Oscar 2024. Tra prime volte e poche sorprese

Oscar 2024. Tra prime volte e poche sorprese

Nel­la not­te tra il 10 e l’11 mar­zo il Dol­by Thea­tre di Los Ange­les ha ospi­ta­to la 96esima edi­zio­ne degli Oscar, più for­mal­men­te Aca­de­my Awards, pre­sen­ta­ti per la quar­ta vol­ta da Jim­my Kimmel. 

Gli Oscar sono for­se uno degli even­ti più atte­si: for­tu­na­ta­men­te, ormai da qual­che anno, un gran nume­ro di spet­ta­to­ri si reca nel­le sale cine­ma­to­gra­fi­che per cer­ca­re di vede­re più film pos­si­bi­li tra quel­li can­di­da­ti e cer­ca­re di arri­va­re pron­to alla pre­mia­zio­ne, qual­sia­si sia il risul­ta­to. Un cine­ma come l’Anteo a Mila­no pro­po­ne per esem­pio, pro­prio per coin­vol­ge­re più per­so­ne pos­si­bi­le e soprat­tut­to gio­va­ni cine­fi­li, di segui­re la not­ta­ta diret­ta­men­te in sala. 

Un dato posi­ti­vo è sta­to regi­stra­to pro­prio nel 2023, quan­do l’affluen­za nel­le sale cine­ma­to­gra­fi­che è aumen­ta­ta del 62% rispet­to al 2022: tra i film che han­no regi­stra­to il mag­gio­re incas­so al box offi­ce ci sono pro­prio Bar­bie e Oppenheimer.

Tuttavia, a differenza dello scorso anno, quest’edizione degli Oscar ci ha regalato decisamente meno sorprese: 

il trion­fo di Oppe­n­hei­mer e di Pove­re Crea­tu­re! era abba­stan­za scon­ta­to visto il gran­de suc­ces­so del­le due pel­li­co­le in tut­ta la sta­gio­ne di pre­mia­zio­ni. Così come non ci sia­mo stu­pi­ti di fron­te alle vit­to­rie dei Miglio­ri Atto­ri e Attri­ci sia Pro­ta­go­ni­sti che Non, anche loro già redu­ci da altri premi. 

Nono­stan­te ciò, tra una sta­tuet­ta e l’altra, John Cena nudo e Ryan Gosling in veste di can­tan­te (sì, non abbia­mo anco­ra smes­so di can­ta­re I’m just Ken), la sera­ta rima­ne una del­le più memo­ra­bi­li dell’anno. Il 2023 ci ha rega­la­to dei film mera­vi­glio­si e, che sia­no sta­ti di gran­de suc­ces­so o meno chiac­chie­ra­ti, han­no segna­to la sto­ria del cine­ma e rimar­ran­no sul­la boc­ca del pub­bli­co anco­ra per mol­to tempo.

Il tema di questi premi, come del resto di altre kermesse precedenti, è stato il fenomeno del Barbenheimer: 

l’ironica con­cor­ren­za (in real­tà visio­ne appa­ia­ta) fra due film di tono mol­to diver­so ma entram­bi di gran­de suc­ces­so, sep­pur su dif­fe­ren­ti ordi­ni di gran­dez­za, Bar­bieOppe­n­hei­mer.

Rispet­to ad altri pre­mi, in real­tà, l’Academy ha can­di­da­to e soprat­tut­to pre­mia­to meno il film di Gre­ta Ger­wig (8 nomi­na­tion e una sola vit­to­ria, per la can­zo­ne di Bil­lie Eilish e Fin­neas O’Connell): in par­ti­co­la­re, non sono sta­te can­di­da­te la sopra­ci­ta­ta regi­sta né la pro­ta­go­ni­sta Mar­got Rob­bie (se non come co-pro­dut­tri­ce), cau­san­do qual­che sol­le­va­men­to di sopracciglio.

