Speciale europee. Il gruppo Visegrád e i candidati UE

Speciale Europee. Partiti e programmi in UE

In vista delle prossime elezioni europee, che si terranno in Italia tra l’8 e il 9 giugno 2024, la redazione di Vulcano Statale approfondisce la storia, l’apparato istituzionale e il contesto politico dell’Unione Europea.



Polo­nia, Unghe­ria e, fino al 1993, Ceco­slo­vac­chia sono i Pae­si euro­pei che il 15 feb­bra­io 1991 han­no crea­to il grup­po Vise­grád, noto come V4: un’allean­za semi-uffi­cia­le for­ma­ta­si all’indomani del­la dis­so­lu­zio­ne dell’URSS e con­ser­va­ta­si dopo l’ingresso dei mem­bri nell’Unione Euro­pea, avve­nu­to nel 2004. 

Il V4 si pro­po­ne di pro­muo­ve­re la coo­pe­ra­zio­ne «nel cam­po del­la cul­tu­ra, dell’istruzione, del­la scien­za e del­lo scam­bio di infor­ma­zio­ni» non­ché l’integrazione nell’UE; la pre­si­den­za cam­bia annual­men­te, a rota­zio­ne. La loro allean­za, in real­tà, vie­ne fat­ta risa­li­re all’incontro tra i sovra­ni Casi­mi­ro II di Polo­nia, Car­lo I d’Ungheria e Gio­van­ni I di Boe­mia, veri­fi­ca­to­si nel 1335 nel­la cit­tà unghe­re­se di Vise­grád, per tro­va­re un accor­do sul pia­no poli­ti­co ed economico. 

I rapporti tra i V4 e l’Unione Europea non sono mai stati semplici a causa dei partiti della destra nazionalista, che negli ultimi anni è prevalsa al governo dei 4 Stati. 

Tre temi han­no incri­na­to le già zop­pi­can­ti rela­zio­ni con l’UE: in pri­mo luo­go le poli­ti­che in mate­ria ambien­ta­le e di inqui­na­men­to, dal momen­to che grup­po è con­cor­de nel­la volon­tà di affi­da­re a cia­scu­no Sta­to euro­peo la defi­ni­zio­ne degli obiet­ti­vi di ridu­zio­ne del­le emis­sio­ni. I mem­bri del V4 sono infat­ti for­te­men­te dipen­den­ti dall’uso del carbone. 

Que­sto pri­mo pun­to si ricol­le­ga al secon­do cioè i rap­por­ti con la Rus­sia, da cui dipen­do­no le for­ni­tu­re di gas natu­ra­le. Soprat­tut­to Vik­tor Orban, pri­mo mini­stro unghe­re­se, nel 2021 ha rag­giun­to un accor­do con Mosca dopo la sca­den­za del pre­ce­den­te con­trat­to, così come Milos Zeman, pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Ceca che fino allo scor­so anno ha visto con favo­re la Rus­sia di Putin. Que­sti rap­por­ti han­no, però, fat­to tra­spa­ri­re alcu­ni attri­ti con l’odierna Polo­nia di Donald Tusk, il qua­le ha una visio­ne più euro­cen­tri­ca tan­to da cer­ca­re un coor­di­na­men­to tra i pae­si del grup­po Vise­grád e l’Unione Europea. 

Infi­ne, la poli­ti­ca migra­to­ria è l’ultimo pun­to per cui il grup­po Vise­grád non con­di­vi­de le linee gui­da dell’Unione Euro­pea, per cui i V4 rifiu­ta­no il siste­ma del­le quo­te di ripar­ti­zio­ne, aven­do cri­te­ri più strin­gen­ti per l’accoglimento e non coo­pe­ran­do con le isti­tu­zio­ni europee. 

Ungheria

L’Ungheria è una repub­bli­ca par­la­men­ta­re, il cui pre­si­den­te è Tamas Sulyok e il pri­mo mini­stro Vik­tor Orban, fon­da­to­re del­la Fede­ra­tion of Young Demo­cra­ts nel 1988, con un’iniziale impron­ta comu­ni­sta lon­ta­na dall’odierna ultra-con­ser­va­tri­ce. Nel 2022 Orban ha otte­nu­to  il suo quar­to man­da­to consecutivo. 

Il Pae­se si è reso indi­pen­den­te dopo il crol­lo del bloc­co sovie­ti­co e ha deci­so di entra­re a far par­te pri­ma del­la NATO nel 1999 e poi dell’Unio­ne Euro­pea nel 2004, fir­man­do gli accor­di di Schengen.

