Speciale europee, Radici. 3 episodi dimenticati

Speciale Europee. Partiti e programmi in UE

In vista delle prossime elezioni europee, che si terranno in Italia tra l’8 e il 9 giugno 2024, la redazione di Vulcano Statale approfondisce la storia, l’apparato istituzionale e il contesto politico dell’Unione Europea.


Il Manifesto di Ventotene, 1941

Anno 1941, Ven­to­te­ne: un’isola nel Tir­re­no, al lar­go del Lazio, sele­zio­na­ta nel 1930 come luo­go di con­fi­no per gli oppo­si­to­ri politici. 

Il regi­me fasci­sta era al pote­re dal 1922. Nel 1925-’26, con il varo del­le cosid­det­te “Leg­gi fasci­stis­si­me”, il pote­re era sta­to accen­tra­to nel­la nuo­va figu­ra del Capo di gover­no e ogni for­ma di dis­sen­so era sta­ta rimos­sa: i par­ti­ti e sin­da­ca­ti anti­fa­sci­sti era­no sta­ti sciol­ti, gli scio­pe­ri vie­ta­ti, le pub­bli­ca­zio­ni cen­su­ra­te, ed era sta­to isti­tui­to un Tri­bu­na­le spe­cia­le per la dife­sa del­lo Stato. 

A partire dal 1939, per iniziativa di Arturo Bocchini, capo della polizia, Ventotene divenne una vera e propria colonia confinaria, destinata alla reclusione di militanti antifascisti di ogni indirizzo politico: 

ita­lia­ni comu­ni­sti, socia­li­sti, anar­chi­ci, mem­bri del grup­po di Giu­sti­zia e Liber­tà (GL) – fon­da­to da Car­lo Ros­sel­li ed Emi­lio Lus­su – ma anche cit­ta­di­ni stra­nie­ri pro­ve­nien­ti dai ter­ri­to­ri occu­pa­ti, pre­va­len­te­men­te in area balcanica. 

Pro­prio a Ven­to­te­ne, gra­zie all’ine­di­ta con­ver­gen­za di intel­let­tua­li e atti­vi­sti poli­ti­ci non­ché alla rea­liz­za­zio­ne, nel cor­so degli anni, di alcu­ne biblio­te­che (anche clan­de­sti­ne), si con­so­li­dò e soprav­vis­se lo spi­ri­to anti­fa­sci­sta, che avreb­be ani­ma­to la clas­se diri­gen­te nel dopoguerra.

E pro­prio a Ven­to­te­ne – ricor­da­ta anche come «l’Università del con­fi­no» – nel 1941, Altie­ro Spi­nel­li (fuo­riu­sci­to dal PCI nel 1937, in quan­to con­tra­rio alle vio­len­ze sta­li­ni­ste) ed Erne­sto Ros­si (mem­bro di GL e tra i fon­da­to­ri del gior­na­le clan­de­sti­no Non mol­la­re!) ela­bo­ra­ro­no Per un’Europa libe­ra e uni­ta. Pro­get­to d’un mani­fe­sto, meglio noto come Mani­fe­sto di Ven­to­te­ne

Tale testo è sta­to ed è con­si­de­ra­to un cru­cia­le pun­to di rife­ri­men­to per l’ideale – mai rea­liz­za­to – di un’Europa federata. 

Si era allora ancora lontani dall’integrazione europea: la guerra sarebbe durata altri 4 anni e solo nel 1950 si sarebbe infine costituito il primo nucleo della futura Unione Europea, la CECA (Comunità economica del Carbone e dell’Acciaio). 

Isti­tui­ta con il Trat­ta­to di Pari­gi del 18 apri­le 1951, la CECA si con­fi­gu­rò qua­le pri­mo pas­so ver­so la rea­liz­za­zio­ne di un’organizzazione sovra­na­zio­na­le: l’iniziale obiet­ti­vo, mera­men­te eco­no­mi­co, di crea­re un mer­ca­to comu­ne per la cir­co­la­zio­ne di car­bo­ne e accia­io e di age­vo­la­re in tal modo la ripre­sa eco­no­mi­ca degli Sta­ti euro­pei, impli­ca­va tut­ta­via anche un supe­ra­men­to dei sospet­ti reci­pro­ci tra gli Sta­ti coin­vol­ti e soprat­tut­to tra Fran­cia e Ger­ma­nia Ove­st. Ad ade­ri­re furo­no anche Ita­lia e Pae­si Bene­lux, cioè Pae­si Bas­si, Bel­gio e Lussemburgo. 

