Del: 31 Marzo 2024 Di: Edoardo Fazzini Commenti: 0
Una NATO senza Stati Uniti d'America

L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) è una delle alleanze militari più riccamente strutturate e organizzate mai esistite. Dal 4 aprile 1949, giorno della firma del Patto Atlantico, ad oggi, è riuscita ad adattarsi ai cambiamenti globali, con un disegno strategico che si è ridefinito nel tempo conformandosi alle mutazioni del sistema internazionale.

Però, se da una parte l’Alleanza si è dimostrata di grande esempio per le altre istituzioni internazionali, grazie al credibile mutamento di obiettivi posto al termine della Guerra Fredda nonché alla sua crescita in termini di membri, dall’altra ha negli ultimi anni occultato il proprio stato di crisi, nel vano tentativo di superarla. Questo secondo aspetto, oggi preponderante, fa apparire la NATO come un’enorme bolla pronta ad esplodere.

Le elezioni statunitensi del 2024 saranno dunque fondamentali per comprendere appieno l’evoluzione dell’alleanza e la conseguente sicurezza dell’Europa.  

La minaccia trumpiana

Avviandosi verso le elezioni, che appaiono più che mai cruciali per il destino delle future relazioni internazionali, Trump non si è trattenuto dallo scuotere le coscienze del resto dell’”Occidente”, col fine di spingerlo a un maggiore impegno militare.

Infatti, nonostante la politica estera non sia centrale nella competizione per la presidenza degli Stati Uniti – a risultare decisive saranno infatti soprattutto la politica interna e, in primis, le dinamiche economiche nazionali – essa resta uno strumento centrale nel dialogo con il resto del mondo.

È stato a tratti scioccante per gli europei quanto il leader dei Repubblicani ha dichiarato in un comizio a febbraio 2024, incoraggiando la leadership russa a fare «tutto ciò che vuole» ai membri della NATO, nel caso in cui questi non investano almeno il 2% del proprio PIL per la difesa. Nonostante lamentele di questo tipo da parte della leadership statunitense verso gli europei si siano già presentate molteplici volte in passato, le implicazioni di questa dichiarazione dell’ex Presidente sono infatti una novità.

Le relazioni tra Europa e Stati Uniti, nonché la totalità delle dinamiche legate alla Guerra in Ucraina, potrebbero essere pesantemente influenzate dalle posizioni di Donald Trump verso la NATO e la Russia.

Rispetto al primo, il secondo mandato di Trump rischia di rimuovere gli USA dal loro ruolo di protettore dell’Europa, incoraggiando la Russia e vanificando gli sforzi dell’Ucraina attraverso un approccio basato sull’allontanamento degli Stati Uniti dall’Europa, per concentrarsi su  altre aree regionali, in primis l’Indo-Pacifico, considerato il nuovo «epicentro» globale e luogo di investimenti crescenti da parte di Washington.

In questo modo, l’Europa finirebbe per essere isolata, priva di quella “supervisione terza” che dal 1945 l’ha condizionata, in una posizione di minor controllo strategico del proprio territorio e del proprio ruolo nella politica internazionale.

A questo timore se ne affianca un secondo, ad esso strettamente legato, cioè la possibilità che gli USA escano dalla NATO. L’instabilità e l’imprevedibilità di Trump, i conflitti in Ucraina e Medio Oriente, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, a Taiwan e nella penisola di Corea, i controversi rapporti con leaders come Putin, Kim Jong Un e Xi Jinping, nonché un Partito Repubblicano anti-atlantista a lui fedele sarebbero elementi capaci di guidare gli Stati Uniti a una decisione di questo tipo.

Durante il primo mandato, Trump aveva già definito la NATO «obsoleta», ma un contesto europeo privo di conflitti armati maggiori assieme a piccoli accrescimenti nelle spese difensive da parte degli Stati europei avevano contribuito a mantenere la situazione sotto controllo.