La poli­ti­ca anti­mi­gra­to­ria del pre­mier por­tò nel 2018 il Par­la­men­to euro­peo ad usa­re l’arti­co­lo 7 del Trat­ta­to sull’Unione Euro­pea, che per­met­te di eser­ci­ta­re azio­ni pre­ven­ti­ve o impor­re san­zio­ni qua­lo­ra ci sia il rischio o la cer­tez­za che uno degli Sta­ti mem­bri stia­no vio­lan­do i valo­ri euro­pei: nel caso unghe­re­se, a pre­oc­cu­pa­re l’Unione era­no soprat­tut­to la vio­la­zio­ne dei dirit­ti uma­ni, l’erosione del­le garan­zie demo­cra­ti­che e la dif­fu­sa corruzione. 

Determinanti nella politica ungherese di Orban sono i rapporti amichevoli con il Presidente russo Vladimir Putin, i quali hanno incrinato le relazioni con gli altri tre paesi del V4: 

que­sti ulti­mi han­no infat­ti accu­sa­to l’Ungheria, in par­ti­co­la­re duran­te il con­flit­to rus­so-ucrai­no, di por­ta­re avan­ti esclu­si­va­men­te i pro­pri inte­res­si. Il pre­mier unghe­re­se ha, inol­tre, allen­ta­to le rela­zio­ni sia con l’Unione Euro­pea che con la NATO, soprat­tut­to su temi come le san­zio­ni alla Rus­sia, gli aiu­ti eco­no­mi­ci a Kyiv e l’adesione degli sta­ti scan­di­na­vi al pat­to atlantico.

Que­sta visio­ne è data da 3 fat­to­ri: il pri­mo è sto­ri­co, lega­to alla Trans­car­pa­zia, regio­ne ucrai­na del­la qua­le Rus­sia e Unghe­ria, in caso di scon­fit­ta ucrai­na, potreb­be­ro ride­fi­ni­re i con­fi­ni. Il secon­do fat­to­re è stra­te­gi­co poi­ché Orban ha instau­ra­to una poli­ti­ca di aper­tu­ra ver­so la Rus­sia: infat­ti Rosa­tom, azien­da pub­bli­ca rus­sa, vor­reb­be costrui­re su suo­lo unghe­re­se una cen­tra­le nuclea­re o, anco­ra, la ban­ca per gli inve­sti­men­ti rus­sa ha tra­sfe­ri­to la sua sede a Buda­pe­st. Soprat­tut­to, il pri­mo mini­stro unghe­re­se è riu­sci­to, tra­mi­te i rap­por­ti con la Rus­sia e gli accor­di sul gas, a ridur­re le bol­let­te per i pro­pri cit­ta­di­ni. Infi­ne, l’Ungheria potreb­be esse­re un media­to­re tra Rus­sia e Sta­ti Uniti.

Oltre che per la politica estera, Orban è molto criticato per quella interna e in particolare per il sistema giudiziario e detentivo, non adeguato agli standard europei. 

Nel 2012 il pri­mo mini­stro unghe­re­se rifor­mò il siste­ma, che por­tò il Con­si­glio d’Europa, nel mar­zo del­lo stes­so anno, a cri­ti­ca­re e ammo­ni­re la rifor­ma per­ché pone­va il rischio di una deri­va anti­de­mo­cra­ti­ca. Essa con­se­gna­va infat­ti al lea­der del­la Fidesz vasti pote­ri, tra cui quel­lo di pro­por­re al Pre­si­den­te la nomi­na e la revo­ca dei magi­stra­ti o di nomi­na­re i pre­si­den­ti, i vice­pre­si­den­ti e i capi divi­sio­ni dei tri­bu­na­li e del­le cor­ti d’appello.

Negli ulti­mi anni i siste­mi euro­peo e inter­na­zio­na­le han­no aspra­men­te cri­ti­ca­to il nuo­vo siste­ma giu­di­zia­rio: nel 2020 Amne­sty Inter­na­tio­nal fece emer­ge­re i duri attac­chi da par­te di poli­ti­ci e gior­na­li nazio­na­li nei con­fron­ti dei giu­di­ci non alli­nea­ti con il gover­no. Inol­tre nel 2023 il gover­no ha appro­va­to la Leg­ge sul­la pro­te­zio­ne del­la sovra­ni­tà, la qua­le ha crea­to una nuo­va auto­ri­tà gover­na­ti­va con la fun­zio­ne di rac­co­glie­re infor­ma­zio­ni sui grup­pi finan­zia­ti da agen­zie este­re o che influen­za­no il dibat­ti­to pubblico. 

Cri­ti­che sono arri­va­te dall’opinione pub­bli­ca inter­na­zio­na­le anche in rela­zio­ne al caso dell’attivista anti­fa­sci­sta Ila­ria Salis, la qua­le ha par­te­ci­pa­to alle udien­ze inca­te­na­ta, dopo esse­re sta­ta arre­sta­ta all’inizio del 2023, con l’accusa di lesio­ni aggra­va­te a dan­no di mani­fe­stan­ti di estre­ma destra.