A dire il vero, for­se, gli ele­men­ti più inno­va­ti­vi e degni di nota del film non risie­de­va­no tan­to nel­la regia o nei dia­lo­ghi, quan­to piut­to­sto nel sog­get­to e nel com­par­to visi­vo. C’era comun­que chi ave­va paven­ta­to una vit­to­ria del bra­no I’m just Ken come una con­fer­ma del maschi­li­smo denun­cia­to dal film, ma il bra­no non ha vin­to, nono­stan­te l’eccentrica esi­bi­zio­ne di Gosling.

In ogni caso, gli Oscar non han­no rinun­cia­to a gio­ca­re sul Bar­be­n­hei­mer, in uno sketch sul pal­co­sce­ni­co tra Gosling e Emi­ly Blunt, can­di­da­ti come non pro­ta­go­ni­sti nei rispet­ti­vi film. Vie­ne da pen­sa­re che pro­prio lo scon­tro con Oppe­n­hei­mer fos­se lo sco­po dell’inserimento di Bar­bie fra le Sce­neg­gia­tu­re Non Ori­gi­na­li (uffi­cial­men­te per­ché ispi­ra­to alle bam­bo­le Mat­tel), scel­ta che sepa­ra que­sti da altri pre­mi come i BAFTA o i Cri­tics’ Choice.

Resta il film di Chri­sto­pher Nolan il vin­ci­to­re asso­lu­to e desi­gna­to, con 13 can­di­da­tu­re e 7 Oscar vin­ti – un mar­gi­ne per alcu­ni ecces­si­vo e for­se indi­ge­sto anche per uno sto­ri­co sno­bi­smo dei “cine­fi­li” fan del regi­sta, ma che cor­ri­spon­de a del­le sicu­re qua­li­tà artistiche. 

Prevedibilmente, una statuetta è stata assegnata anche ad American Fiction, l’esordio ai lungometraggi di Cord Jefferson. 

In que­sta sor­ta di com­me­dia dram­ma­ti­ca, Jef­frey Wright met­te in sce­na le pro­prie capa­ci­tà atto­ria­li inter­pre­tan­do uno scrit­to­re e pro­fes­so­re soli­ta­rio in deca­den­za e che, solo fra le altre cose, è afroamericano.

Sen­za nul­la voler spoi­le­ra­re del col­po di sce­na fina­le, i due fili con­dut­to­ri intrec­cia­ti in que­sta pel­li­co­la sono da un lato le pesan­ti vicis­si­tu­di­ni fami­lia­ri del pro­ta­go­ni­sta e, dall’altro, il suo scon­tro con un’industria let­te­ra­ria di pura exploi­ta­tion e un mer­ca­to appiat­ti­to sul­lo ste­reo­ti­po dell’autore nero.

Con l’esca­mo­ta­ge del­la meta­nar­ra­zio­ne e dell’alter ego “gang­ster” crea­to appo­si­ta­men­te dal pro­fes­so­re per ven­de­re di più, Jef­fer­son inca­na­la abil­men­te la cri­ti­ca socia­le a una cer­ta cul­tu­ra per­be­ni­sta ame­ri­ca­na in gene­ri cine­ma­to­gra­fi­ci anche piut­to­sto diver­si, dall’umorismo al dram­ma pas­san­do qua­si per il film d’azione.
Un mix che gli è val­so l’Oscar per la Miglior Sce­neg­gia­tu­ra Non Ori­gi­na­le.

Solo una statuetta anche per The Holdovers. Lezioni di vita di Alexander Payne, ma tra le più importanti. 

