Bookadvisor, consigli di lettura di marzo

Il 5 di ogni mese, 5 libri per tutti i gusti: BookAdvisor è la rubrica dove vi consigliamo ciò che ci è piaciuto di recente, tra novità e qualche riscoperta.


Tut­ti su que­sto tre­no sono sospet­ti, Ben­ja­min Ste­ven­son (Fel­tri­nel­li) – recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala

Dopo le ter­ri­bi­li vicen­de che han­no col­pi­to la sua fami­glia, e il gran­de suc­ces­so del suo roman­zo Tut­ti nel­la mia fami­glia han­no ucci­so qual­cu­no (atten­zio­ne: non è un memoir) Erne­st Cun­nin­gham è a cor­to di idee. Il suo edi­to­re e il suo agen­te let­te­ra­rio chie­do­no qual­co­sa di nuo­vo, ma Erne­st non sa pro­prio come fare: l’unica spe­ran­za è che acca­da un delit­to. Qua­le miglio­re occa­sio­ne se non il Festi­val Austra­lia­no del Gial­lo a bor­do di un tre­no che attra­ver­sa l’Australia, per tro­va­re l’ispirazione? Cir­con­da­to da altri scrit­to­ri di gial­li, tut­ti par­ti­co­lar­men­te schi­vi, deci­sa­men­te anti­pa­ti­ci e pie­ni di sé, la sto­ria gli capi­ta pro­prio tra le mani. Cer­to, non che Erne­st si fos­se real­men­te augu­ra­to moris­se qual­cu­no! Però acca­de e, da buon gial­li­sta – dun­que, gran­de cono­sci­to­re del mestie­re – Erne­st e gli altri scrit­to­ri comin­cia­no a inda­ga­re ognu­no con il pro­prio meto­do e il pro­prio sti­le, pro­prio come nei loro roman­zi. Ma, tut­ti su que­sto tre­no sono sospet­ti e non ci si può fida­re dav­ve­ro di nes­su­no. Anzi, for­se di qual­cu­no sì. Il nostro Erne­st, auto­re e pro­ta­go­ni­sta, ci tie­ne fin da subi­to a met­te­re in chia­ro due cose: la pri­ma è che lui è un nar­ra­to­re affi­da­bi­le, non men­ti­rà mai volu­ta­men­te al let­to­re. Il suo obiet­ti­vo è accom­pa­gnar­ci nel­la riso­lu­zio­ne del caso e for­nir­ci tut­ti gli ele­men­ti per risol­ver­lo a nostra vol­ta. La secon­da, e for­se più impor­tan­te, Erne­st non è mor­to! Se sta scri­ven­do vuol dire che è anco­ra vivo. 

Con la tipi­ca comi­ci­tà e iro­nia che ha con­trad­di­stin­to il suo pri­mo roman­zo, Tut­ti nel­la mia fami­glia han­no ucci­so qual­cu­no, Ben­ja­min Ste­ven­son tor­na con un sequel stre­pi­to­so, diver­ten­te e asso­lu­ta­men­te genia­le. Se nel pri­mo libro era sta­to un pun­to a dar­ci la chia­ve di riso­lu­zio­ne del miste­ro que­sta vol­ta il ruo­lo è affi­da­to, let­te­ral­men­te, a una vir­go­la. Ste­ven­son, tra­mi­te la voce di Erne­st, pren­de il let­to­re per mano e for­ni­sce infor­ma­zio­ni det­ta­glia­te, appa­ren­te­men­te ben nasco­ste, instau­ran­do un for­te lega­me con il suo pub­bli­co. È sem­pre sor­pren­den­te l’ori­gi­na­li­tà dell’autore, in gra­do di scri­ve­re gial­li fuo­ri dal­le righe e di far desi­de­ra­re al let­to­re che una nuo­va sto­ria sia subi­to pron­ta. Dopo­tut­to, è diver­ten­te anche per chi leg­ge imme­de­si­mar­si nel detec­ti­ve e pro­va­re a risol­ve­re il delitto!