Polonia

La Polo­nia è una repub­bli­ca par­la­men­ta­re il cui pre­si­den­te è Andr­zej Duda, in cari­ca dal 2015 e il pri­mo mini­stro Donald Tusk, elet­to nel 2023, il qua­le ha cam­bia­to net­ta­men­te la linea poli­ti­ca polac­ca: seb­be­ne infat­ti anche duran­te il pre­ce­den­te gover­no gui­da­to da Mateusz Mora­wiec­ki la Polo­nia espri­mes­se già la pro­pria osti­li­tà con­tro la Rus­sia, per ragio­ni sto­ri­che e di con­fi­ne, Tusk ha impres­so al Pae­se un orien­ta­men­to filo-europeo.

Inol­tre, Tusk ha ricon­fer­ma­to il soste­gno polac­co all’Ucraina e al suo Pre­si­den­te, Volo­dy­myr Zelen­sky, dopo che nel set­tem­bre 2023 Mora­wiec­ki ave­va deci­so di inter­rom­pe­re la for­ni­tu­ra di armi. Pro­prio il posi­zio­na­men­to in meri­to all’aggressione rus­sa in Ucrai­na ha rap­pre­sen­ta­to un fat­to­re divi­si­vo nel grup­po V4. 

La Polonia, che precedentemente faceva parte del patto di Varsavia, come l’Ungheria e la Repubblica Ceca, entrò a far parte della NATO nel 1999 e dell’Unione Europea nel 2004.

In real­tà l’aiuto del­la Polo­nia all’Ucraina ha vacil­la­to a cau­sa del­le impor­ta­zio­ni di gra­no pro­ve­nien­te da quest’ultimo pae­se, que­stio­ne che ha por­ta­to cen­ti­na­ia di mani­fe­stan­ti ad impe­di­re il tran­si­to di pro­dot­ti che pro­vo­che­reb­be­ro una con­cor­ren­za slea­le nel com­mer­cio inter­no. Ten­sio­ni che han­no por­ta­to il pri­mo mini­stro ucrai­no Denys Shmy­hal e l’omologo polac­co a cer­ca­re un accor­do che andreb­be a limi­ta­re alcu­ne impor­ta­zio­ni ucrai­ne, sen­za, però, spe­ci­fi­ca­re di qua­li pro­dot­ti si par­la. Quin­di, Tusk ha il dif­fi­ci­le com­pi­to di tro­va­re un equi­li­brio tra il sup­por­to este­ro e gli inte­res­si agri­co­li inter­ni del­la Polo­nia, ma anche quel­lo di far ces­sa­re i bloc­chi sul con­fi­ne ucrai­no per non dan­neg­gia­re ulte­rior­men­te l’economia polac­ca, ucrai­na e europea. 

Il cam­bio del pri­mo mini­stro ha por­ta­to un miglio­ra­men­to nei rap­por­ti con l’Unione Euro­pea: a ini­zio mag­gio la Com­mis­sio­ne Euro­pea ha deci­so di chiu­de­re la pro­ce­du­ra, avvia­ta nel 2018 con­tro Polo­nia, sem­pre sul­la base dell’articolo 7 del TUE. L’istituzione euro­pea ha infat­ti posto in esse­re una valu­ta­zio­ne appro­fon­di­ta, che ha evi­den­zia­to una ridu­zio­ne del rischio di vio­la­zio­ne del­lo sta­to di dirit­to da par­te del gover­no polacco.

Cechia e Slovacchia

Tan­to era sta­ta rile­van­te la Ceco­slo­vac­chia nel secon­do Nove­cen­to, col socia­li­smo dal vol­to uma­no di Dubček, la Pri­ma­ve­ra di Pra­ga e Jan Palach (d’importanza poli­ti­co-sim­bo­li­ca alme­no pari ai fat­ti di Buda­pe­st nel 1956), tan­to oggi Cechia e Slo­vac­chia appa­io­no nel cono d’ombra media­ti­co di Polo­nia e Unghe­ria, all’interno del grup­po Visegrád.

Fuo­riu­sci­te dal regi­me comu­ni­sta con la Rivo­lu­zio­ne di Vel­lu­to di fine 1989, le lea­der­ship ceca e slo­vac­ca deci­se­ro con­sen­sual­men­te di divi­der­si in due nazio­ni nel 1992 (dopo la cosid­det­ta Guer­ra del Trat­ti­no): il par­ti­to arte­fi­ce del­la scis­sio­ne dal lato di Bra­ti­sla­va, il nazio­na­li­sta HZDS, con­qui­stò sia la Pre­si­den­za del­la Repub­bli­ca che il governo.

