Biden e Bibi, rottura di rapporti tra USA e Israele?

C’è volu­ta solo una cri­si uma­ni­ta­ria per scuo­te­re l’amministrazione Biden a cam­bia­re reto­ri­ca nei con­fron­ti del gover­no israe­lia­no di Ben­ja­min Netanyahu.

I bom­bar­da­men­ti d’Israele, accom­pa­gna­ti dai tagli alle for­ni­tu­re idri­che ed elet­tri­che a Gaza, han­no ucci­so più di 32.000 pale­sti­ne­si; l’insufficienza dei pochi aiu­ti che rie­sco­no a entra­re nel­la cit­tà, bloc­ca­ta da tut­te le par­ti, ha por­ta­to più di 500.000 per­so­ne alla care­stia, secon­do le Nazio­ni Unite. 

Fino­ra, in tre diver­se occa­sio­ni, gli Sta­ti Uni­ti han­no usa­to il loro pote­re di veto per affos­sa­re le riso­lu­zio­ni del Con­si­glio di Sicu­rez­za del­le Nazio­ni Uni­te, orien­ta­to ver­so un ces­sa­te-il-fuo­co. Un’abitudine ter­mi­na­ta que­sto lune­dì, quan­do la rap­pre­sen­tan­za sta­tu­ni­ten­se ha deci­so di aste­ner­si dal voto, per­met­ten­do l’approvazione d’una pro­po­sta di tre­gua fino al ter­mi­ne del mese di Ramadan.

Washing­ton ha mini­miz­za­to que­sta scel­ta come non vin­co­lan­te («Il nostro voto non rap­pre­sen­ta una svol­ta nel­la nostra poli­ti­ca», ha det­to John Kir­by, por­ta­vo­ce del­la Casa Bian­ca per la Sicu­rez­za Nazio­na­le); il cam­bia­men­to di posi­zio­ne è sta­to però suf­fi­cien­te a sol­le­ci­ta­re una for­te rispo­sta da par­te del pri­mo mini­stro israe­lia­no Neta­nya­hu, che si è sca­glia­to con­tro gli Sta­ti Uni­ti per non aver bloc­ca­to la mozio­ne e di con­se­guen­za ha annul­la­to la visi­ta d’una dele­ga­zio­ne israe­lia­na al Campidoglio.

Non è cer­to la pri­ma vol­ta che Neta­nya­hu pole­miz­za aper­ta­men­te con gli USA: solo la scor­sa set­ti­ma­na, per esem­pio, ave­va annun­cia­to il seque­stro ille­ga­le di 800 etta­ri di ter­ra nel­la Cisgior­da­nia occu­pa­ta, sfi­dan­do il divie­to sta­tu­ni­ten­se di crea­re nuo­vi inse­dia­men­ti coloniali.

È comunque una sorprendente deviazione dalla storica alleanza tra Israele e Stati Uniti.

Israe­le è il prin­ci­pa­le desti­na­ta­rio d’aiuti mili­ta­ri degli Sta­ti Uni­ti: dal­la secon­da guer­ra mon­dia­le ha rice­vu­to più di 300 miliar­di di dol­la­ri, men­tre ora si par­la di 3,8 miliar­di ogni anno. Alcu­ni degli altri bene­fi­cia­ri, come l’Egitto, rice­vo­no fon­di in cam­bio del man­te­ni­men­to di rap­por­ti neu­tra­li con Tel Aviv. 

Il soste­gno incon­di­zio­na­to a Israe­le è sta­to inol­tre un ele­men­to fis­so del­la poli­ti­ca sta­tu­ni­ten­se in Medio Orien­te sin dal­la crea­zio­ne del­lo Sta­to nel 1948: JFK ave­va conia­to il ter­mi­ne spe­cial rela­tion­ship (“rap­por­to spe­cia­le”) nel 1962, spie­gan­do che i lega­mi di Washing­ton con Israe­le era­no para­go­na­bi­li solo a quel­li con il Regno Uni­to. Nel 2020, Donald Trump ave­va ulte­rior­men­te espli­ci­ta­to que­sto lega­me, ammet­ten­do che «non c’è altra ragio­ne per noi di sta­re in Medio Orien­te, se non per­ché voglia­mo pro­teg­ge­re Israele.»

Biden, tut­ta­via, dif­fe­ri­sce dai suoi pre­de­ces­so­ri per la lun­ga, per­so­na­le e pub­bli­ca ami­ci­zia con un lea­der che affe­zio­na­ta­men­te chia­ma “Bibi”: non solo un allea­to, da più di 40 anni Biden «fa par­te del­la nostra mish­pu­cha», ave­va una vol­ta affer­ma­to Neta­nya­hu, usan­do la paro­la yid­dish per “fami­glia”. 

In uno spi­ri­to di col­la­bo­ra­zio­ne ultra­de­cen­na­le, Biden ha fino­ra lascia­to cor­re­re mol­te del­le deci­sio­ni (mili­ta­ri e non) di Neta­nya­hu — ma una per­di­ta di con­sen­so inter­na e un com­ple­to rifiu­to del pri­mo mini­stro di scen­de­re a com­pro­mes­si non fan­no che aumen­ta­re le osti­li­tà inter­na­zio­na­li, costrin­gen­do la Casa Bian­ca a cam­bia­re politica.

Di fatto, Netanyahu sembra indifferente a ogni forma di pressione, e pare non voler presentare alcuna strategia a lungo termine per Gaza che non includa il totale annichilimento; 

tra nume­ro­se pro­te­ste, il suo soste­gno sta rag­giun­gen­do i mini­mi sto­ri­ci ed egli sem­bra con­sa­pe­vo­le che una vol­ta fini­ta la guer­ra, il suo tur­no al pote­re è sot­to gran­de rischio.