Ma, nono­stan­te le impor­tan­ti impli­ca­zio­ni del­la CECA sul pia­no poli­ti­co e l’inizio di un per­cor­so che nel tem­po avreb­be por­ta­to all’istituzione dell’Unione Euro­pea come oggi la cono­scia­mo, sareb­be fuor­vian­te indi­ca­re nel Mani­fe­sto di Ven­to­te­ne il docu­men­to fon­dan­te del nostro pre­sen­te. Gli obiet­ti­vi pre­fis­sa­ti da Ros­si, Spi­nel­li e dagli altri intel­let­tua­li anti­fa­sci­sti che con­tri­bui­ro­no alla ste­su­ra, tra cui il cura­to­re dell’edizione clan­de­sti­na Euge­nio Color­ni, riman­go­no infat­ti ampia­men­te irrea­liz­za­ti.

Il Manifesto, incentrato sulla necessità di realizzare una federazione tra gli Stati europei, come garanzia per un futuro di pace internazionale, venne diviso in tre parti: 

«La cri­si del­la socie­tà moder­na» e «I com­pi­ti del dopo­guer­ra. L’unità euro­pea» (scrit­te da Spi­nel­li), «I com­pi­ti del dopo­guer­ra. La rifor­ma del­la socie­tà» (scrit­te da Rossi). 

Men­tre l’ultima sezio­ne, qua­si dimen­ti­ca­ta, si con­cen­tra sul­la futu­ra «rivo­lu­zio­ne euro­pea» di carat­te­re socia­li­sta, vol­ta a rea­liz­za­re «l’emancipazione del­le clas­si lavo­ra­tri­ci e la crea­zio­ne per esse di con­di­zio­ni più uma­ne di vita» e rispet­to alla qua­le «un’Euro­pa libe­ra e uni­ta è pre­mes­sa neces­sa­ria», sono soprat­tut­to le pri­me due sezio­ni ad esse­re oggi pun­to di rife­ri­men­to per chi si pone come obiet­ti­vo il supe­ra­men­to del­le ten­den­ze sovra­ni­ste all’interno dell’UE. 

Avvian­do il discor­so a par­ti­re da un’analisi del pro­prio con­te­sto sto­ri­co-poli­ti­co, Ros­si e Spi­nel­li indi­vi­dua­ro­no nell’estremizzazione del «nazio­na­li­smo impe­ria­li­sta» la radi­ce del­le guer­re mondiali: 

L’ideologia dell’indipendenza nazio­na­le è sta­ta un poten­te lie­vi­to di pro­gres­so; ha fat­to supe­ra­re i meschi­ni cam­pa­ni­li­smi in un sen­so di più vasta soli­da­rie­tà con­tro l’oppressione degli stra­nie­ri domi­na­to­ri; ha eli­mi­na­to mol­ti degli inciam­pi che osta­co­la­va­no la cir­co­la­zio­ne degli uomi­ni e del­le mer­ci; ha fat­to esten­de­re, den­tro il ter­ri­to­rio di cia­scun nuo­vo Sta­to, alle popo­la­zio­ni più arre­tra­te, le isti­tu­zio­ni e gli ordi­na­men­ti del­le popo­la­zio­ni più civi­li. Essa por­ta­va però in sé i ger­mi del nazio­na­li­smo impe­ria­li­sta, che la nostra gene­ra­zio­ne ha visto ingi­gan­ti­re fino alla for­ma­zio­ne degli Sta­ti tota­li­ta­ri ed allo sca­te­nar­si del­le guer­re mon­dia­li […] La sovra­ni­tà asso­lu­ta degli Sta­ti nazio­na­li ha por­ta­to alla volon­tà di domi­nio sugli altri e con­si­de­ra suo “spa­zio vita­le” ter­ri­to­ri sem­pre più vasti.

Di qui la proposta di una possibile soluzione per garantire un futuro di pace internazionale: la limitazione della sovranità dei singoli Stati nazione all’interno di una federazione europea, gli «Stati Uniti d’Europa».