L’indipendenza del­la Slo­vac­chia dal­la pas­sa­ta dit­ta­tu­ra sovie­ti­ca non ha tut­ta­via signi­fi­ca­to imme­dia­ta sta­bi­li­tà demo­cra­ti­ca: lo sti­le di gover­no del nuo­vo pre­mier Mečiar, deno­mi­na­to appun­to Mečia­ri­z­mus, è sta­to con­si­de­ra­to semi-auto­ri­ta­rio, ad esem­pio nei con­fron­ti del­la mino­ran­za unghe­re­se. Nel frat­tem­po, dive­ni­va pri­mo pre­si­den­te ceco il poe­ta ed ex-dis­si­den­te Havel, che con­dus­se all’ingresso nel­la NATO (1999) pro­prio nel pie­no dei bom­bar­da­men­ti in Jugo­sla­via, gene­ran­do alcu­ne cri­ti­che, seb­be­ne la Cechia sia poi entra­ta anche nell’UE (2003).

Nel 1998, inve­ce, il gover­no slo­vac­co è pas­sa­to al cri­stia­no-demo­cra­ti­co Dzu­rin­da: se l’HZDS si clas­si­fi­ca come euro­scet­ti­co, i due gover­ni di Dzu­rin­da han­no por­ta­to all’ingresso del­la Slo­vac­chia pri­ma nell’OCSE e poi nel­la NATO e nell’UE (2004).
All’opposizione, insie­me all’HZDS, ven­ne a tro­var­si un nuo­vo par­ti­to, eco­no­mi­ca­men­te di sini­stra, nazio­na­li­sta e con­ser­va­to­re nei con­fron­ti del­le mino­ran­ze etni­che o del­la comu­ni­tà LGBT+: Smer, di Robert Fico.

Fico ha iniziato a governare nel 2006, insieme anche all’SNS ultranazionalista filorusso: 

già al tem­po dell’annessione rus­sa del­la Cri­mea nel 2014, d’altronde, Fico espres­se con­tra­rie­tà alle san­zio­ni con­tro Mosca, pur disco­no­scen­do il refe­ren­dum far­sa. Anche sul­la guer­ra rus­so-geor­gia­na si dis­se soste­ni­to­re di posi­zio­ni più sfumate.

Per il resto, Fico si è alli­nea­to alle posi­zio­ni del grup­po Vise­grád con­tro il ricol­lo­ca­men­to del­le per­so­ne migran­ti e con­tro un’eccessiva allo­ca­zio­ne di fon­di del Reco­ve­ry Fund ai cosid­det­ti PIGS, i Pae­si meri­dio­na­li dell’UE. Nel 2018, però, lo scan­da­lo segui­to all’omicidio del gior­na­li­sta inve­sti­ga­ti­vo Kuciak (coin­vol­to in un’indagine sul­la ‘ndran­ghe­ta in Slo­vac­chia) ha por­ta­to alle dimis­sio­ni di Fico.

Gli è suc­ce­du­to l’ex-vice Pel­le­gri­ni, che di lì a poco ha crea­to il par­ti­to social­de­mo­cra­ti­co e uffi­cial­men­te euro­pei­sta Hlas; nel 2020, l’arrivo del cen­tro­de­stra al pote­re ha fat­to par­la­re di «fine del domi­nio di Smer», for­se impro­pria­men­te. Nel 2023 si è infat­ti giun­ti a un gover­no tec­ni­co e, infi­ne, le ele­zio­ni sono sta­te vin­te pro­prio da Fico, sull’onda di una cam­pa­gna con­tra­ria agli aiu­ti a Kyiv. Non a caso, ad apri­le il segre­ta­rio di un pic­co­lo par­ti­to di destra slo­vac­co ha rila­scia­to una colom­ba nell’Europarlamento, con rife­ri­men­to al con­flit­to in Ucraina.

Non solo:

nel 2024 alla Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Čapu­to­vá, pro­gres­si­sta libe­ra­le, è suc­ce­du­to pro­prio Pel­le­gri­ni, con­si­de­ra­to ormai un allea­to del gover­no Fico (che inclu­de nuo­va­men­te l’SNS). Nel frat­tem­po infat­ti la mag­gio­ran­za ha emen­da­to il Codi­ce Pena­le, abo­len­do la Pro­cu­ra Spe­cia­le anti-cor­ru­zio­ne e dimi­nuen­do le pene, oltre che restrin­gen­do la fine­stra tem­po­ra­le per la denun­cia degli stu­pri: se i difen­so­ri del­la rifor­ma la inqua­dra­no negli stan­dard garan­ti­sti euro­pei, è pro­prio l’UE ad aver­la condannata.

Fico ha anche smes­so di inte­ra­gi­re con quei gior­na­li­sti che defi­ni­sce «media nemi­ci» e «sgra­di­ti»; inol­tre, nono­stan­te una let­te­ra aper­ta fir­ma­ta fra gli altri da Repor­ter Sen­za Fron­tie­re, il gover­no ha appro­va­to la dis­so­lu­zio­ne del­la rete tele­vi­si­va pub­bli­ca RTVS e la sua sosti­tu­zio­ne con un’altra, che dovrà tra­smet­te­re quo­ti­dia­na­men­te l’inno nazionale.

