Rimandato il Convegno su Israele alla Statale: atto doveroso o scelta necessaria?

“L’u­ni­ca demo­cra­zia del Medio­rien­te. Israe­le tra sto­ria e dirit­to Inter­na­zio­na­le.” que­sto il nome del con­ve­gno, in pro­gram­ma all’Università Sta­ta­le di Mila­no il 7 mag­gio, riman­da­to a giu­gno dal­le stes­se asso­cia­zio­ni pro­mo­tri­ci Ita­lia Israe­le e Pro Israe­le

Il motivo? Non ci sarebbero le condizioni per svolgere il convegno in sicurezza. 

Eppu­re una solu­zio­ne il ret­to­re Fran­zi­ni sem­bra­va aver­la tro­va­ta: ricor­re­re alla moda­li­tà on-line così da evi­ta­re i pos­si­bi­li scon­tri pre­vi­sti dal­la Digos. Ciò evi­den­te­men­te non basta per la respon­sa­bi­le dell’associazione Ita­lia Israe­le di Savo­na, Cri­sti­na Fran­co, secon­do cui colo­ro che pro­te­sta­no impe­di­reb­be­ro lo svol­ger­si di un «civi­le dibat­ti­to», arri­van­do per­si­no a dichia­ra­re che «non c’è più demo­cra­zia». La dot­to­res­sa Fran­co non ha tut­ti i tor­ti: pro­ba­bil­men­te il dibat­ti­to non sareb­be sta­to civi­le, anzi, pro­ba­bil­men­te non ci sareb­be sta­to affat­to, con o sen­za contestatori. 

Ma anche lascian­do all’avvocatessa il bene­fi­cio del dub­bio, sor­go­no spon­ta­nei altri dub­bi: un dibat­ti­to onli­ne è comun­que un dibat­ti­to, per­ché non accet­ta­re la pro­po­sta del ret­to­re? Che la stes­sa moda­li­tà tele­ma­ti­ca sia lesi­va del­la demo­cra­zia? Sareb­be sta­to pre­fe­ri­bi­le svol­ge­re l’incontro in un ate­neo pre­si­dia­to dal­le for­ze dell’ordine in asset­to antisommossa? 

In que­sti gior­ni la cro­na­ca è inva­sa da noti­zie sul­la repres­sio­ne dei movi­men­ti Pro-Pale­sti­na: dal­lo sman­tel­la­men­to dei pre­si­di alla Colum­bia e alla UCLA, allo sgom­be­ro del sit-in paci­fi­co alla facol­tà di Scien­ze Poli­ti­che (Scien­ces Po) di Pari­gi, per non par­la­re del­le nume­ro­se mani­fe­sta­zio­ni che in Ita­lia sono sta­te repres­se a suon di man­ga­nel­li, sen­za che il gover­no o la poli­zia doves­se­ro risponderne. 

Appa­re dun­que dove­ro­sa la scel­ta del ret­to­re di non far svol­ge­re l’incontro in pre­sen­za, essen­do la sua pri­ma respon­sa­bi­li­tà quel­la di tute­la­re la sicu­rez­za dei pro­pri stu­den­ti. Meno dove­ro­sa appa­re inve­ce la scel­ta del­le orga­niz­za­zio­ni pro­mo­tri­ci di riman­da­re l’evento: se il con­ve­gno ha lo sco­po di dibat­te­re sul­la sto­ria e sul futu­ro di Israe­le è que­sto il momen­to giu­sto, se inve­ce lo sco­po — come il tito­lo del con­ve­gno sem­bra sug­ge­ri­re  —  è quel­lo di affer­ma­re nuo­va­men­te il sup­po­sto pri­ma­to del­lo sta­to israe­lia­no sugli sta­ti limi­tro­fi in cam­po demo­cra­ti­co allo­ra, a giu­di­zio di chi scri­ve, tale incon­tro non dovreb­be svol­ger­si in un’Università statale. 

Non che il tema non meriti di essere approfondito. 

La natu­ra e il fun­zio­na­men­to del­la demo­cra­zia israe­lia­na sono di gran­dis­si­ma rile­van­za ed è sem­pre un eser­ci­zio posi­ti­vo par­ti­re da uno slo­gan poli­ti­co e svi­sce­rar­ne i signi­fi­ca­ti e i fini nasco­sti. Il rischio, tut­ta­via, è quel­lo di uti­liz­za­re uno slo­gan come un dato poli­ti­co incon­tro­ver­ti­bi­le, su cui basa­re ulte­rio­ri spe­cu­la­zio­ni che, in que­sto caso, risul­te­reb­be­ro uni­ca­men­te in una cele­bra­zio­ne del­lo sta­to israeliano. 

