L’otto marzo, per lottare e cambiare insieme

L’otto marzo, per lottare e cambiare insieme

In occasione dell’otto marzo, la redazione di Vulcano Statale riflette sul valore di una lotta inclusiva, intersezionale, transfemminista. 


La lotta al patriarcato è una lotta collettiva, di Matilde Elisa Sala

Il patriar­ca­to è «un tipo di siste­ma socia­le in cui vige il “dirit­to pater­no”, ossia il con­trol­lo esclu­si­vo dell’autorità dome­sti­ca, pub­bli­ca e poli­ti­ca da par­te dei maschi più anziani». 

Patriar­ca­to. Quan­te vol­te dopo l’assassinio di Giu­lia Cec­chet­tin, gra­zie ai mol­te­pli­ci inter­ven­ti del­la sorel­laEle­na, abbia­mo sen­ti­to que­sta paro­la? Tan­tis­si­me, ma anco­ra non suf­fi­cien­ti. La socie­tà odier­na non sem­bra voler accet­ta­re di esse­re for­te­men­te e intrin­se­ca­men­te patriar­ca­le. In effet­ti fa qua­si stra­no par­lar­ne anco­ra nel 2024… patriar­ca­to: un con­cet­to che ha radi­ci così anti­che, ma ha una valen­za anco­ra attua­le

Quan­te vol­te è capi­ta­to a una don­na di rice­ve­re com­men­ti inde­si­de­ra­ti per stra­da? Quan­te vol­te di sen­tir­si dire di non meri­ta­re il pro­prio posto di lavo­ro e che sicu­ra­men­te, per arri­va­re dov’è, l’avrà sicu­ra­men­te “data via” a qual­cu­no? Quan­te vol­te è sta­ta costret­ta a rinun­cia­re a un lavo­ro per­ché incin­ta? Quan­te inve­ce è sta­ta mes­sa in dub­bio la paro­la di una don­na che ha denun­cia­to? A quan­te sex wor­kers è sta­to dato del­le tro­ie, quan­te sono sta­te ogget­to di insul­ti che gli uomi­ni non subi­sco­no? A quan­te è sta­to det­to come sareb­be meglio vestir­si o truc­car­si, cosa devo­no fare con il pro­prio cor­po

E tan­te, trop­pe doman­de di que­sto tipo, che han­no un’unica sem­pli­ce spie­ga­zio­ne: la vio­len­za di gene­re, fisi­ca e ver­ba­le, la dispa­ri­tà sala­ria­le, un giu­di­zio o una bat­tu­ta ses­si­sta fan­no par­te di un mon­do patriar­ca­le; il pos­ses­so e il con­trol­lo fan­no par­te di una cul­tu­ra patriar­ca­le

Patriar­ca­to non è una paro­lac­cia e non è uno stru­men­to per fare poli­ti­ca: il patriar­ca­to è la nostra real­tà e biso­gne­reb­be pren­der­ne con­sa­pe­vo­lez­za. Non biso­gna aver timo­re di usa­re que­sto ter­mi­ne, for­se avrem­mo dovu­to urlar­lo mol­to prima. 

Il patriarcato è una cultura, tramandata e appresa in questo modo perché è sempre stato così. 

Noi inve­ce non voglia­mo affat­to che sia anco­ra così: se il patriar­ca­to è cul­tu­ra, allo­ra che si ripar­ta dall’edu­ca­zio­ne. Si inse­gni­no l’affettività e la ses­sua­li­tà, si inse­gni­no il rispet­to e l’uguaglianza. Ci si ren­da pre­sto con­to che abbia­mo biso­gno, nero su bian­co, di un dirit­to che ci per­met­ta di abor­ti­re se lo desi­de­ria­mo e che ogni sin­go­la scel­ta per­so­na­le deve esse­re accet­ta­ta sen­za contestazioni.

La sto­ria ci ha inse­gna­to che spes­so la scar­sa accul­tu­ra­zio­ne ren­de le per­so­ne più mano­vra­bi­li: non fac­cia­mo­ci mano­vra­re, non più, infor­mia­mo­ci e educhiamoci.