Que­sta set­ti­ma­na, Fico è sta­to col­pi­to da un atten­ta­to a Hand­lo­vá.

In Cechia, dopo circa 25 anni di alternanza al governo fra i Socialdemocratici e gli ODS conservatori (e due Presidenti ex-premier: Klaus e Zeman), nel 2017 è salito all’esecutivo Babiš: 

impren­di­to­re, ex-mini­stro, secon­do uomo più ric­co del Pae­se e lea­der del par­ti­to popu­li­sta Azio­ne dei Cit­ta­di­ni Insod­di­sfat­ti. Anche Babiš si è alli­nea­to alla poli­ti­ca anti-migra­to­ria di Vise­grád (accu­san­do Mer­kel di aver indi­ret­ta­men­te cau­sa­to gli atten­ta­ti di Ber­li­no nel 2016), oltre che agli attri­ti sul Reco­ve­ry Fund.

Nel 2017 alcu­ne pole­mi­che di sfon­do fisca­le han­no cau­sa­to la sua cadu­ta, ripor­tan­do al gover­no il cen­tro­de­stra con l’ex-rettore Fia­la: for­te­men­te filo-israe­lia­no, il nuo­vo pre­mier ha avver­sa­to la Rus­sia in modo net­to, spin­gen­do per le san­zio­ni, per l’ingres­so di Kyiv nell’UE e nel­la NATO. La Cechia ha anche accol­to il mag­gior nume­ro di rifu­gia­ti ucrai­ni pro capi­te, e con­ti­nua ad attac­ca­re la disin­for­ma­zio­ne Rus­sa in occa­sio­ne del­le ele­zio­ni europee.

Nel 2023, è sta­to elet­to Pre­si­den­te (bat­ten­do Babiš) l’ex-generale Pavel, euro­pei­sta con un pas­sa­to anti-rus­so e anti-cine­se nel­la NATO; nei pri­mis­si­mi gior­ni del suo man­da­to, ha pre­so con­tat­ti con Tai­wan ed è sta­to il pri­mo capo di Sta­to stra­nie­ro a visi­ta­re l’Ucraina Orien­ta­le dall’inizio del conflitto.

Tra Europa e Russia. Gli Stati candidati all’ingresso in UE

Se i mem­bri del grup­po Vise­grad, segna­ti da un per­cor­so sto­ri­co com­ples­so e dal lun­go assog­get­ta­men­to all’URSS, han­no ormai da vent’anni fat­to il loro ingres­so a pie­no tito­lo nell’Unione Euro­pea, mol­ti altri sono gli Sta­ti col­lo­ca­ti nell’Europa cen­tro-orien­ta­le e bal­ca­ni­ca che sono attual­men­te can­di­da­ti o can­di­da­ti poten­zia­li all’adesione, rego­la­ta dagli arti­co­li 2 e 49 del Trat­ta­to sull’Unione Euro­pea (TUE). 

Ad oggi, i Pae­si can­di­da­ti sono Alba­nia, Bosnia-Erze­go­vi­na, Geor­gia, Mol­da­via, Mon­te­ne­gro, Mace­do­nia del Nord, Ser­bia, Tur­chia e Ucrai­na; il Koso­vo è un can­di­da­to potenziale. 

Mol­ti di que­sti Sta­ti si tro­va­no tut­ta­via dila­nia­ti da ten­sio­ni e con­flit­ti sia inter­ni sia inter­na­zio­na­li, che potreb­be­ro met­te­re a rischio l’allargamento dell’Unione e dan­neg­gia­re gra­ve­men­te la tenu­ta del­le loro democrazie.

Ad ave­re un gra­ve impat­to sono, ovvia­men­te, l’onda lun­ga dell’invasione rus­sa in Ucrai­na, che da ormai due anni con­ti­nua a mie­te­re deci­ne di miglia­ia di vit­ti­me e a minac­cia­re la soprav­vi­ven­za di uno Sta­to ucrai­no indi­pen­den­te e sovra­no, e l’influenza desta­bi­liz­zan­te del­la stes­sa Rus­sia di Putin

Georgia

Ex repub­bli­ca sovie­ti­ca dive­nu­ta indi­pen­den­te nel 1991, nel 2008 la Geor­gia ha subi­to un’invasione da par­te del­la Rus­sia di Putin, la pri­ma avvia­ta da Mosca nei ter­ri­to­ri pre­ce­den­te­men­te con­trol­la­ti dall’URSS. L’attacco seguì un model­lo simi­le a quel­lo con­dot­to in Ucrai­na: fu giu­sti­fi­ca­to con il pre­te­sto di sup­por­ta­re l’auto­pro­cla­ma­ta repub­bli­ca dell’Ossezia del Sud, for­ma­ta­si già all’indomani dell’indipendenza insie­me all’altra auto­pro­cla­ma­ta repub­bli­ca dell’Abcasia. 