Abel, Ales­san­dro Baric­co (Fel­tri­nel­li) – recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala

Il gio­va­ne Abel ha ven­ti­set­te anni e vive in una cit­ta­di­na in un Ove­st imma­gi­na­rio degli Sta­ti Uni­ti d’America, di cui è anche lo sce­rif­fo. Dive­nu­to noto dopo aver mes­so a segno il famo­so col­po cono­sciu­to come il Misti­co, la vita di Abel si destreg­gia tra il suo lavo­ro, la sua fami­glia (in par­ti­co­lar modo i suoi fra­tel­li) e l’amore per la fug­ge­vo­le Hal­le­lu­jah Wood. Hal­le­lu­jah ogni tan­to par­te, Abel non sa dove lei vada; anche sua madre è par­ti­ta, ma non è mai più tornata.

Un “western meta­fi­si­co”, que­sto il sot­to­ti­to­lo, un roman­zo den­so e pie­no di vita. Abel segna il ritor­no sul­la sce­na let­te­ra­ria del gran­de Ales­san­dro Baric­co. Come da lui dichia­ra­to duran­te un’intervista a Che Tem­po che Fa, Abel è un roman­zo che ha scrit­to per se stes­so, per sco­pri­re, met­te­re a nudo e far nasce­re una par­te di sé, pro­prio come acca­de al pro­ta­go­ni­sta del romanzo. 

La sto­ria è piut­to­sto bre­ve ma, come si è soli­ti dire, inten­sa: la pen­na di Baric­co è pre­gna di ele­gan­za, for­za e bel­lez­za. Capi­to­lo dopo capi­to­lo si crea un’affascinante musi­ca­li­tà, in gra­do di pren­de­re il let­to­re e tra­spor­tar­lo nel flus­so del­la sto­ria. È un rac­con­to spi­ri­tua­le nel qua­le non si com­pren­de appie­no dove fini­sca la real­tà e dove ini­zi la fan­ta­sia. Come acca­de spes­so leg­gen­do i roman­zi di Baric­co, risul­ta com­ples­so resti­tuir­ne l’esperienza di let­tu­ra: se ne esce scom­bus­so­la­ti, ma esta­sia­ti; con­fu­si, ma appa­ga­ti e con­sa­pe­vo­li del­la for­za che han­no le paro­le e del­la mera­vi­glia che sono la scrit­tu­ra e la lettura.


Gli ulti­mi ame­ri­ca­ni, Bran­don Tay­lor (Bol­la­ti Borin­ghie­ri) – recen­sio­ne di Nina Fresia

È pos­si­bi­le spie­ga­re cosa signi­fi­chi esse­re gio­va­ni oggi negli Sta­ti Uni­ti? Tay­lor ci pro­va abbrac­cian­do mol­te tema­ti­che più attua­li che mai (le disu­gua­glian­ze socioe­co­no­mi­che, il ruo­lo del­le pro­prie radi­ci, il rap­por­to con l’omosessualità), ma soprat­tut­to sve­lan­do­ci una poten­te veri­tà: il sogno ame­ri­ca­no non esi­ste più. Lo sfon­do del gran­de affre­sco dipin­to dall’autore è Iowa City, con le sue pesan­ti nevi­ca­te e i disor­di­na­ti appar­ta­men­ti in cui vivo­no gli uni­ver­si­ta­ri. E sono pro­prio gli stu­den­ti l’oggetto pri­vi­le­gia­to del­lo stu­dio: entria­mo nel­la vita di Sea­mus, sfac­cia­to poe­ta che si gua­da­gna da vive­re cuci­nan­do per un ospi­zio, di Fyo­dor e Timo, le cui discus­sio­ni sul lavo­ro del pri­mo nell’industria del­la car­ne nascon­do­no incom­pren­sio­ni più pro­fon­de, di Ivan e Goran, un ex bal­le­ri­no che in atte­sa di fare car­rie­ra nel­la finan­za si è dato al por­no ama­to­ria­le e un pia­ni­sta adot­ta­to da una fami­glia facol­to­sa con una stra­na rela­zio­ne con il pro­prio ego.

