Proteste studentesche, i rischi di chiudere il dialogo

Proteste studentesche, il difficile equilibrio tra contestazione e dialogo

Scon­tri, divi­sio­ni, ten­sio­ni. Paro­le che da set­ti­ma­ne si rin­cor­ro­no lun­go il fiu­me di pro­te­ste che uni­sce Sta­ti Uni­ti ed Euro­pa, Asia e Medio Orien­te. Paro­le che cam­bia­no for­ma nel ten­ta­ti­vo di sta­re al pas­so con gli even­ti e che lascia­no spa­zio ad accu­se e incom­pren­sio­ni. Sono le paro­le scrit­te dagli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri che si sono resi pro­ta­go­ni­sti di una del­le più gran­di rivol­te stu­den­te­sche dagli anni Set­tan­ta a que­sta par­te, con­den­sa­ta in un’onda media­ti­ca a suo modo sen­za pre­ce­den­ti. Un’onda tan­to ampia da ren­de­re dif­fi­ci­le distin­gue­re i con­te­nu­ti di ogni sin­go­la pro­te­sta, pre­stan­do­si a faci­li livel­la­men­ti ideologici.

Nel­le uni­ver­si­tà ame­ri­ca­ne le pro­te­ste sono ini­zia­te all’indomani del 7 otto­bre e del­le pri­me ope­ra­zio­ni di Israe­le nel­la Stri­scia di Gaza. Colum­bia Uni­ver­si­ty, Yale, Uni­ver­si­ty of Cali­for­nia, più di cen­to ate­nei del Pae­se han­no regi­stra­to una serie di mani­fe­sta­zio­ni – ampli­fi­ca­te a dismi­su­ra dal­la cas­sa di riso­nan­za dei media – che ruo­ta­no intor­no a una richie­sta comu­ne: taglio agli inve­sti­men­ti lega­ti a Israe­le (o alle azien­de che trag­go­no pro­fit­to dal­la guer­ra, come i pro­dut­to­ri di armi) e inter­ru­zio­ne del­le col­la­bo­ra­zio­ni acca­de­mi­che con isti­tu­zio­ni israe­lia­ne. Il cre­scen­do di ten­sio­ni ha acui­to le divi­sio­ni e i toni del­la discus­sio­ne, dan­do vita a posi­zio­ni sem­pre più incon­ci­lia­bi­li, tra accu­se di anti­se­mi­ti­smo e isla­mo­fo­bia, sospen­sio­ni e arre­sti (più di 2.800 dal 18 aprile).

In poco tem­po le pro­te­ste han­no rag­giun­to il Regno Uni­to e l’Europa, il Liba­no e l’India. Le uni­ver­si­tà ita­lia­ne non sono venu­te meno all’appello: il 5 mag­gio le mobi­li­ta­zio­ni a sup­por­to del popo­lo pale­sti­ne­se sono sfo­cia­te in quel­la che vie­ne defi­ni­ta “inti­fa­da stu­den­te­sca”, con ten­de di pro­te­sta pian­ta­te di fron­te al Ret­to­ra­to dall’Alma Mater di Bolo­gna, subi­to sbar­ca­te anche nel chio­stro di via Festa del Per­do­no a Mila­no. Le richie­ste del movi­men­to Gio­va­ni Pale­sti­ne­si d’Italia, in pri­ma linea nel­le mobi­li­ta­zio­ni, sono chia­re: che le uni­ver­si­tà ita­lia­ne denun­ci­no l’operato di Israe­le nel­la Stri­scia, e che espri­ma­no «soli­da­rie­tà alla popo­la­zio­ne pale­sti­ne­se for­nen­do assi­sten­za con tut­ti i mez­zi possibili».

Fa segui­to una richie­sta che può esse­re rias­sun­ta con un’espressione tan­to discus­sa quan­to con­tro­ver­sa, cau­sa di una divi­sio­ne net­ta – a dir poco insa­na­bi­le – all’interno del­la comu­ni­tà acca­de­mi­ca: boi­cot­tag­gio cul­tu­ra­le. Nel comu­ni­ca­to pub­bli­ca­to sui social dai Gio­va­ni Pale­sti­ne­si si invi­ta ad attua­re un «boi­cot­tag­gio tota­le del siste­ma acca­de­mi­co israe­lia­no». Le uni­ver­si­tà ita­lia­ne intrat­ten­go­no diver­si accor­di di scam­bio con le uni­ver­si­tà israe­lia­ne e le pro­te­ste che stan­no attra­ver­san­do tut­ta Ita­lia ne chie­do­no la rescissione. 

