Per non dimenticare. La Risiera di San Sabba

Per non dimenticare. La Risiera di San Sabba

Dal 16 feb­bra­io al 28 apri­le del 1976 la Cor­te d’Assise di Trie­ste ha giu­di­ca­to in pro­ces­so i cri­mi­ni com­mes­si alla Risie­ra di San Sab­ba negli anni dell’occupazione nazi­fa­sci­sta. Come ripor­ta­to anche sul­le mura dell’opificio, oggi visi­ta­bi­le e adi­bi­to a museo del­la memo­ria, dal capo di impu­ta­zio­ne sono sta­ti omes­si i rea­ti di omi­ci­dio com­mes­si ai dan­ni di par­ti­gia­ni e com­po­nen­ti poli­ti­ci del­la Resi­sten­za. Secon­do la Cor­te, si trat­ta­va di atti che muo­ve­va­no dal con­te­sto del­la guer­ra ed era­no da essa moti­va­ti. Con una buo­na dose di cini­smo (con­si­de­ran­do che quel pro­ces­so ha comun­que, sep­pur tar­di­va­men­te, puni­to due uffi­cia­li accu­sa­ti di per­se­cu­zio­ne raz­zia­le) un pan­nel­lo del­la Risie­ra espo­ne una doman­da al visi­ta­to­re: «si trat­tò dun­que di un pro­ces­so inu­ti­le?». Un ten­ta­ti­vo di rispo­sta è ripor­ta­to imme­dia­ta­men­te dopo attra­ver­so le paro­le di Simon Wie­sen­thal, soprav­vis­su­to all’Olocausto: «chiun­que pen­sas­se ad un nuo­vo fasci­smo deve sape­re, che alla fine sarà sem­pre la giu­sti­zia a vin­ce­re. Anche se i muli­ni del­la giu­sti­zia maci­na­no lentamente». 

Ma mentre questo tanto lungo quanto essenziale ruotare degli ingranaggi avanza, cosa fare per mantenere vivo l’interesse? E anche quando l’estenuante processo si è concluso, come coltivare e nutrire la memoria?

È visi­tan­do luo­ghi come la Risie­ra di San Sab­ba che non si esau­ri­sce mai il ricor­doil moni­to del­la sto­ria. Entran­do nell’edificio si ha pro­prio la per­ce­zio­ne di star respi­ran­do un’aria diver­sa, si sen­te sul­le spal­le un peso invi­si­bi­le, come un sen­so di col­pa per aver a lun­go igno­ra­to una gros­sa mac­chia nera d’inchiostro che impia­stra le pagi­ne del nostro pas­sa­to. L’edificio è sta­to, infat­ti, uno dei quat­tro Poli­zei­haf­tla­ger (cam­po di deten­zio­ne di poli­zia) in Ita­lia insie­me a quel­li di Fos­so­li, Bor­go San Dal­maz­zo e Bol­za­no. Ma era l’unico che dispo­ne­va di un for­no crematorio.

Sem­pre rifa­cen­do­si a quan­to rico­strui­to dal­la Cor­te di Trie­ste, la Risie­ra era un cam­po di tran­si­to per gli ebrei per­se­gui­ta­ti e desti­na­ti a par­ti­re dal­la Sta­zio­ne cen­tra­le del­la cit­tà ver­so Polo­nia e Ger­ma­nia. Ed era l’ulti­ma tap­pa per i pri­gio­nie­ri poli­ti­ci: anti­fa­sci­sti e par­ti­gia­ni ita­lia­ni, slo­ve­ni e croa­ti qui veni­va­no incar­ce­ra­ti e spes­so eli­mi­na­ti. Duran­te il gior­no, era loro impo­sto lo svol­gi­men­to di diver­si lavo­ri, tra i qua­li figu­ra­va­no la pre­pa­ra­zio­ne del­la legna desti­na­ta al for­no cre­ma­to­rio, il recu­pe­ro degli abi­ti del­le vit­ti­me e la costru­zio­ne del­le pro­prie stes­se minu­sco­le celle.