E poi anco­ra Noah, Daw e Fati­ma che cer­ca­no di met­te­re insie­me la disci­pli­na del­la dan­za con la con­sa­pe­vo­lez­za che pro­ba­bil­men­te non potran­no vive­re d’arte.

Il cele­bre “ame­ri­can dream”, la con­vin­zio­ne che con il duro lavo­ro si avrà un futu­ro miglio­re, non sem­bra esse­re più plau­si­bi­le: gli uni­ver­si­ta­ri si vedo­no intrap­po­la­ti in una spi­ra­le di fati­che sen­za vera­men­te cre­de­re che por­te­rà a qual­co­sa di buo­no. E a quel pun­to, che sen­so ha sforzarsi?

Eppu­re, nel­la con­sa­pe­vo­lez­za di esse­re pic­co­lis­si­me par­ti­cel­le di un uni­ver­so scon­fi­na­to, i gio­va­ni ame­ri­ca­ni rie­sco­no anco­ra, in modo tor­men­ta­to e schi­zo­fre­ni­co, a sperare.


Le otto vite di una cen­te­na­ria sen­za nome, Miri­nae Lee (Edi­to­re Nord) – recen­sio­ne di Miche­la De Marchi

Ogni vita rac­chiu­de diver­se avven­tu­re e alcu­ne potreb­be­ro risul­ta­re più inte­res­san­ti di altre. La sto­ria di Mook Miran è pro­prio una di queste.

Con Le otto vite di una cen­te­na­ria sen­za nome, l’autrice Miri­nae Lee rive­la al let­to­re i qua­si cen­to anni di vita del­la pro­ta­go­ni­sta, con un mix di emo­zio­ni che vede alter­nar­si tur­ba­men­to, com­mo­zio­ne, rab­bia e tene­rez­za nel cor­so del­le pagi­ne. Il libro è ini­zial­men­te ambien­ta­to in una casa di ripo­so corea­na, dove lavo­ra Lee Sae-ri, un’impiegata che sta viven­do la dif­fi­ci­le real­tà del divor­zio. Pro­prio per ten­ta­re di sva­gar­si, Lee deci­de di aiu­ta­re gli anzia­ni in cura a scri­ve­re il pro­prio necro­lo­gio, uti­liz­zan­do tre paro­le: nomi, agget­ti­vi o ver­bi che pos­sa­no rias­su­me­re la loro vita. Nel rea­liz­za­re l’iniziativa si imbat­te nel­la qua­si cen­te­na­ria Mook Miran, la qua­le però dice di aver biso­gno di otto paro­le, per­ché tre sono trop­po poche per rac­chiu­de­re ciò che ha vis­su­to. Mook, infat­ti, è sta­ta un’assassina, una schia­va, una maga del­la fuga, una ribel­le, una moglie, una madre, una spia. Attra­ver­so i suoi occhi si com­pren­de la dura real­tà che la don­na ha dovu­to affron­ta­re tra guer­ra di Corea, Secon­da guer­ra mon­dia­le, occu­pa­zio­ne giap­po­ne­se e quel­la ame­ri­ca­na. Una serie di even­ti dram­ma­ti­ci gra­zie a cui si inten­de la tra­gi­ca con­di­zio­ne fem­mi­ni­le di que­gli anni, quan­do le don­ne era­no vit­ti­me di violenze.

Mook soprav­vi­ve ai momen­ti più duri del­la sto­ria, costret­ta a cam­bia­re iden­ti­tà più di una vol­ta e a non mol­la­re, nono­stan­te le sof­fe­ren­ze pro­va­te. Impa­ran­do a fin­ge­re, ingan­na­re, abbin­do­la­re e sal­var­si da sola, trar­rà una nuo­va for­za pro­prio da se stes­sa, diven­tan­do la cen­te­na­ria che poi Lee conosce. 

Il roman­zo sca­va nell’anima del­la sua pro­ta­go­ni­sta e rac­con­ta una sto­ria scon­cer­tan­te di dolo­re, che inse­gna a con­vi­ve­re con la sof­fe­ren­za e non abbat­ter­si nean­che di fron­te alla real­tà più cruda. 


