Del: 13 Marzo 2024 Di: Andrea Pravato Commenti: 0

Il 10 marzo è entrata in vigore la legge delega 21 febbraio 2024 n. 15, in cui figura l’articolo 4, ribattezzato da alcuni esponenti politici e da parte della stampa come legge bavaglio. Il governo dovrà tradurre entro 6 mesi questa legge in un decreto legislativo, che si inserirà nell’articolo 114 del codice di procedura penale sul «divieto di pubblicazione di atti ed immagini». In sostanza quest’articolo sancisce «il divieto di pubblicazione integrale o per estratto del testo dell’ordinanza di custodia cautelare finché non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare». I giornalisti non potranno più riportare alla lettera il contenuto dell’ordinanza, ma potranno farne una sintesi. Questa modifica ribalta completamente la riforma Orlando del 2017, che aveva reso pubblicabili le ordinanze di custodia cautelare.

L’articolo si inserisce nella Direttiva n.2016/343/UE:

in quest’ultima, l’Unione Europea richiedeva agli Stati membri alcune misure comuni concernenti la presunzione d’innocenza dell’imputato, ed il diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali. In particolare, gli articoli 3 e 4 della direttiva, rimarcavano la necessità di evitare la «presentazione» in pubblico dell’imputato come colpevole

Direttiva su cui Enrico Costa, deputato di Azione ed ex forzista, ha proposto l’emendamento discusso ed approvato in Parlamento il 19 dicembre scorso, con il favore della maggioranza spalleggiata per l’occasione da Azione ed Italia Viva, e l’opposizione contraria. La decisione ha generato divisioni non solo tra i membri del Parlamento, ma anche all’interno della stampa, tra chi sostiene sia una misura equilibrata volta al garantismo e chi l’annovera come una restrizione del diritto di cronaca.

Enrico Costa ha parlato di fine dello «sputtanamento mediatico» degli indagati, come dichiarato in un’intervista a Repubblica il 20 dicembre scorso. Costa fa riferimento al possibile danno morale causato dalla pubblicazione integrale delle ordinanze, che può far percepire all’opinione pubblica i diretti interessati come colpevoli, ancor prima che la giustizia si sia pronunciata. Nelle parole di Costa emerge una concezione della stampa speculatrice che, pur di vendere copie, è disposta a dar in pasto ai lettori dettagli che potrebbero mettere a repentaglio la reputazione degli imputati. Questo comporterebbe una divergenza dal ruolo garantista della giustizia.

Palazzo Chigi ha sostenuto di buon grado la proposta del deputato di Azione, partito che, pur essendo all’opposizione, spesso ha una linea comune con l’esecutivo in tema giustizia.

Meloni, infatti, ha dichiarato che l’emendamento rappresenta una norma equilibrata. Per il forzista Zanettin si tratta di una legge «di buon senso e di civiltà giuridica», sottolineando come sarà un’occasione per i bravi giornalisti di distinguersi con le loro capacità di sintesi e rielaborazione, anziché fare affidamento ad un più ozioso copia-incolla.

Unanime la risposta delle principali opposizioni, Pd e M5S. Schlein ha dichiarato che la Meloni vuole «oscurare» le ordinanze di custodia, privando i cittadini del diritto di sapere. Il deputato del M5S De Raho, ex procuratore antimafia, ha dichiarato che la presunzione d’innocenza è tutelata, in quanto l’ordinanza di custodia cautelare si basi sugli indizi e non sulla colpevolezza. In più ha incalzato affermando che quest’emendamento viola il diritto all’informazione e svela la giustizia classista del governo, volta a proteggere mafiosi e corrotti.