Il pro­ble­ma che in pri­mo luo­go va risol­to e fal­len­do il qua­le qual­sia­si altro pro­gres­so non è che appa­ren­za è la defi­ni­ti­va abo­li­zio­ne del­la divi­sio­ne dell’Europa in sta­ti nazio­na­li sovra­ni. Il crol­lo del­la mag­gior par­te degli Sta­ti del con­ti­nen­te sot­to il rul­lo com­pres­so­re tede­sco ha già acco­mu­na­to la sor­te dei popo­li euro­pei, che o tut­ti insie­me sog­gia­ce­ran­no al domi­nio hitle­ria­no, o tut­ti insie­me entre­ran­no, con la cadu­ta di que­sto in una cri­si rivo­lu­zio­na­ria in cui non si tro­ve­ran­no irri­gi­di­ti e distin­ti in soli­de strut­tu­re sta­ta­li. Gli spi­ri­ti sono già ora mol­to meglio dispo­sti che in pas­sa­to ad una rior­ga­niz­za­zio­ne fede­ra­le dell’Europa.

E pro­prio a fron­te dell’aggressività del­la Ger­ma­nia hitle­ria­na, appa­ri­va indi­spen­sa­bi­le la rea­liz­za­zio­ne – anco­ra estre­ma­men­te attua­le nel dibat­ti­to pub­bli­co – di un siste­ma difen­si­vo comune.

Alla pro­va, è appar­so evi­den­te che nes­sun pae­se d’Europa può restar­se­ne da par­te men­tre gli altri si bat­to­no, a nul­la valen­do le dichia­ra­zio­ni di neu­tra­li­tà e di pat­ti di non aggres­sio­ne. È ormai dimo­stra­ta l’inutilità, anzi la dan­no­si­tà di orga­ni­smi, tipo del­la Socie­tà del­le Nazio­ni, che pre­ten­da­no di garan­ti­re un dirit­to inter­na­zio­na­le sen­za una for­za mili­ta­re capa­ce di impor­re le sue deci­sio­ni e rispet­tan­do la sovra­ni­tà asso­lu­ta degli sta­ti par­te­ci­pan­ti […] Inso­lu­bi­li sono diven­ta­ti i mol­te­pli­ci pro­ble­mi che avve­le­na­no la vita inter­na­zio­na­le del con­ti­nen­te […] che tro­ve­reb­be­ro nel­la Fede­ra­zio­ne Euro­pea la più sem­pli­ce soluzione. 

Nell’agosto 1943, ancora una volta per iniziativa di Rossi e Spinelli, venne inoltre fondato il Movimento federalista europeo (MFE): 

tutt’ora atti­vo, il MFE riven­di­ca di ave­re nei decen­ni «con­te­sta­to l’impostazione fun­zio­na­li­sti­ca del­la Comu­ni­tà euro­pea, con­trap­po­nen­do­le la neces­si­tà di pro­ce­de­re alla nasci­ta di una vera uni­tà poli­ti­ca attra­ver­so un pro­ces­so costi­tuen­te […]  Anche oggi è impe­gna­to per rifor­ma­re le isti­tu­zio­ni dell’attuale Unio­ne euro­pea, con l’obiettivo di crea­re un’unione poli­ti­ca di tipo fede­ra­le, con pote­ri di bilan­cio, una dife­sa uni­ca, una poli­ti­ca este­ra, dan­do pote­ri legi­sla­ti­vi ade­gua­ti al Par­la­men­to europeo».

Il MFE deci­se di pren­de­re posi­zio­ne anche negli anni ’50, quan­do all’orizzonte anda­va pro­fi­lan­do­si il pro­get­to, rima­sto incom­piu­to, di costi­tui­re una Comu­ni­tà Euro­pea di Difesa.

La Comunità Europea di Difesa (CED)

Con lo scop­pia­re del­la Guer­ra di Corea nel 1950 – inter­rot­ta con un armi­sti­zio ma sen­za alcu­na pace nel luglio 1953 – anda­va infat­ti pro­fi­lan­do­si il rischio di uno scon­tro aper­to tra USA e URSS: mon­ta­va­no le pre­oc­cu­pa­zio­ni intor­no allo sta­tus del­la Ger­ma­nia, come la Corea divi­sa e assog­get­ta­ta al con­trol­lo con­trap­po­sto del­le due super­po­ten­ze e dun­que poten­zia­le tea­tro di conflitto. 