Dopo­tut­to le pagi­ne social del­le asso­cia­zio­ni Ita­lia Israe­le Pro Israe­le non pul­lu­la­no cer­to di appel­li alla ragio­ne o alla mode­ra­zio­ne né tan­to­me­no di con­si­de­ra­zio­ni cri­ti­che nei con­fron­ti del­le poli­ti­che di Neta­nya­hu. Fan­no sor­ri­de­re, dun­que, le paro­le del­la dot­to­res­sa Fran­co secon­do cui i mani­fe­stan­ti impe­di­reb­be­ro il civi­le dibat­ti­to, soprat­tut­to alla luce di quan­to avve­nu­to cir­ca due mesi fa quan­do un pic­co­lo grup­po di mani­fe­stan­ti Pro Israe­le com­po­sto da Adi (Ami­ci di Israe­le), Ampi (Asso­cia­zio­ne Mila­ne­se Pro Israe­le) e Museo del­la Bri­ga­ta Ebrai­ca si è riu­ni­to davan­ti alla sede di Scien­ze Poli­ti­che in Via Con­ser­va­to­rio a Mila­no per pro­te­sta­re con­tro un con­ve­gno inti­to­la­to  «Una ter­ra sen­za pace: la que­stio­ne israe­lo-pale­sti­ne­se», reo di istil­la­re negli stu­den­ti del «popu­li­smo pro Pal». 

Cer­to, in quel caso il con­ve­gno non fu riman­da­to e scon­tri non ce ne furo­no, tut­ta­via non biso­gna dimen­ti­ca­re che in due mesi le ten­sio­ni sono enor­me­men­te cre­sciu­te e ciò anche a cau­sa di una disa­stro­sa gestio­ne dell’apparato di sicu­rez­za da par­te del­le for­ze dell’ordine, la cui rispo­sta vio­len­ta alle agi­ta­zio­ni di piaz­za non ha fat­to altro che radi­ca­liz­za­re un movi­men­to  — quel­lo pro Pale­sti­na — estre­ma­men­te ete­ro­ge­neo, in cui coe­si­sto­no ani­me diver­se, di cui alcu­ne sono pur­trop­po dedi­te più alla som­mos­sa che al dialogo.

In ogni caso non sono in alcun modo con­di­vi­si­bi­li le offe­se, le minac­ce, le aggres­sio­ni ver­ba­li e fisi­che subi­te da alcu­ni noti soste­ni­to­ri di Israe­le, come non lo sono quel­le rivol­te alla con­tro­par­te. In un cli­ma del gene­re sareb­be dif­fi­ci­le tene­re qual­sia­si dibat­ti­to, anche per le men­ti più cal­me e vota­te al com­pro­mes­so. Se poi una del­le due par­ti può orga­niz­za­re con­ve­gni, even­ti e mani­fe­sta­zio­ni pro­tet­ta da nugo­li di poli­ziot­ti men­tre l’altra è accu­sa­ta di anti­se­mi­ti­smo ad ogni piè sospin­to è chia­ro che la con­ver­sa­zio­ne è desti­na­ta a tra­mu­tar­si in scon­tro

Per evi­ta­re ciò non basta­no gli appel­li alla cal­ma e alla mode­ra­zio­ne come non basta la miria­de di dibat­ti­ti tele­vi­si­vi sull’argomento. È neces­sa­rio orga­niz­za­re incon­tri che spin­ga­no par­te­ci­pan­ti e spet­ta­to­ri a riflet­te­re dav­ve­ro su temi e dati sen­za arroc­car­si sul­le posi­zio­ni di par­ten­za. È neces­sa­rio, in atte­sa di risvol­ti inter­na­zio­na­li, che le par­ti smet­ta­no di accu­sar­si a vicen­da e tro­vi­no un ter­re­no comu­ne in cui espri­me­re le pro­prie riven­di­ca­zio­ni sen­za sof­fo­ca­re la con­tro­par­te. È neces­sa­rio, for­se, ritro­va­re una mag­gior luci­di­tà e una mag­gio­re distan­za dal tema in que­stio­ne, coscien­ti che il pro­trar­si di uno scon­tro sen­za quar­tie­re fini­reb­be per pri­var­ci di par­te del­le nostra umanità.

Arti­co­lo di Gia­co­mo Pallotta

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