In occa­sio­ne del­la Gior­na­ta Inter­na­zio­na­le dei dirit­ti del­la Don­na vor­rei che ini­zias­si­mo a ragio­na­re un po’ di più. Vor­rei che alcu­ni uomi­ni smet­tes­se­ro di vit­ti­miz­zar­si, pen­san­do che, con que­sta lot­ta, stia­mo river­san­do su di loro la col­pa di esse­re uomi­ni. Vor­rei smet­tes­si­mo di sen­tir­ci giu­di­ca­te per il modo di vesti­re, per cosa pre­fe­ria­mo leg­ge­re o guar­da­re, o per come deci­dia­mo di vive­re la nostra ses­sua­li­tà. Vor­rei anche smet­tes­si­mo di giu­sti­fi­car­ci per­ché le uni­che per­so­ne a cui dob­bia­mo ren­de­re con­to sia­mo noi stes­se.Vor­rei anche lot­tas­si­mo insie­me con­tro que­sti idea­li patriar­ca­li, per­ché il patriar­ca­to è una lot­ta col­let­ti­va. L’8 mar­zo non deve esse­re solo oggi. L’8 mar­zo deve esse­re ogni giorno. 

Se voglia­mo un cam­bia­men­to, ini­zia­mo a esser­ne il motore.

Non è ancora la stagione delle mimose, di Nina Fresia

La Gior­na­ta inter­na­zio­na­le del­la don­na è spes­so indi­ca­ta come una “festa”: se accet­tas­si­mo quest’accezione del­la ricor­ren­za, allo­ra cosa si dovreb­be rega­la­re a chi vie­ne celebrato?

La rispo­sta è alla por­ta­ta di tut­ti: al milio­ne di don­ne che abi­ta­no la Stri­scia di Gaza ser­vo­no assor­ben­ti. Per­ché oltre all’estrema scar­si­tà di acqua, cibo ed elet­tri­ci­tà, man­ca loro la pos­si­bi­li­tà di garan­tir­si un’adeguata igie­ne anche inti­ma. Sono costret­te a lavar­si con lo sham­poo, se non con il deter­si­vo usa­to per puli­re i pavi­men­ti. La guer­ra le obbli­ga a usa­re la poca acqua a dispo­si­zio­ne per inu­mi­dir­si la boc­ca nel ten­ta­ti­vo di non mori­re disi­dra­ta­te e per que­sto svi­lup­pa­no distur­bi e infe­zio­ni. Alle don­ne pale­sti­ne­si si potreb­be­ro anche dona­re ospe­da­li inte­gri, non distrut­ti dal­le bom­be, cosic­ché i medi­ci non sareb­be­ro costret­ti a effet­tua­re cesa­rei sen­za ane­ste­ti­ci e riu­sci­reb­be­ro a com­ple­ta­re i cicli di chemioterapia.

Le don­ne vit­ti­me degli attac­chi per­pe­tra­ti da Hamas in Israe­le il 7 otto­bre vor­reb­be­ro inve­ce rice­ve­re giu­sti­zia: in mol­ti casi, secon­do un rap­por­to dell’ONU, non sarà pos­si­bi­le rile­va­re le pro­ve lega­li di vio­len­za ses­sua­le. Le don­ne israe­lia­ne stu­pra­te sono sta­te ucci­se (suben­do tal­vol­ta mole­stie anche da dece­du­te) e i loro cor­pi in alcu­ni casi bruciati.

Alle ado­le­scen­ti suda­ne­si si potreb­be dare atten­zio­ne: secon­do alcu­ne sti­me, più di quat­tro milio­ni di don­ne e ragaz­ze nel pae­se sono poten­zia­li vit­ti­me di vio­len­za. E il silen­zio che aleg­gia intor­no al con­flit­to in Sudan è com­pli­ce dei dan­ni fisi­ci e psi­co­lo­gi­ci che subi­sco­no e subi­ran­no. Le 43.000 don­ne dell’eser­ci­to ucrai­no che stan­no com­bat­ten­do con­tro le for­ze rus­se chie­do­no, infi­ne, armi per poter­si poi rega­la­re da sole un pae­se libero.

