mysi­de bias e il con­ser­va­to­ri­smo poli­ti­co sono cor­re­la­ti posi­ti­va­men­te con la suscet­ti­bi­li­tà alla misin­for­ma­zio­ne, men­tre le abi­li­tà mate­ma­ti­che e soprat­tut­to la rifles­sio­ne cogni­ti­va sono meno importanti. 

Stes­si risul­ta­ti anche in una ricer­ca dell’Università di Riga del 2023 con­dot­ta su un cam­pio­ne più ristret­to, dove è sta­ta ana­liz­za­ta la per­ce­zio­ne del­la misin­for­ma­zio­ne pro-Rus­sia e pro-Ucrai­na tra i let­to­ni filo-ucrai­ni, imi­tan­do con­te­nu­ti con­di­vi­si su Face­book. Lo stu­dio deli­nea una for­te pro­va del mysi­de bias, in quan­to la misin­for­ma­zio­ne pro-Rus­sia veni­va rece­pi­ta come meno accu­ra­ta del­la misin­for­ma­zio­ne pro-Ucraina. 

Cer­ta­men­te que­ste due ricer­che con­di­vi­do­no un limi­te, in quan­to entram­be sono con­dot­te in con­te­sti for­te­men­te pola­riz­za­ti, la poli­ti­ca ame­ri­ca­na da un lato, l’invasione rus­sa dell’Ucraina dall’altro. Ma le limi­ta­zio­ni allo stes­so tem­po pos­so­no esse­re una vir­tù, in quan­to il pano­ra­ma media­ti­co odier­no è carat­te­riz­za­ta da una cre­scen­te pola­riz­za­zio­ne, evi­den­zian­do come entram­bi i con­te­sti esa­mi­na­ti sia­no sem­pre più la rego­la e non l’eccezione.

Cosa significa tutto ciò? 

Sicu­ra­men­te ci dice che sia­mo meno razio­na­li e ana­li­ti­ci di quan­to ci sfor­zia­mo e cre­dia­mo di esse­re. La psi­che non è una mac­chi­na per­fet­ta ed infal­li­bi­le, ma ha dei limi­ti che pos­so­no esse­re ampli­fi­ca­ti dagli sti­mo­li esterni. 

Infat­ti, le piat­ta­for­me onli­ne come X, Face­book ed Insta­gram bene­fi­cia­no di que­sti bias cogni­ti­vi che carat­te­riz­za­no il cer­vel­lo uma­no. Le logi­che di mer­ca­to che gui­da­no gli algo­rit­mi for­ni­sco­no con­te­nu­ti con­fe­zio­na­ti ad hoc sui dati e sugli inte­res­si degli uten­ti, men­tre il net­work effect por­ta a far inte­ra­gi­re con mag­gior fre­quen­za ed inten­si­tà comu­ni­tà di uten­ti con pro­spet­ti­ve affini. 

Le piat­ta­for­me in que­sto modo ne gua­da­gna­no sicu­ra­men­te in ter­mi­ni eco­no­mi­ci, assi­cu­ran­do­si ingen­ti introi­ti gene­ra­ti da pub­bli­ci­tà for­te­men­te tar­get­tiz­za­te, ma allo stes­so tem­po con­tri­bui­sco­no a cri­stal­liz­za­re ed imper­mea­bi­liz­za­re le opi­nio­ni degli utenti. 

Gli algo­rit­mi che le gover­na­no ed il net­work effect, com­bi­nan­do­si insie­me, iso­la­no l’individuo all’interno di came­re d’eco. L’intrecciarsi di que­sti ele­men­ti, la logi­ca del­le piat­ta­for­me e le trap­po­le cogni­ti­ve come il mysi­de bias, crea un poten­zia­le cap­pio leta­le per il cittadino. 

Per ottenere un’informazione libera e accurata, è necessario imparare a districarsi in un contesto così complesso. 

È dove­ro­so ripar­ti­re da una rifles­sio­ne comu­ne. Tra­mi­te mec­ca­ni­smi di iden­ti­tà pro­tet­ti­vi come il mysi­de bias, il cer­vel­lo uma­no rischia di cede­re alla sem­pli­fi­ca­zio­ne del­le pro­prie con­vin­zio­ni a sfa­vo­re del­lo spi­ri­to cri­ti­co.

