Del: 5 Marzo 2024 Di: Matilde Elisa Sala Commenti: 0

Il 5 di ogni mese, 5 libri per tutti i gusti: BookAdvisor è la rubrica dove vi consigliamo ciò che ci è piaciuto di recente, tra novità e qualche riscoperta.


Tutti su questo treno sono sospetti, Benjamin Stevenson (Feltrinelli) – recensione di Matilde Elisa Sala

Dopo le terribili vicende che hanno colpito la sua famiglia, e il grande successo del suo romanzo Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno (attenzione: non è un memoir) Ernest Cunningham è a corto di idee. Il suo editore e il suo agente letterario chiedono qualcosa di nuovo, ma Ernest non sa proprio come fare: l’unica speranza è che accada un delitto. Quale migliore occasione se non il Festival Australiano del Giallo a bordo di un treno che attraversa l’Australia, per trovare l’ispirazione? Circondato da altri scrittori di gialli, tutti particolarmente schivi, decisamente antipatici e pieni di sé, la storia gli capita proprio tra le mani. Certo, non che Ernest si fosse realmente augurato morisse qualcuno! Però accade e, da buon giallista – dunque, grande conoscitore del mestiere – Ernest e gli altri scrittori cominciano a indagare ognuno con il proprio metodo e il proprio stile, proprio come nei loro romanzi. Ma, tutti su questo treno sono sospetti e non ci si può fidare davvero di nessuno. Anzi, forse di qualcuno sì. Il nostro Ernest, autore e protagonista, ci tiene fin da subito a mettere in chiaro due cose: la prima è che lui è un narratore affidabile, non mentirà mai volutamente al lettore. Il suo obiettivo è accompagnarci nella risoluzione del caso e fornirci tutti gli elementi per risolverlo a nostra volta. La seconda, e forse più importante, Ernest non è morto! Se sta scrivendo vuol dire che è ancora vivo. 

Con la tipica comicità e ironia che ha contraddistinto il suo primo romanzo, Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno, Benjamin Stevenson torna con un sequel strepitoso, divertente e assolutamente geniale. Se nel primo libro era stato un punto a darci la chiave di risoluzione del mistero questa volta il ruolo è affidato, letteralmente, a una virgola. Stevenson, tramite la voce di Ernest, prende il lettore per mano e fornisce informazioni dettagliate, apparentemente ben nascoste, instaurando un forte legame con il suo pubblico. È sempre sorprendente l’originalità dell’autore, in grado di scrivere gialli fuori dalle righe e di far desiderare al lettore che una nuova storia sia subito pronta. Dopotutto, è divertente anche per chi legge immedesimarsi nel detective e provare a risolvere il delitto!


Abel, Alessandro Baricco (Feltrinelli) – recensione di Matilde Elisa Sala

Il giovane Abel ha ventisette anni e vive in una cittadina in un Ovest immaginario degli Stati Uniti d’America, di cui è anche lo sceriffo. Divenuto noto dopo aver messo a segno il famoso colpo conosciuto come il Mistico, la vita di Abel si destreggia tra il suo lavoro, la sua famiglia (in particolar modo i suoi fratelli) e l’amore per la fuggevole Hallelujah Wood. Hallelujah ogni tanto parte, Abel non sa dove lei vada; anche sua madre è partita, ma non è mai più tornata.

Un “western metafisico”, questo il sottotitolo, un romanzo denso e pieno di vita. Abel segna il ritorno sulla scena letteraria del grande Alessandro Baricco. Come da lui dichiarato durante un’intervista a Che Tempo che Fa, Abel è un romanzo che ha scritto per se stesso, per scoprire, mettere a nudo e far nascere una parte di sé, proprio come accade al protagonista del romanzo. 

La storia è piuttosto breve ma, come si è soliti dire, intensa: la penna di Baricco è pregna di eleganza, forza e bellezza. Capitolo dopo capitolo si crea un’affascinante musicalità, in grado di prendere il lettore e trasportarlo nel flusso della storia. È un racconto spirituale nel quale non si comprende appieno dove finisca la realtà e dove inizi la fantasia. Come accade spesso leggendo i romanzi di Baricco, risulta complesso restituirne l’esperienza di lettura: se ne esce scombussolati, ma estasiati; confusi, ma appagati e consapevoli della forza che hanno le parole e della meraviglia che sono la scrittura e la lettura.


Gli ultimi americani, Brandon Taylor (Bollati Boringhieri) – recensione di Nina Fresia

È possibile spiegare cosa significhi essere giovani oggi negli Stati Uniti? Taylor ci prova abbracciando molte tematiche più attuali che mai (le disuguaglianze socioeconomiche, il ruolo delle proprie radici, il rapporto con l’omosessualità), ma soprattutto svelandoci una potente verità: il sogno americano non esiste più. Lo sfondo del grande affresco dipinto dall’autore è Iowa City, con le sue pesanti nevicate e i disordinati appartamenti in cui vivono gli universitari. E sono proprio gli studenti l’oggetto privilegiato dello studio: entriamo nella vita di Seamus, sfacciato poeta che si guadagna da vivere cucinando per un ospizio, di Fyodor e Timo, le cui discussioni sul lavoro del primo nell’industria della carne nascondono incomprensioni più profonde, di Ivan e Goran, un ex ballerino che in attesa di fare carriera nella finanza si è dato al porno amatoriale e un pianista adottato da una famiglia facoltosa con una strana relazione con il proprio ego.