È l’attrice Da’Vine Joy Ran­dol­ph (già nota per il suo ruo­lo del­la Detec­ti­ve Wil­liams nel­la serie Only Mur­ders in the Buil­ding) a trion­fa­re, aggiu­di­can­do­si il pre­mio come Miglior Attri­ce Non Pro­ta­go­ni­sta. Nel film, Ran­dol­ph inter­pre­ta la cuo­ca del­la Bar­ton Aca­de­my Mary Lamb, che ha recen­te­men­te per­so un figlio a cau­sa del­la guer­ra in Viet­nam. Sia­mo nel 1970 nel New England, è Nata­le e Mary si ritro­ve­rà a scuo­la insie­me al Pro­fes­sor Paul Hun­ham – inter­pre­ta­to da un magi­stra­le Paul Gia­mat­ti, tra i favo­ri­ti come Miglior Atto­re Pro­ta­go­ni­sta – e altri gio­va­ni ragaz­zi, tra cui spic­ca Angus Tul­ly, inter­pre­ta­to dal­la gio­va­ne rive­la­zio­ne Domi­nic Sessa. 

Una sto­ria emo­zio­nan­te e toc­can­te, di cre­sci­ta e di vita, che sicu­ra­men­te si sareb­be meri­ta­ta qual­che rico­no­sci­men­to in più, nono­stan­te la que­stio­ne su un’ipotesi di pla­gio riguar­dan­te la sce­neg­gia­tu­ra (attual­men­te anco­ra aperta). 

Anche per Anatomia di una caduta, pellicola diretta dalla regista francese Justine Triet, una sola statuetta, quella per Miglior Sceneggiatura Originale. 

Mol­to sin­go­la­re il fat­to che un film fran­ce­se sia sta­to nomi­na­to tra i Miglio­ri Film ma non tra i Miglio­ri Film Inter­na­zio­na­li: i cri­ti­ci fran­ce­si han­no con­te­sta­to la scel­ta di que­sto film, a loro avvi­so «trop­po affol­la­to di ste­reo­ti­pi che bana­liz­za­no la cul­tu­ra fran­ce­se». Inol­tre, la scel­ta sem­bra moti­va­ta pre­va­len­te­men­te da moti­vi poli­ti­ci, più nel­lo spe­ci­fi­co, come ripor­ta il Post, «dal­le cri­ti­che che la regi­sta ha rivol­to al pre­si­den­te fran­ce­se Macron». Un vero pec­ca­to che un film così ben accol­to dal pub­bli­co inter­na­zio­na­le, si sia visto man­ca­re un’importante can­di­da­tu­ra solo per moti­vi stret­ta­men­te poli­ti­ci. 

L’interpretazione di San­dra Hül­ler (anche in La zona d’interesse) è sta­ta pre­mia­ta con una nomi­na­tion tra le Miglio­ri Attri­ci Pro­ta­go­ni­ste. Un film for­te e d’impatto, ma che invi­ta a riflet­te­re sul fun­zio­na­men­to del­la psi­che uma­na e sul­la diver­si­tà dei pun­ti di vista con cui si osser­va­no deter­mi­na­te situa­zio­ni, anche le più tragiche.

Sette candidature ma nessuna vittoria invece per Maestro di Bradley Cooper (disponibile anche su Netflix): 

il film rac­con­ta la sto­ria del­la vita del diret­to­re d’orchestra Leo­nard Bern­stein, inter­pre­ta­to dal­lo stes­so Coo­per, dal­la gio­vi­nez­za fino alla vec­chia­ia. Una pel­li­co­la mol­to par­ti­co­la­re, carat­te­riz­za­ta dall’alternarsi di colo­ri e bian­co e nero, in cui spic­ca­no i ruo­li di Coo­per e Carey Mul­li­gan, che inter­pre­ta la moglie di Bern­stein, Feli­cia Mon­tea­le­gre. Un bel film, accol­to posi­ti­va­men­te dal­la cri­ti­ca, che è però pas­sa­to in sor­di­na rispet­to a tan­ti altri lun­go­me­trag­gi con cui era in gara.