E recla­ma­no anche la riso­lu­zio­ne del ban­do Mae­ci 2024 per la col­la­bo­ra­zio­ne tra le isti­tu­zio­ni ita­lia­ne e israe­lia­ne in mate­ria di ricer­ca scien­ti­fi­ca. Sape­re e ricer­ca pos­so­no esse­re uti­liz­za­ti come stru­men­to di pres­sio­ne e denun­cia dell’operato di un Pae­se? Que­sto il pun­to divi­si­vo. Ine­vi­ta­bi­le chie­der­si se sia accet­ta­bi­le, oltre che pro­fi­cuo, tra­sci­na­re anche il mon­do acca­de­mi­co nel­la logi­ca del­le cor­ti­ne di fer­ro.

Già a feb­bra­io noi di Vul­ca­no abbia­mo dia­lo­ga­to con alcu­ne liste stu­den­te­sche per cono­sce­re le loro posi­zio­ni su una mozio­ne pre­sen­ta­ta in Sena­to acca­de­mi­co (ma non accol­ta) per chie­de­re l’interruzione degli accor­di tra Uni­Mi e l’università israe­lia­na Rei­ch­man. Di qui l’idea di tene­re moni­to­ra­ta la situa­zio­ne in Sta­ta­le e di con­fron­tar­la con quan­to acca­de­va negli altri ate­nei del­la penisola. 

Nessun cambio di marcia, le richieste di boicottaggio hanno anzi subito un’impennata, alimentate dall’eco mediatica delle mobilitazioni studentesche diventate globali. 

E la comu­ni­tà acca­de­mi­ca è anco­ra più divi­sa, soprat­tut­to in meri­to alle col­la­bo­ra­zio­ni di ricer­ca scien­ti­fi­ca, per il rischio di poten­zia­le dual use del­le tec­no­lo­gie svi­lup­pa­te, cioè che que­ste sia­no sfrut­ta­bi­li sia a sco­po civi­le che mili­ta­re. Se le uni­ver­si­tà di Tori­no, Pisa, Bari han­no deci­so di non ade­ri­re o di sospen­de­re la loro par­te­ci­pa­zio­ne al ban­do Mae­ci per il 2024, la Sapien­za di Roma in un comu­ni­ca­to del 16 apri­le ha dichia­ra­to che «Il Sena­to Acca­de­mi­co e il Con­si­glio di Ammi­ni­stra­zio­ne rifiu­ta­no l’idea che il boi­cot­tag­gio del­la col­la­bo­ra­zio­ne scien­ti­fi­ca inter­na­zio­na­le, la rinun­cia alla liber­tà del­la didat­ti­ca e del­la ricer­ca, e la nega­zio­ne del­le asso­cia­te respon­sa­bi­li­tà di ogni sin­go­lo ricer­ca­to­re pos­sa­no favo­ri­re la pace e il rispet­to del­la digni­tà umana».

Ma, al di là del ban­do Mae­ci, le mobi­li­ta­zio­ni stu­den­te­sche di tut­ta Ita­lia chie­do­no che sia rescis­so ogni sor­ta di accor­do tra ate­nei ita­lia­ni e israe­lia­ni, anche quel­li che han­no ad ogget­to il sem­pli­ce scam­bio tra stu­den­ti e docen­ti. Accor­di di mobi­li­tà. Man­te­ne­re que­sti scam­bi, dico­no, sareb­be segno di com­pli­ci­tà con il gover­no israe­lia­no. Per­ché mai chi pro­te­sta a soste­gno del popo­lo pale­sti­ne­se non può esse­re a favo­re del dia­lo­go fra gli ate­nei? Cer­to, le san­zio­ni col­pi­sco­no le isti­tu­zio­ni e non gli indi­vi­dui, ma è dif­fi­ci­le pen­sa­re a qua­le altra for­ma di scam­bio si potreb­be ave­re con quei sin­go­li indi­vi­dui al di là degli accor­di universitari.