E poi ancora Noah, Daw e Fatima che cercano di mettere insieme la disciplina della danza con la consapevolezza che probabilmente non potranno vivere d’arte.

Il celebre “american dream”, la convinzione che con il duro lavoro si avrà un futuro migliore, non sembra essere più plausibile: gli universitari si vedono intrappolati in una spirale di fatiche senza veramente credere che porterà a qualcosa di buono. E a quel punto, che senso ha sforzarsi?

Eppure, nella consapevolezza di essere piccolissime particelle di un universo sconfinato, i giovani americani riescono ancora, in modo tormentato e schizofrenico, a sperare.


Le otto vite di una centenaria senza nome, Mirinae Lee (Editore Nord) – recensione di Michela De Marchi

Ogni vita racchiude diverse avventure e alcune potrebbero risultare più interessanti di altre. La storia di Mook Miran è proprio una di queste.

Con Le otto vite di una centenaria senza nome, l’autrice Mirinae Lee rivela al lettore i quasi cento anni di vita della protagonista, con un mix di emozioni che vede alternarsi turbamento, commozione, rabbia e tenerezza nel corso delle pagine. Il libro è inizialmente ambientato in una casa di riposo coreana, dove lavora Lee Sae-ri, un’impiegata che sta vivendo la difficile realtà del divorzio. Proprio per tentare di svagarsi, Lee decide di aiutare gli anziani in cura a scrivere il proprio necrologio, utilizzando tre parole: nomi, aggettivi o verbi che possano riassumere la loro vita. Nel realizzare l’iniziativa si imbatte nella quasi centenaria Mook Miran, la quale però dice di aver bisogno di otto parole, perché tre sono troppo poche per racchiudere ciò che ha vissuto. Mook, infatti, è stata un’assassina, una schiava, una maga della fuga, una ribelle, una moglie, una madre, una spia. Attraverso i suoi occhi si comprende la dura realtà che la donna ha dovuto affrontare tra guerra di Corea, Seconda guerra mondiale, occupazione giapponese e quella americana. Una serie di eventi drammatici grazie a cui si intende la tragica condizione femminile di quegli anni, quando le donne erano vittime di violenze.

Mook sopravvive ai momenti più duri della storia, costretta a cambiare identità più di una volta e a non mollare, nonostante le sofferenze provate. Imparando a fingere, ingannare, abbindolare e salvarsi da sola, trarrà una nuova forza proprio da se stessa, diventando la centenaria che poi Lee conosce. 

Il romanzo scava nell’anima della sua protagonista e racconta una storia sconcertante di dolore, che insegna a convivere con la sofferenza e non abbattersi neanche di fronte alla realtà più cruda. 


Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa, Michela Marzano (Rizzoli) – recensione di Annachiara Esposito

Storia di una vita “qualunque” che cattura, appassiona, inorridisce e fa riflettere.
Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa, di Michela Marzano, parla di consenso nella sessualità; parla di molestie e di violenza, anche in famiglia. In un’intervista, la scrittrice ammette che le tematiche legate all’affettività e al sesso nei suoi romanzi «erano sempre state evacuate» perché le mancavano la voce e il tono giusti che ha invece trovato in Anna, la protagonista del suo ultimo libro.
Anna si è imposta nella storia e ne delinea ogni passo. È una donna sulla cinquantina, italo-francese. Nelle prime pagine si scopre che avrebbe voluto diventare attrice ma, quando sale sul palco, si rende conto che quel ruolo l’avrebbe fatta spogliare della sua anima e ripensare ai suoi scheletri nell’armadio, che non era ancora pronta ad affrontare. Diventa allora insegnante in un master di giornalismo, decidendo di affrontare il tema del “MeeToo con i suoi studenti, cavalcando l’onda del movimento e ponendo delle domande sui temi legati al termine consenso in senso ampio. Questo continuo scambio con i suoi studenti, la aiuterà ad affrontare i suoi scheletri, le paure e la aiuterà a dire “no”; avrebbe voluto impararlo molto prima. 

È il libro per eccellenza che nasce da una storia di molestia e che sviscera la cultura dello stupro, la somma degli stereotipi radicati che oscurano la vista anche di chi vede perfettamente; che distolgono l’attenzione dall’accaduto per identificare la simbologia dietro la “vittima perfetta”. Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa è per tutti e tutti dovrebbero accoglierlo in casa quando bussa alla porta. Emotivamente travolgente, è in grado di rompere la bussola della realtà, immergendo il lettore nelle riflessioni. Lascia l’amaro in bocca e la voglia di cambiare il mondo circostante; lascia rabbia ma anche un po’ di coraggio. 

Matilde Elisa Sala
Studio Lettere, mentre aspetto ancora la mia lettera per Hogwarts. Amo i gatti, il Natale e la neve, viaggiare, specialmente se la destinazione è New York, leggere e immergermi ogni volta in una storia diversa. Scrivo, perché credo che le parole siano lo strumento più potente che abbiamo.

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