Sto anco­ra aspet­tan­do che qual­cu­no mi chie­da scu­sa, Miche­la Mar­za­no (Riz­zo­li) – recen­sio­ne di Anna­chia­ra Esposito

Sto­ria di una vita “qua­lun­que” che cat­tu­ra, appas­sio­na, inor­ri­di­sce e fa riflet­te­re.
Sto anco­ra aspet­tan­do che qual­cu­no mi chie­da scu­sa, di Miche­la Mar­za­no, par­la di con­sen­so nel­la ses­sua­li­tà; par­la di mole­stie e di vio­len­za, anche in fami­glia. In un’intervista, la scrit­tri­ce ammet­te che le tema­ti­che lega­te all’affettività e al ses­so nei suoi roman­zi «era­no sem­pre sta­te eva­cua­te» per­ché le man­ca­va­no la voce e il tono giu­sti che ha inve­ce tro­va­to in Anna, la pro­ta­go­ni­sta del suo ulti­mo libro.
Anna si è impo­sta nel­la sto­ria e ne deli­nea ogni pas­so. È una don­na sul­la cin­quan­ti­na, ita­lo-fran­ce­se. Nel­le pri­me pagi­ne si sco­pre che avreb­be volu­to diven­ta­re attri­ce ma, quan­do sale sul pal­co, si ren­de con­to che quel ruo­lo l’avrebbe fat­ta spo­glia­re del­la sua ani­ma e ripen­sa­re ai suoi sche­le­tri nell’armadio, che non era anco­ra pron­ta ad affron­ta­re. Diven­ta allo­ra inse­gnan­te in un master di gior­na­li­smo, deci­den­do di affron­ta­re il tema del “Mee­Too con i suoi stu­den­ti, caval­can­do l’onda del movi­men­to e ponen­do del­le doman­de sui temi lega­ti al ter­mi­ne con­sen­so in sen­so ampio. Que­sto con­ti­nuo scam­bio con i suoi stu­den­ti, la aiu­te­rà ad affron­ta­re i suoi sche­le­tri, le pau­re e la aiu­te­rà a dire “no”; avreb­be volu­to impa­rar­lo mol­to prima. 

È il libro per eccel­len­za che nasce da una sto­ria di mole­stia e che svi­sce­ra la cul­tu­ra del­lo stu­pro, la som­ma degli ste­reo­ti­pi radi­ca­ti che oscu­ra­no la vista anche di chi vede per­fet­ta­men­te; che distol­go­no l’attenzione dall’accaduto per iden­ti­fi­ca­re la sim­bo­lo­gia die­tro la “vit­ti­ma per­fet­ta”. Sto anco­ra aspet­tan­do che qual­cu­no mi chie­da scu­sa è per tut­ti e tut­ti dovreb­be­ro acco­glier­lo in casa quan­do bus­sa alla por­ta. Emo­ti­va­men­te tra­vol­gen­te, è in gra­do di rom­pe­re la bus­so­la del­la real­tà, immer­gen­do il let­to­re nel­le rifles­sio­ni. Lascia l’amaro in boc­ca e la voglia di cam­bia­re il mon­do cir­co­stan­te; lascia rab­bia ma anche un po’ di coraggio. 

Matilde Elisa Sala
Stu­dio Let­te­re, men­tre aspet­to anco­ra la mia let­te­ra per Hog­warts. Osser­vo il mon­do con occhi curio­si e un piz­zi­co di iro­nia, per­den­do­mi spes­so tra le pagi­ne di un buon libro o le sce­ne di un film. Scri­vo, per­ché cre­do che le paro­le sia­no lo stru­men­to più poten­te che abbiamo.
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Studio Lettere, mentre aspetto ancora la mia lettera per Hogwarts. Osservo il mondo con occhi curiosi e un pizzico di ironia, perdendomi spesso tra le pagine di un buon libro o le scene di un film. Scrivo, perché credo che le parole siano lo strumento più potente che abbiamo.

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