Radici. L’assedio di Sarajevo, atto finale del Novecento

SARAJEVO, BOSNIA, 03 JULY 1993 - The famous "welcome to hell" graffiti on a wall in Sarajevo. The Bosnian capital is under siege by Serb forces.

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia: tanto della Prima Repubblica italiana quanto di altri luoghi e altri tempi, o dei loro intrecci. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica. 

Que­sta sto­ria, il san­gue di cui è cospar­sa e gli atto­ri che vi han­no ade­ri­to, affon­da le sue radi­ci nel­le mon­ta­gne

Da Est a Ove­st del­la val­le Bosna si esten­de infat­ti la cate­na mon­tuo­sa del­le Alpi Dina­ri­che, che attra­ver­sa gran par­te dell’Europa meri­dio­na­le, per poi inca­sto­nar­si entro il pae­sag­gio bosnia­co, cir­con­da­to nel­la sua capi­ta­le, non­ché nucleo e cuo­re pul­san­te del­la Bosnia ed Erze­go­vi­na mul­tiet­ni­ca ed eterogenea. 

I mon­ti Tre­ska­vi­ca, Bje­laš­ni­ca, Jaho­ri­na, Tre­be­vić e Ing­man si ele­va­no impo­nen­ti attor­no a Sara­je­vo, cit­tà che sor­ge, per ope­ra del­la domi­na­zio­ne otto­ma­na, pro­prio in seno alla sua straor­di­na­ria posi­zio­ne di natu­ra­le roc­ca­for­te. Le ori­gi­ni geo­gra­fi­che disve­la­no così la più pura con­trad­di­zio­ne che intes­se le tra­me di que­sta per­la di cul­tu­ra e vita: se infat­ti i suoi pro­mon­to­ri ne atte­sta­no la natu­ra­le pro­pen­sio­ne alla dife­sa, alla pro­te­zio­ne da ciò che gli è distante;

ecco che gli avvenimenti che hanno attraversato quel lembo di terra ci rendono conto di un fulcro dell’incontro fra popoli, religioni e modi di vivere. 

Sara­je­vo si disten­de lun­go i nodi del­la nostra sto­ria con­tem­po­ra­nea come ter­ra cru­cia­le, visce­ral­men­te con­nes­sa con i fat­ti più emble­ma­ti­ci del suo tem­po, di cui infat­ti con­ser­va un lega­me pri­vi­le­gia­to, uni­co e in sé pri­mor­dia­le. È ter­ra osser­van­te, scru­ta­tri­ce, all’alba del ven­te­si­mo seco­lo, per­si­no del­la mor­te dell’arciduca ed ere­de al tro­no dell’Impero austro-unga­ri­co Fran­ce­sco Fer­di­nan­do

Agli ini­zi degli anni ’90 que­sta viva­ci­tà tumul­tuo­sa crol­le­rà dram­ma­ti­ca­men­te sugli abi­tan­ti del­la cit­tà, piom­ban­do pro­prio dal­le mon­ta­gne che ne segna­ro­no la nasci­ta e la pro­spe­ri­tà militare. 

Sara­je­vo, come l’intera Bosnia ed Erze­go­vi­na, si tro­vò dal 1990 in una situa­zio­ne pre­ce­den­te­men­te mai veri­fi­ca­ta­si: le dichia­ra­zio­ni di indi­pen­den­za di Slo­ve­nia, Croa­zia e Mace­do­nia rese­ro infat­ti for­ma­le quel­la fram­men­ta­zio­ne del­lo sta­to del­la Jugo­sla­via (il cui pro­ces­so ini­ziò dal­la mor­te del lea­der comu­ni­sta Tito, risa­len­te al 1980), che d’un trat­to spa­lan­cò le por­te al gran­de sogno nazio­na­li­sta di con­fe­ri­re ad un’etnia un’identità nazio­na­le, pro­pria e immutabile. 

Se la que­stio­ne etni­ca risul­ta­va un pro­ble­ma di rela­ti­va dif­fi­col­tà per gli altri ter­ri­to­ri bal­ca­ni­ci, la Bosnia per sua costi­tu­zio­ne rac­chiu­de­va mino­ran­ze di ori­gi­ne ser­ba e croa­ta, oltre alla com­po­nen­te di musul­ma­ni che abi­ta­va­no per discen­den­za otto­ma­na il ter­ri­to­rio. Il caso bosnia­co rap­pre­sen­ta­va una mate­ria la cui oscu­ra impor­tan­za era rico­no­sciu­ta for­te­men­te dai lea­der poli­ti­ci con­tin­gen­ti. Que­sti ne bra­ma­va­no il pos­ses­so, in nome di un’identità nazio­na­le da pre­ser­va­re, di un’etnia da rista­bi­li­re in uni­ci­tà, distan­te dall’ombra musul­ma­na dei “cognac­chi”, un dise­gno la cui pro­spet­ti­va spic­ca­ta­men­te nazio­na­li­sta avreb­be da lì a poco spar­so il san­gue di una tra­ge­dia, in pro­cin­to di consumarsi. 

Il 29 febbraio 1992 sancisce così quel destino fatalmente inscritto, che consegnerà nuovamente il conflitto alle terre bosniache. 

