Sulla comunicazione di Kamala Harris ce la stiamo raccontando

«Cer­ti toni vio­len­ti del­la sini­stra rischia­no di arma­re i debo­li di men­te»: così si espri­me­va su Insta­gram il mini­stro Mat­teo Sal­vi­ni, all’indomani dell’attentato a Donald Trump del 13 luglio scor­so (ana­lo­ga­men­te ad altri lea­der di destra).

Dopo il pre­sun­to secon­do atten­ta­to del 15 set­tem­bre, Trump ha incol­pa­to la «reto­ri­ca» e il «lin­guag­gio pro­vo­ca­to­rio» dei Demo­cra­ti­ci. Stan­ti l’ingiustificabilità di un omi­ci­dio poli­ti­co e il non chia­ro inqua­dra­men­to ideo­lo­gi­co dei due atten­ta­to­ri, diver­se voci (come i gior­na­li­sti Clau­dia Fusa­niAles­san­dro Luna o il depu­ta­to Abou­ba­kar Sou­ma­ho­ro) han­no soste­nu­to inve­ce che l’inquinamento del dibat­ti­to pub­bli­co, la deni­gra­zio­ne dell’avversario e l’involuzione vio­len­ta del­la reto­ri­ca poli­ti­ca vada­no impu­ta­te soprat­tut­to alla destra — non sem­pre spe­ci­fi­can­do se ci si rife­ri­sca a una “destra glo­ba­le” o a Trump nel­lo specifico.

Nel secon­do caso, è dif­fi­ci­le nega­re le respon­sa­bi­li­tà dei trum­pia­ni; tut­ta­via, fra il regi­stra­re que­sta asim­me­tria e il dipin­ge­re un qua­dro mani­cheo (con i Repub­bli­ca­ni ridot­ti a novel­lo asse del Male e i Demo­cra­ti­ci “sen­za mac­chia”), il sal­to logi­co non è da poco.

D’altronde, se di un Pae­se come gli Sta­ti Uni­ti si par­la addi­rit­tu­ra come sull’orlo di una guer­ra civi­le (tiran­do in gio­co anche Civil War, l’ultimo film di Alex Gar­land), è plau­si­bi­le che entram­bi gli schie­ra­men­ti abbia­no avu­to un ruo­lo in que­sta pola­riz­za­zio­ne, pur con le asim­me­trie di cui sopra.

Men­tre nel 2020 Biden vin­se pre­sen­tan­do­si come un pater patriae uni­fi­ca­to­re e non divi­so­re (una ver­sio­ne meno pro­sai­ca del nostro «non­no al ser­vi­zio del­le isti­tu­zio­ni», raf­for­za­ta dal pas­so indie­tro del 21 luglio in favo­re di Kama­la Har­ris), quan­to sono distan­ti oggi gli sti­li comu­ni­ca­ti­vi del Pre­si­den­te e del­la sua vice, fra di loro e rispet­to a quel­lo di Trump?

Kamala Harris

In pri­mo luo­go, occor­re ana­liz­za­re la reto­ri­ca dell’ultimo Biden: spe­cial­men­te dopo il dibat­ti­to di giu­gno, men­tre la popo­la­ri­tà del Pre­si­den­te uscen­te era in calo, i suoi toni e quel­li del suo comi­ta­to sono sem­bra­ti incat­ti­vi­ti, indi­spo­nen­ti, trum­pia­ni a diver­si osser­va­to­ri – fra cui Fran­ce­sco Costa, che non può cer­to esse­re tac­cia­to di pre­giu­di­zio anti-bideniano. 

Anche dopo il riti­ro dal­la cor­sa, Biden ha pro­se­gui­to su que­sta linea, mutuan­do uno dei più noti mar­chi di fab­bri­ca di Trump (l’invenzione di nomi­gno­li smi­nuen­ti) e rivol­tan­do­glie­lo con­tro, con un poco inge­gno­so Donald Dump.