Lo stes­so Kon­rad Ade­nauer, all’epoca can­cel­lie­re del­la Ger­ma­nia Ove­st, evi­den­ziò allo­ra la neces­si­tà per la Repub­bli­ca Fede­ra­le Tede­sca di meglio pre­si­dia­re i pro­pri con­fi­ni e di isti­tui­re un cor­po di poli­zia fede­ra­le. Gli Sta­ti Uni­ti del Pre­si­den­te Tru­man e la Gran Bre­ta­gna di Chur­chill espres­se­ro il pro­prio favo­re nei con­fron­ti del­la rea­liz­za­zio­ne di un siste­ma difen­si­vo euro­peo: Chur­chill si fece pro­mo­to­re di un pro­get­to vol­to alla rea­liz­za­zio­ne di un vero e pro­prio eser­ci­to comune. 

Si pone­va tut­ta­via il pro­ble­ma del riar­mo tede­sco che, alla luce dell’aggressività dimo­stra­ta dal Reich in occa­sio­ne del­la Pri­ma e del­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le, avvia­te rispet­ti­va­men­te dall’invasione tede­sca del Bel­gio e del­la Polo­nia, era for­te­men­te osteg­gia­to dagli altri Sta­ti euro­pei e soprat­tut­to dal­la Francia.

L’8 settembre 1950, il Presidente Truman approvò il piano one package, volto alla creazione di un’esercito europeo integrato, che avrebbe implicato anche la partecipazione di truppe tedesche, e sottoposto al comando statunitense. 

Ad oppor­si net­ta­men­te al pro­get­to fu però il mini­stro degli Este­ri fran­ce­se Robert Schu­man, non dispo­sto ad accet­ta­re il rischio di un riar­mo del­la Ger­ma­nia. La solu­zio­ne fu allo­ra tro­va­ta dal poli­ti­co fran­ce­se Jean Mon­net, che pro­po­se di vin­co­la­re il riar­mo tede­sco ad un con­trol­lo sovra­na­zio­na­le, su model­lo del­la neo­na­ta CECA: gli eser­ci­ti euro­pei sareb­be­ro sta­ti sot­to­po­sti a isti­tu­zio­ni comu­ni sovra­na­zio­na­li, nel qua­dro di una Comu­ni­tà Euro­pea di Dife­sa

Il pro­get­to, accet­ta­to da Schu­man e dal Pri­mo mini­stro fran­ce­se René Ple­ven, con­fluì dun­que nel cosid­det­to Pia­no Ple­ven, cui ade­ri­ro­no tut­ti i mem­bri del­la CECA con l’eccezione dei Pae­si Bas­si, che rima­se­ro ini­zial­men­te osservatori. 

La suc­ces­si­va Con­fe­ren­za di Pari­gi, con­vo­ca­ta nel gen­na­io 1951, fu tut­ta­via lun­ga e com­ples­sa, ed evi­den­ziò da subi­to la man­can­za di un accor­do tra i prin­ci­pa­li lea­der euro­pei e gli Sta­ti Uni­ti. Fu in quei mesi che i prin­ci­pa­li movi­men­ti fede­ra­li­sti euro­pei fece­ro pres­sio­ne per otte­ne­re il supe­ra­men­to di un model­lo mera­men­te fun­zio­na­li­sta, in dire­zio­ne di una vera e pro­pria fede­ra­zio­ne degli Sta­ti d’Europa e del supe­ra­men­to del prin­ci­pio di sovranità. 

Lo stesso Altiero Spinelli inviò un promemoria all’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, evidenziando l’impossibilità di realizzare la CED senza prima costituire uno Stato federale europeo. 

L’episodio è ricor­da­to anco­ra oggi dal MFE ita­lia­no, come momen­to cru­cia­le del pro­prio atti­vi­smo: De Gaspe­ri infat­ti inter­ven­ne nel cor­so dell’Assemblea Con­sul­ti­va del Con­si­glio d’Europa e dell’incontro tra i 6 mini­stri degli Este­ri coin­vol­ti, riu­scen­do a far inse­ri­re nel­la boz­za del trat­ta­to isti­tu­ti­vo del­la CED la pos­si­bi­li­tà di rea­liz­za­re una Comu­ni­tà poli­ti­ca europea. 

