Artisti in anonimato, i molti modi di non avere un volto

Artisti in anonimato, i molti modi di non avere un volto

Sta­te pas­seg­gian­do per i padi­glio­ni di Napo­li Comi­con 2024, tra stand di case edi­tri­ci e fir­ma­co­pie, incer­ti se ele­mo­si­na­re una foto a ogni cosplayer che rico­no­sce­te o se dila­pi­da­re i vostri rispar­mi in novi­tà a fumet­ti, gad­get e action figu­re, pur di non pen­sa­re alla dedi­ca di John Romi­ta Jr. che tan­to ago­gna­va­te, ma per la qua­le non vi sie­te acco­da­ti in tem­po. In pie­na sketch ses­sion, davan­ti a una pila di volu­mi di Alter­li­nus, qual­cu­no atti­ra la vostra atten­zio­ne. Cami­cia, far­fal­li­no, guan­ti di raso e dop­pio­pet­to di un bian­co lat­ti­gi­no­so, mal­ce­la­ta pan­cet­ta e testa occul­ta­ta da un casco cir­co­la­re, cro­ma­ti­ca­men­te in tono con il com­ple­to, con due pro­tu­be­ran­ze late­ra­li a mo’ di orec­chiet­te e una chiaz­za nera a descri­ve­re un ampio sorriso.

L’o­spi­te masche­ra­to, che rispon­de al nomi­gno­lo di Wamu, non è un auto­re di gri­do, un deca­no del fumet­to o un esor­dien­te talen­tuo­so che pos­sa giu­sti­fi­ca­re qual­che inte­res­se da par­te del pub­bli­co. Anzi, se gli avven­to­ri voglio­no sape­re di più sul suo con­to, pos­so­no con­sul­ta­re sola­men­te la sua sche­da sul por­ta­le di Comi­con, dove si leg­ge che ha 33 anni ed è «un ver­me venu­to dal­lo spa­zio» che «quan­do mori­rà done­rà il suo cor­po all’I­sti­tu­to etio­pe di musi­co­lo­gia, così che pos­sa esse­re uti­liz­za­to per fab­bri­ca­re feno­me­na­li stru­men­ti eso­te­ri­ci». Dopo un’ul­te­rio­re ricer­ca sui social appren­de­re­te che Wamu van­ta un solo fumet­to bre­ve, pub­bli­ca­to nel­l’an­to­lo­gia col­let­ti­va che ha davan­ti a sé in bel­la mostra e che cer­ca di ven­de­re sfrut­tan­do la pro­pria imma­gi­ne anti­con­ven­zio­na­le.

Dal­l’al­tra par­te del ban­co, pri­ma anco­ra che un fumet­ti­sta, un auto­re (o un’au­tri­ce), vi si sta offren­do un’at­tra­zio­ne. Sareb­be del tut­to fuo­ri luo­go fan­ta­sti­ca­re sul­la sua vera natu­ra, per­ché non c’è nul­la di con­cre­to che risve­gli in voi il desi­de­rio di lace­ra­re quel­la bian­ca super­fi­cie per sco­pri­re qua­le sostan­za nascon­de in pro­fon­di­tà. Il per­so­nag­gio di Wamu non intrat­tie­ne rap­por­ti di alcun tipo con un refe­ren­te nel mon­do rea­le (non sape­te anco­ra nul­la del­la sua pro­du­zio­ne arti­sti­ca), e nem­me­no in quel­lo vir­tua­le (nien­te siti o pro­fi­li social). Non vi tro­va­te di fron­te a un figu­ran­te di Topo­li­no a Disney­land: chie­der­si chi si cela die­tro quel­la testa da alie­no dovreb­be veni­re spontaneo. 

Ma tut­to è costrui­to affin­ché l’in­can­te­si­mo di una situa­zio­ne così lon­ta­na dal­l’e­spe­rien­za comu­ne non deb­ba esse­re spez­za­to, altri­men­ti sareb­be fin trop­po sem­pli­ce accor­ger­si che è pro­prio la masche­ra il vero “pro­dot­to”, e non la mer­ce espo­sta come sug­ge­ri­reb­be il buon senso.