Solo quan­do avre­mo distri­bui­to que­sti doni e fat­to tut­to il pos­si­bi­le per far sì che non si ren­da­no più neces­sa­ri, allo­ra potre­mo rega­la­re alle don­ne una bel­la mimo­sa per festeggiare.

La violenza di genere oggi come ieri, di Petra El Charif

Ogni 8 mar­zo si cele­bra la gior­na­ta inter­na­zio­na­le del­la don­na, occa­sio­ne per com­me­mo­ra­re le con­qui­ste socia­li ma anche per riflet­te­re sul­le sfi­de anco­ra pre­sen­ti

Tra que­ste, la vio­len­za di gene­re rima­ne una pro­ble­ma­ti­ca dif­fu­sa, di dif­fi­ci­le misu­ra­zio­ne, essen­do per lo più un feno­me­no som­mer­so e dal­le mol­te­pli­ci sfac­cet­ta­tu­re, com­pren­den­te le mole­stie ses­sua­li, la vio­len­za psi­co­lo­gi­ca, lo stal­king, la vio­len­za fisi­ca e la vio­len­za ses­sua­le. Secon­do i dati Istat, il 31,5% del­le don­ne ita­lia­ne tra i 16 e i 70 anni ha subi­to nel cor­so del­la pro­pria vita una qual­che for­ma di vio­len­za fisi­ca o ses­sua­le e il 21,5% ha subi­to com­por­ta­men­ti per­se­cu­to­ri da par­te di un ex part­ner nell’arco del­la pro­pria vita.

Secon­do dati ripor­ta­ti dal Mini­ste­ro dell’interno, nel 2023 sono sta­te ucci­se 106 don­ne, di cui 87 in ambi­to affettivo/famigliare. La lot­ta con­tro la vio­len­za di gene­re richie­de un siste­ma inte­gra­to a livel­lo nazio­na­le e inter­na­zio­na­le.

Ad oggi, a livello Europeo, lo strumento più importante per combattere la violenza sulle donne è la Convenzione di Istanbul, trattato internazionale vincolante entrato in vigore nel 2014. 

La Con­ven­zio­ne di Istan­bul nasce dal­la neces­si­tà di imple­men­ta­re ulte­rio­ri misu­re con­tro la vio­len­za di gene­re, oltre a quel­le già esi­sten­ti negli Sta­ti mem­bri del Con­si­glio d’Europa, che però sono spes­so mal appli­ca­te: in mol­ti Pae­si i ser­vi­zi per le vit­ti­me riman­go­no scar­si o insuf­fi­cien­te­men­te finan­zia­ti. A segui­to del­la Con­ven­zio­ne di Istan­bul, l’Italia ha adot­ta­to pia­ni di pre­ven­zio­ne e isti­tui­to diver­se com­mis­sio­ni d’inchiesta per il con­tra­sto alla vio­len­za di genere.

Nel 2019 il “Codi­ce Ros­so” diven­ta leg­ge, intro­du­cen­do una pro­ce­du­ra velo­ciz­za­ta per le denun­ce e le inda­gi­ni sui casi di vio­len­za di gene­re. Nel novem­bre 2023 è sta­to appro­va­to in via defi­ni­ti­va il ddl per il con­tra­sto alla vio­len­za sul­le don­ne pro­po­sto dal gover­no Melo­ni, che pun­ta a raf­for­za­re la pro­te­zio­ne del­le vit­ti­me di vio­len­za attra­ver­so misu­re pre­ven­ti­ve e il poten­zia­men­to del­le misu­re cau­te­la­ri. Inol­tre, vi è un pri­mo timi­do pas­so ver­so il coin­vol­gi­men­to del­le scuo­le nel­la lot­ta con­tro le discri­mi­na­zio­ni di gene­re: saran­no finan­zia­ti grup­pi di discus­sio­ne tra stu­den­ti e pro­fes­so­ri per 30 ore com­ples­si­ve extracurricolari.

