India al voto: è davvero la madre di tutte le democrazie?

India al voto: è davvero la madre di tutte le democrazie?

Ad apri­le 2023, l’India è diven­ta­ta uffi­cial­men­te il Pae­se più popo­lo­so al mon­do, spez­zan­do il domi­nio dete­nu­to per ben 73 anni dal­la Cina, gra­zie ad una popo­la­zio­ne che sfio­ra il miliar­do e mez­zo. Non solo l’India detie­ne il record di Pae­se più popo­lo­so, ma è anche di gran lun­ga la demo­cra­zia più gran­de del mon­do, o come ha det­to il Pri­mo Mini­stro india­no Naren­dra Modi, «la madre di tut­te le demo­cra­zie».

Infat­ti, il 19 apri­le sono ini­zia­te le più gran­di ele­zio­ni del­la sto­ria, che ter­mi­ne­ran­no il 1° giu­gno, con lo spo­glio dei voti pre­vi­sto per il 4 giu­gno. Cir­ca 969 milio­ni di per­so­ne aven­ti dirit­to al voto con ogni pro­ba­bi­li­tà ricon­fer­me­ran­no il Pri­mo mini­stro in cari­ca, Naren­dra Modi, lea­der del par­ti­to con­ser­va­to­re Bha­ra­tiya Jana­ta Par­ty (BJP), per il ter­zo man­da­to, egua­glian­do così il record di Jawa­har­lal Nehru. 

Con gli sfa­vo­ri del pro­no­sti­co la Indian Natio­nal Deve­lo­p­men­tal Inclu­si­ve Allian­ce (INDIA), allean­za for­ma­ta da 28 par­ti­ti all’opposizione, cer­che­rà di spez­za­re l’egemonia di Modi. Ma come si gesti­sce un’impresa logi­sti­ca ed orga­niz­za­ti­va di tale enti­tà? Ma soprat­tut­to dav­ve­ro l’India può dav­ve­ro esse­re con­si­de­ra­ta «la madre di tut­te le demo­cra­zie» o le paro­le di Modi suo­na­no più come un’au­to-cele­bra­zio­ne? Nel ten­ta­ti­vo di dare una rispo­sta a que­ste doman­de, emer­ge una ten­sio­ne tra la quan­ti­tà e la qua­li­tà. Per­ché i nume­ri gon­fia­no e cele­bra­no la demo­cra­zia india­na, ma, smal­ti­ta l’ubriacatura che pro­vo­ca­no, ci lascia­no di fron­te a un Pae­se alle pre­se con un gover­no che non dige­ri­sce le oppo­si­zio­ni, la stam­pa indi­pen­den­te e le mino­ran­ze etniche. 

Una democrazia più di quantità che di qualità.

In ter­mi­ni quan­ti­ta­ti­vi, l’India si pre­sen­ta legit­ti­ma­men­te come «la madre di tut­te le demo­cra­zie». Qua­si un miliar­do di per­so­ne chia­ma­te al voto, più del­la popo­la­zio­ne di Rus­sia, Sta­ti Uni­ti ed Unio­ne Euro­pea mes­sa insie­me. Le ele­zio­ni si stan­no svol­gen­do in 28 sta­ti e nell’arco di 44 gior­ni: il pro­ces­so elet­to­ra­le più lun­go del­la sto­ria. Ad oggi l’affluenza, sep­pur in lie­ve calo rispet­to al 2019, si atte­sta al 64,5%. Una mac­chi­na logi­sti­ca sen­za egua­li nel­la sto­ria in ter­mi­ni nume­ri­ci: cir­ca 15 milio­ni di per­so­na­le elet­to­ra­le  sta viag­gian­do per tut­ta l’India, dislo­can­do­si in 1 milio­ne di seg­gi per por­ta­re l’apparecchiatura neces­sa­ria per il voto elettronico. 

È dove­ro­so ricor­da­re che una leg­ge del 2019 obbli­ga la pre­sen­za di un seg­gio elet­to­ra­le a non più di 2 km da ogni cen­tro abi­ta­to. Que­sto fa sì che si deb­ba arri­va­re anche nei cen­tri abi­ta­ti più remo­ti. In un ter­ri­to­rio che va dai mas­sic­ci dell’Himalaya fino alle miglia­ia di iso­le disper­se nell’Oceano India­no, e dove le reti di comu­ni­ca­zio­ni non sono capil­la­ri, il per­so­na­le elet­to­ra­le è obbli­ga­to a ricor­re­re ai mez­zi più dispa­ra­ti per rag­giun­ge­re i seg­gi. Non è raro vede­re i fun­zio­na­ri elet­to­ra­li che si muo­vo­no a caval­lo, in bar­ca e per­si­no in eli­cot­te­ro per rag­giun­ge­re i cen­tri abi­ta­ti, come per esem­pio nel 2019 quan­do arri­va­ro­no  nel seg­gio elet­to­ra­le più alto del mon­do a 4650 metri. 

Ma se que­sti nume­ri desta­no stu­po­re e curio­si­tà, d’altro can­to sem­pre sui nume­ri si scor­go­no le cre­pe del­la «madre del­le demo­cra­zie». Innan­zi­tut­to, secon­do N. Bha­ska­ra Rao, pre­si­den­te del New Delhi-based Cen­tre for Media Stu­dies,  un pro­ces­so elet­to­ra­le così lun­go avvan­tag­gia il par­ti­to al gover­no, che ha l’opportunità di usa­re le infra­strut­tu­re poli­ti­che per la pro­pria pro­pa­gan­da elet­to­ra­le, in quan­to il silen­zio elet­to­ra­le sareb­be infat­ti­bi­le per 44 gior­ni. Ma ancor di più, sot­to­li­nea Bha­ska­ra Rao, ciò che con­trad­di­stin­gue la poli­ti­ca india­na è la real­po­li­tik , per cui ciò che con­ta è attrar­re più elet­to­ri pos­si­bi­li, indi­pen­den­te­men­te dal­la bon­tà del pro­get­to poli­ti­co  e dal rispet­to dei prin­ci­pi di garan­zia plu­ra­li­sta di una democrazia. 

