Del: 29 Marzo 2024 Di: Redazione Commenti: 0

Nel 1993 Steven Spielberg produsse e girò Schindler’s List, ritenuto ancora oggi uno tra i suoi migliori film . Fu una svolta storica per molti motivi e cambiò una delle convinzioni maturate ad Hollywood fino a quel momento: che i film sull’Olocausto non piacessero al pubblico. 

Seguirono poi La vita è bella di Roberto Benigni e il Pianista di Roman Polanski, grandi successi sia di pubblico che di critica. Tuttavia, sull’onda di questo successo si è verificata negli ultimi quindici anni un’ipertrofia di pellicole volte a raccontare lo sterminio perpetrato dai nazisti. E si è arrivati a una banalizzazione della Shoah, rappresentata in film sempre più dozzinali.

Difatti, se i grandi registi hanno saputo esplorare a fondo i personaggi e i profondi conflitti in cui erano immersi (uno per tutti: Oskar Schindler), la maggior parte delle produzioni successive si è limitata a seguire il modello che si era rivelato vincente. Film come La signora dello Zoo di Varsavia, Il fotografo di Mauthausen o Anne Frank, La mia migliore amica non sono completamente fallimentari, ma non riescono ad apportare nulla di nuovo al genere. 

Il tratto comune delle narrazioni sulla Shoah è la presenza di uno degli elementi più icastici dei campi di concentramento: le docce. Però il pubblico è così abituato a raffigurazioni di questo genere che una situazione ad altissimo impatto emotivo ha finito, con il tempo, per inflazionarsi.

Dopo settant’anni dai fatti, è insomma difficile riuscire a fornire un’interpretazione nuova, proporre una chiave di lettura originale e interessante. Tuttavia, il brillante autore britannico Jonathan Glazer ci è riuscito. Classe 1965, sull’onda di una folgorante carriera da regista di pubblicità, alcune delle quali famosissime, Glazer ha iniziato una parallela produzione cinematografica.

Tutto cominciò con Sexy Beast, poi vi fu il disturbante Birth e dopo dieci anni fu la volta di Under the skin. Pur avendo avuto risposte altalenanti dalla critica (il Washington Post definì Birth «a metà tra la parodia d’autore e l’horror scadente»), il regista è stato generalmente considerato un cineasta eccellente, dedito ad un cinema con pochi eguali nel panorama moderno.

Decorso un altro decennio, Glazer è tornato dietro la macchina da presa con La zona d’interesse

Il titolo fa riferimento ad una di quelle gelide espressioni burocratiche usate dal regime per rendere lessicalmente innocuo un genocidio: indicava la zona di circa venti chilometri quadrati attorno al campo di Auschwitz. 

La trama ruota attorno alla vita della famiglia del comandante del campo, Rudolf Höß, e di sua moglie Hedwig. I due vivono assieme a una moltitudine di figli in una casa che per un lato confina direttamente con il campo, ma, nonostante questo, l’esistenza della famiglia è votata ad una apparente normalità. La moglie è dedita alla cura maniacale del giardino e dei fiori (molti dialoghi fanno riferimento alle viole) e alla pulizia della casa, perseguita con l’aiuto di tre domestiche polacche.

Lo sforzo familiare di rimuovere l’orrore che si sta consumando vicino a loro è notevole ma destinato a fallire. Difatti, il muro può impedire loro di vedere, ma non è altrettanto efficace nel limitare i suoni. Tutto il film è costantemente punteggiato da un continuo rumore di sottofondo: spari, cani che abbaiano, grida disperate e un ronzio disturbante. Ma non solo: quando la coppia ha ospiti che non provengono dal campo, qualcuno fa notare come vi sia un odore strano e pungente.

Per rappresentare la freddezza e la negazione dello spirito umano, il film predilige dei campi molto lunghi, come se fossero telecamere di sicurezza, funzionali a mostrare dei piccoli avvenimenti in fondo alle scene. Non vi sono mai primi piani né scene in cui si vede direttamente la violenza. 

Il risultato è però cupo e disturbante. 

Sandra Hüller, nei panni della moglie, è la rappresentazione perfetta di una donna che ha intuito che qualcosa non va, ma non ha permesso a se stessa di capire sino in fondo. Una scena evocativa è quella in cui Hedwig, davanti allo specchio, sta provando una pelliccia sequestrata ad una prigioniera e si osserva compiaciuta e soddisfatta. Poco dopo si vanterà con le amiche di quanto le stia bene: è l’unico momento in tutto il film in cui sorride. 

Il marito, interpretato da Christian Friedel, è invece perfettamente consapevole di ciò che sta accadendo e si colloca a un livello ancora più alto di depersonalizzazione. Ha accettato che il suo Paese abbia dei nemici e che il suo compito sia di eliminarli. L’essere a conoscenza di quello che accade è però anche una fonte di stress, sebbene secondaria: Höß teme che i suoi figli (Klaus e Hans) possano sporcarsi o, peggio ancora, che vengano in contatto con le “creature” dentro il campo. Quando sta facendo canoa con loro, resosi conto che la cenere si è disciolta nel fiume, fa immediatamente lavare i suoi figli con un bagno nell’alcool. 

Quello che rende La zona d’interesse un’operazione così riuscita è che, pur essendo collocato in un luogo e in un tempo molto preciso (la Polonia del 1943), si tratta in realtà di un film universale che ci ricorda cosa accade quando l’essere umano smette di essere umano. In questo senso, il film di Glazer guarda al passato per dirci qualcosa sul presente.

Salendo sul palco per ritirare l’Oscar come miglior film internazionale, il regista ha detto: «Il nostro film mostra dove porta la disumanizzazione nella sua forma peggiore. Siamo qui come uomini che rifiutano il fatto che la loro ebraicità e l’Olocausto vengano travisati da un’occupazione che ha portato al conflitto così tante persone innocenti. Che siano le vittime del 7 ottobre in Israele o dell’attacco in corso a Gaza».

Glazer propone dunque un parallelismo tra ciò che è accaduto in Europa durante la Seconda guerra mondiale e ciò sta avvenendo in Palestina in questi mesi.

 È in questo senso che va letta la sequenza a infrarossi che mostra una giovane in bicicletta che lascia a terra delle mele per gli internati del campo. Di fronte ad una grande disumanizzazione, ieri quella di Rudolf Höß e oggi quella di Benjamin Netanyahu, bisogna prendere come modello chi ha il coraggio di opporsi con piccoli gesti

In un’epoca in cui le sensazioni di sopraffazione e di sfiducia sono dilaganti, specie tra i giovani, ricordare quanto può fare un singolo è fondamentale

Articolo di Matteo Dodero

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta