Van Aert e Van Der Poel, dualismi tra il fango e le pietre

È arri­va­to mar­zo e per gli appas­sio­na­ti del­le due ruo­te signi­fi­ca il ritor­no del gran­de cicli­smo su stra­da, con la Mila­no San­re­mo ad apri­re la sta­gio­ne. Tra gli appas­sio­na­ti di cicli­smo vi è una spac­ca­tu­ra tra chi pre­fe­ri­sce le Clas­si­che (gare in linea di un gior­no) e chi, inve­ce, ama i gran­di Giri (Giro d’Italia, Tour de Fran­ce e Vuel­ta). Que­sto è un pri­mo dua­li­smo che carat­te­riz­za que­sto sport. 

Tradotto in altri termini, c’è chi preferisce che la partita si giochi sull’esplosività e l’imprevedibilità di una gara secca oppure chi sulla costanza e l’equilibrio necessari per primeggiare in un Tour di tre settimane. 

Pre­mes­so si appar­ten­ga alla pri­ma cate­go­ria, ne con­se­gue un secon­do dua­li­smo. Da qual­che anno a con­ten­der­si buo­na par­te del­le Clas­si­che, tra cui spic­ca­no le 5 Clas­si­che Monu­men­to, che sono per una que­stio­ne sto­ri­ca e tec­ni­ca le più pre­sti­gio­se, ci sono due cicli­sti: Wout Van AertMathieu Van der Poel. Uno dive­nu­to cicli­sta per voca­zio­ne, l’altro, nipo­te di Pou­li­dor, il cicli­smo lo ha nel san­gue. Uno vie­ne dal­la patria che ha dato i nata­li al miglior cicli­sta di sem­pre, il Can­ni­ba­le Eddie Merc­kx, l’altro dal­la Nazio­ne del­le bici­clet­te, l’Olanda. Ma le dif­fe­ren­ze sostan­zia­li sem­bra­no fer­mar­si qui, per­ché Van Aert e Van der Poel sono vit­ti­me di un gio­co del desti­no ricor­ren­te, che si diver­te a met­te­re atle­ti che si egua­glia­no in talen­to, ad inse­gui­re gli stes­si obiet­ti­vi. Il cicli­smo è pie­no di esem­pi, par­ten­do da Cop­pi e Bar­ta­li, che han­no infiam­ma­to il dopo­guer­ra ita­lia­no, pas­san­do per Moser e Saron­ni fino ad arri­va­re a oggi con Van Aert e Van der Poel. I gran­di dua­li­smi han­no scrit­to la sto­ria del­lo sport, han­no fat­to le for­tu­ne dei gior­na­li ma soprat­tut­to han­no deli­zia­to i tifosi. 

Ribal­tan­do la pro­spet­ti­va, più che deli­zia sono spes­so una cro­ce per i diret­ti inte­res­sa­ti. Si ritro­va­no infat­ti a con­di­vi­de­re il ruo­lo di co-pro­ta­go­ni­sti in sce­neg­gia­tu­re ano­ma­le, scrit­te per ave­re non una, ben­sì due stel­le. L’anomalia sta pro­prio in que­sta coe­si­sten­za ingom­bran­te tra due uni­tà dif­fe­ren­ti, ma allo stes­so tem­po inscin­di­bi­li l’una dall’altra.

E ciò che rende ancor di più indissolubile la rivalità tra Van Aert e Van der Poel, sono il fango e le pietre.

Fan­go. Entram­bi sono cre­sciu­ti a fan­go e bici­clet­ta. Fin da ragaz­zi­ni pra­ti­ca­no il ciclo­cross, disci­pli­na che con­si­ste in una gara cir­ca di un’ora in un cir­cui­to di sab­bia o ter­ra, che il più del­le vol­te diven­ta fan­go. Sono gli atle­ti più for­ti di sem­pre del­la disci­pli­na, ed i loro pal­ma­rès lo dimo­stra­no. Dal 2015 in poi, sem­bra ci sia­no due uni­ci par­te­ci­pan­ti al mon­dia­le di ciclo­cross. Van der Poel ha rac­col­to 6 ori ed un argen­to, Van Aert 3 ori e 4 argen­ti.  Sono riu­sci­ti a spet­ta­co­liz­za­re una disci­pli­na che era sco­no­sciu­ta al di fuo­ri del nord Euro­pa, dove sto­ri­ca­men­te è più radi­ca­ta.  Da sem­pre il fra­tel­lo mino­re del cicli­smo su stra­da, con loro due in gara, il fan­go diven­ta rile­van­te tan­to quan­to l’asfalto. Il gior­na­li­sta Gian­pao­lo Ormez­za­no dice­va che “Il cicli­smo è la fati­ca più spor­ca addos­so alla gen­te più puli­ta”. Pro­ba­bil­men­te non ave­va mai visto un ciclocrossista.

© Ilfo­glia­ni  Flic­kr Licen­za CC BY-NC-ND 2.0 DEED

Pie­tre. Ciò che ren­de ico­ni­che le più bel­le clas­si­che Monu­men­to, la Pari­gi Rou­baix ed il giro del­le Fian­dre, sono i trat­ti di pavé. Lun­ghi trat­ti stra­da­li costi­tui­ti da cubet­ti di pie­tra o por­fi­do. Stra­di­ne di cam­pa­gna poco traf­fi­ca­te e dall’aspetto buco­li­co per gran par­te dell’anno, che tra mar­zo ed apri­le si tra­sfor­ma­no nel­la Mec­ca del cicli­smo mon­dia­le. Dif­fi­ci­le man­te­ne­re l’equilibrio in sel­la, le bici tre­ma­no e bal­la­no sopra il pavé, ma Van Aert e Van der Poel han­no dimo­stra­to di saper doma­re que­ste super­fi­ci più di qual­sia­si altro cor­ri­do­re negli ulti­mi anni.  Ma atten­zio­ne, esse­re sul­la car­ta i più talen­tuo­si non dà cer­tez­za del­la vit­to­ria. Seb­be­ne entram­bi sia­no dati favo­ri­ti quan­do si pre­sen­ta­no alla par­ten­za, i due non sono gli uni­ci mat­ta­to­ri come nel ciclo­cross. Van der Poel ha vin­to due giri del­le Fian­dre ed una Pari­gi Rou­baix, Van Aert, spes­so con­di­zio­na­to da fora­tu­re e pro­ble­mi tec­ni­ci, una Mila­no San­re­mo e tan­ti piaz­za­men­ti nel­le due regi­ne del Nord. Pro­prio qui sta il fasci­no del pavé, l’imprevedibilità. L’idea che con il solo talen­to e l’allenamento si pos­sa doma­re que­sta super­fi­cie è un’illusione tra­co­tan­te. Il pavé pre­mia i più talen­tuo­si, ma che sia­no in gra­do di aggra­ziar­si la fortuna. 

© s.yuki Flic­kr Licen­za CC BY 2.0 DEED

La loro riva­li­tà però non si limi­ta alle impre­se spor­ti­ve, ma sta ria­bi­li­tan­do l’intero movi­men­to cicli­sti­co. Per­ché la riso­nan­za media­ti­ca di que­sto dua­li­smo sta ridan­do vita­li­tà e visi­bi­li­tà al cicli­smo, dopo decen­ni tur­bo­len­ti.  Negli anni ‘90 gra­zie ad un ina­spri­men­to dei con­trol­li, si son sus­se­gui­te  squa­li­fi­che per casi di doping, cul­mi­na­te con la revo­ca dei 7 Tour de Fran­ce a Lan­ce Arm­strong. Una per­di­ta di cre­di­bi­li­tà per tut­to il movi­men­to cicli­sti­co, uno sport eti­chet­ta­to démo­dé e cor­rot­to, che ha per­so l’aura di eroi­ci­tà con­ser­va­ta per qua­si tut­to il Nove­cen­to. Van der Poel e Van Aert stan­no con­tri­buen­do a riqua­li­fi­ca­re la repu­ta­zio­ne del movi­men­to cicli­sti­co, spaz­zan­do via le pole­mi­che degli anni più bui. Il tut­to tra­mi­te una medi­ci­na sem­pli­ce, facen­do spet­ta­co­lo lea­le in ogni cor­sa. Pur­trop­po, il feno­me­no Van der Poel e Van Aert non appas­sio­na gli ita­lia­ni tan­to quan­to i bel­gi e gli olan­de­si, che al pal­lo­ne pre­fe­ri­sco­no la bicicletta. 

Ma il ritorno del ciclismo come sport di massa sarebbe una notizia positiva per l’Italia, che oggi ha un rapporto complicato con la bici.