Tut­ta­via, le misu­re adot­ta­te fino ad oggi risul­ta­no inef­fi­ca­ci: da par­te del movi­men­to fem­mi­ni­sta con­ti­nua ad esser­ci la richie­sta di un pia­no strut­tu­ra­le a lun­go ter­mi­ne, che rico­no­sca la radi­ce cul­tu­ra­le del feno­me­no e, di con­se­guen­za, abbia come pun­to fon­da­men­ta­le di ini­zio le scuo­le e soprat­tut­to l’educazione ses­sua­le, che pare esse­re, anco­ra oggi, un taboo.

Anche la salute mentale femminile è cruciale, di Leonardo Donatiello

L’8 mar­zo è una ricor­ren­za che ha sem­pre posto l’attenzione sui dirit­ti e le con­qui­ste fati­co­sa­men­te otte­nu­te dal­le don­ne nel cor­so del­la sto­ria. Il miglio­ra­men­to pro­gres­si­vo del­le con­di­zio­ni di vita fem­mi­ni­li però, non si attua sem­pli­ce­men­te con la memo­ria, ma anche for­nen­do degli stru­men­ti cul­tu­ra­li alle per­so­ne per con­ti­nua­re a eman­ci­par­si

Infor­ma­zio­ne e divul­ga­zio­ne in que­sto sen­so, si rive­la­no fon­da­men­ta­li. A que­sto pro­po­si­to, è ora di inol­trar­ci in un argo­men­to tan­to impor­tan­te quan­to di gran lun­ga sot­to­va­lu­ta­to, ovve­ro il tema del­la salu­te men­ta­le fem­mi­ni­le. L’8 mar­zo infat­ti è for­se il momen­to più oppor­tu­no per ricor­da­re, oltre alla vio­len­za e alla dispa­ri­tà di gene­re, quan­to sia essen­zia­le pren­der­si cura del­la pro­pria mente. 

La con­sa­pe­vo­lez­za di un pro­ble­ma tut­ta­via, non va di pari pas­so con la pos­si­bi­li­tà di risol­ver­lo; secon­do il Gen­der Equa­li­ty Index 2021 infat­ti, il 39% del­le don­ne sostie­ne di non poter­si per­met­te­re eco­no­mi­ca­men­te un per­cor­so psi­co­lo­gi­co. Ciò si lega chia­ra­men­te alla scar­sa remu­ne­ra­zio­ne fem­mi­ni­le, anco­ra trop­po infe­rio­re rispet­to ai lavo­ra­to­ri del ses­so oppo­sto. In Euro­pa, con­sul­tan­do i dati Euro­stat del 2021, le lavo­ra­tri­ci gua­da­gna­no il 12,7% in meno rispet­to ai col­le­ghi uomi­ni. Nume­ri incon­tro­ver­ti­bi­li che, oltre ad ave­re una diret­ta con­se­guen­za sull’accesso alle cure psi­co­lo­gi­che, rica­do­no anche sul­la salu­te men­ta­le stessa. 

Le preoccupazioni economiche unite al sovraccarico lavorativo, alla discriminazione sessuale e soprattutto al ruolo di cura, tanto dei figli quanto della casa, che tradizionalmente e culturalmente è stato imposto al genere femminile, hanno aumentato i casi di attacchi di panico e di eventi depressivi. 

Il covid pur­trop­po ha poi esa­cer­ba­to que­sta con­di­zio­ne, sia per­ché il virus è anda­to a col­pi­re prin­ci­pal­men­te le don­ne, sia per­ché quest’ultime, da care­gi­ver, han­no vis­su­to in pri­ma per­so­na la malat­tia dei più anzia­ni, por­tan­do­si die­tro tut­te le con­se­guen­ze emo­ti­ve del caso. 

Que­sti dati sono scon­for­tan­ti e andreb­be­ro pre­si seria­men­te in con­si­de­ra­zio­ne dal­le auto­ri­tà com­pe­ten­ti. Il gover­no ita­lia­no, a que­sto pro­po­si­to, ha este­so il bonus psi­co­lo­go anche al 2024, stan­zian­do cir­ca 10 milio­ni di euro. Il pro­ble­ma, come sot­to­li­nea­to dagli addet­ti ai lavo­ri, è che que­sta misu­ra risul­te­reb­be anco­ra tutt’altro che suf­fi­cien­te, pri­ma di tut­to per­ché ina­dem­pien­te rispet­to all’allargamento del­le reti pub­bli­che di soste­gno psi­co­lo­gi­co e in secon­do luo­go per­ché non incli­ne a favo­ri­re chi è fuo­ri da un siste­ma di aiu­ti, ma solo chi vi è già all’interno. 