Con­te­sa aspra­men­te dal­la Ser­bia e dal­la Croa­zia nel cli­ma di dispe­ra­ta ten­sio­ne che aleg­gia­va intor­no all’ex Jugo­sla­via, la Bosnia giun­ge alla volon­tà di affer­ma­zio­ne mas­si­ma del pro­prio domi­nio non­ché auto­no­mia nazio­na­le, san­cen­do attra­ver­so un refe­ren­dum, a cui ade­ri­ro­no bosnia­ci e croa­to-bosnia­ci, la pro­pria Indi­pen­den­za, con il 90% dei votan­ti favo­re­vo­li

La vota­zio­ne testi­mo­nia un pri­mo seme di quel con­flit­to che sta­va per get­tar­si sull’Europa orien­ta­le: al refe­ren­dum non par­te­ci­pò infat­ti la mino­ran­za ser­ba, avul­sa alle logi­che indi­pen­den­ti­ste e orien­ta­ta al dise­gno poli­ti­co del Pre­si­den­te del­la Ser­bia Milo­se­vic, il cui pro­get­to pre­ve­de­va una fer­ma e incon­di­zio­na­ta annes­sio­ne, in nome del­la pre­ser­va­zio­ne del popo­lo di ori­gi­ne ser­ba sul ter­ri­to­rio ostile.

Fu lo stes­so Milo­se­vic ad ordi­na­re, pochi gior­ni dopo la dichia­ra­zio­ne d’Indipendenza del 3 mar­zo, l’accerchiamento del­la cit­tà di Sara­je­vo, che ven­ne così asse­dia­ta nel suo peri­me­tro mon­tuo­so, da cir­ca 13.000 uni­tà dell’esercito ser­bo-bosnia­co, che così impo­se­ro sul­la capi­ta­le oltre tre anni di bom­bar­da­men­ti e mor­ti, oltre alla chiu­su­ra, net­ta e sen­ten­zio­sa, del­lo spi­ra­glio di libertà. 

A sor­pren­de­re mag­gior­men­te fu la meto­do­lo­gia dell’assoggettamento, la pras­si con la qua­le i cec­chi­ni per­se­gui­ro­no l’ucci­sio­ne di cir­ca 10.000 civi­li, tra­di­ti dal­le loro stes­se altu­re, dal­le qua­li i bom­bar­da­men­ti pro­se­gui­ro­no inin­ter­rot­ta­men­te. Si sve­la così il ritor­no di una guer­ra che si com­bat­te anche (soprat­tut­to) attra­ver­so gli occhi di timo­re dei cit­ta­di­ni disar­ma­ti, alie­na­ti in una cit­tà strap­pa­ta dal­la sua indo­le cosmo­po­li­ta, dal­la sua gen­te, dall’indipendenza appe­na con­qui­sta­ta. Fra que­sti, si ricor­da la spa­ra­to­ria sul mer­ca­to di Sara­je­vo, che cau­sò 68 mor­ti e la cer­tez­za che ciò che sta­va inte­res­san­do il cuo­re dell’Est Euro­pa neces­si­ta­va di esse­re ascol­ta­to al di fuo­ri.

In que­sto pano­ra­ma di spie­ta­to disor­di­ne e alie­na­zio­ne, l’intervento del­la NATO sul cam­po rive­lò però impre­pa­ra­zio­ne, sin­to­ma­ti­ca di una Comu­ni­tà euro­pea rima­sta all’euforia che susci­ta­va la fine del­la Guer­ra Fred­da, la fine del­la Sto­ria stes­sa come pro­no­sti­ca­to, inva­no, da Fukuya­ma. Le for­ze euro­pee non impe­di­ro­no infat­ti al con­flit­to di per­pe­tuar­si nel­le cavi­tà del­la deso­la­zio­ne di una Sara­je­vo deci­ma­ta, impos­si­bi­li­ta­ta ad orga­niz­za­re una resi­sten­za uti­le, bloc­ca­ta in ogni linea di passaggio. 

All’interno del­la cit­tà, le sen­ti­nel­le ser­bo-bosnia­che rastrel­la­va­no alcu­ni civi­li con­trol­lan­do le vie prin­ci­pa­li del cen­tro, negan­do ad essi qual­sia­si tipo approv­vi­gio­na­men­to. Il pia­no era niti­do: sfi­ni­re la popo­la­zio­ne loca­le e man­te­ne­re la supre­ma­zia sui mon­ti, sot­to­met­ten­do il neo­na­to Sta­to del­la Bosnia, fino alla sua disgregazione. 

La fine del con­flit­to fu nel 1996, a segui­to di una pre­sa di posi­zio­ne for­te da par­te del­le Nazio­ni Uni­te, che con­dan­na­ro­no Milo­se­vic e, dopo aver repres­so 8.000 uni­tà ser­be sul ter­ri­to­rio bosnia­co, favo­ri­ro­no la diplo­ma­zia fra le varie nazio­ni jugoslave.

L’episodio determinò a suo modo l’esito di un secolo, in cui il germe del nazionalismo non smise mai veramente di mietere vittime. 

Ad oggi, la cit­tà di Sara­je­vo è abi­ta­ta qua­si esclu­si­va­men­te dai musul­ma­ni bosnia­ci, e si costi­tui­sce di cir­ca 70 mila cit­ta­di­ni in meno rispet­to all’inizio dell’assedio, sva­ni­ti nell’ombra di quel­le miste­rio­se mon­ta­gne, por­ta­tri­ci di quel momen­to in cui la sto­ria ci ricor­dò che non si era anco­ra conclusa. 

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Marco La Rosa

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