Di fron­te a que­sta evo­lu­zio­ne, è sta­to qua­si ine­vi­ta­bi­le riscon­tra­re un cam­bio di pas­so nel­la comu­ni­ca­zio­ne del comi­ta­to Har­ris: meno cau­sti­ca, bel­li­co­sa, ansio­ge­na; più alle­gra, pro­po­si­ti­va, rivol­ta al futu­ro. Lo spar­tiac­que, anco­ra più del dibat­ti­to di giu­gno, sem­bra esse­re sta­to l’attentato a Trump del mese suc­ces­si­vo, alla luce del qua­le cer­te dichia­ra­zio­ni di Biden qua­si mar­zia­li (come l’indi­ca­zio­ne di met­te­re il suo riva­le «nel miri­no») ave­va­no assun­to tin­te deci­sa­men­te fosche.

L’emblema del­la tra­sfor­ma­zio­ne comu­ni­ca­ti­va da Joe Biden a Kama­la Har­ris è sta­to iden­ti­fi­ca­to soprat­tut­to nell’utilizzo del ter­mi­ne weird (“biz­zar­ro, stram­bo”) per descri­ve­re i Repub­bli­ca­ni: que­sta stra­te­gia (di cer­to effi­ca­ce nel­lo smi­nui­re, stuz­zi­ca­re e in par­te scon­cer­ta­re i riva­li) è sta­ta descrit­ta come mol­to meno astio­sa e peri­co­lo­sa rispet­to a quel­la bide­nia­na. È inne­ga­bi­le che si trat­ti di un attac­co con­tro l’avversario diver­so da quel­lo di chi, come Nan­cy Pelo­si, vede­va in lui una minac­cia esi­sten­zia­le da fer­ma­re a tut­ti i costi. Tut­ta­via, sem­bra­no esse­re pas­sa­ti sot­to­trac­cia due impor­tan­ti caveat.

La retorica weird

In pri­mo luo­go, la reto­ri­ca sui Repub­bli­ca­ni weird pre­e­si­ste al comi­ta­to Har­ris: per quan­to l’invenzione dell’espressione ven­ga attri­bui­ta al can­di­da­to vice Tim Walz e sia sta­ta Har­ris a enfa­tiz­zar­la oltre­mo­do, era già pre­sen­te in nuce nel­la comu­ni­ca­zio­ne di Biden. 

Il comi­ta­to Biden (così come la sfi­dan­te Nik­ki Haley duran­te le pri­ma­rie repub­bli­ca­ne) già da ini­zio anno accu­sa­va Trump di esse­re poco luci­do men­tal­men­te, in modo spe­cu­la­re a quan­to quest’ultimo fa da anni par­lan­do di Slee­py Joe: cer­ta­men­te le défail­lan­ce del Pre­si­den­te era­no ben più evi­den­ti di quel­le del riva­le, per­ciò le illa­zio­ni sull’acume di Trump han­no attec­chi­to dav­ve­ro sol­tan­to quan­do que­sti si è dovu­to con­fron­ta­re con la più gio­va­ne Har­ris, come evi­den­zia­to recen­te­men­te da Ceci­lia Sala. Eppu­re non sono nuo­ve né que­ste cri­ti­che, né le loro modalità. 

L’anno scor­so, infat­ti, su Vul­ca­no Sta­ta­le rico­strui­va­mo come i cir­cui­ti media­ti­ci repub­bli­ca­ni abbia­no siste­ma­ti­ca­men­te mani­po­la­to, rita­glia­to e volu­ta­men­te equi­vo­ca­to mol­ti fil­ma­ti di Biden (pri­ma del­la suc­ces­si­va e con­cre­ta débâ­cle), al fine di tra­sfor­ma­re le sue dichia­ra­zio­ni in fra­si sen­za sen­so. La stes­sa cosa è sta­ta fat­ta dal­lo schie­ra­men­to oppo­sto: non solo da par­te di pri­va­ti oppo­si­to­ri di Trump come lo you­tu­ber Vic Ber­ger, ma del­lo stes­so Par­ti­to Demo­cra­ti­co. A insi­ste­re sull’anzianità di Trump sono sta­ti anche lo stra­te­ga dei Dem Keith EdwardsNow This, una piat­ta­for­ma già soste­ni­tri­ce di Ber­nie San­ders che in pas­sa­to ha rilan­cia­to fake news.