Molte candidature ma nessun Oscar nemmeno per Killers of the flower moon

era del resto pre­ven­ti­va­to l’insuccesso di Mar­tin Scor­se­se alla not­te degli Oscar, con ben 10 can­di­da­tu­re ma nes­su­na vit­to­ria per la sua ulti­ma ope­ra, con pro­ta­go­ni­sti i suoi due pupil­li Robert De Niro e Leo­nar­do di Caprio e una fan­ta­sti­ca Lily Glad­sto­ne, che ha fat­to un lavo­ro super­bo per que­sto pro­get­to: diven­tan­do la pri­ma vin­ci­tri­ce nati­va ame­ri­ca­na ai Gol­den Glo­bes e ai SAG Awards oltre che pri­ma can­di­da­ta nati­va ame­ri­ca­na agli Oscar come Miglior Attri­ce Protagonista.

Kil­lers of the flo­wer moon , trat­to dall’omonimo libro di David Grann, incen­tra il suo rac­con­to su quan­to acca­du­to in Okla­ho­ma, nel­la con­tea di Osa­ge agli ini­zi degli anni Ven­ti del secon­do scor­so. Nel­la zona, sono sta­ti sco­per­ti gia­ci­men­ti di petro­lio che per­mi­se­ro alla tri­bù india­na di Osa­ge di arric­chir­si e atti­ra­re l’attenzione di mol­tis­si­mi bian­chi desi­de­ro­si di fare sol­di sot­traen­do i gia­ci­men­ti alla tribù.

In que­sto film temi car­di­ni del­la cine­ma­to­gra­fia di Mar­tin Scor­se­se, col­pa e reden­zio­ne, sono svi­lup­pa­ti nell’accezione più tri­ste par­lan­do di uomi­ni che rifiu­ta­no di assu­mer­si respon­sa­bi­li­tà, rin­ne­gan­do l’orrore che vie­ne perpetuato.

Tra i nominati come Miglior Film Straniero, di grande rilevanza sono stati Io Capitano di Matteo Garrone e La zona d’interesse di Jonathan Glazer, entrambi tratti da storie vere e difficili.

La pel­li­co­la di Gla­zer intrec­cia un dia­lo­go invi­si­bi­le e ter­ri­bi­le tra la nor­ma­li­tà del­la fami­glia di Rudolf Höss e sua moglie Hewig e la anor­ma­li­tà del geno­ci­dio oltre il muro. 

Il muro è un sim­bo­lo di vera divi­sio­ne, per cui chi è fuo­ri e ciò che avvie­ne fuo­ri non può desta­re pro­ble­mi a chi vive den­tro. La sto­ria prin­ci­pa­le è poi inter­val­la­ta da un sogno, ripre­so con del­le came­re ter­mi­che, di una bam­bi­na che di not­te por­ta­va del­le mele ai dete­nu­ti nel cam­po di lavo­ro. Il regi­sta ha rile­va­to che l’idea di que­ste sce­ne è nata dall’incontro con una don­na polac­ca di 90 anni, Ale­xan­dria, che da pic­co­la face­va par­te del­la resi­sten­za polac­ca al regi­me e con la sua bici­clet­ta por­ta­va cibo ai dete­nu­ti. Di impat­to è il fat­to che sia la bici­clet­ta che i vesti­ti sono dav­ve­ro quel­li di Ale­xan­dria, mor­ta poche set­ti­ma­ne dopo il loro incon­tro e che la musi­ca che accom­pa­gna le sce­ne sia sta­ta com­po­sta da Tho­mas Wolf, pri­gio­nie­ro nel cam­po di con­cen­tra­men­to di Ausch­wi­tz, e tro­va­ta da lei stessa.

Proprio La zona di interesse si è infine aggiudicato l’Oscar per la categoria. 

