Intifada studentesca: andare più in là

Intifada studentesca: andare più in là

Sot­to l’azzurro fit­to
del cie­lo qual­che uccel­lo di mare se ne va;
né sosta mai: per­ché tut­te le imma­gi­ni por­ta­no scrit­to:
“più in là!”

Euge­nio Mon­ta­le, “S’è rifat­ta la cal­ma”, da “Ossi di sep­pia”

E allo­ra sfor­zia­mo­ci, se ha dav­ve­ro ragio­ne Mon­ta­le in quel suo pic­co­lo, appa­ren­te spa­zio di emer­sio­ne dal tedio di vive­re, a cui più spes­so lo asso­cia­mo, a scor­ge­re le pro­fon­di­tà di que­sti gior­ni di occu­pa­zio­ne, di mani­fe­sti, di mega­fo­ni, di ten­de che han­no colo­ra­to la Sta­ta­le come cen­ti­na­ia di altre uni­ver­si­tà in tut­to il mon­do, ormai dal 7 otto­bre dell’anno scorso. 

Quel­la tenu­ta­si dal 5 mag­gio e pros­si­ma a con­clu­der­si, che nel nostro gior­na­le abbia­mo pro­va­to a rac­con­ta­re, seguen­do­la pas­so per pas­so, è un’iniziativa che, pro­prio con la poe­ti­ca mon­ta­lia­na con­di­vi­de alcu­ni minu­sco­li, minu­zio­si pun­ti inter­ro­ga­ti­vi, qua­si intan­gi­bi­li, che disve­la­no in veri­tà un uni­co inter­ro­ga­ti­vo, for­se fin trop­po tra­la­scia­to nel bru­sio di chi, in que­sto mese di inso­li­te tem­pe­ste, ha avver­ti­to l’urgenza di riven­di­ca­re una posi­zio­ne e un gri­do, e attac­car­si a quel gri­do fino alla notte. 

Paro­le soli­de, suo­ni for­ti, grac­chian­ti, lita­nie ripe­tu­te, qua­si pro­trat­te inin­ter­rot­ta­men­te, dal­la pri­ma ten­da accam­pa­ta sul pra­to di Festa del Per­do­no; come anche un urlo spa­smo­di­co, l’attacco fron­ta­le ed eroi­co ver­so un’istituzione, ver­so la rot­tu­ra dell’Ordine. Tut­to ciò che riman­da all’“intifada stu­den­te­sca”, la pro­te­sta che da più di due set­ti­ma­ne ani­ma il dibat­ti­to fra gli stu­den­ti di ate­nei di tut­ta Ita­lia, si ritro­va pro­prio in que­sta pras­si, in un furo­re che sem­bra atte­sta­re nient’altro che l’esigenza che la Veri­tà sia com­piu­ta, che gli accor­di di natu­ra acca­de­mi­ca con le uni­ver­si­tà israe­lia­ne ven­ga­no inter­rot­ti. Eppu­re, nel­la peren­to­ria azio­ne di ribel­lio­ne dal siste­ma, negli slo­gan di cui è tap­pez­za­ta la sede di Mis­so­ri, sor­ge una dis­so­nan­za. Pro­prio come nel­le poe­sie degli Ossi di Sep­pia suc­ces­si­ve a S’è rifat­ta la cal­ma, quel “più in là”, in fon­do, svanisce. 

Que­sta Veri­tà che vie­ne esi­bi­ta come inop­pu­gna­bi­le, un dato a cui sot­trar­si signi­fi­ca esse­re dall’altra par­te, dal­la par­te di quel­li che odia­no, fini­sce con lo sbia­dir­si di fron­te alla pro­fon­da con­sa­pe­vo­lez­za, che tut­to ciò che sta suc­ce­den­do richie­da una cie­ca pre­sa di posi­zio­ne, una doman­da reto­ri­ca che quel “più in là” non lo cer­ca, e anzi, fie­ra­men­te per­ma­ne are­na­ta al “di qua”. L’intifada si iden­ti­fi­ca più nel­la “raz­za di chi rima­ne a ter­ra” e, sta­ti­ca, si infe­ro­ci­sce con­tro la rifles­sio­ne, con­tro il sus­sul­to di vita, di quel Mon­ta­le che spe­ra di coglie­re un moti­vo, di rag­giun­ge­re un sen­so ulti­mo che le imma­gi­ni por­ta­no scritto. 

Più che dal­la posi­zio­ne in sé, il dub­bio muo­ve dal suo pro­ce­di­men­to, dall’arroganza nel­lo sta­bi­li­re una pola­ri­tà indot­ta; che quell’intento, legit­ti­mo e sacro­san­to, di impu­gna­re lo stru­men­to del­la pro­te­sta, si veri­fi­chi in un dua­li­smo che appiat­ti­sce soprat­tut­to il valo­re posto in esa­me, ciò in cui si crede. 

In que­ste moda­li­tà, il moto di rivol­ta divie­ne mate­ria­le mag­ma­ti­co, il cui desti­na­ta­rio risul­ta quan­to­me­no inde­fi­ni­to: l’Ordi­ne, che quel mes­sag­gio lo dovreb­be inter­cet­ta­re e rece­pi­re, vie­ne col­pi­to ver­ti­cal­men­te in quan­to tale; lo stu­den­te, diso­rien­ta­to e/o dub­bio­so, fini­sce per eclis­sar­si dal­la mol­ti­tu­di­ne di attac­chi plu­ri­mi, il cui nemi­co si mol­ti­pli­ca e sem­bra espan­der­si a per­di­ta d’occhio, lun­go le scrit­te che trac­cia­no il peri­me­tro uni­ver­si­ta­rio. Più pro­se­gue l’indagine sul col­pe­vo­le, più il miste­ro diven­ta di faci­le riso­lu­zio­ne, di sem­pli­ce e imme­dia­ta sod­di­sfa­zio­ne, quel­la di aver rico­no­sciu­to, che il più in là, in fon­do, non ser­va a niente. 

Eppu­re, per sua ori­gi­ne, per sua con­si­sten­za, la Doman­da chie­de di esse­re lascia­ta spa­lan­ca­ta, par­ten­do, nel­le sue richie­ste, pro­prio dal desi­de­rio, dall’urgenza di un dia­lo­go diver­so, nei con­fron­ti del­le uni­ver­si­tà israe­lia­ne e del­la popo­la­zio­ne sof­fe­ren­te di Gaza. Assor­bir­la all’interno di un mac­chi­na­rio di faci­le dia­let­ti­ca, signi­fi­ca nega­re non sem­pli­ce­men­te che di ciò che sta al di là non inte­res­si, ma che lo stes­so vole­re annun­cia­to sia desti­na­to a disper­der­si in quei vol­ti opa­chi, masche­re di un nemi­co da trovare.

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Marco La Rosa

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