È qui che l’accusa di seni­li­tà incon­tra l’anticipazione del­la futu­ra reto­ri­ca sugli weird: in mol­ti casi, la sup­po­sta poca luci­di­tà di Trump è sta­ta asso­cia­ta a un sot­to­te­sto spes­so bislac­co ed ero­ti­co. La spe­ci­fi­ca stra­te­gia, peral­tro, è iden­ti­ca a quel­la usa­ta da Trump con­tro Biden: ripren­de­re un fil­ma­to in cui il lea­der poli­ti­co inter­pre­ta iro­ni­ca­men­te il suo avver­sa­rio, decon­te­stua­liz­zan­do­ne le paro­le al pun­to che l’ironia non sia più evidente.

Sleepy Joe. La costruzione di un mito

Così Ber­ger tra­sfor­ma il «plea­se, plea­se, plea­se» di Trump (la sua inter­pre­ta­zio­ne di un Biden suc­cu­be di Madu­ro) in una biz­zar­ra allu­sio­ne ses­sua­le. E sul­la stes­sa fal­sa­ri­ga, un seg­men­to in cui l’ex-Presidente imper­so­na­va un’atleta cisgen­der (con fine discri­mi­na­to­rio) è sta­to tra­sfor­ma­to in un’altra sce­net­ta osée, pro­prio a ope­ra degli account uffi­cia­li dei Dem (peral­tro ripe­tu­ta­men­te: pri­ma a giu­gno e poi a luglio, evi­den­te­men­te a cor­to di idee). La Mei­das Touch, deri­va­zio­ne di un omo­ni­mo comi­ta­to filo-demo­cra­ti­co del 2020, ha remi­xa­to il video ad ago­sto, asso­cian­do­lo ormai espli­ci­ta­men­te alla reto­ri­ca sugli weird (il fil rou­ge, insom­ma, è chiaro). 

Ana­lo­ga­men­te, una locu­zio­ne ine­ren­te al golf («ten stro­kes asi­de») pro­nun­cia­ta da Trump in Flo­ri­da quat­tro gior­ni pri­ma dell’attentato in Penn­syl­va­nia è sta­ta distor­ta in un’avan­ce nei con­fron­ti di Biden, ricon­te­stua­liz­za­ta come se fos­se sta­ta pro­nun­cia­ta pro­prio il gior­no dell’attentato (in que­sto caso però i Dem non c’entrano: il video è sta­to dif­fu­so da @repostfypcentral, una pagi­na Insta­gram che pub­bli­ca e ricon­di­vi­de meme).

La trumpizzazione di Kamala Harris

Il secon­do caveat, intui­bi­le corol­la­rio del pri­mo, è che se la reto­ri­ca di Kama­la Har­ris sugli weird discen­de dal­la comu­ni­ca­zio­ne di Biden (e in par­ti­co­la­re dell’ultimo Biden, quel­lo incat­ti­vi­to poi­ché anna­span­te), allo­ra anche la nuo­va can­di­da­ta Dem ha dei pun­ti di con­tat­to con le stra­te­gie media­ti­che trum­pia­ne

Innan­zi­tut­to la stes­sa insi­sten­za sui Repub­bli­ca­ni come weird, ancor­ché meno “esi­sten­zia­le”, risul­ta altret­tan­to pola­riz­zan­te e divi­si­va e, for­se, anche meno cor­ret­ta e “spor­ti­va” rispet­to alla reto­ri­ca pre­ce­den­te (che quan­to­me­no attac­ca­va gli avver­sa­ri da una pro­spet­ti­va poli­ti­ca e non per­so­na­le, ad homi­nem). Resta però un inter­ro­ga­ti­vo: chi vie­ne defi­ni­to “stram­bo”? Solo Trump? J.D. Van­ce? I poli­ti­ci repub­bli­ca­ni, i fun­zio­na­ri di par­ti­to, gli atti­vi­sti, gli elet­to­ri, i meri simpatizzanti? 