Poten­te e ina­spet­ta­to è sta­to il discor­so tenu­to da Gla­zer in segui­to alla pre­mia­zio­ne, con cui il regi­sta ha pre­so una posi­zio­ne net­ta in meri­to al mas­sa­cro in cor­so nel­la Stri­scia di Gaza da ormai 6 mesi. Con poche fra­si sobrie, Gla­zer ha cala­to la pro­pria ope­ra nel pre­sen­te, denun­cian­do ogni geno­ci­dio, con­fe­ren­do valo­re al pas­sa­to e allo stes­so tem­po riget­tan­do­ne la stru­men­ta­liz­za­zio­ne

«Il nostro film mostra dove la deu­ma­niz­za­zio­ne con­du­ce, nel­la sua for­ma peg­gio­re […] oggi sia­mo qui come ebrei che rifiu­ta­no la loro ebrai­ci­tà e la stru­men­ta­liz­za­zio­ne dell’Olocausto da par­te di un’occupazione che ha por­ta­to al con­flit­to per così tan­te per­so­ne inno­cen­ti. Che si trat­ti del­le vit­ti­me del 7 otto­bre in Israe­le o dell’attacco in cor­so a Gaza, di tut­te le vit­ti­me di que­sta deu­ma­niz­za­zio­ne, come pos­sia­mo fare a oppor­re resistenza?».

Una pel­li­co­la par­ti­co­lar­men­te pre­gnan­te dun­que, capa­ce di denun­cia­re gli orro­ri e le col­pe dell’umanità di ieri tan­to quan­to di quel­la di oggi.

Pare allora fuori luogo parlare di un Garrone «battuto» e della «delusione» per la sconfitta di Io capitano, come hanno fatto molti quotidiani italiani: 

come spes­so acca­de, il dibat­ti­to si è appiat­ti­to più sul com­men­to del risul­ta­to “nega­ti­vo”, del resto atte­so dato che il film di Gla­zer era il favo­ri­to, che non sul­la rico­no­sciu­ta effi­ca­cia del film. Esso ha infat­ti avu­to il pre­gio di affron­ta­re una nar­ra­zio­ne dolo­ro­sa – quel­la del­la migra­zio­ne, dal Sene­gal all’Italia pas­san­do per le tor­tu­re in Libia – sen­za «reto­ri­ca» né «pater­na­li­smo», gra­zie alla regia di Gar­ro­ne e alla talen­tuo­sa inter­pre­ta­zio­ne dei due gio­va­ni atto­ri pro­ta­go­ni­sti, Sey­dou Sarr e Mou­sta­pha Fall.

A peg­gio­ra­re la situa­zio­ne sono arri­va­ti il cla­mo­ro­so erro­re com­mes­so da Tele­vi­deo e rilan­cia­to sui social ma soprat­tut­to la con­tro­ver­sa dichia­ra­zio­ne rila­scia­ta da Mas­si­mo Cec­che­ri­ni – che ha pre­so par­te alla sce­neg­gia­tu­ra del film – subi­to rie­cheg­gia­ta dall’attrice Sabri­na Feril­li: bat­tu­ta di cat­ti­vo gusto, inde­li­ca­ta cadu­ta di sti­le o addi­rit­tu­ra mes­sag­gio anti­se­mi­ta, poco impor­ta, anco­ra una vol­ta si è per­sa un’occasione di con­fron­to e arric­chi­men­to cul­tu­ra­le e sia­mo fini­ti impan­ta­na­ti nel­la bas­sez­za del dibat­ti­to pub­bli­co italiano. 

Ciò non dovreb­be però disto­glie­re l’attenzione dal­la for­za di Io capi­ta­no che, giun­to alla nomi­na­tion agli Oscar dopo il suc­ces­so otte­nu­to al Festi­val di Vene­zia, dov’era sta­to pre­mia­to con il Leo­ne d’argento alla regia e con il Pre­mio Mar­cel­lo Mastro­ian­ni miglior atto­re esor­dien­te a Sey­dou Sarr, si è con­fron­ta­to con quat­tro film altret­tan­to degni di nota – oltre a La zona di inte­res­se, anche Per­fect Days, La sala pro­fes­so­riLa socie­tà del­la neve – uscen­do­ne a testa alta. 