Wamu è insom­ma un arti­sta che non si è limi­ta­to a costrui­re una figu­ra pub­bli­ca occul­tan­do i pro­pri con­no­ta­ti, ma che ha ante­po­sto que­sta fase alla comu­ni­ca­zio­ne del­la pro­pria arte, ren­den­do­la qua­si acces­so­ria. Non ci tro­via­mo di fron­te a una cele­bri­tà che “cela l’ar­ti­sta per sve­la­re l’o­pe­ra”, come direb­be Oscar Wil­de, ma che fa del pro­prio cela­re un’o­pe­ra pra­ti­ca, del valo­re imme­dia­ta­men­te spen­di­bi­le, di intrat­te­ni­men­to. E tut­to que­sto uti­liz­zan­do una sem­pli­ce masche­ra.

Natu­ral­men­te le ragio­ni per cui un per­so­nag­gio noto, o aspi­ran­te tale, può voler man­te­ne­re l’a­no­ni­ma­to sono varie­ga­te e complesse.

Rima­nen­do nel mon­do del fumet­to, val­ga per tut­ti il caso di Paru Ita­ga­ki (crea­tri­ce del man­ga Bea­stars, un suc­ces­so da oltre un milio­ne di copie ven­du­te), che non ha mai esi­ta­to a fir­mar­si con il pro­prio nome e cogno­me, ma allo stes­so tem­po ha fat­to di tut­to per pren­der­ne le distan­ze. L’es­se­re figlia di Kei­su­ke Ita­ga­ki (uno dei più rispet­ta­ti e influen­ti man­ga­ka anco­ra in atti­vi­tà) e l’a­ver esor­di­to gio­va­nis­si­ma sul­la stes­sa rivi­sta del padre han­no sol­le­va­to varie accu­se di nepo­ti­smo, ben pri­ma che Bea­stars rag­giun­ges­se fama e con­sen­si cri­ti­ci. Paru ha volu­to rispon­de­re a tono, costruen­do l’immagine di un’outsider e pre­sen­tan­do­si in pub­bli­co con il capo coper­to da un’e­nor­me masche­ra da pol­lo, anche per riba­di­re la vici­nan­za con i pro­ta­go­ni­sti del suo fumet­to, popo­la­to da ani­ma­li antro­po­mor­fi in una real­tà disto­pi­ca fon­da­ta sul­l’­ho­mo homi­ni lupus di Hob­bes (e Zoo­tro­po­lis), non mol­to distan­te dagli sce­na­ri di com­bat­ti­men­to dei bat­tle sho­nen di papà Keisuke.

Se si può esse­re gelo­si del­la pro­pria pri­va­cy anche quan­do ci si dedi­ca a un’at­ti­vi­tà seden­ta­ria come scri­ve­re e dise­gna­re fumet­ti, figu­ria­mo­ci la sete di ano­ni­ma­to che nutro­no uomi­ni e don­ne da pal­co­sce­ni­co come can­tan­ti, per­so­nag­gi tele­vi­si­vi o performer.

Per molti di loro l’equilibrio tra i piaceri della celebrità e i disagi della sovraesposizione mediatica è un compromesso difficile da accettare.

I Daft Punk han­no sem­pre avu­to un bel rica­ma­re sul­l’o­ri­gi­ne dei loro caschi metal­liz­za­ti. La leg­gen­da vuo­le che alle ore 9:09 del 9 set­tem­bre 1999, nel­lo stu­dio di regi­stra­zio­ne di Tho­mas Ban­gal­ter e Guy-Manuel de Homem-Chri­sto, un virus infor­ma­ti­co abbia tra­sfor­ma­to i cam­pio­na­to­ri e dj pari­gi­ni in due robot dal­l’in­tel­li­gen­za superiore.