L’India è costi­tui­ta mag­gior­men­te da indui­sti, per cir­ca l’80%, e da un 15% cir­ca di musul­ma­ni, con il restan­te for­ma­to da pra­ti­can­ti gia­ni­sti, cri­stia­ni, bud­d­hi­sti e altre reli­gio­ni mino­ri. Con una pre­sen­za così mas­sic­cia di elet­to­ri indui­sti, ne deri­va una sem­pli­ce equa­zio­ne: sull’etnia indù si gio­ca­no le ele­zio­ni. Naren­dra Modi ha com­ple­ta­men­te spo­sa­to que­sta stra­te­gia con il Bha­ra­tiya Jana­ta Par­ty (BJP), ponen­do al cen­tro del­la sua agen­da gli indui­sti, ispi­ran­do­si ai prin­ci­pi del nazio­na­li­smo indù, noto anche come Hin­dut­va.

Secondo questa ideologia, la cultura indiana è sinonimo della cultura induista. 

Una sor­ta di etnia elet­ta, che non ha nul­la da spar­ti­re con i Musul­ma­ni, che ad oggi sono la mino­ran­za più discri­mi­na­ta in India. Que­sta linea poli­ti­ca risul­ta evi­den­te in diver­se azio­ni del gover­no. L’esempio più ecla­tan­te è la con­tro­ver­sa revo­ca dell’autonomia  alla regio­ne del Jam­mu  e Kash­mir, a mag­gio­ran­za musul­ma­na. Sot­to il velo di un’ India più uni­ta, come evo­ca­to da  Modi, si nascon­de una sto­ria decen­na­le di per­se­cu­zio­ni e pri­va­zio­ni alla popo­la­zio­ne musulmana. 

Oppu­re l’implementazione del Citi­zen­ship Amend­ment Act del 2019, che garan­ti­sce la cit­ta­di­nan­za alle mino­ran­ze indù arri­va­te in India pri­ma del 2014 da Afgha­ni­stan, Ban­gla­desh e Paki­stan. Per la pri­ma vol­ta in India si con­ce­de la cit­ta­di­nan­za sul­la base di cri­te­ri reli­gio­si: non di cer­to una leg­ge a tute­la del plu­ra­li­smo reli­gio­so. Inol­tre, pri­ma dell’inizio del­le ele­zio­ni, il Pri­mo Mini­stro Modi ha inau­gu­ra­to un tem­pio Indù sor­to sul­le mace­rie di una moschea abbat­tu­ta nel 1992 da un grup­po di fon­da­men­ta­li­sti indù, il che ha susci­ta­to indi­gna­zio­ne tra la comu­ni­tà musulmana. 

Il nazio­na­li­smo etni­co di Modi è cor­re­da­to da misu­re atte a silen­zia­re le oppo­si­zio­ni e le mino­ran­ze, andan­do pri­ma di tut­to a sof­fo­ca­re i media indi­pen­den­ti. Un cli­ma osti­le alle voci cri­ti­che e a chi dis­sen­te dal­la nar­ra­zio­ne del gover­no, come evi­den­zia­to dal­le clas­si­fi­che sul­la liber­tà di stam­pa, dove l’India dall’insediamento di Modi nel 2014 al 2024, è sci­vo­la­ta dal 140 esi­mo al 159 esi­mo posto. Inol­tre, Modi ha  siste­ma­ti­ca­men­te assog­get­ta­to la magi­stra­tu­ra alla pro­pria volon­tà , favo­ren­do figu­re vici­ne al Bha­ra­tiya Jana­ta Par­ty e incri­mi­nan­do atti­vi­sti ed avver­sa­ri poli­ti­ci.  

Infat­ti, come ha sot­to­li­nea­to la docen­te Maya Tudor, que­sto pro­gres­si­vo dete­rio­ra­men­to del regi­me demo­cra­ti­co, non è figlio di un’azione vio­len­ta come un col­po di Sta­to, ma pro­ce­de len­ta­men­te sbri­cio­lan­do colon­ne por­tan­ti di una socie­tà demo­cra­ti­ca, come l’autonomia del­la magi­stra­tu­ra  ed una stam­pa libe­ra. L’accentramento del pote­re dell’esecutivo, l’incarceramento degli oppo­si­to­ri poli­ti­ci e l’insofferenza ver­so il gior­na­li­smo indi­pen­den­te, sono sin­to­mi di una demo­cra­zia amma­la­ta.

Non è sor­pren­den­te, quin­di, som­man­do que­sti ele­men­ti, che l’India sia con­si­de­ra­ta ormai un regi­me ibri­do, a caval­lo tra auto­cra­zia e demo­cra­zia.  La cer­ta rie­le­zio­ne di Modi non rap­pre­sen­te­reb­be una rot­tu­ra con que­sta ten­den­za: anzi, il suo man­da­to sarà in con­ti­nui­tà con il pre­sen­te. Per l’India i pros­si­mi 5 anni saran­no deci­si­vi per capi­re da che par­te stare. 

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Andrea Pravato

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