Io capitano è una storia di migrazione ma anche di scoperta di sé e del mondo, che vede protagonisti due giovani ragazzi senegalesi nel momento in cui decidono, all’insaputa delle famiglie, di partire per l’Italia e per l’Europa, inseguendo il sogno di diventare musicisti (qui per una trama dettagliata): 

alla radi­ce del­la nar­ra­zio­ne, diret­ta da Gar­ro­ne e da lui sce­neg­gia­ta insie­me a Cec­che­ri­ni, Mas­si­mo Gau­dio­so e Andrea Taglia­fer­ri, ci sono le sto­rie auten­ti­che sto­rie di Kouas­si Pli Ada­ma Mama­dou, Arnaud Zohin, Ama­ra Fofa­na, Brha­ne Tare­ke, and Sia­ka Doumbia.

L’indiscutibile spes­so­re cine­ma­to­gra­fi­co e uma­no del­la pel­li­co­la, in gra­do di par­la­re alla socie­tà di oggi con un’immediatezza e una cru­dez­za rare, pron­ta a met­ter­ci tut­ti – cit­ta­di­ni ita­lia­ni e del mon­do – di fron­te alle nostre col­pe, ai nostri rimos­si, alla nostra ter­ri­bi­le, sba­lor­di­ti­va capa­ci­tà di igno­ra­re le mor­ti, le tor­tu­re, i viag­gi dispe­ra­ti alla ricer­ca di un futu­ro che ci arro­ghia­mo il dirit­to di nega­re, non dovreb­be­ro quin­di esse­re dimenticati. 

Un riconoscimento significativo è stato attribuito anche al leggendario autore e regista giapponese ultraottantenne Hayao Miyazaki per il suo ultimo e straordinario film Il ragazzo e l’airone

la pel­li­co­la è sta­ta pre­mia­ta come Miglior Film d’A­ni­ma­zio­ne, a disca­pi­to dei film ani­ma­ti Spi­der-Man: Across the Spi­der-Ver­se ed Ele­men­tal, rispet­ti­va­men­te del­la Mar­vel Comics e del­la Disney-Pixar.

Non è la pri­ma vol­ta che il regi­sta vin­ce una sta­tuet­ta. Infat­ti, Miya­za­ki ha dimo­stra­to di esse­re un mae­stro nel­l’ar­te del­l’a­ni­ma­zio­ne e i suoi film han­no ispi­ra­to e incan­ta­to tut­to il mon­do nel cor­so degli anni. Non a caso, lo Stu­dio Ghi­bli e l’acclamato auto­re era­no già sta­ti pre­mia­ti nel­la not­te degli Oscar del 2003 con La cit­tà incan­ta­ta.

Nono­stan­te Il ragaz­zo e l’airone sia carat­te­riz­za­to da un rit­mo fre­ne­ti­co, una nar­ra­zio­ne non linea­re e una tra­ma ric­ca di even­ti appa­ren­te­men­te casua­li o sen­za una chia­ra con­nes­sio­ne, sen­za pre­ten­de­re l’in­ter­pre­ta­zio­ne pre­ci­sa, Miya­za­ki rie­sce nel suo inten­to, come in tut­ti i film del­lo Stu­dio Ghi­bli. Il ragaz­zo e l’airone non man­ca di fan­ta­sia, e il ricor­ren­te topos miya­za­ki­co, che ten­de a richia­ma­re la guer­ra mon­dia­le, il lut­to, il cam­bia­men­to, la cre­sci­ta e la rie­vo­ca­zio­ne del pas­sa­to, fa da sfon­do allo spi­ri­ti­smo, agli ani­ma­li magi­ci, ai mes­sag­gi alle­go­ri­ci e ovvia­men­te a un viag­gio incan­ta­to capa­ce di far abban­do­na­re il pub­bli­co alla pura meraviglia. 