Il Trat­ta­to fina­le par­ve in gra­do di sod­di­sfa­re tut­ti, sia i mem­bri del­la CECA sia USA e Gran Bre­ta­gna. E tut­ta­via era anco­ra neces­sa­ria, per l’entrata in vigo­re, la rati­fi­ca da par­te dei Par­la­men­ti nazio­na­li: tra 1952 e 1954, i Par­la­men­ti di Pae­si Bas­si, Bel­gio, Lus­sem­bur­go e Ger­ma­nia appro­va­ro­no il Trattato. 

Ma nel 1954, la mag­gio­ran­za dei par­ti­ti riu­ni­ti nell’Assem­blée natio­na­le – da gol­li­sti e nazio­na­li­sti a comu­ni­sti, socia­li­sti e repub­bli­ca­ni – espres­se voto con­tra­rio. 

Cad­de così defi­ni­ti­va­men­te il pro­get­to per una Comu­ni­tà Euro­pea di Dife­sa che, dopo l’interruzione del­la Guer­ra di Corea e la mor­te del lea­der sovie­ti­co Josif Sta­lin (5 mar­zo 1953), appa­ri­va del resto meno urgen­te e neces­sa­ria. Con esso fu abban­do­na­ta anche la crea­zio­ne di una Comu­ni­tà poli­ti­ca europea. 

De Gaulle e la crisi della sedia vuota

Quan­do il mini­stro fran­ce­se Schu­man fece nel 1950 la cele­bre dichia­ra­zio­ne (anco­ra oggi ricor­da­ta ogni 9 mag­gio) in cui auspi­ca­va l’integrazione euro­pea per «l’eliminazione del con­tra­sto seco­la­re tra la Fran­cia e la Ger­ma­nia», par­la­va rispet­ti­va­men­te del­la Quar­ta Repub­bli­ca fran­ce­se par­la­men­ta­re e di una Ger­ma­nia Ove­st fede­ra­le, gui­da­ta da Adenauer.

La CECA, una vol­ta entra­ta in vigo­re nel 1952, si dimo­strò effet­ti­va­men­te imper­nia­ta sull’asse fran­co-tede­sco (tal­vol­ta defi­ni­to “rena­no”). Cio­no­no­stan­te, come già evi­den­zia­to, fu di lì a poco pro­prio l’ostilità del Par­la­men­to fran­ce­se (alla cui gui­da era tor­na­to il radi­ca­le Her­riot, dopo la paren­te­si dell’occupazione nazi­sta) a deter­mi­na­re il fal­li­men­to dell’esercito comu­ne (CED).

Nono­stan­te l’idea del­la CED pro­ve­nis­se pro­prio dall’ex-primo mini­stro fran­ce­se Ple­ven e fos­se soste­nu­ta da un suo suc­ces­so­re, il con­ser­va­to­re Laniel, a schie­rar­si con­tro l’esercito comu­ne fu soprat­tut­to dal 1953 la figu­ra di De Gaul­le.

Superata la crisi ed entrata invece in vigore la CEE nel 1958, quello stesso anno De Gaulle divenne premier e poi presidente di una Quinta Repubblica semi-presidenziale: 

in que­ste nuo­ve vesti non solo raf­for­zò i lega­mi con la Ger­ma­nia di Ade­nauer, a disca­pi­to dei ripe­tu­ti ten­ta­ti­vi bri­tan­ni­ci di entra­re nel­la CEE, ma pro­vo­cò una secon­da, più gran­de cri­si.

Nel 1965 infat­ti il pri­mo Pre­si­den­te del­la Com­mis­sio­ne, il cri­stia­no-demo­cra­ti­co tede­sco Hall­stein, otten­ne di rifor­ma­re la Poli­ti­ca Agri­co­la Comu­ne per per­met­te­re alla CEE di man­te­ne­re alcu­ne entra­te fisca­li come risor­se pro­prie, in un’ottica fede­ra­li­sta e sovra­na­zio­na­le. Il Con­si­glio dei Mini­stri (voce dei sin­go­li Pae­si mem­bri, dun­que con­tral­ta­re inter­go­ver­na­ti­vo rispet­to alla Com­mis­sio­ne) ven­ne con­sul­ta­to per ulti­mo, peral­tro nell’anno in cui veni­va meno la neces­si­tà del voto unanime.