Il pro­li­fe­ra­re di pro­te­ste in tut­to il mon­do ci ha mostra­to quan­to pos­sa esse­re for­te e inci­si­va la voce degli stu­den­ti, anche se quel­li che si espon­go­no in pri­ma per­so­na sono una mino­ran­za. Per­ché le ten­de degli stu­den­ti che in Sta­ta­le han­no occu­pa­to il chio­stro sono cir­ca un cen­ti­na­io, a fron­te di una comu­ni­tà di più di 60.000 stu­den­ti. E così negli altri ate­nei. Ma tan­te mino­ran­ze uni­te sono riu­sci­te a crea­re un movi­men­to glo­ba­le di pro­te­sta. Per­ché allo­ra chie­de­re di boi­cot­ta­re un’intera comu­ni­tà acca­de­mi­ca (quel­la israe­lia­na), inclu­se, ine­vi­ta­bil­men­te, le tan­te mino­ran­ze e idee diver­se che vivo­no al suo interno?

Come ripor­ta il Guar­dian, miglia­ia di israe­lia­ni nel­le scor­se set­ti­ma­ne si sono uni­ti in una serie di pro­te­ste anti-gover­na­ti­ve chie­den­do, oltre a un accor­do per ripor­ta­re a casa gli ostag­gi dete­nu­ti a Gaza, ele­zio­ni anti­ci­pa­te e le dimis­sio­ni imme­dia­te di Neta­nya­hu. Nel­la cit­tà set­ten­trio­na­le di Hai­fa, i mani­fe­stan­ti han­no mar­cia­to die­tro uno stri­scio­ne con la scrit­ta: «Pos­sa ogni geni­to­re israe­lia­no ricor­dar­si di aver mes­so la vita dei pro­pri figli nel­le mani di Neta­nya­hu, che li delu­de». L’opposizione por­ta­ta avan­ti dall’interno esi­ste, ed è viva.

E quanto più le guerre inaspriscono le comunicazioni, fomentano tensioni e faticano a trovare tregue, tanto più i luoghi accademici dovrebbero ergersi a presidio degli scambi culturali, non “militarizzarli”.

Pro­te­sta­re di fron­te alla tra­ge­dia uma­ni­ta­ria di Gaza è un dove­re. Chie­de­re un ces­sa­te il fuo­co, pre­ten­de­re la con­dan­na dell’operato del gover­no di Neta­nya­hu è un dove­re. Ma è un dove­re anche non supe­ra­re quel con­fi­ne che ci sepa­ra dal­la poli­ti­ca, dal­la diplo­ma­zia e dai suoi stru­men­ti. Ragio­na­re per com­par­ti­men­ti sta­gni non può esse­re la soluzione.

Le uni­ver­si­tà ita­lia­ne intrat­ten­go­no accor­di bila­te­ra­li di scam­bio con pae­si in tut­to il mon­do, com­pre­so l’Iran, che non bril­la per il rispet­to dei dirit­ti uma­ni. Solo l’Università di Tori­no ha in vigo­re 16 accor­di con gli ate­nei ira­nia­ni, qua­si il dop­pio di quel­li stret­ti con Israe­le. Chie­de­re­mo la rescis­sio­ne anche di que­ste col­la­bo­ra­zio­ni? E poi di qua­li altre ancora? 

Come ripor­ta L’Orient-Le Jour, il movi­men­to di pro­te­sta stu­den­te­sca in soli­da­rie­tà con i pale­sti­ne­si, dila­ga­to negli Sta­ti Uni­ti e nel mon­do, ha risol­le­va­to il mora­le a Gaza. Sono «un bar­lu­me di spe­ran­za». E que­sta spe­ran­za può e deve esse­re col­ti­va­ta tenen­do ben pre­sen­te qua­le sia il con­fi­ne da non supe­ra­re: le uni­ver­si­tà sono luo­ghi di pro­te­sta, luo­ghi in cui si può e si deve far sen­ti­re la pro­pria la voce, anche con­dan­nan­do ciò acca­de al di fuo­ri dei loro con­fi­ni. Ma dovreb­be­ro rima­ne­re luo­ghi che non si fan­no la guer­ra tra loro.

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Clara Molinari
Stu­den­tes­sa di giu­ri­spru­den­za, scri­vo per dare ascol­to ai miei pen­sie­ri e far­li dia­lo­ga­re con l’esterno. Cine­ma e let­tu­ra sono le mie fon­ti di emo­zio­ni e cono­scen­za; la curio­si­tà è ciò che lega il tutto.

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