Come ogni mito fon­da­ti­vo che si rispet­ti, anche que­sto rac­con­to comu­ni­ca meglio di qua­lun­que mani­fe­sto le moti­va­zio­ni arti­sti­che a soste­gno del pro­get­to: la ricer­ca di un sound desi­gn postu­ma­no che tra­scen­da la sto­ria del­la musi­ca, e che diven­ti bal­la­bi­le alla por­ta­ta di tut­ti. E per chi sa leg­ge­re tra le righe è sicu­ra­men­te più affa­sci­nan­te di un ser­mo­ne sul­l’im­por­tan­za del­l’a­no­ni­ma­to nel­la socie­tà del­lo spet­ta­co­lo, dove il pro­ver­bia­le quar­to d’o­ra di noto­rie­tà può dare alla testa a chiun­que. Ma natu­ral­men­te c’en­tra­va anche que­sto, la volon­tà dei due musi­ci­sti di non far­si rico­no­sce­re nel­la vita quo­ti­dia­na, quan­do era­no sem­pli­ce­men­te Tho­mas e Guy-Man.

Da quel 9 set­tem­bre 1999, l’in­du­stria disco­gra­fi­ca è cam­bia­ta per sem­pre, per­lo­me­no nei suoi costu­mi. Caschi, masche­re, look più o meno appa­ri­scen­ti per adul­te­ra­re le pro­prie fat­tez­ze sono entra­ti a far par­te del­l’out­fit media­ti­co di un nume­ro sem­pre più nutri­to di arti­sti. La pop­star Sia Fur­ler, ad esem­pio, che fino al 2014 ha sem­pre nasco­sto il vol­to sul pal­co e nei video­clip, pri­ma con buste di pla­sti­ca, poi con una par­ruc­ca bion­do pla­ti­no a caschet­to lun­ga fin sot­to il naso. Oppu­re il dj Marsh­mel­lo, che deve il pro­prio nome al casco bian­co cilin­dri­co a for­ma di dol­cet­to zuc­che­ro­so con occhi e boc­ca stam­pa­ti sopra in un lan­gui­do sor­ri­so acchiappa-audience.

Per entram­bi gli arti­sti, i bagni di fol­la ai con­cer­ti e l’in­va­den­za del­la coper­tu­ra gior­na­li­sti­ca non sono mai sta­ti un com­pro­mes­so accet­ta­bi­le di fron­te ai bene­fit del suc­ces­so. D’al­tro can­to, segui­re uno sti­le di vita anti-spet­ta­co­la­re è sta­to il pri­mo pas­so per strin­ge­re un rap­por­to schiet­to e genui­no con il loro pub­bli­co — ed è un para­dos­so che ci sia­no riu­sci­ti occul­tan­do la loro iden­ti­tà. Logi­ca­men­te, entram­bi han­no ini­zia­to a mostrar­si quan­do la fama era con­so­li­da­ta e qua­si agli sgoccioli.

«Sen­ti­vo che Chan­de­lier era una gran­de can­zo­ne pop», dichia­rò Sia a pro­po­si­to del video­clip in cui rive­lò al mon­do la pro­pria fac­cia, «ma non era­va­mo sicu­ri di cosa sareb­be suc­ces­so se non fos­si sta­ta dispo­sta a mostrar­mi, a fare pro­mo­zio­ne e ad anda­re in tour­née e a con­ti­nua­re con la nostra stra­te­gia tra­di­zio­na­le. Quin­di non ave­vo aspet­ta­ti­ve. Per que­sto ho potu­to cor­re­re un gran­de rischio, il rischio di fal­li­re come arti­sta soli­sta, per­ché sta­vo già gua­da­gnan­do bene scri­ven­do can­zo­ni per altre popstar.»