Nel momen­to in cui qua­si metà dei cit­ta­di­ni votan­ti vie­ne defi­ni­ta col­let­ti­va­men­te weird, il rischio è quel­lo dell’ostracismo e del­la demo­niz­za­zio­ne dell’altro, che rin­sal­da la con­trap­po­si­zio­ne in due schie­ra­men­ti: sen­za abu­sa­re del con­cet­to di cac­cia alle stre­ghe, que­sta comu­ni­ca­zio­ne sdo­ga­na un lin­guag­gio esclu­den­te e mar­gi­na­liz­zan­te. Appe­na dopo la sua can­di­da­tu­ra a vice, Walz dice­va «[…] lo per­ce­pi­te. Que­sti tizi sono cree­py e sì, pro­prio weird». È dun­que lo stes­so conia­to­re del­la locu­zio­ne ad asso­cia­re il ter­mi­ne a cree­py o peg­gio al deni­gra­to­rio creep (gene­ral­men­te rife­ri­to a una per­so­na inquie­tan­te, eccen­tri­ca e reietta). 

La sopra­ci­ta­ta Sala descri­ve la stra­te­gia di Har­ris duran­te il dibat­ti­to come meno demo­niz­zan­te rispet­to a quel­la di Biden, ma pur sem­pre vol­ta a deri­de­re Trump, a «sfot­ter­lo». Inol­tre, a pre­scin­de­re che si trat­ti o meno di weird­ness, i Demo­cra­ti­ci non sono esen­ti dall’uso di tec­ni­che dive­nu­te ormai ste­reo­ti­pi­ca­men­te trum­pia­ne, come la disin­for­ma­zio­ne: è anco­ra Walz (in una pre­sta­zio­ne da «attack dog» più che da pacio­so coach, secon­do Varie­ty) a gio­ca­re sul­la fake news secon­do cui il suo riva­le J.D. Van­ce avreb­be ammes­so epi­so­di autoe­ro­ti­ci con­cer­nen­ti un diva­no; si trat­ta di un tema da cui il poli­ti­co non si è distri­ca­to con gran­de capa­ci­tà, ma che rap­pre­sen­ta in ogni caso una fal­sa accu­sa, peral­tro piut­to­sto inti­ma e infa­man­te (para­go­na­bi­le al repo­st di Trump di un’insinuazione ses­sua­le su Kama­la Har­ris e Hil­la­ry Clinton).

Kamala Harris

La CNN ha con­dot­to un siste­ma­ti­co fact-chec­king sui Demo­cra­ti­ci. A un livel­lo infe­rio­re (riguar­dan­te pri­va­ti cit­ta­di­ni e sim­pa­tiz­zan­ti demo­cra­ti­ci, non per que­sto meno rile­van­te), a luglio sono fio­ri­te le teo­rie del com­plot­to anche da sini­stra sull’attentato a Trump. È arri­va­ta fino alla CNN l’imma­gi­ne modi­fi­ca­ta di un Trump ingras­sa­to. È tor­na­to a cir­co­la­re un altro foto­mon­tag­gio imbrut­ti­to dell’ex-Presidente, in giro in real­tà da set­te anni. È sta­to con­fe­zio­na­to un fin­to tweet che col­le­ga­va Elon Musk all’ex-deputato Geor­ge San­tos, con un sot­to­te­sto omo-transfobico.

Non solo fal­si­tà: sono di “matri­ce trum­pia­na” anche i mon­tag­gi di un Trump-gal­li­na in quan­to vigliac­co, a ope­ra degli account uffi­cia­li di Har­ris e di Mei­das Touch; è trum­pia­no para­go­na­re Van­ce all’alieno di Star Wars Chew­bac­ca; lo è la pre­sa in giro dell’orecchio feri­to di Trump; lo è il meme che deri­de Ken­ne­dy Jr. per la tigna di cui ave­va sof­fer­to, con un for­mat che isti­tui­sce un lega­me fra Walz e l’allora Vice­pre­si­den­te Biden nei meme del 2016 (lo stes­so auto­re ha peral­tro spac­cia­to come vero un altro foto­mon­tag­gio di Trump, cir­co­lan­te dal 2020). 