«Pare che sia in cam­pa­gna elet­to­ra­le» ha det­to Nim­rod Novik, mem­bro dell’Israel Poli­cy Forum. «È occu­pa­to a ras­si­cu­ra­re la sua base elet­to­ra­le sem­pre più ristret­ta, [che] rispon­de meglio a un nazio­na­li­smo machi­sta» come dimo­stra­to dal suo rifiu­to di appro­va­re qual­sia­si riso­lu­zio­ne che osta­co­li i pro­gres­si ter­ri­to­ria­li dell’IDF, insi­sten­do sul fat­to che «la vit­to­ria tota­le è a por­ta­ta di mano».

Igno­ra­to sul­la que­stio­ne colo­nie e sul­la pos­si­bi­le distru­zio­ne del­la cit­tà di Rafah (dove sono rifu­gia­ti miglia­ia di sfol­la­ti), Biden si tro­va a dover rias­se­sta­re il ruo­lo del­la pro­pria nazio­ne in una regio­ne che gli sta sfug­gen­do di mano. Le frat­tu­re nel­la spe­cial rela­tion­ship con Israe­le stan­no osta­co­lan­do la mano­vra­bi­li­tà stra­te­gi­ca di Washing­ton in Medio Orien­te e han­no ini­bi­to la capa­ci­tà del suo lea­der di affron­ta­re la que­stio­ne con chia­rez­za ogget­ti­va.

A scuo­ter­lo sono però soprat­tut­to le pros­si­me ele­zio­ni per il seg­gio pre­si­den­zia­le, su cui Biden sie­de incer­to: nuo­vi son­dag­gi mostra­no il 63% dei demo­cra­ti­ci osti­li alle azio­ni di Israe­le, con cifre che sal­go­no al 67% per gli under 35 e al 64% per elet­to­ri appar­te­nen­ti a mino­ran­ze, con un aumen­to nel soste­gno ai pale­sti­ne­si dell’11% rispet­to all’anno scorso. 

Que­sto sca­te­na poten­zia­li effet­ti col­la­te­ra­li in Sta­ti come Michi­gan, Geor­gia e Penn­syl­va­nia, dove risie­do­no impor­tan­ti bloc­chi elet­to­ra­li di ara­bo-ame­ri­ca­ni (il cui assen­so a Biden è crol­la­to dal 75% al 29%).

Anche la posi­zio­ne geo­po­li­ti­ca del pre­si­den­te è in peri­co­lo, dato che diver­se nazio­ni tra cui Cana­da, Olan­da e Dani­mar­ca stan­no con­si­de­ran­do un’inter­ru­zio­ne com­ple­ta degli aiu­ti mili­ta­ri a Israe­le, che vie­ne così sem­pre più isolato. 

Se si aggiun­ge la cam­pa­gna di Donald Trump per la rie­le­zio­ne, si capi­sce come la peri­co­lan­te ammi­ni­stra­zio­ne di Biden stia modi­fi­can­do di tut­ta fret­ta il suo cor­so nel ten­ta­ti­vo di man­te­ne­re alme­no una per­cen­tua­le dei suoi vec­chi elettori.

I molteplici ammonimenti contro Israele, tuttavia, non sono stati seguiti da un cambiamento concreto — sollevando dubbi sulla loro effettiva credibilità. 

Secon­do Joe Cirin­cio­ne, ana­li­sta del­la sicu­rez­za nazio­na­le sta­tu­ni­ten­se, que­sta nuo­va poli­ti­ca dif­fi­cil­men­te darà risul­ta­ti miglio­ri del­la pri­ma, poi­ché non è soste­nu­ta da nul­la se non da reto­ri­ca. L’u­ni­co modo per ren­de­re cre­di­bi­le l’influenza ame­ri­ca­na su Israe­le, sostie­ne, è por­re con­di­zio­ni sugli aiu­ti degli Sta­ti Uni­ti. «Si potreb­be smet­te­re di rifor­ni­re Israe­le con bom­be e di invia­re pro­iet­ti­li di arti­glie­ria», ha con­ti­nua­to. «Se vuoi che Israe­le fer­mi il mas­sa­cro di mas­sa, non invia­re loro le armi che sta usan­do per commetterlo». 

L’idea è sta­ta soste­nu­ta atti­va­men­te dal Sena­to­re del Ver­mont Ber­nie San­ders, che ha scrit­to una let­te­ra invi­tan­do i col­le­ghi a oppor­si all’invio di aiu­ti. «Non cre­do che dovrem­mo stan­zia­re 10 miliar­di di dol­la­ri per il gover­no estre­mi­sta di Neta­nya­hu così che con­ti­nui la sua attua­le stra­te­gia mili­ta­re. Ciò che il gover­no Neta­nya­hu sta facen­do è immo­ra­le, vio­la il dirit­to inter­na­zio­na­le, e gli Sta­ti Uni­ti non dovreb­be­ro esse­re com­pli­ci di que­ste azio­ni», reci­ta il comunicato. 

Neta­nya­hu cer­che­rà comun­que di man­te­ne­re il con­trol­lo fino a novem­bre, in tem­po per le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li ame­ri­ca­ne, pun­tan­do tut­to sul­la rie­le­zio­ne di Donald Trump, che apri­reb­be nuo­ve pro­spet­ti­ve per una rin­no­va­ta collaborazione.

Con­di­vi­di:
Elisa Basilico

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.