In un sistema internazionale come quello attuale, in rapido e profondo mutamento e con importanti conflitti aperti, l’atteggiamento ambiguo del primo mandato del tycoon verso la Russia – basato sull’alternanza di momenti amichevoli con Putin da un lato e, dall’altro, sul consolidamento delle politiche precedenti di sanzione, perfino inviando armi letali in Ucraina, cosa che Obama aveva rifiutato di fare – si radicalizzerebbe in un nuovo mandato, presumibilmente finendo per favorire alleanze a breve termine, per lo più con Paesi extra-europei, a discapito del sistema difensivo secolare sviluppato negli anni con l’Europa.

Tutto questo, affiancato dalla narrazione popolare negli Stati Uniti secondo cui gli alleati europei si nasconderebbero dietro alle spese militari di Washington, e contrapposto a una Federazione Russa che si dimostra volenterosa di distruggere l’intera architettura di sicurezza europea attraverso la guerra, genererebbe un’instabilità che, nel Vecchio Continente, non si vede più da ottant’anni in questi termini.

In questo, il fatto che Trump dal 2022 abbia sottovalutato la gravità dell’aggressione russa in Ucraina – descrivendola come una conseguenza degli errori di Biden – potrebbe prefigurare la possibilità che, in futuro,  gli Stati Uniti trumpiani possano mediare con Putin accordi di pace: questi però si rivelerebbero dannosi per l’integrità ucraina e, soprattutto, costituirebbero solo una soluzione temporanea.

La risposta europea

Le criticità che conseguirebbero all’abbandono statunitense della NATO sono evidenti a tutti, sebbene molti leaders cerchino di conservare l’immagine di un’Europa forte per non causare eccessivi malumori nelle popolazioni – si prenda per esempio il Presidente francese Macron e le sue recenti dichiarazioni a favore dell’invio di truppe NATO in suolo ucraino.

Dunque, la prima risposta alla possibile concretizzazione della minaccia trumpiana è quella di bloccarla alla sua origine per evitare che essa si realizzi, placando gli animi della classe dirigente e dei tax-payers statunitensi e promuovendo una maggior coesione tra i paesi NATO.

A questo riguardo, negli ultimi mesi si è profilata la figura di Mark Rutte, dimissionario premier dei Paesi Bassi a capo dell’esecutivo dal 2010, come possibile mediatore della ricostruzione dei rapporti USA-NATO. Come descritto da un articolo di Politico di febbraio 2024, Mark Rutte si sta proponendo insistentemente come potenziale Segretario Generale della NATO e, in questo, sta riscontrando successo anche in forza del suo rapporto con Donald Trump: in passato, Rutte si è dimostrato abile nel gestire il presidente statunitense durante le discussioni NATO e, in particolare, avrebbe svolto un significativo ruolo di mediazione durante una riunione nel 2018, convincendo Trump che gli alleati NATO stessero aumentando le spese militari.

Attualmente, Rutte è il favorito per sostituire Jens Stoltenberg come Segretario Generale, in virtù del suo approccio alla politica estera considerato bilanciato e pragmatico, adatto a trattare con leaders come Trump.

Rutte ha anche ottenuto il sostegno di diversi Paesi membri della NATO e sembra essere il candidato più adatto al ruolo, essendo un abile diplomatico. Però, va detto che è tutto fuorché probabile che, in caso di vittoria di Trump e di concretizzazione da parte dello statunitense delle narrazioni portate avanti relativamente alla NATO, Rutte e il resto della leadership dietro alla NATO riescano a mediare con successo e a garantire la vita dell’alleanza.

Infatti, sebbene molti media ne sottolineino l’organizzazione e la crescita in termini di membri, in realtà la NATO è entrata da anni in un vortice di instabilità, e ne sono la controprova i continui cambiamenti dei concetti strategici, cioè gli obiettivi dell’alleanza.  Dopo il 1967, essi sono stati riscritti nel 1988, poi nel 1991, nel 1999; nel 2002 si fecero a Praga delle considerazioni complessive sugli obiettivi e nel 2010 si decise di ridefinire i propri obiettivi ogni dieci anni.

