“La zona d’interesse”, di Jonathan Glazer

Nel 1993 Ste­ven Spiel­berg pro­dus­se e girò Schind­le­r’s List, rite­nu­to anco­ra oggi uno tra i suoi miglio­ri film . Fu una svol­ta sto­ri­ca per mol­ti moti­vi e cam­biò una del­le con­vin­zio­ni matu­ra­te ad Hol­ly­wood fino a quel momen­to: che i film sul­l’O­lo­cau­sto non pia­ces­se­ro al pubblico. 

Segui­ro­no poi La vita è bel­la di Rober­to Beni­gni e il Pia­ni­sta di Roman Polan­ski, gran­di suc­ces­si sia di pub­bli­co che di cri­ti­ca. Tut­ta­via, sull’onda di que­sto suc­ces­so si è veri­fi­ca­ta negli ulti­mi quin­di­ci anni un’ipertrofia di pel­li­co­le vol­te a rac­con­ta­re lo ster­mi­nio per­pe­tra­to dai nazi­sti. E si è arri­va­ti a una bana­liz­za­zio­ne del­la Shoah, rap­pre­sen­ta­ta in film sem­pre più dozzinali.

Difat­ti, se i gran­di regi­sti han­no sapu­to esplo­ra­re a fon­do i per­so­nag­gi e i pro­fon­di con­flit­ti in cui era­no immer­si (uno per tut­ti: Oskar Schind­ler), la mag­gior par­te del­le pro­du­zio­ni suc­ces­si­ve si è limi­ta­ta a segui­re il model­lo che si era rive­la­to vin­cen­te. Film come La signo­ra del­lo Zoo di Var­sa­via, Il foto­gra­fo di Mau­thau­sen o Anne Frank, La mia miglio­re ami­ca non sono com­ple­ta­men­te fal­li­men­ta­ri, ma non rie­sco­no ad appor­ta­re nul­la di nuo­vo al genere. 

Il trat­to comu­ne del­le nar­ra­zio­ni sul­la Shoah è la pre­sen­za di uno degli ele­men­ti più ica­sti­ci dei cam­pi di con­cen­tra­men­to: le doc­ce. Però il pub­bli­co è così abi­tua­to a raf­fi­gu­ra­zio­ni di que­sto gene­re che una situa­zio­ne ad altis­si­mo impat­to emo­ti­vo ha fini­to, con il tem­po, per inflazionarsi.

Dopo settant’anni dai fat­ti, è insom­ma dif­fi­ci­le riu­sci­re a for­ni­re un’in­ter­pre­ta­zio­ne nuo­va, pro­por­re una chia­ve di let­tu­ra ori­gi­na­le e inte­res­san­te. Tut­ta­via, il bril­lan­te auto­re bri­tan­ni­co Jona­than Gla­zer ci è riu­sci­to. Clas­se 1965, sull’onda di una fol­go­ran­te car­rie­ra da regi­sta di pub­bli­ci­tà, alcu­ne del­le qua­li famo­sis­si­me, Gla­zer ha ini­zia­to una paral­le­la pro­du­zio­ne cinematografica. 

Tut­to comin­ciò con Sexy Bea­st, poi vi fu il distur­ban­te Birth e dopo die­ci anni fu la vol­ta di Under the skin. Pur aven­do avu­to rispo­ste alta­le­nan­ti dal­la cri­ti­ca (il Washing­ton Post defi­nì Birth «a metà tra la paro­dia d’autore e l’horror sca­den­te»), il regi­sta è sta­to gene­ral­men­te con­si­de­ra­to un cinea­sta eccel­len­te, dedi­to ad un cine­ma con pochi egua­li nel pano­ra­ma moderno.

Decorso un altro decennio, Glazer è tornato dietro la macchina da presa con La zona d’interesse

Il tito­lo fa rife­ri­men­to ad una di quel­le geli­de espres­sio­ni buro­cra­ti­che usa­te dal regi­me per ren­de­re les­si­cal­men­te inno­cuo un geno­ci­dio: indi­ca­va la zona di cir­ca ven­ti chi­lo­me­tri qua­dra­ti attor­no al cam­po di Auschwitz. 

La tra­ma ruo­ta attor­no alla vita del­la fami­glia del coman­dan­te del cam­po, Rudolf Höß, e di sua moglie Hed­wig. I due vivo­no assie­me a una mol­ti­tu­di­ne di figli in una casa che per un lato con­fi­na diret­ta­men­te con il cam­po, ma, nono­stan­te que­sto, l’esistenza del­la fami­glia è vota­ta ad una appa­ren­te nor­ma­li­tà. La moglie è dedi­ta alla cura mania­ca­le del giar­di­no e dei fio­ri (mol­ti dia­lo­ghi fan­no rife­ri­men­to alle vio­le) e alla puli­zia del­la casa, per­se­gui­ta con l’aiuto di tre dome­sti­che polacche.