De Gaul­le in segno di pro­te­sta riti­rò i mini­stri fran­ce­si dal Con­si­glio, bloc­can­do il pro­ces­so e inne­scan­do la cosid­det­ta cri­si del­la sedia vuo­ta. Le ten­sio­ni si risol­se­ro solo un anno dopo, con il Com­pro­mes­so di Lus­sem­bur­go: la Fran­cia, tor­na­ta a sede­re in Con­si­glio dei Mini­stri, otten­ne una for­te limi­ta­zio­ne del voto a mag­gio­ran­za qua­li­fi­ca­ta, poten­zial­men­te un ritor­no all’una­ni­mi­tà.

Il vero supe­ra­men­to del­la cri­si si ebbe peral­tro con l’uscita di sce­na di De Gaul­le nel 1969: nono­stan­te la rimon­ta gol­li­sta alle par­la­men­ta­ri dell’anno pri­ma in rea­zio­ne al Ses­san­tot­to, il pre­si­den­te si dimi­se per il fal­li­men­to del refe­ren­dum costi­tu­zio­na­le da lui proposto. 

Soprat­tut­to dopo la mor­te di De Gaul­le nel 1970 l’integrazione euro­pea pro­ce­det­te più spe­di­ta. Fra le altre cose, tre anni dopo sarà appro­va­to l’ingresso bri­tan­ni­co nel­la CEE.

Sarebbe pretestuoso ridurre il posizionamento di De Gaulle a un mero euroscetticismo: 

il pre­si­den­te soste­ne­va piut­to­sto un ruo­lo pre­pon­de­ran­te per la Fran­cia all’interno dell’Europa, cui un’integrazione sovra­na­zio­na­le sareb­be sta­ta d’ostacolo. Di fat­to De Gaul­le pre­di­li­ge­va un’Euro­pa del­le patrie, dei popo­li e degli Sta­ti (cita­zio­ne fal­sa­men­te attri­bui­ta­gli, ma con­cet­tual­men­te cal­zan­te), la con­fe­de­ra­zio­ne che sareb­be emer­sa dal tra­va­glia­to per­cor­so del Pia­no Fou­chet.

Il suo atteg­gia­men­to fre­nò cer­ta­men­te l’integrazione euro­pea in un modo oggi defi­ni­bi­le sovra­ni­sta, ma che non impli­ca euro­scet­ti­ci­smo più di quan­to la sua con­te­stua­le usci­ta dai Coman­di Mili­ta­ri Inte­gra­ti del­la NATO non impli­cas­se anti-atlan­ti­smo (si trat­ta­va piut­to­sto di aspi­ra­zio­ne a un rap­por­to più equi­li­bra­to e meno inge­ren­te da par­te degli USA, così come in ambi­to mone­ta­rio).

Già pri­ma del­la cri­si del­la sedia vuo­ta, lo scri­ve­va del resto Bino Oli­vi: «De Gaul­le non si limi­ta a cri­ti­ca­re seve­ra­men­te», ben­sì pro­po­ne un «duum­vi­ra­to fran­co-tede­sco». Una rispo­sta ter­zia­ria al bipo­la­ri­smo evi­den­te anche nel­le posi­zio­ni sul Qué­bec, sul­la Cina, sull’URSS e sul­la Roma­nia

A questo va poi aggiunto che proprio nel 1965 De Gaulle era incalzato dal ballottaggio contro il socialista Mitterrand.

Nel 1969 gli suc­ces­se in real­tà un con­ti­nua­to­re, il suo pri­mo mini­stro Pom­pi­dou, e in gene­ra­le non si può dire che la Fran­cia non abbia più posto osta­co­li a un’ulteriore inte­gra­zio­ne euro­pea: si pen­si al refe­ren­dum sul­la Costi­tu­zio­ne, alla con­ti­nua­ta pole­mi­ca con­tro l’asse rena­no, al ruo­lo auto­no­mo di Macron oggi — pur lon­ta­no da una pro­spet­ti­va gol­li­sta, vol­to più che altro alla con­qui­sta di una lea­der­ship pri­ma­ria nell’UE.

Quel­lo che non man­cò all’ex-generale fu, del resto, uno spic­ca­to nazio­na­li­smo: come ebbe a dire al suo mini­stro Pey­re­fit­te fra il 1964 e il 1965, «le ideo­lo­gie pas­sa­no, i popo­li resta­no» e che la Fran­cia fino a poco tem­po pri­ma «era la pri­ma d’Europa, dun­que del mondo».

Con­di­vi­di:
Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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