A non aver mai sen­ti­to il biso­gno di usci­re allo sco­per­to sono inve­ce i Resi­den­ts, tra i pro­get­ti musi­ca­li più radi­ca­li e inef­fa­bi­li del­la sto­ria del rock. Cali­for­nia­ni, nati nei pri­mi anni Set­tan­ta e tut­to­ra in atti­vi­tà, han­no sem­pre suo­na­to in pub­bli­co indos­san­do cilin­dro, frac e una masche­ra grot­te­sca (quel­la che li ha resi cele­bri è un gigan­te­sco bul­bo ocu­la­re), sen­za che tra­pe­las­se­ro indi­zi sul­le loro rea­li iden­ti­tà. La bio­gra­fia del­la band pre­scin­de così da quel­la di cia­scun com­po­nen­te igno­to. È anche pos­si­bi­le che sot­to quei costu­mi da vau­de­vil­le degli orro­ri si sia­no alter­na­ti musi­ci­sti diver­si nel cor­so dei decen­ni, por­tan­do alle estre­me con­se­guen­ze una filo­so­fia anti-divi­sti­ca che non pre­ve­de sol­tan­to di “cela­re l’ar­ti­sta per sve­la­re l’o­pe­ra”, ma anche di fare del pro­prio cor­po un signi­fi­can­te astrat­to, una mario­net­ta sen­za fili che iro­niz­za sul­la per­di­ta di mate­ria­li­tà e per­va­si­vi­tà del­la musi­ca rock nel­l’e­po­ca del­la mas­si­fi­ca­zio­ne dei con­su­mi e del­l’in­du­stria discografica.

Non tutti i “cantanti senza volto” hanno costruito le fondamenta della propria immagine sul mistero della loro assenza perpetua. 

Gli stes­si Daft Punk comin­cia­ro­no a esi­bir­si nor­mal­men­te negli anni Novan­ta, per poi adot­ta­re masche­re occa­sio­na­li e solo in un secon­do momen­to elmet­ti robo­ti­ci ad hoc. Di con­se­guen­za Inter­net stra­ri­pa di foto­gra­fie di Tho­mas e Guy-Man nel pie­no del­la loro gio­vi­nez­za, tra un dj set e l’al­tro, sug­ge­ren­do anche visi­va­men­te la net­ta cesu­ra tra i pri­mi lavo­ri e la svol­ta robotica.

Lo stes­so si può dire degli Sli­p­k­not, grup­po sta­tu­ni­ten­se hea­vy metal atti­vo dal 1995, che ai con­cer­ti indos­sa divi­se nume­ra­te e masche­re da clo­wn sfi­gu­ra­te, ripren­den­do un affla­to di sati­ra socia­le à la Resi­den­ts al mer­ci­fi­can­te siste­ma disco­gra­fi­co con­tem­po­ra­neo. In tut­te le altre cir­co­stan­ze, inve­ce, i musi­ci­sti coin­vol­ti nel pro­get­to, una ven­ti­na in tut­to, non si sono mai fat­ti pro­ble­mi a mostrar­si in bor­ghe­se. Riguar­do all’u­so del­le masche­re, la voce soli­sta del grup­po Corey Tay­lor ebbe a dire che «è il nostro modo di diven­ta­re più inti­mi con la musi­ca. È un modo per diven­ta­re incon­sa­pe­vo­li di chi sia­mo e di cosa fac­cia­mo al di fuo­ri del­la musi­ca. […] in un cer­to sen­so è qua­si come indos­sa­re la musi­ca».