Lo sfor­zo fami­lia­re di rimuo­ve­re l’orrore che si sta con­su­man­do vici­no a loro è note­vo­le ma desti­na­to a fal­li­re. Difat­ti, il muro può impe­di­re loro di vede­re, ma non è altret­tan­to effi­ca­ce nel limi­ta­re i suo­ni. Tut­to il film è costan­te­men­te pun­teg­gia­to da un con­ti­nuo rumo­re di sot­to­fon­do: spa­ri, cani che abba­ia­no, gri­da dispe­ra­te e un ron­zio distur­ban­te. Ma non solo: quan­do la cop­pia ha ospi­ti che non pro­ven­go­no dal cam­po, qual­cu­no fa nota­re come vi sia un odo­re stra­no e pungente.

Per rap­pre­sen­ta­re la fred­dez­za e la nega­zio­ne del­lo spi­ri­to uma­no, il film pre­di­li­ge dei cam­pi mol­to lun­ghi, come se fos­se­ro tele­ca­me­re di sicu­rez­za, fun­zio­na­li a mostra­re dei pic­co­li avve­ni­men­ti in fon­do alle sce­ne. Non vi sono mai pri­mi pia­ni né sce­ne in cui si vede diret­ta­men­te la violenza. 

Il risultato è però cupo e disturbante. 

San­dra Hül­ler, nei pan­ni del­la moglie, è la rap­pre­sen­ta­zio­ne per­fet­ta di una don­na che ha intui­to che qual­co­sa non va, ma non ha per­mes­so a se stes­sa di capi­re sino in fon­do. Una sce­na evo­ca­ti­va è quel­la in cui Hed­wig, davan­ti allo spec­chio, sta pro­van­do una pel­lic­cia seque­stra­ta ad una pri­gio­nie­ra e si osser­va com­pia­ciu­ta e sod­di­sfat­ta. Poco dopo si van­te­rà con le ami­che di quan­to le stia bene: è l’unico momen­to in tut­to il film in cui sorride. 

Il mari­to, inter­pre­ta­to da Chri­stian Frie­del, è inve­ce per­fet­ta­men­te con­sa­pe­vo­le di ciò che sta acca­den­do e si col­lo­ca a un livel­lo anco­ra più alto di deper­so­na­liz­za­zio­ne. Ha accet­ta­to che il suo Pae­se abbia dei nemi­ci e che il suo com­pi­to sia di eli­mi­nar­li. L’essere a cono­scen­za di quel­lo che acca­de è però anche una fon­te di stress, seb­be­ne secon­da­ria: Höß teme che i suoi figli (Klaus e Hans) pos­sa­no spor­car­si o, peg­gio anco­ra, che ven­ga­no in con­tat­to con le “crea­tu­re” den­tro il cam­po. Quan­do sta facen­do canoa con loro, reso­si con­to che la cene­re si è disciol­ta nel fiu­me, fa imme­dia­ta­men­te lava­re i suoi figli con un bagno nell’alcool. 

Quel­lo che ren­de La zona d’interesse un’operazione così riu­sci­ta è che, pur essen­do col­lo­ca­to in un luo­go e in un tem­po mol­to pre­ci­so (la Polo­nia del 1943), si trat­ta in real­tà di un film uni­ver­sa­le che ci ricor­da cosa acca­de quan­do l’essere uma­no smet­te di esse­re uma­no. In que­sto sen­so, il film di Gla­zer guar­da al pas­sa­to per dir­ci qual­co­sa sul presente.

Salen­do sul pal­co per riti­ra­re l’Oscar come miglior film inter­na­zio­na­le, il regi­sta ha det­to: «Il nostro film mostra dove por­ta la disu­ma­niz­za­zio­ne nel­la sua for­ma peg­gio­re. Sia­mo qui come uomi­ni che rifiu­ta­no il fat­to che la loro ebrai­ci­tà e l’Olocausto ven­ga­no tra­vi­sa­ti da un’occupazione che ha por­ta­to al con­flit­to così tan­te per­so­ne inno­cen­ti. Che sia­no le vit­ti­me del 7 otto­bre in Israe­le o dell’attacco in cor­so a Gaza».

Glazer propone dunque un parallelismo tra ciò che è accaduto in Europa durante la Seconda guerra mondiale e ciò sta avvenendo in Palestina in questi mesi.

 È in que­sto sen­so che va let­ta la sequen­za a infra­ros­si che mostra una gio­va­ne in bici­clet­ta che lascia a ter­ra del­le mele per gli inter­na­ti del cam­po. Di fron­te ad una gran­de disu­ma­niz­za­zio­ne, ieri quel­la di Rudolf Höß e oggi quel­la di Ben­ja­min Neta­nya­hu, biso­gna pren­de­re come model­lo chi ha il corag­gio di oppor­si con pic­co­li gesti

In un’epoca in cui le sen­sa­zio­ni di sopraf­fa­zio­ne e di sfi­du­cia sono dila­gan­ti, spe­cie tra i gio­va­ni, ricor­da­re quan­to può fare un sin­go­lo è fon­da­men­ta­le

Arti­co­lo di Mat­teo Dodero

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