Gli scon­tri defla­gra­ro­no anche a cau­sa del­la deci­sio­ne dell’allora Pre­si­den­te Mikheil Saa­ka­sh­vi­li, elet­to nel 2004, di ten­ta­re di rian­net­te­re i due ter­ri­to­ri. La guer­ra del 2008 si con­clu­se rapi­da­men­te – seb­be­ne con un cen­ti­na­io di mor­ti e sva­ria­ti feri­ti – gra­zie ad un com­pro­mes­so media­to dai Pae­si occi­den­ta­li: anco­ra oggi la Rus­sia man­tie­ne le pro­prie trup­pe nel­le repub­bli­che sepa­ra­ti­ste dell’Ossezia e dell’Abcasia.

Da pochi giorni inoltre la Georgia è nuovamente attraversata proteste fortemente partecipate: 

già l’anno scor­so la popo­la­zio­ne si era oppo­sta all’approvazione del­la cosid­det­ta leg­ge “sugli agen­ti stra­nie­ri”, o “leg­ge rus­sa”, riu­scen­do di fat­to a riman­da­re, sep­pur bre­ve­men­te, ciò che il 14 mag­gio si è compiuto. 

Lo scor­so mar­te­dì infat­ti il Par­la­men­to del­la Geor­gia, dove il par­ti­to popu­li­sta e filo-rus­so Sogno Geor­gia­no detie­ne la mag­gio­ran­za, ha defi­ni­ti­va­men­te appro­va­to l’adozione di tale leg­ge, che potreb­be tra l’altro rap­pre­sen­ta­re un osta­co­lo all’ingresso del Pae­se nell’UE. 

La pre­vi­sio­ne si rifà ad alcu­ni emen­da­men­ti appro­va­ti in Rus­sia nel 2012 e incre­men­ta­ti negli anni suc­ces­si­vi, vol­ti a repri­me­re ONG, media e orga­niz­za­zio­ni di vario gene­re, con l’accusa di esse­re “agen­ti stra­nie­ri”: da ora in avan­ti in Geor­gia sarà con­si­de­ra­to tale qua­lun­que ente che rice­va alme­no il 20% dei pro­pri finan­zia­men­ti dall’estero.

Se vole­te saper­ne di più, vi sug­ge­ria­mo l’ascolto del­le ulti­me pun­ta­te del pod­ca­st Sto­ries, di Ceci­lia Sala. 

Moldavia e Transnistria

Anche in Mol­da­via, come in Geor­gia e Ucrai­na, c’è un ter­ri­to­rio pre­si­dia­to dal­le trup­pe rus­se, col­lo­ca­to nel­la par­te orien­ta­le del Pae­se al con­fi­ne con l’Ucraina: si trat­ta del­la Trans­ni­stria, anch’essa auto­pro­cla­ma­ta repub­bli­ca indi­pen­den­te e filo­rus­sa fin dal­la dis­so­lu­zio­ne dell’URSS e dall’ottenimento dell’indipendenza da par­te del­la Mol­da­via. Nel 1992 pre­se­ro avvio i pri­mi scon­tri tra le for­ze sepa­ra­ti­ste, appog­gia­te dal­le trup­pe rus­se, e le for­ze mol­da­ve, con­clu­si­si con un ces­sa­te il fuo­co quel­lo stes­so anno e cir­ca un miglia­io di vittime.

La Trans­ni­stria, che ha un pro­prio gover­no auto­no­mo, con­ser­va oggi rap­por­ti pri­vi­le­gia­ti con Mosca, che le assi­cu­ra­no note­vo­li van­tag­gi, in pri­mis eco­no­mi­ci ed ener­ge­ti­ci oltre che mili­ta­ri. I media rus­si filo­go­ver­na­ti­vi tra­smet­to­no anche sul suo territorio.

Con le elezioni del 2020, la politica Maia Sandu, del Partito di Azione e Solidarietà, è divenuta Presidente della Moldavia, imprimendo al Paese un orientamento nettamente filo-europeo. 

Nei pri­mi mesi del 2023 si sono veri­fi­ca­te nel Pae­se impo­nen­ti mani­fe­sta­zio­ni anti­go­ver­na­ti­ve, ani­ma­te dal par­ti­to popu­li­sta e filo­rus­so Shor, facen­do leva sui sen­ti­men­ti di par­te del­la popo­la­zio­ne. La Mol­da­via si tro­va­va infat­ti in dif­fi­col­tà eco­no­mi­ca, anche per via degli effet­ti del­l’in­va­sio­ne rus­sa dell’Ucraina.

Nel mag­gio 2023, una par­te altret­tan­to con­si­sten­te del­la cit­ta­di­nan­za mol­da­va rispo­se con una sen­ti­ta mani­fe­sta­zio­ne paci­fi­ca nel­la capi­ta­le Chiși­nău, per espri­me­re il pro­prio con­sen­so all’integrazione del Pae­se nell’UE.