«Quan­do si indos­sa una masche­ra ci si sen­te più libe­ri e pro­tet­ti, e quin­di si ten­de a sve­la­re mol­to di più del­la pro­pria per­so­na­li­tà», dichia­rò sul­la stes­sa fal­sa­ri­ga Myss Keta nel 2018. Il suo camuf­fa­men­to mini­ma­le, occhia­li da sole e masche­ri­na, le con­sen­te di nascon­de­re la sua iden­ti­tà anche die­tro le quin­te con i col­le­ghi e i pro­dut­to­ri, irro­bu­sten­do l’i­dea di una cele­bri­tà che si è fat­ta da sola sen­za scor­cia­to­ie. Caval­ca l’a­no­ni­ma­to per poter dire di tut­to, per poter “esse­re tut­ti”, ma si rivol­ge chia­ra­men­te a un’é­li­te cul­tu­ra­le. La sua poe­ti­ca è ico­no­cla­sta, la sua imma­gi­ne riman­da a un tem­po e a un luo­go ben pre­ci­si: luci e ombre del­la “Mila­no da bere” degli anni Ottan­ta, un pas­sa­to (miti­co?) a cui è leci­to guar­da­re con nostalgia.

Quan­do non si ha una bio­gra­fia pub­bli­ca con cui fare i con­ti, ogni descri­zio­ne, dichia­ra­zio­ne d’in­ten­ti o auto­de­fi­ni­zio­ne è una men­zo­gna a fin di bene, ogni det­ta­glio “inti­mo” è poten­zia­le autofiction.

Il docu­film ani­ma­to Il segre­to di Libe­ra­to, usci­to lo scor­so mag­gio, non ha aggiun­to qua­si nul­la a ciò che si sape­va del can­tau­to­re napo­le­ta­no, ma ha spin­to mol­ti appas­sio­na­ti a fare qual­che ricer­ca. Mol­ti si sono inter­ro­ga­ti sul­la figu­ra di una ex fidan­za­ta di Libe­ra­to, Lucia Pal­la­di­no, com­pa­gna di clas­se con la pas­sio­ne dei man­ga. Mor­bo­sa­men­te, su Goo­gle le paro­le “lucia pal­la­di­no”, asso­cia­te a “man­ga” e “tokyo”, sono diven­ta­te tra le più ricer­ca­te del perio­do, e diver­si uten­ti sem­bra­va­no per­fi­no aver indi­vi­dua­to la gio­va­ne nel pro­fi­lo di Mir­ka Andol­fo, fumet­ti­sta napo­le­ta­na mol­to nota in Giap­po­ne e negli Sta­ti Uni­ti per il suo trat­to orientaleggiante.

Voler smascherare a tutti i costi le star che hanno scelto di rimanere nell’ombra è il lato oscuro di questo fenomeno.

Anche quan­do la loro reto­ri­ca è anti-divi­sti­ca e anti-siste­ma, i riman­di impli­ci­ti alla vita pri­va­ta, a ciò che non è visi­bi­le o rin­trac­cia­bi­le, gene­ra­no spes­so curio­si­tà e feti­ci­smo per­ver­so in una cer­ta fet­ta di fandom. 

E se lo sco­po è resti­tui­re valo­re all’ar­te ridi­men­sio­nan­do l’ar­ti­sta, il risul­ta­to può esse­re uno scial­bo “per­so­nag­gi­smo di ritor­no”, tipi­co di illu­stri sco­no­sciu­ti sul via­le del tra­mon­to che ten­ta­no di risol­le­var­si stuz­zi­can­do lo zoc­co­lo duro del­l’au­dien­ce, tra­mi­te indi­zi sul­la loro rea­le iden­ti­tà o veri e pro­pri face reveal. Si è già par­la­to rapi­da­men­te del “coming out” di Sia, ma sono soprat­tut­to i con­tent crea­tor onli­ne a ripro­dur­re que­sta dinamica.

Una rispo­sta iro­ni­ca è arri­va­ta da You­Tu­ber con oltre 10 milio­ni di iscrit­ti come Belu­gaHow­To­Ba­sic, che han­no dis­sa­cra­to il con­cet­to di face reveal nei loro video dedi­ca­ti. Non è un caso che si trat­ti di alcu­ni dei più visua­liz­za­ti dei rispet­ti­vi cana­li, a ricon­fer­ma di quan­to sia impor­tan­te per alcu­ni fan rico­no­sce­re anche nei vol­ti dei loro benia­mi­ni un’im­ma­gi­ne affi­ne al loro modo di esse­re. O ritro­var­ci sem­pli­ce­men­te un difet­to, come un bru­fo­lo sul naso o una man­di­bo­la un po’ sporgente.

