Radici. Piazza Fontana, uno scheletro nell’armadio

Radici. Piazza Fontana, uno scheletro nell'armadio

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica.


Vener­dì 12 dicem­bre 1969, alle 16:37, il cuo­re di Mila­no si fer­mò: un for­tis­si­mo boa­to fece tre­ma­re tut­ta la cit­tà. Nel­la Ban­ca Nazio­na­le dell’Agricoltura, situa­ta in Piaz­za Fon­ta­na, a pochi metri dal Duo­mo di Mila­no, un ordi­gno esplo­si­vo pro­vo­cò la mor­te di 17 per­so­ne, e ne ferì altre 88. Nel­lo stes­so momen­to, però, altri tre atten­ta­ti si veri­fi­ca­ro­no a Roma, in Piaz­za Vene­zia, all’Altare del­la Patria e nel­la Ban­ca Nazio­na­le del Lavo­ro, pro­vo­can­do 16 feri­ti. Inol­tre, una bom­ba ine­splo­sa ven­ne rin­ve­nu­ta nel­la Ban­ca Com­mer­cia­le Ita­lia­na in Piaz­za del­la Sca­la, sem­pre a Milano.

Questa serie di attacchi si inserisce nel quadro di quella che è passata alla storia come «strategia della tensione», basata su attentati terroristici pianificati: 

oltre a Piaz­za Fon­ta­na, ven­go­no ricor­da­ti l’attentato di Gio­ia Tau­ro (1970), la stra­ge del­la que­stu­ra di Mila­no (1973), e l’attentato a Piaz­za del­la Log­gia (1974). 

Essi furo­no mes­si in atto da fran­ge neo­fa­sci­ste, con l’appoggio dei ser­vi­zi segre­ti sia sta­tu­ni­ten­si sia ita­lia­ni: alla fine degli anni ’60 l’Italia era infat­ti nel pie­no del cosid­det­to Autun­no cal­do, attra­ver­sa­ta da lot­te sin­da­ca­li e di riven­di­ca­zio­ne socia­le, men­tre i con­sen­si per il Par­ti­to Comu­ni­sta era­no in aumen­to. Nel con­te­sto del­la Guer­ra Fred­da, ciò rap­pre­sen­ta­va una minac­cia: la peni­so­la era allo­ra rigi­da­men­te col­lo­ca­ta nel “bloc­co occi­den­ta­le” e dal 1949 face­va par­te dell’Alleanza atlan­ti­ca (NATO), ege­mo­niz­za­ta dagli Sta­ti Uni­ti. Non era dun­que tol­le­ra­bi­le la pos­si­bi­li­tà che il PCI pren­des­se il soprav­ven­to e — in pro­spet­ti­va — otte­nes­se inca­ri­chi di gover­no, cosa che era sta­ta taci­ta­men­te vie­ta­ta fin dall’immediato dopo­guer­ra con la con­ven­tio ad exclu­den­dum

L’appoggio ai grup­pi dell’estrema destra nel­la con­du­zio­ne degli atten­ta­ti, archi­tet­ta­ti in modo tale che i movi­men­ti di sini­stra fos­se­ro con­si­de­ra­ti col­pe­vo­li, ave­va dun­que l’obiettivo di com­bat­te­re il “peri­co­lo ros­so” e di allon­ta­na­re dal­la sini­stra l’opinione pub­bli­ca, con­vin­cen­do­la del­la neces­si­tà di una svol­ta autoritaria.

I primi ad essere additati come architetti di questi attentati furono gli anarchici: 

magi­stra­tu­ra e poli­zia nel­le ore suc­ces­si­ve alla stra­ge di Piaz­za Fon­ta­na mise­ro agli arre­sti cir­ca 80 per­so­ne, tra le qua­li il fer­ro­vie­re anar­chi­co Giu­sep­pe Pinel­li

Pinel­li fu trat­te­nu­to ille­gal­men­te per tre gior­ni nel­la que­stu­ra di Mila­no sen­za alcu­na accu­sa, e il 15 dicem­bre 1969 pre­ci­pi­tò dal quar­to pia­no dell’edificio, per­den­do la vita. 