Lo scor­so mar­zo, la Pre­si­den­te San­du ha annun­cia­to la sti­pu­la di un accor­do bila­te­ra­le con la Fran­cia di Emma­nuel Macron, che pre­ve­de la for­ni­tu­ra da par­te fran­ce­se di armi e adde­stra­men­to, oltre che l’avvio di vari pro­get­ti comu­ni, con l’obiettivo di difen­de­re il Pae­se dall’ormai espli­ci­ta aggres­si­vi­tà di Putin.

Macedonia del Nord e Balcani

Gli Sta­ti dell’area bal­ca­ni­ca, fuo­riu­sci­ti dall’ex Jugo­sla­via dopo la dis­so­lu­zio­ne veri­fi­ca­ta­si nei pri­mi anni ’90, sono sto­ri­ca­men­te al cen­tro di gra­vi ten­sio­ni – tan­to da esse­re all’origine del ter­mi­ne «bal­ca­niz­za­zio­ne» – e tutt’oggi rap­pre­sen­ta­no un nodo par­ti­co­lar­men­te sensibile. 

La vio­len­ta guer­ra che deva­stò la Bosnia Erze­go­vi­na tra 1992 e 1995, segna­ta dal noto geno­ci­dio di Sre­bre­ni­ca com­piu­to dal­le for­ze di etnia ser­ba con­tro i civi­li musul­ma­ni, e il con­flit­to che in Koso­vo cul­mi­nò con l’intervento del­la NATO nel 1999 e con la con­te­sta­ta dichia­ra­zio­ne d’indipendenza del Pae­se nel 2008, con­ti­nua­no a segna­re le dina­mi­che regio­na­li. La Ser­bia in par­ti­co­la­re non ha mai rico­no­sciu­to l’indipendenza koso­va­ra: riven­di­ca infat­ti il suo ter­ri­to­rio qua­le pro­prio nucleo sto­ri­co ori­gi­na­rio, facen­do leva sul cele­bre epi­so­dio del­la bat­ta­glia di Koso­vo Polje (1389).

A partire dal 2023 si sono verificati nuovi contenziosi tra Kosovo e Serbia. 

Quest’ultima con­ser­va inol­tre rap­por­ti ami­che­vo­li con la Rus­sia, in con­ti­nui­tà con il tra­di­zio­na­le lega­me intrat­te­nu­to con l’impero rus­so. L’attuale Pre­si­den­te ser­bo Alek­san­dar Vucic si è man­te­nu­to in una posi­zio­ne ambi­gua, ade­ren­do alla riso­lu­zio­ne ONU che ha con­dan­na­to l’invasione rus­sa dell’Ucraina e non rico­no­scen­do le annes­sio­ni uni­la­te­ra­li deci­se da Mosca ma, allo stes­so tem­po, evi­tan­do di vara­re san­zio­ni con­tro l’alleato. 

Per quan­to riguar­da la Mace­do­nia del Nord, lo scor­so 8 mag­gio si sono tenu­te le ele­zio­ni par­la­men­ta­ri e pre­si­den­zia­li, che han­no por­ta­to alla vit­to­ria la coa­li­zio­ne nazio­na­li­sta di destra dell’Organizzazione rivo­lu­zio­na­ria inter­na mace­do­ne – Par­ti­to demo­cra­ti­co per l’unità nazio­na­le mace­do­ne (Vmro-Dpm­ne).

A get­ta­re ben­zi­na sul fuo­co, la neo-elet­ta pre­si­den­te Gor­da­na Silja­no­v­ska Dav­ko­va, che lo scor­so 13 mag­gio, in occa­sio­ne del pro­prio giu­ra­men­to, ha fat­to rife­ri­men­to al Pae­se come «Mace­do­nia», anzi­ché come Mace­do­nia del Nord, ria­pren­do il con­ten­zio­so in cor­so ormai da decen­ni con la Gre­cia

Anche in occa­sio­ne del­le pre­si­den­zia­li del 2019, Silja­no­v­ska Dav­ko­va – allo­ra già in cor­sa per la cari­ca di Pre­si­den­te, poi otte­nu­ta dal filo-euro­peo Ste­vo Pen­da­ro­v­skiincen­trò la pro­pria cam­pa­gna elet­to­ra­le sul­la volon­tà di cam­bia­re nome al Pae­se, rom­pen­do l’accordo di Pre­spa sti­pu­la­to con la Gre­cia nel 2018. 

Proprio tale accordo aveva di fatto consentito alla Macedonia del Nord di divenire Stato membro della NATO nel 2020 e di avviare le procedure di accesso all’UE:

la Gre­cia infat­ti ave­va fino a quel momen­to oppo­sto il pro­prio veto all’ingresso mace­do­ne nel­le due orga­niz­za­zio­ni, soste­nen­do che l’uso del solo nome “Mace­do­nia” rap­pre­sen­tas­se un fur­to sto­ri­co e cul­tu­ra­le nei con­fron­ti dell’omonima regio­ne greca. 

