Del: 21 Febbraio 2024 Di: Redazione Commenti: 0
Radici. Piazza Fontana, uno scheletro nell'armadio

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica.


Venerdì 12 dicembre 1969, alle 16:37, il cuore di Milano si fermò: un fortissimo boato fece tremare tutta la città. Nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, situata in Piazza Fontana, a pochi metri dal Duomo di Milano, un ordigno esplosivo provocò la morte di 17 persone, e ne ferì altre 88. Nello stesso momento, però, altri tre attentati si verificarono a Roma, in Piazza Venezia, all’Altare della Patria e nella Banca Nazionale del Lavoro, provocando 16 feriti. Inoltre, una bomba inesplosa venne rinvenuta nella Banca Commerciale Italiana in Piazza della Scala, sempre a Milano.

Questa serie di attacchi si inserisce nel quadro di quella che è passata alla storia come «strategia della tensione», basata su attentati terroristici pianificati: 

oltre a Piazza Fontana, vengono ricordati l’attentato di Gioia Tauro (1970), la strage della questura di Milano (1973), e l’attentato a Piazza della Loggia (1974). 

Essi furono messi in atto da frange neofasciste, con l’appoggio dei servizi segreti sia statunitensi sia italiani: alla fine degli anni ’60 l’Italia era infatti nel pieno del cosiddetto Autunno caldo, attraversata da lotte sindacali e di rivendicazione sociale, mentre i consensi per il Partito Comunista erano in aumento. Nel contesto della Guerra Fredda, ciò rappresentava una minaccia: la penisola era allora rigidamente collocata nel “blocco occidentale” e dal 1949 faceva parte dell’Alleanza atlantica (NATO), egemonizzata dagli Stati Uniti. Non era dunque tollerabile la possibilità che il PCI prendesse il sopravvento e – in prospettiva – ottenesse incarichi di governo, cosa che era stata tacitamente vietata fin dall’immediato dopoguerra con la conventio ad excludendum

L’appoggio ai gruppi dell’estrema destra nella conduzione degli attentati, architettati in modo tale che i movimenti di sinistra fossero considerati colpevoli, aveva dunque l’obiettivo di combattere il “pericolo rosso” e di allontanare dalla sinistra l’opinione pubblica, convincendola della necessità di una svolta autoritaria.

I primi ad essere additati come architetti di questi attentati furono gli anarchici: 

magistratura e polizia nelle ore successive alla strage di Piazza Fontana misero agli arresti circa 80 persone, tra le quali il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli

Pinelli fu trattenuto illegalmente per tre giorni nella questura di Milano senza alcuna accusa, e il 15 dicembre 1969 precipitò dal quarto piano dell’edificio, perdendo la vita. 

Inizialmente la caduta di Pinelli fu giustificata con un suicidio, dimostrando così la sua colpevolezza: questa versione e le contraddizioni della polizia non convinsero molti, a partire dalla famiglia. Prese inizio perciò una campagna di “controinformazione” che dimostrò all’opinione pubblica come le varie versioni fornite dalle forze dell’ordine fossero incoerenti tra loro. 

In particolare, nell’occhio del mirino finì il commissario Luigi Calabresi: Pinelli precipitò proprio dalla finestra del suo ufficio quella notte di metà dicembre. A lungo fu dibattuta la sua presenza o assenza nell’ufficio nel momento della caduta di Pinelli: infine la magistratura sentenziò l’assenza del commissario dall’ufficio. Ciononostante, nel 1972 Calabresi fu assassinato da quattro militanti di Lotta Continua, movimento rivoluzionario di orientamento comunista che invece individuava proprio Calabresi come responsabile della morte di Giuseppe Pinelli. 

Due anni dopo, Licia Rognini Pinelli, moglie dell’anarchico, denunciò Calabresi e le altre persone presenti la notte della morte del marito per omicidio volontario. Il caso verrà in ogni caso archiviato, con l’individuazione della causa della caduta in un “malore attivo”da parte del giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio nel 1975. La famiglia – e in particolare le due figlie – lottò per anni per ottenere il riconoscimento dell’innocenza di Pinelli: solo 50 anni dopo la strage di Piazza Fontana, nel dicembre 2019, il sindaco di Milano Beppe Sala chiese perdono in nome della città di Milano per l’ingiustizia subita dall’anarchico. 

I veri architetti degli attentati del 12 dicembre 1969, infatti, non erano stati né Pinelli né altre persone appartenenti al movimento anarchico, bensì alcuni esponenti dell’organizzazione di estrema destra Ordine Nuovo (ON), di ispirazione nazi-fascista. 

Per l’attentato di Piazza Fontana, nello specifico, furono coinvolti Carlo Digilio, esperto di armi di ON, e i terroristi neri Franco Freda e Giovanni Ventura

Carlo Digilio, unico condannato, ottenne la prescrizione del reato: nel 2001 riuscì infatti ad evitare una condanna all’ergastolo per le attenuanti generiche, concesse per via della sua collaborazione alle indagini. Franco Freda e Giovanni Ventura furono invece assolti con sentenza definitiva nel 1987, a causa dell’iniziale condanna di Pietro Valpreda, anarchico come Pinelli e a sua volta imputato per la strage, che però non fu effettivamente coinvolto. 

Nel 1979 il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna, appartenenti al SID, il servizio segreto militare, furono arrestati con l’accusa di aver cercato di attuare l’evasione di Giovanni Ventura e di falso ideologico in atto pubblico, per aver cercato di depistare le indagini sulla strage di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia; furono condannati per questi reati negli anni Ottanta. Il 30 giugno 2001, infine, vennero condannati Delfo Zorzi, che eseguì la strage, Carlo Maria Maggi, che la organizzò, e Giancarlo Rognoni, il basista.

L’utilizzo del movimento anarchico come immediato capro espiatorio degli attentati svelò come l’Italia non avesse fatto ancora i conti con il fascismo di vent’anni prima: 

le vittime di questa tendenza furono proprio Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda.

La bomba di Piazza Fontana rappresentò allora uno dei fattori scatenanti che spinsero anche la sinistra extraparlamentare verso la lotta armata, aprendo la fase degli Anni di Piombo. Alcuni gruppi dell’estrema sinistra accusarono infatti il PCI di aver tradito i propri ideali e di aver mentito riguardo all’attuazione di un’autentica rivoluzione comunista. 

I militanti sia “neri” sia “rossi” fecero dunque ricorso alla violenza per portare avanti i propri ideali e la propria opposta visione del mondo. Si susseguirono così scontri sanguinosi, attentati terroristici e operazioni rivolte contro figure istituzionali: tra le altre, il celebre rapimento e l’uccisione di Aldo Moro per opera delle Brigate Rosse. 

Non dovremmo dimenticare che, all’origine di queste pagine insanguinate della nostra storia, c’è stato il rifiuto di affrontare la presenza di gruppi criminali dalle ideologie estremiste, da quella neofascista alle frange radicalizzate del comunismo, convertitesi a propria volta alla strategia terroristica: tutt’al contrario tali gruppi sono divenuti strumento passivo nelle mani del potere politico, nazionale e internazionale, deciso a perseguire ad ogni costo i propri obiettivi. 

Le scuse rivolte a Pinelli e Valpreda in occasione del cinquantesimo anniversario della strage sono un inizio, ma gli scheletri nell’armadio della storia d’Italia sono ancora molti e, se non si smette di nascondere la polvere sotto al tappeto, il rischio è di ripetere gli stessi errori di 50 anni fa.

Articolo di Emma Pierri.

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