Con­si­de­ran­do poi che sono pro­prio le don­ne ad ave­re meno pos­si­bi­li­tà eco­no­mi­che, risul­ta logi­co che una nor­ma così poco impat­tan­te risol­va poco o nien­te. Si atten­do­no dun­que nuo­vi svi­lup­pi e si auspi­ca che que­sta gior­na­ta pos­sa dav­ve­ro muo­ve­re la poli­ti­ca a defi­ni­re un pro­gram­ma con­si­sten­te di aiu­ti a favo­re del benes­se­re men­ta­le femminile. 

Le donne nella scienza, di Giulia Maineri

Le sta­ti­sti­che che riguar­da­no il nume­ro di don­ne nel mon­do del­la scien­za sono anco­ra poco inco­rag­gian­ti. In Ita­lia solo l’8% del­le don­ne ha una lau­rea in mate­rie STEM. Nel libro “Per soli uomi­ni”, l’autore spie­ga che il gen­der gap ver­rà col­ma­to tra cir­ca 260 anni nel set­to­re del­la fisica. 

Eppu­re l’assenza del­la pre­sen­za fem­mi­ni­le in que­sto mon­do è una gra­ve per­di­ta per tut­ti. Non solo per le don­ne che ne riman­go­no esclu­se, ma anche per gli uomi­ni che ne fan­no par­te. La scien­za non è un gio­co, ma il moto­re del nostro pro­gres­so tec­no­lo­gi­co. Si par­la sem­pre del­le dif­fi­col­tà del­le ragaz­ze nel mon­do del­la ricer­ca con fra­si gene­ra­li e qua­lun­qui­ste, dispia­cen­do­si per l’opportunità di cui ven­go­no pri­va­te. Ma non si par­la mai dell’opportunità che per­dia­mo tut­ti noi, come socie­tà, ogni vol­ta che una ragaz­zi­na a cui pia­ce la fisi­ca vie­ne costret­ta a iscri­ver­si a lingue. 

La mente di uomini e donne ragiona in maniera differente, l’approccio a certi problemi è diverso. 

Rag­giun­ge­re la pari­tà di gene­re non vuol dire appiat­ti­re le dif­fe­ren­ze che ci sono, ma trar­ne bene­fi­cio, met­ter­le a dispo­si­zio­ne del­la comu­ni­tà. Quel­lo che a vol­te man­ca in cer­ti ambien­ti di ricer­ca, è pro­prio un approc­cio empa­ti­co. Lo stes­so approc­cio che ser­vi­reb­be per capi­re che que­sto pro­ble­ma lo si risol­ve insie­me e non dall’alto ver­so il bas­so, in modo oriz­zon­ta­le e non verticale. 

Dal 2023 l’INFN ban­di­sce annual­men­te un con­cor­so aper­to alle sole stu­den­tes­se, in palio 25 bor­se di stu­dio come incen­ti­vo per la pro­se­cu­zio­ne degli stu­di nel cam­po. In occa­sio­ne del­la ceri­mo­nia di pre­mia­zio­ne, la sce­na che atten­de le stu­den­tes­se sem­bra usci­ta diret­ta­men­te dal film di Bar­bie. Una schie­ra di uomi­ni a pre­sen­ta­re la ceri­mo­nia e con­se­gna­re l’attestato. Biso­gne­reb­be par­ti­re da que­sto, qual­co­sa di mol­to sem­pli­ce: ren­der­si con­to che mol­te ricer­ca­tri­ci rele­ga­te a tene­re le eser­ci­ta­zio­ni dei cor­si sareb­be­ro più che ade­gua­te a tene­re l’intero cor­so come pro­fes­so­res­se asso­cia­te, accor­ger­si del fat­to che se ai ver­ti­ci di asso­cia­zio­ni impor­tan­ti come l’INFN non c’è nem­me­no una don­na for­se non è per scar­so merito. 