La pre­sa del pote­re da par­te di Vmro-Dpm­ne potreb­be dun­que met­te­re a rischio la can­di­da­tu­ra mace­do­ne per l’ingresso in UE, dan­neg­gian­do i rap­por­ti con la Gre­cia ma anche con la Bul­ga­ria, a pro­pria vol­ta già Sta­to mem­bro dell’UE. La Bul­ga­ria avan­za infat­ti alcu­ne richie­ste in cam­bio del pro­prio con­sen­so all’ingresso del­la Mace­do­nia in UE: tra le altre, una modi­fi­ca del­la Costi­tu­zio­ne mace­do­ne, affin­ché quest’ultima rico­no­sca la mino­ran­za bul­ga­ra qua­le «popo­la­zio­ne costi­tuen­te», seb­be­ne la Bul­ga­ria non rico­no­sca la mino­ran­za mace­do­ne nel pro­prio ter­ri­to­rio e neghi l’esistenza di un’autonoma lin­gua macedone. 

Ucraina

Non è neces­sa­rio in que­sta sede riper­cor­re­re nei det­ta­gli l’invasione del ter­ri­to­rio ucrai­no, avvia­ta dal­la Rus­sia il 24 feb­bra­io 2022 sot­to la pre­te­stuo­sa defi­ni­zio­ne di “ope­ra­zio­ne spe­cia­le” (per appro­fon­di­re, riman­dia­mo alle nostre pre­ce­den­ti pub­bli­ca­zio­ni). 

Basti osser­va­re che, a fron­te di un’occupazione ini­zia­ta in Cri­mea nel 2014, nel­la qua­si indif­fe­ren­za del­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le, a fron­te di due san­gui­no­si anni di guer­ra, che avreb­be­ro cau­sa­to, duran­te il solo asse­dio del­la cit­tà di Mariu­pol, l’uccisione di alme­no 22 mila per­so­ne, e del­la tra­ge­dia taciu­ta di miglia­ia di mino­ri ucrai­ni strap­pa­ti alle pro­prie fami­glie e depor­ta­ti in ter­ri­to­rio rus­so, appa­re quan­to­me­no super­fi­cia­le chi con­ti­nui a fare rife­ri­men­to alle pre­sun­te vel­lei­tà di allar­ga­men­to dell’Unione Euro­pea (e del­la NATO), tra­scu­ran­do il dirit­to dell’Ucraina – o meglio, dei cit­ta­di­ni ucrai­ni – di deci­de­re auto­no­ma­men­te del pro­prio futuro.

Dirit­to recla­ma­to già nel novem­bre del 2013, quan­do pre­se­ro avvio le pro­te­ste deno­mi­na­te Euro­mai­dan, nel cen­tro del­la capi­ta­le Kyiv, con­tro l’orientamento auto­ri­ta­rio e filo­rus­so dell’allora Pre­si­den­te Vik­tor Yanu­ko­vich, che ave­va deci­so di riti­rar­si dal­la fir­ma di un accor­do com­mer­cia­le con l’Unione Europea. 

Il 20 feb­bra­io 2014, alme­no 50 per­so­ne che sta­va­no pren­den­do par­te alle pro­te­ste furo­no ucci­se duran­te la repres­sio­ne volu­ta da Yanu­ko­vich, che deci­se infi­ne di ripa­ra­re in Rus­sia. Quel­lo stes­so gior­no, le trup­pe rus­se attra­ver­sa­ro­no il con­fi­ne e fece­ro il loro ingres­so in Crimea. 

Oggi, a die­ci anni di distan­za e dopo la richie­sta uffi­cia­le di ade­sio­ne all’UE, pre­sen­ta­ta dal gover­no ucrai­no il 28 feb­bra­io 2022, dovrem­mo libe­rar­ci di un mind­set anco­ra for­te­men­te colo­nia­le, che ci spin­ge a con­si­de­ra­re l’Ucraina come una “pic­co­la poten­za” che dovreb­be accet­ta­re pas­si­va­men­te le deci­sio­ni del­le “gran­di poten­ze”, pri­ma tra tut­te l’imposizione di una cosid­det­ta “neu­tra­liz­za­zio­ne”. 

Cristina Bianchi
Giu­ri­sta pen­ti­ta che si è con­ver­ti­ta a scien­ze poli­ti­che. Mi inte­res­sa mol­to tro­va­re una con­nes­sio­ne tra attua­li­tà e cine­ma, che per­met­ta alle men­ti crea­ti­ve di viag­gia­re attra­ver­so le epo­che e svi­lup­pa­re un pen­sie­ro critico.
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.
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Giurista pentita che si è convertita a scienze politiche. Mi interessa molto trovare una connessione tra attualità e cinema, che permetta alle menti creative di viaggiare attraverso le epoche e sviluppare un pensiero critico.

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