Ano­ni­ma­to come for­ma di dife­sa, ano­ni­ma­to come ele­men­to spet­ta­co­la­re, ano­ni­ma­to per liber­tà di cri­ti­ca… ma esi­ste anche l’a­no­ni­ma­to per neces­si­tà. Basta fare un giro nei cata­lo­ghi di arte con­tem­po­ra­nea per ren­der­si con­to che del­la vita degli street arti­st più famo­si si cono­sce dav­ve­ro poco o nul­la. Bank­sy, Feli­pe Car­deña, Inva­der, Escif, Dede, gli ita­lia­ni Jorit e Blu. Se voglio­no con­ti­nua­re a pit­tu­ra­re muri e stra­de anche dove ciò non è per­mes­so, mol­to banal­men­te, non devo­no far­si bec­ca­re. La loro vita si dipa­na tra segre­tez­za, sol­di, fama, ille­ga­li­tà e pre­sun­ti disve­la­men­ti d’i­den­ti­tà (“Sma­sche­ra­to Bank­sy!”, tito­la­va il Dai­ly Mail nel 2008), segui­ti da altret­tan­to ricor­ren­ti smentite.

Un caso tut­to par­ti­co­la­re è poi quel­lo degli pseu­do­ni­mi, masche­re nomi­na­li die­tro cui si cela un pez­zo di veri­tà che non ha più a che fare con la gene­ti­ca, ma con l’i­den­ti­tà civi­le del­la persona-artista.

Impos­si­bi­le non men­zio­na­re Ele­na Fer­ran­te, un nome e un cogno­me del tut­to pri­vi di rile­van­za, per­ché pri­vi di un cor­po, ma che pro­prio per que­sto occul­ta­no i rife­ri­men­ti all’e­go del­la vera autri­ce (o del vero auto­re) mol­to più elo­quen­te­men­te di un bana­le nomi­gno­lo. Ele­na è anche il nome del­la pro­ta­go­ni­sta e voce nar­ran­te de L’a­mi­ca genia­le, che in que­st’ot­ti­ca si con­fi­gu­ra come l’au­to­bio­gra­fia di una don­na fan­ta­sma, una masto­don­ti­ca ope­ra di occul­ta­men­to che, non a caso, par­la del rap­por­to con una ragaz­za che per­so­ni­fi­ca l’al­tro da sé, inafferrabile.

Con oltre tren­t’an­ni di car­rie­ra alle spal­le e più di die­ci milio­ni di copie ven­du­te in tut­to il mon­do, è signi­fi­ca­ti­vo che Fer­ran­te non abbia mai cedu­to alle lusin­ghe di un sur­plus di noto­rie­tà che potreb­be por­tar­le in que­sto momen­to un “face reveal”. Lo stes­so non si può dire di un’al­tra scrit­tri­ce ita­lia­na di suc­ces­so, Erin Doom, che dopo esse­re rima­sta nel­l’a­no­ni­ma­to per più di tre anni ha rive­la­to la pro­pria iden­ti­tà nel mag­gio 2023, in una pun­ta­ta del talk show in pri­ma sera­ta Che tem­po che fa.

Due model­li d’im­ma­gi­ne, dun­que (quel­lo di Fer­ran­te e quel­lo di Doom), che pur anti­te­ti­ci nel­la loro coe­ren­za, riba­di­sco­no un assun­to fon­da­men­ta­le del­l’a­no­ni­ma­to nel mon­do del­le cele­bri­tà: chi vuo­le diven­ta­re o rima­ne­re uno sco­no­sciu­to illu­stre deve pro­dur­re ope­re che si fac­cia­no cono­sce­re e par­li­no pri­ma di tut­to per lui o per lei.

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