Nell’attesa di un tem­po in cui non saran­no più un’eccezione, con­ti­nuia­mo a cele­bra­re le don­ne che sono riu­sci­te a rive­sti­re ruo­li impor­tan­ti in ambi­to scien­ti­fi­co e soprat­tut­to a inco­rag­gia­re un cam­bia­men­to di rot­ta negli ambien­ti scien­ti­fi­ci: si può fare

Non dovrebbe parlare di diritti riproduttivi chi non è donna, o meglio: chi non ha un utero, di Michele Cacciapuoti

Que­sta fra­se, appa­ren­te­men­te tan­to radi­ca­le se pre­sa alla let­te­ra, cela un signi­fi­ca­to in real­tà basi­la­re: innan­zi­tut­to non si inten­de “par­la­re” nel vero sen­so del ter­mi­ne, quan­to piut­to­sto come pos­si­bi­li­tà deci­sio­na­le in cam­po lega­le.

Inol­tre, non si nega la neces­si­tà di un coin­vol­gi­men­to maschi­le nell’attivismo e nel­la legi­sla­zio­ne sui dirit­ti ripro­dut­ti­vi, anzi trop­po spes­so rele­ga­ti a qual­co­sa che non inte­res­sa gli uomi­ni. Piut­to­sto, ideal­men­te tale coin­vol­gi­men­to pro­dur­reb­be una leg­ge liber­ta­ria, che san­ci­sca il dirit­to di ognu­no a deci­de­re del pro­prio cor­po. È qui che si inse­ri­sce il non inter­ven­to maschi­le nel­la que­stio­ne: nel miglio­re dei mon­di pos­si­bi­li, cioè, avrem­mo col­let­ti­va­men­te deci­so che sia affar nostro (in gene­ra­le) che non sia affar nostro (nel­lo spe­ci­fi­co) la deci­sio­ne in meri­to a ogni sin­go­la gravidanza.

Il prin­ci­pio alla base è dun­que libe­ra­le e impli­ca che a poter deci­de­re in meri­to al pro­prio cor­po sia solo ed esclu­si­va­men­te l’individuo.

Il naturale corollario dello slogan di partenza non è dunque che a intervenire nella decisione possano essere solo le donne, bensì la donna: la singola donna in questione per la propria gravidanza.

Nono­stan­te esem­pi di soli­da­rie­tà di gene­re (nel­le rispo­ste elet­to­ra­li alle poli­ti­che anti-abor­ti­ste ame­ri­ca­nepolac­che), può capi­ta­re che seg­men­ti fem­mi­ni­li del­la socie­tà con­te­sti­no que­sto dirit­to (in USA, in Ita­lia) – come gli uomi­ni, costo­ro han­no demo­cra­ti­ca­men­te voce in capi­to­lo nel­la defi­ni­zio­ne di una leg­ge; uto­pi­ca­men­te, quest’ultima lasce­reb­be liber­tà di scel­ta al sin­go­lo indi­vi­duo.

Par­rà for­se lapa­lis­sia­no, alla luce del­la ter­mi­no­lo­gia ame­ri­ca­na: pro-choi­ce da un lato, favo­re­vo­li cioè alla liber­tà di scel­ta per l’individuo, e pro-life dall’altro, che valo­riz­za­no esclu­si­va­men­te la “vita” del feto sul­la volon­tà del­la don­na. Eppu­re, alme­no qui in Ita­lia, la distin­zio­ne è spes­so frain­te­sa: i pro-choi­ce diven­ta­no pro-abor­to, favo­re­vo­li non al dirit­to di abor­ti­re o par­to­ri­re secon­do una libe­ra scel­ta, ben­sì per­so­nag­gi fit­ti­zi che ado­ra­no l’aborto, che lo riten­go­no bel­lo e mai sof­fer­to, che vor­reb­be­ro costrin­ge­re le don­ne a non partorire.