Diviso invece il mondo della stampa. Diversi quotidiani nazionali come Repubblica e il Fatto Quotidiano si sono schierati contro l’emendamento, mentre altri come Il Foglio e Il Riformista sostengono non ci sia nessun bavaglio alla stampa, ma più tutele per i cittadini che non rischiano la gogna mediatica. L’azione più concreta di dissenso nasce però dalla petizione, che ha raccolto 50mila firme, in cui si chiede che l’UE intervenga contro tutte le norme bavaglio alla stampa. Tra i promotori dell’iniziativa figurano la Fnsi, Legambiente, Libera, Cgil e tante altre organizzazioni. Tra i firmatari anche volti noti ed autorevoli del giornalismo d’inchiesta come Sigfrido Ranucci, Corrado Formigli e Peter Gomez. Molti esponenti anche della sinistra italiana, come Elly Schlein, Nicola Frantoianni ed Angelo Bonelli.

La matassa però è più difficile da sbrogliare di quanto etichette come “sputtanamento mediatico” e “bavaglio” alla stampa lascino intendere.

Innanzitutto, la direttiva europea sulla presunzione d’innocenza non è rivolta direttamente alla stampa. Essa prescrive che «Gli Stati membri adottino le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole».

La direttiva, quindi, non ha come destinatari i media, ma le autorità pubbliche, che fin tanto che non vi sia prova di colpevolezza, non devono far percepire l’imputato come colpevole. Di conseguenza, sorge la domanda riguardo a quanto l’emendamento Costa, esclusivamente rivolto alla stampa, faccia parte delle finalità di tale direttiva.

Inoltre, alla luce di una presunta maggior tutela della riservatezza e dell’onorabilità dell’imputato, potrebbe venir meno la trasparenza nei confronti dei cittadini. Questo riguarderebbe soprattutto casi che coinvolgono i “colletti bianchi”, come politici e persone che ricoprono incarichi istituzionali, o comunque rilevanti per l’interesse pubblico, come il caso Verdini di cui abbiamo già parlato su Vulcano.

Ma non solo, basti pensare al femminicidio di Giulia Cecchettin. La ricostruzione dettagliata della fuga di Turetta ha avuto una forte risonanza mediatica, il che ha smosso le coscienze (si spera) di tutti, ponendo le basi per una riflessione collettiva riguardo alla questione dei femminicidi in Italia. Se le informazioni fossero arrivate tramite “riassuntini”, non solo non ci sarebbe stato lo stesso seguito mediatico, ma si sarebbe profilato il rischio che si perdesse trasparenza ed oggettività nel descrivere ciò che è successo.

E riguardo all’oggettività si cela l’ultimo interrogativo, che più che un dubbio sembra un autentico cortocircuito.

Come sollevato dal giurista Giorgio Spangher, la pubblicazione integrale dell’ordinanza di custodia cautelare è propriamente ciò che tutela di più l’imputato. Infatti, venendo riportata testualmente parola per parola, l’imputato non cadrebbe vittima di potenziali distorsioni o parafrasi acrobatiche da parte del giornalista. Se l’ordinanza venisse pubblicata per mezzo di una sintesi, il criterio di oggettività potrebbe venire a meno. Potrebbe dunque accadere che dettagli cruciali vengano celati al lettore, oppure il giornalista potrebbe far leva su determinanti passaggi per avere una maggiore eco mediatica. In casi che riguardano politici o fatti su cui si può far politica, c’è il rischio che il giornalista si faccia prendere la mano, trasformando il pezzo più in un editoriale in linea con la testata d’appartenenza, piuttosto che in un articolo di cronaca giudiziaria. Se sull’ordinanza vigila il giudice, chi vigilerà sull’obbiettività delle sintesi dei giornali?

In conclusione, la pubblicazione integrale sembra essere una misura più garante di quanto la sintesi aspiri ad essere. Paradossalmente, quest’ultima non solo potrebbe danneggiare la collettività, che verrebbe informata peggio in casi di rilevanza pubblica, ma renderebbe chi è sotto inchiesta ancora più vulnerabile. Più che legge bavaglio, sembra una legge inutile.

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