E’ dove­ro­so ricor­da­re che sia­mo il pae­se euro­peo dove è più peri­co­lo­so anda­re in bici.  Cer­ta­men­te  l’Italia ha una sto­ria di pia­ni­fi­ca­zio­ne urba­na poco orien­ta­ta  alla bici­clet­ta, come lo evi­den­zia­no il nume­ro limi­ta­to di piste cicla­bi­li pre­sen­ti nel ter­ri­to­rio. Ma allo stes­so tem­po vi è una com­pli­ca­ta con­vi­ven­za con gli auto­mo­bi­li­sti. Alla base ci sta una scar­sa edu­ca­zio­ne al rispet­to di una cate­go­ria vul­ne­ra­bi­le, dimo­stra­ta dall’odio dif­fu­so spe­cial­men­te sui social media. È essen­zia­le affron­ta­re que­sta pro­ble­ma­ti­ca con un approc­cio strut­tu­ra­le, median­te la pro­mo­zio­ne di cam­pa­gne di sen­si­bi­liz­za­zio­ne e l’im­ple­men­ta­zio­ne di una più robu­sta tute­la legi­sla­ti­va per que­sta cate­go­ria.  Ma al di là di solu­zio­ni strut­tu­ra­li, ser­vi­reb­be una radi­ca­le inver­sio­ne culturale. 

Spo­stan­do lo sguar­do un po’ più su, tra il Bel­gio e l’Olanda, pos­sia­mo infat­ti impa­ra­re qual­co­sa. Il rispet­to si costrui­sce anche attra­ver­so l’ammirazione. Due Cam­pio­ni come Van Aert e Van der Poel sono uno spot effi­ca­cis­si­mo per il cicli­smo.  Pur essen­do par­te di con­te­sti dove vi è una cul­tu­ra cicli­sti­ca ben radi­ca­ta, con il loro dua­li­smo la stan­no ancor più for­ti­fi­can­do. In Bel­gio ed in Olan­da la bici­clet­ta è al cen­tro del­la vita dei cit­ta­di­ni e dell’agenda poli­ti­ca, e non è un caso che il cicli­smo sia tra gli sport più amati. 

In Ita­lia il ten­nis sta gio­van­do di un “effet­to cam­pio­ne” simi­le. Le vit­to­rie di Jan­nik Sin­ner stan­no trai­nan­do l’intero movi­men­to ten­ni­sti­co, come testi­mo­nia­to dal boom di iscri­zio­ni alle scuo­le di ten­nis. Ma se il ten­nis dif­fi­cil­men­te può sca­val­ca­re i con­fi­ni spor­ti­vi, il cicli­smo può ave­re quest’ambizione. Que­sto sport fa sto­ri­ca­men­te par­te del costu­me ita­lia­no, ma oggi è una pas­sio­ne dor­mien­te. Avreb­be biso­gno di qual­cu­no che la risve­gli, come stan­no facen­do altro­ve Van Aert e Van der Poel e come sta facen­do Sin­ner con il tennis. 

Chi sarà in grado di riaccendere questa passione, potrebbe fungere da ambasciatore della bicicletta non solo limitata all’ottica sportiva, ma intesa come fenomeno tout court.

L’au­spi­cio è che si svi­lup­pi un con­te­sto poli­ti­co-cul­tu­ra­le in cui i cicli­sti si sen­ta­no più sicu­ri per stra­da, gra­zie ad una cul­tu­ra del rispet­to lun­go le stra­de ver­so que­sta cate­go­ria ed una clas­se poli­ti­ca che la pro­teg­ga, tra­mi­te inter­ven­ti infra­strut­tu­ra­li e legi­sla­ti­vi ade­gua­ti. Che tut­to ciò avven­ga per meri­to di una ritro­va­ta pas­sio­ne degli ita­lia­ni ver­so il gran­de cicli­smo è uto­pi­co. Ma allo stes­so tem­po, che un fuo­ri­clas­se od una gran­de riva­li­tà pos­sa­no dare l’assist (od in ger­go “tira­re la vola­ta”) ad una cul­tu­ra cicli­sti­ca rin­no­va­ta, è una spe­ran­za.  In fin dei con­ti, tut­ti noi sia­mo cicli­sti, dagli appas­sio­na­ti del­la dome­ni­ca a colo­ro che uti­liz­za­no la bici per recar­si a scuo­la o al lavo­ro. Intan­to però, fin che noi ita­lia­ni aspet­tia­mo i nuo­vi Cop­pi e Bar­ta­li, ci pos­sia­mo gode­re Van Aert e Van der Poel. Lo spet­ta­co­lo non è da meno. 

Foto di coper­ti­na: ©-Marc-Flickr-Licenza-CC-BY-NC-ND‑2.0‑DEED

Arti­co­lo di Andrea Pravato

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Andrea Pravato

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