Solo così si spie­ga la reto­ri­ca per cui i libe­ra­li diven­ta­no Melo­ni e Lol­lo­bri­gi­da, che pos­so­no affer­ma­re di star tute­lan­do «il dirit­to del­le don­ne a non abor­ti­re». Non rimuo­ven­do gli osta­co­li eco­no­mi­ci alla mater­ni­tà, amplian­do cioè le opzio­ni dispo­ni­bi­li (nono­stan­te i finan­zia­men­ti ai CAV); ben­sì osta­co­lan­do le don­ne che vor­reb­be­ro abor­ti­re, difen­den­do un dirit­to limi­tan­do­ne un altro, restrin­gen­do le opzio­ni.

Ten­tan­do di vie­ta­re l’aborto far­ma­co­lo­gi­co in day hospi­tal, per­met­ten­do nel­le Mar­che tas­si di obie­zio­ne di coscien­za impos­si­bi­li­tan­ti (in real­tà già dai tem­pi del PD), pro­po­nen­do l’obbligo di ascol­to del bat­ti­to car­dia­co feta­le pri­ma dell’IVG (bru­ta­li­tà mutua­ta da Buda­pe­st), oppo­nen­do­si all’aborto anche in caso di stu­pro. Sal­vo poi dire, nel­la stes­sa fra­se, che è la don­na ad aver scel­to con­sa­pe­vol­men­te di ave­re un rap­por­to sessuale.

Glos­sa­rio: per “scel­ta con­sa­pe­vo­le”, vie­ne da pen­sa­re, si inten­de supi­na accet­ta­zio­ne del ruo­lo di gene­ra­tri­ce di figli, il cui acces­so agli anti­con­ce­zio­na­li vie­ne osta­co­la­to

Trigger warning: si tratta di inclusività, di Jessica Rodenghi

A vol­te pas­sa l’idea che il fem­mi­ni­smo riguar­di solo le don­ne, in par­ti­co­la­re le don­ne ete­ro (pro­va­no attra­zio­ne ver­so per­so­ne del ses­so oppo­sto) e cisgen­der (la loro iden­ti­tà di gene­re coin­ci­de con ciò che i geni­to­ri han­no deci­so alla nasci­ta). In que­sto modo chiun­que non sia tra que­ste per­so­ne non si sen­te coin­vol­to, sen­te il movi­men­to come qual­co­sa che non lǝ riguardi.

Il movi­men­to fem­mi­ni­sta è dav­ve­ro solo “per le donne”?

Tra­la­scian­do le varie posi­zio­ni del­le cosid­det­te TERF, ossia fem­mi­ni­ste trans-esclu­den­ti come la famo­sis­si­ma J.K. Row­ling, che ha deci­so addi­rit­tu­ra di inve­sti­re in asso­cia­zio­ni che por­ta­no avan­ti azio­ni con­tro la comu­ni­tà tran­sgen­der, il fem­mi­ni­smo si fon­da sul­la lot­ta con­tro il patriar­ca­to. Se voglia­mo aggiun­ge­re un ter­mi­ne in più, potrem­mo dire patriar­ca­to ete­ro­nor­ma­to. Non tut­te le per­so­ne fem­mi­ni­ste sono, infat­ti, ete­ro­ses­sua­li e non tutt3 sono cisgender. 

La lotta femminista è solo e soltanto intersezionale, altrimenti perde di senso come definizione. 

Fin da quan­do nascia­mo ci vie­ne inse­gna­to che un deter­mi­na­to colo­re ci rap­pre­sen­ta, che dob­bia­mo gio­ca­re con i gio­cat­to­li adat­ti al nostro gene­re, che pos­sia­mo o non pos­sia­mo met­ter­ci la gon­na, oppu­re che ci deve pia­ce­re fare la lot­ta con l3 amic3. Ogni san­zio­ne vie­ne puni­ta, i com­por­ta­men­ti “devia­ti” tor­na­no alla rego­la

Tut­ta la nostra vita viag­gia sul bina­ri­smo di gene­re, che pla­sma il nostro modo di pen­sa­re al pun­to da ren­der­ci com­pli­ca­to com­pren­de­re qual­co­sa che stia al di fuo­ri. Ma le per­so­ne del­la comu­ni­tà LGBTQIA+ esi­sto­no e il patriar­ca­to ucci­de anche loro, come chiun­que fac­cia par­te di una comu­ni­tà marginalizzata. 