Una del­le zone che è pos­si­bi­le visi­ta­re è infat­ti quel­la del­le 17 micro-cel­le lar­ghe 1,20 metri e alte 2 metri in cui veni­va­no sti­pa­ti fino a 6 pri­gio­nie­ri. Duran­te alcu­ni lavo­ri di restau­ro nel 2013 sono sta­te ritro­va­te alcu­ne scrit­te inci­se sul muro che lascia­no una trac­cia di chi ha tran­si­ta­to da quel­le stret­te pare­ti pri­ma del­la depor­ta­zio­ne, duran­te la reclu­sio­ne o nel­le ora pre­ce­den­ti alla pro­pria mor­te pres­so la Risie­ra. Su uno scher­mo del museo scor­ro­no le imma­gi­ni di nomi segna­ti sul­la pie­tra (Lidia, Vitez, Giu­sep­pe, Ria); spes­so i dete­nu­ti ripor­ta­va­no le pro­prie gene­ra­li­tà, come ricor­da Cele­stin Rode­la, soprav­vis­su­to alla pri­gio­nia: «Sape­va­mo che nel cor­ti­le veni­va­no bru­cia­te le per­so­ne […]. Sul­la pare­te ho trac­cia­to, cre­do con un chio­do, il mio nome e i miei dati per far sape­re, dopo la libe­ra­zio­ne, dove ero fini­to». Altre vol­te, inve­ce, l’impronta che si vole­va lascia­re era di diver­sa natu­ra: «Fedo­ra amor mio ti amo fino alla mor­te» oppu­re «Qui sia­mo 4 fan­ciul­le tut­te gio­va­ni d’anni 19». Sem­pre duran­te alcu­ne ope­re di manu­ten­zio­ne, è sta­ta rin­ve­nu­ta nel­la cel­la nume­ro 9 una stel­la par­ti­gia­na in tes­su­to nasco­sta in un buco di into­na­co: un pic­co­lo pez­zo di stof­fa ros­sa, ora appe­sa in una teca, che però rac­chiu­de ed evo­ca un gran­de sacrificio.

Nel cor­ti­le inter­no ora sono sta­te poste una scul­tu­ra in metal­lo e una gran­de pia­stra di accia­io, ma quan­do il Lager era atti­vo e pri­ma che i tede­schi distrug­ges­se­ro quan­te più pro­ve pos­si­bi­li lì era­no col­lo­ca­te la cimi­nie­ra alta 40 metri, l’ex sala mac­chi­ne e l’ex sala cal­da­ie. Pro­prio qui veni­va­no ucci­si i dete­nu­ti e smal­ti­ti i loro corpi. 

Sui metodi impiegati per portare a termine tali barbarie vi sono diverse testimonianze, che comprendono l’asfissia tramite gas, l’uso di corpi contundenti, l’impiccagione e la fucilazione.

Attra­ver­san­do il sot­to­pas­sag­gio che por­ta al cor­ti­le, all’area del­le micro-cel­le e alla stan­za musea­le, ci si imbat­te sul­la sini­stra nel­la “cel­la del­la mor­te”. Come indi­ca la sua deno­mi­na­zio­ne, era il luo­go dedi­ca­to a chi anda­va incon­tro a un’esecuzione o a uno smi­sta­men­to dall’esito infau­sto. E men­tre si osser­va il silen­zio che riem­pie quel­la stan­za spo­glia nel ten­ta­ti­vo di imma­gi­na­re che cosa abbia­no pro­va­to, pen­sa­to, gri­da­to gli uomi­ni e le don­ne che l’hanno attra­ver­sa­ta, tor­na­no alla memo­ria le paro­le in una let­te­ra di un gio­va­ne data­ta 5 apri­le 1945:

«Se quan­to temo dovrà acca­de­re sarò una del­le cen­ti­na­ia di miglia­ia di vit­ti­me che con som­ma­ria giu­sti­zia e in un cam­po e nell’altro sono sta­te mie­tu­te. Per voi sarà cosa tre­men­da, per la mas­sa sarà il nul­la, un’unità in più ad una cifra segui­ta da mol­ti zeri. Ormai l’umanità si è abi­tua­ta a vive­re nel sangue.»

Que­ste paro­le dedi­ca­te alla fidan­za­ta Lau­ra, sono di Pino Robu­sti: uno stu­den­te trie­sti­no di archi­tet­tu­ra fuci­la­to all’età di 22 anni e bru­cia­to nel for­no del­la Risie­ra di San Sabba.

Per far sì che i pro­ces­si e i loro esi­ti abbia­no un signi­fi­ca­to, per man­te­ne­re atti­vo l’esercizio del­la memo­ria e per ricor­dar­ci che la bru­ta­li­tà è un’eccezione, non una rego­la uma­na, è fon­da­men­ta­le cono­sce­re e respi­ra­re l’aria di luo­ghi come que­sto. Ed è impor­tan­te oggi 25 apri­le, Festa del­la Libe­ra­zio­ne, così come lo è tut­ti i gior­ni. Per­ché Pino Robu­sti ave­va ragio­ne, ma dob­bia­mo impe­gnar­ci a smen­tir­lo: anche se ci sia­mo abi­tua­ti alla vio­len­za e ai mas­sa­cri, è tem­po di resi­ste­re alla consuetudine.

Con­di­vi­di:
Nina Fresia
Stu­den­tes­sa di scien­ze poli­ti­che, curio­sa per natu­ra, aspi­ran­te gira­mon­do e avi­da let­tri­ce con un debo­le per la sto­ria e la filo­so­fia. Scri­vo per rea­liz­za­re il sogno del­la me bam­bi­na e rac­con­ta­re attra­ver­so i miei occhi quel­lo che scopro.

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