Ini­zial­men­te la cadu­ta di Pinel­li fu giu­sti­fi­ca­ta con un sui­ci­dio, dimo­stran­do così la sua col­pe­vo­lez­za: que­sta ver­sio­ne e le con­trad­di­zio­ni del­la poli­zia non con­vin­se­ro mol­ti, a par­ti­re dal­la fami­glia. Pre­se ini­zio per­ciò una cam­pa­gna di “con­tro­in­for­ma­zio­ne” che dimo­strò all’opinione pub­bli­ca come le varie ver­sio­ni for­ni­te dal­le for­ze dell’ordine fos­se­ro incoe­ren­ti tra loro. 

In par­ti­co­la­re, nell’occhio del miri­no finì il com­mis­sa­rio Lui­gi Cala­bre­si: Pinel­li pre­ci­pi­tò pro­prio dal­la fine­stra del suo uffi­cio quel­la not­te di metà dicem­bre. A lun­go fu dibat­tu­ta la sua pre­sen­za o assen­za nell’ufficio nel momen­to del­la cadu­ta di Pinel­li: infi­ne la magi­stra­tu­ra sen­ten­ziò l’assenza del com­mis­sa­rio dall’ufficio. Cio­no­no­stan­te, nel 1972 Cala­bre­si fu assas­si­na­to da quat­tro mili­tan­ti di Lot­ta Con­ti­nua, movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio di orien­ta­men­to comu­ni­sta che inve­ce indi­vi­dua­va pro­prio Cala­bre­si come respon­sa­bi­le del­la mor­te di Giu­sep­pe Pinelli. 

Due anni dopo, Licia Rogni­ni Pinel­li, moglie dell’anarchico, denun­ciò Cala­bre­si e le altre per­so­ne pre­sen­ti la not­te del­la mor­te del mari­to per omi­ci­dio volon­ta­rio. Il caso ver­rà in ogni caso archi­via­to, con l’individuazione del­la cau­sa del­la cadu­ta in un “malo­re atti­vo”da par­te del giu­di­ce istrut­to­re Gerar­do D’Ambrosio nel 1975. La fami­glia — e in par­ti­co­la­re le due figlie — lot­tò per anni per otte­ne­re il rico­no­sci­men­to dell’innocenza di Pinel­li: solo 50 anni dopo la stra­ge di Piaz­za Fon­ta­na, nel dicem­bre 2019, il sin­da­co di Mila­no Bep­pe Sala chie­se per­do­no in nome del­la cit­tà di Mila­no per l’ingiustizia subi­ta dall’anarchico. 

I veri architetti degli attentati del 12 dicembre 1969, infatti, non erano stati né Pinelli né altre persone appartenenti al movimento anarchico, bensì alcuni esponenti dell’organizzazione di estrema destra Ordine Nuovo (ON), di ispirazione nazi-fascista. 

Per l’attentato di Piaz­za Fon­ta­na, nel­lo spe­ci­fi­co, furo­no coin­vol­ti Car­lo Digi­lio, esper­to di armi di ON, e i ter­ro­ri­sti neri Fran­co Fre­da e Gio­van­ni Ven­tu­ra

Car­lo Digi­lio, uni­co con­dan­na­to, otten­ne la pre­scri­zio­ne del rea­to: nel 2001 riu­scì infat­ti ad evi­ta­re una con­dan­na all’ergastolo per le atte­nuan­ti gene­ri­che, con­ces­se per via del­la sua col­la­bo­ra­zio­ne alle inda­gi­ni. Fran­co Fre­da e Gio­van­ni Ven­tu­ra furo­no inve­ce assol­ti con sen­ten­za defi­ni­ti­va nel 1987, a cau­sa dell’iniziale con­dan­na di Pie­tro Val­pre­da, anar­chi­co come Pinel­li e a sua vol­ta impu­ta­to per la stra­ge, che però non fu effet­ti­va­men­te coinvolto. 