Filo­me­na “Filo sot­ti­le” nel suo libro Le Mostruo­si­trans dice: «in que­sto mon­do com­ple­ta­men­te bina­rio, non sia­mo nien­te». È come se il fem­mi­ni­smo fos­se tal­men­te inchio­da­to alle don­ne bian­che dei pri­mi movi­men­ti, che è anco­ra dif­fi­ci­le aprir­si ad una pro­spet­ti­va inter­se­zio­na­le, che inclu­da chiun­que non sia una per­so­na bian­ca, ete­ro e cisgender. 

Alla fine, il patriar­ca­to col­pi­sce tutt3. E non solo chi vive sul­la pro­pria pel­le la vio­len­za dal­la mar­gi­na­liz­za­zio­ne. Vive­re secon­do stan­dard ete­ro­nor­ma­ti e che cal­za­no a pen­nel­lo sol­tan­to su alcu­ni, limi­ta la pos­si­bi­li­tà di esse­re noi stess3 ogni gior­no. È un discor­so che vale per tutt3, anche per gli uomi­ni, che da quan­do sono pic­co­li si sen­to­no dire che non devo­no pian­ge­re, che non pos­so­no mostra­re emo­zio­ni a meno che si trat­ti di rab­bia. Il siste­ma patriar­ca­le ingab­bia tutt3 e il tran­sfem­mi­ni­smo è un’alleanza che vuo­le libe­ra­re ognunǝ di noi, a pre­scin­de­re da iden­ti­tà di gene­re, orien­ta­men­to ses­sua­le, colo­re del­la pel­le e con­di­zio­ne economica.

Fon­te: La mostruo­si­trans, per un’alleanza tran­sfem­mi­ni­sta fra le crea­tu­re mostre, Filo­me­na “Filo Sottile”.

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Matilde Elisa Sala
Stu­dio Let­te­re, men­tre aspet­to anco­ra la mia let­te­ra per Hog­warts. Osser­vo il mon­do con occhi curio­si e un piz­zi­co di iro­nia, per­den­do­mi spes­so tra le pagi­ne di un buon libro o le sce­ne di un film. Scri­vo, per­ché cre­do che le paro­le sia­no lo stru­men­to più poten­te che abbiamo.
Nina Fresia
Stu­den­tes­sa di scien­ze poli­ti­che, curio­sa per natu­ra, aspi­ran­te gira­mon­do e avi­da let­tri­ce con un debo­le per la sto­ria e la filo­so­fia. Scri­vo per rea­liz­za­re il sogno del­la me bam­bi­na e rac­con­ta­re attra­ver­so i miei occhi quel­lo che scopro.
Petra El Charif
Stu­den­tes­sa di Scien­ze Poli­ti­che con un debo­le per la scrit­tu­ra, la Spa­gna, i roman­zi gial­li, il cibo e i viag­gi improvvisati
Leonardo Donatiello
Lau­rea­to in sto­ria, attual­men­te fre­quen­to la facol­tà di scien­ze sto­ri­che. Mi repu­to una per­so­na paca­ta e tran­quil­la, ma stra­na­men­te mi attrae il disor­di­ne. Non è dun­que un caso che io sia un gran­de fan del­la Pri­ma repub­bli­ca. Nel tem­po libe­ro mi occu­po di poli­ti­ca e sport prin­ci­pal­men­te, ma ho anche un debo­le per la musi­ca hip hop.
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
Jessica Rodenghi
Jes­si­ca, atti­va nel mon­do e nel­le socie­tà, per fare buo­na infor­ma­zio­ne dedi­ca­ta a tut­ti e tutte.
Giulia Maineri
Instan­ca­bi­le curio­so­na, ho sem­pre una doman­da sul­la pun­ta del­la lin­gua. Leg­go di tut­to e di tut­ti per capi­re chi sono. Col­ti­vo la pas­sio­ne per la sto­ria del­l’ar­te per capi­re chi sia­mo. Stu­dio fisi­ca per rispon­de­re ai come. Esplo­ro il mon­do in un’esasperata, ma entu­sia­sman­te, ricer­ca dei perché.

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