Nel ciclo di crea­zio­ne e dif­fu­sio­ne del­le noti­zie, l’u­ten­te, in quan­to desti­na­ta­rio fina­le del con­te­nu­to, emer­ge come l’e­le­men­to più vul­ne­ra­bi­le. Per­tan­to, è di estre­ma impor­tan­za che sia for­ni­to degli stru­men­ti neces­sa­ri per distin­gue­re infor­ma­zio­ni affi­da­bi­li da quel­le ingannevoli. 

Per com­bat­te­re que­sti feno­me­ni sono impre­scin­di­bi­li sia stra­te­gie siste­ma­ti­che e strut­tu­ra­li, sia pic­co­li accor­gi­men­ti da adot­ta­re a livel­lo individuale. 

Per pri­ma cosa sono neces­sa­ri inter­ven­ti siste­ma­ti­ci alla fon­te, par­ten­do quin­di dal­la rego­la­men­ta­zio­ne del­le piat­ta­for­me (anche a costo di per­di­ta di attrat­ti­vi­tà com­mer­cia­le) fino ad arri­va­re alle cam­pa­gne di infor­ma­zio­ne e sen­si­bi­liz­za­zio­ne. In que­sta cate­go­ria rien­tra il pro­ces­so di pre­bun­king, un model­lo appli­ca­bi­le a livel­lo strut­tu­ra­le, dove le piat­ta­for­me sen­si­bi­liz­za­no a livel­lo cogni­ti­vo gli uten­ti a sma­sche­ra­re le più comu­ni tec­ni­che di mani­po­la­zio­ne mediatica. 

Fun­zio­na come una sor­ta di “vac­ci­no” alle Fake News. Per esem­pio, Goo­gle  ha inse­ri­to negli spa­zi pub­bli­ci­ta­ri del­le sue piat­ta­for­me come Face­book, You­tu­be e Tik Tok dei bre­vi spot con sem­pli­ci accor­gi­men­ti per evi­ta­re di cade­re vit­ti­me del­le “bufa­le”.

A livel­lo indi­vi­dua­le l’utente, sen­si­bi­liz­za­to dal pro­ces­so di pre­bun­king, suc­ces­si­va­men­te può fare affi­da­men­to sul pro­ces­so di debun­king. Secon­do Trec­ca­ni il debun­king con­si­ste in una «ope­ra di demi­sti­fi­ca­zio­ne e con­fu­ta­zio­ne di noti­zie o affer­ma­zio­ni fal­se o anti­scien­ti­fi­che, spes­so frut­to di cre­den­ze, ipo­te­si, con­vin­zio­ni, teo­rie rice­vu­te e tra­smes­se in modo acri­ti­co». Se la cam­pa­gna strut­tu­ra­le di pre­bun­king è sta­ta effi­ca­ce, la mes­sa in atto di tali tec­ni­che spet­ta all’utente tra­mi­te il debunking. 

Queste tecniche costituiscono una potenziale risoluzione e un controbilanciamento utile per cercare di sfuggire a trappole mentali come il myside bias. 

Le ricer­che men­zio­na­te in pre­ce­den­za sot­to­li­nea­no quan­to il mysi­de bias sia una varia­bi­le che può vani­fi­ca­re i bene­fi­ci del­la rifles­sio­ne cogni­ti­va, che rima­ne però uno stru­men­to indi­spen­sa­bi­le per valu­ta­re una noti­zia. Dev’essere quin­di edu­ca­ta tra­mi­te due pro­ces­si: l’adozione di tec­ni­che di debun­king e la pre­sa d’atto che la per­fet­ta razio­na­li­tà dell’essere uma­no è un assio­ma uto­pi­co.

Ave­re tale con­sa­pe­vo­lez­za divie­ne ancor più cru­cia­le in un pano­ra­ma media­ti­co dove il pro­li­fe­ra­re di Fake News pola­riz­za sem­pre di più la socie­tà civi­le: in un’epoca in cui si pri­vi­le­gia la fer­mez­za ideo­lo­gi­ca a disca­pi­to del dia­lo­go, sareb­be neces­sa­rio recu­pe­ra­re l’arte del com­pro­mes­so.

Arti­co­lo di Andrea Pravato

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Andrea Pravato

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