Nel 1979 il gene­ra­le Gia­na­de­lio Malet­ti e il capi­ta­no Anto­nio Labru­na, appar­te­nen­ti al SID, il ser­vi­zio segre­to mili­ta­re, furo­no arre­sta­ti con l’accusa di aver cer­ca­to di attua­re l’evasione di Gio­van­ni Ven­tu­ra e di fal­so ideo­lo­gi­co in atto pub­bli­co, per aver cer­ca­to di depi­sta­re le inda­gi­ni sul­la stra­ge di Piaz­za Fon­ta­na e di Piaz­za del­la Log­gia; furo­no con­dan­na­ti per que­sti rea­ti negli anni Ottan­ta. Il 30 giu­gno 2001, infi­ne, ven­ne­ro con­dan­na­ti Del­fo Zor­zi, che ese­guì la stra­ge, Car­lo Maria Mag­gi, che la orga­niz­zò, e Gian­car­lo Rogno­ni, il basista.

L’utilizzo del movimento anarchico come immediato capro espiatorio degli attentati svelò come l’Italia non avesse fatto ancora i conti con il fascismo di vent’anni prima: 

le vit­ti­me di que­sta ten­den­za furo­no pro­prio Giu­sep­pe Pinel­li e Pie­tro Valpreda.

La bom­ba di Piaz­za Fon­ta­na rap­pre­sen­tò allo­ra uno dei fat­to­ri sca­te­nan­ti che spin­se­ro anche la sini­stra extra­par­la­men­ta­re ver­so la lot­ta arma­ta, apren­do la fase degli Anni di Piom­bo. Alcu­ni grup­pi dell’estrema sini­stra accu­sa­ro­no infat­ti il PCI di aver tra­di­to i pro­pri idea­li e di aver men­ti­to riguar­do all’attuazione di un’autentica rivo­lu­zio­ne comunista. 

I mili­tan­ti sia “neri” sia “ros­si” fece­ro dun­que ricor­so alla vio­len­za per por­ta­re avan­ti i pro­pri idea­li e la pro­pria oppo­sta visio­ne del mon­do. Si sus­se­gui­ro­no così scon­tri san­gui­no­si, atten­ta­ti ter­ro­ri­sti­ci e ope­ra­zio­ni rivol­te con­tro figu­re isti­tu­zio­na­li: tra le altre, il cele­bre rapi­men­to e l’uccisione di Aldo Moro per ope­ra del­le Bri­ga­te Rosse. 

Non dovrem­mo dimen­ti­ca­re che, all’origine di que­ste pagi­ne insan­gui­na­te del­la nostra sto­ria, c’è sta­to il rifiu­to di affron­ta­re la pre­sen­za di grup­pi cri­mi­na­li dal­le ideo­lo­gie estre­mi­ste, da quel­la neo­fa­sci­sta alle fran­ge radi­ca­liz­za­te del comu­ni­smo, con­ver­ti­te­si a pro­pria vol­ta alla stra­te­gia ter­ro­ri­sti­ca: tutt’al con­tra­rio tali grup­pi sono dive­nu­ti stru­men­to pas­si­vo nel­le mani del pote­re poli­ti­co, nazio­na­le e inter­na­zio­na­le, deci­so a per­se­gui­re ad ogni costo i pro­pri obiettivi. 

Le scu­se rivol­te a Pinel­li e Val­pre­da in occa­sio­ne del cin­quan­te­si­mo anni­ver­sa­rio del­la stra­ge sono un ini­zio, ma gli sche­le­tri nell’armadio del­la sto­ria d’Italia sono anco­ra mol­ti e, se non si smet­te di nascon­de­re la pol­ve­re sot­to al tap­pe­to, il rischio è di ripe­te­re gli stes­si erro­ri di 50 anni fa.

Arti­co­lo di Emma Pierri. 

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Emma Pierri

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