Questa instabilità alla radice dell’Alleanza è il riflesso di un sistema internazionale unico e difficile da comprendere, in cui nemmeno alle domande più basilari si può dare risposta – basti riflettere sul fatto che non si può affermare con certezza se si viva ancora in un contesto unipolare oppure se si sia entrati in una realtà bipolare o ancora se ci si sia avviati verso una realtà multipolare come quella precedente al 1945. Perfino il numero di grandi potenze è un’incognita.

Nella fragilità generale del sistema, i conflitti armati diventano il riflesso di una crisi internazionale senza precedenti, legata proprio a un senso di confusione e di impossibilità di agire in maniera efficace.

Oltre alla già citata Ucraina, anche la Guerra a Gaza rappresenta la controprova di un calo delle capacità europee e occidentali, mostrando come la credibilità europea sia irreversibilmente declinata.

In questo, la dissoluzione della NATO costituirebbe il colpo finale, in grado di porre definitivamente l’Europa in una situazione di crisi di sicurezza imponente.

Il ritorno di un problema di sicurezza europeo

Come già scritto, l’uscita degli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica avrebbe il potenziale per ricostituire un problema di sicurezza colossale, rischiando di dividere l’Europa tra chi avvierebbe una politica di appeasement verso le minacce all’ordine europeo, chi perseguirebbe una politica di riarmo accelerato e chi, per timori e interessi interni, potrebbe finire per affiancarsi a Mosca e alle altre possibili minacce per il Vecchio Continente, minando dall’interno la base della sua rete strategico-difensiva.

Inoltre, visti gli ambigui precedenti di Trump nei confronti del Cremlino, è estremamente plausibile che, per frenare la Guerra, sotto la sua presidenza Washington punterebbe al raggiungimento di un accordo che garantirebbe concessioni alla Russia, a discapito della sovranità dell’Ucraina sul proprio territorio. Inoltre, se ciò si affiancasse alla concretizzazione del ritiro delle truppe statunitensi dall’Europa, permetterebbe a Putin di poter usufruire di strumenti di minaccia efficaci da usare contro i Paesi europei. In questo quadro, Trump potrebbe chiedere agli europei dei pagamenti e la cessazione di rapporti commerciali con la Cina in cambio della protezione statunitense.

In sintesi, con un secondo mandato Trump, il rapporto che sussiste tra Europa Occidentale e Stati Uniti potrebbe essere danneggiato irreparabilmente.

Come evidenziato da Foreign Affairs, nel mezzo tra l’ambiguità statunitense e le minacce russe, l’Europa si troverebbe esposta ad un accrescimento di tensioni e caos. A rischio non ci sarebbe soltanto la «possibile pace perpetua»: persino il compromesso di una nuova «Cortina di Ferro» potrebbe cedere il passo alla guerra.

Pertanto, considerati l’alto livello di tensione, la precarietà del sistema internazionale, l’incapacità degli Stati Uniti di assicurarsi il ruolo di protettore del mondo ambito negli anni ’90 e quella dell’Europa di mantenere la stabilità quantomeno nella propria area regionale, resta fondamentale mantenere alta l’attenzione: mentre la corsa alla Casa Bianca, che ci accompagnerà fino alla fine di questo 2024, prosegue, le evoluzioni dell’intero contesto appaiono oggi del tutto imprevedibili.

Edoardo Fazzini
Sono uno studente al secondo anno di Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano, amante delle tematiche geopolitiche internazionali e dell’informazione scientifico-politica.
Penso che concretizzare la mia passione sia qualcosa di bello, perché di fronte a crescenti sfide l’informazione deve progredire, e solo conoscendo la realtà e diffondendo quanto si apprende si può immaginare un futuro migliore.

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