Degna di men­zio­ne anche la vit­to­ria di Wes Ander­son per il Miglior Cor­to­me­trag­gio con La mera­vi­glio­sa sto­ria di Hen­ry Sugar. Il cor­to era sta­to pre­sen­ta­to all’80° Festi­val di Vene­zia ed è poi sbar­ca­to su Net­flix insie­me ad altri tre cor­to­me­trag­gi. Sem­pre par­ti­co­la­re ma estre­ma­men­te affa­sci­nan­te, lo sti­le regi­sti­co di Wes Ander­son è uni­co e facil­men­te rico­no­sci­bi­le. Il cor­to­me­trag­gio vin­ci­to­re è sta­to trat­to da un rac­con­to scrit­to da Roald Dahl e ha riscos­so fin da subi­to un gran­dis­si­mo successo.

La 96esima edizione degli Oscar ha visto Pinguino (Danny De Vito) e Mr. Freez (Arnold Schwarzenegger) coesi contro Batman (Michael Keaton) prima di premiare Yamazaki, Shibuya, Takahashi e Nojima per Godzilla Minus One, per i Migliori Effetti Speciali, con un budget di soli 15 milioni di dollari. 

Bat­tu­te più o meno diver­ten­ti sono sta­te indi­riz­za­te dal pre­sen­ta­to­re ai nomi­na­ti: in par­ti­co­la­re Kim­mel ha scher­za­to (sca­te­nan­do non poche cri­ti­che) con Robert Dow­ney Jr., vin­ci­to­re del­la sta­tuet­ta come Miglior Atto­re Non Pro­ta­go­ni­sta, sul suo dif­fi­ci­le passato.

«Vivia­mo nel mon­do di Oppe­n­hei­mer» sono le paro­le di Cil­lian Mur­phy, duran­te il suo discor­so per la vit­to­ria come Miglior Atto­re Pro­ta­go­ni­sta. Para­dos­sal­men­te la ceri­mo­nia, incen­tra­ta su un’o­pe­ra che rac­con­ta la crea­zio­ne del­la bom­ba ato­mi­ca, un docu­men­ta­rio sul­la vita a Mariu­pol duran­te il con­flit­to rus­so-ucrai­no, e la disu­ma­niz­za­zio­ne di cui par­la La zona d’in­te­res­se, sono diven­ta­ti il pal­co­sce­ni­co per riflet­te­re sul­la pace e sul­la fine dei con­flit­ti armati. 

Citan­do Al Paci­no «and my eyes see…» una bel­lis­si­ma edi­zio­ne, con­dot­ta da Jim­my Kim­mel del­la sera­ta più atte­sa del mon­do del cine­ma, che si può ribat­tez­za­re come “l’e­di­zio­ne del­le pri­me vol­te”: mol­ti sono sta­ti, infat­ti, le pro­fes­sio­ni­ste e i pro­fes­sio­ni­sti can­di­da­ti o vin­ci­to­ri per la pri­ma vol­ta. Una bel­lis­si­ma sco­per­ta soprat­tut­to in cam­po internazionale. 

Con­di­vi­di:
Matilde Elisa Sala
Stu­dio Let­te­re, men­tre aspet­to anco­ra la mia let­te­ra per Hog­warts. Osser­vo il mon­do con occhi curio­si e un piz­zi­co di iro­nia, per­den­do­mi spes­so tra le pagi­ne di un buon libro o le sce­ne di un film. Scri­vo, per­ché cre­do che le paro­le sia­no lo stru­men­to più poten­te che abbiamo.
Cristina Bianchi
Giu­ri­sta pen­ti­ta che si è con­ver­ti­ta a scien­ze poli­ti­che. Mi inte­res­sa mol­to tro­va­re una con­nes­sio­ne tra attua­li­tà e cine­ma, che per­met­ta alle men­ti crea­ti­ve di viag­gia­re attra­ver­so le epo­che e svi­lup­pa­re un pen­sie­ro critico.
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.

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