Trum­pia­na è la tec­ni­ca del trol­ling: conia­ta per descri­ve­re com­men­ti pro­vo­ca­to­ri e volu­ta­men­te indi­gnan­ti su Inter­net (il cosid­det­to rage­bai­ting), la locu­zio­ne è sta­ta noto­ria­men­te asso­cia­ta a Trump (o ai cosid­det­ti troll rus­si, anche in Ita­lia). Oggi inve­ce vie­ne usa­ta con sem­pre mag­gior disin­vol­tu­ra per descri­ve­re pro­prio le pro­vo­ca­zio­ni di Har­ris, non­ché la sua stra­te­gia al dibat­ti­to del 10 set­tem­bre (come già la stra­te­gia di Biden).

Trum­pia­no è poi l’atteggiamento eva­si­vo se non arro­gan­te nei con­fron­ti di con­te­sta­to­rigior­na­li­sti (anche al dibat­ti­to di set­tem­bre), atteg­gia­men­to peral­tro mutua­to pro­prio da Biden: il Pre­si­den­te non solo ha recen­te­men­te det­to a un repor­ter «Devi sta­re zit­to», ma istrui­va la stam­pa su come scri­ve­re bene di lui, e da tem­po capi­ta che evi­ti le doman­de dei giornalisti.

Trum­pia­ne e soprat­tut­to melo­nia­ne sono quel­le che in Ita­lia abbia­mo pre­so a chia­ma­re “fac­cet­te”, le espres­sio­ni mute con cui Har­ris ha aggi­ra­to lo spe­gni­men­to del micro­fo­no men­tre par­la­va Trump al dibat­ti­to (di fat­to, ciò che Biden recri­mi­na­va a Trump dopo il vis-à-vis di giu­gno), defi­nen­do anche fra i den­ti l’avversario un «mother­fuc­ker».

Del resto qual­che voce auto­re­vo­le che fa nota­re tut­to que­sto c’è: duran­te la con­ven­tion demo­cra­ti­ca di ago­sto, Pete But­ti­gieg (Segre­ta­rio ai Tra­spor­ti) ha cri­ti­ca­to chi dipin­ge l’avversario come nemi­co (ma par­la­va dei Repub­bli­ca­ni). Barack Oba­ma ha tenu­to un discor­so seve­ro sull’apertura al dis­sen­so, con­tro la comu­ni­ca­zio­ne urla­ta, con­tro la demo­niz­za­zio­ne dei riva­li (remi­ni­scen­te del­le paro­le di Michel­le Oba­ma alla con­ven­tion del 2016, «quan­do loro si abbas­sa­no, noi saliamo»).

Eppu­re l’ex-Presidente ha tenu­to ugual­men­te a cita­re l’ossessione di Trump per le dimen­sio­ni dei comi­zi (ritor­na­ta nel dibat­ti­to di set­tem­bre), allu­den­do ai suoi orga­ni geni­ta­li – allu­sio­ne lamen­ta­ta dal comi­co Zac Sher­win. D’altronde, nean­che i Dem sem­bra­no esen­ti dal­la gara a chi ha i comi­zi più fitti.

Kamala Harris

Kamala Harris è cringe?

A quan­to det­to fino­ra si acco­ste­reb­be un ulte­rio­re discor­so, inti­ma­men­te lega­to ma qui solo accen­na­bi­le: la svol­ta comu­ni­ca­ti­va di Har­ris, col suo rin­gio­va­ni­men­to brat, è sta­ta dav­ve­ro «magi­stra­le»? Fino alla sua can­di­da­tu­ra a luglio, la Vice­pre­si­den­te era ricor­da­ta come non solo mes­sa in ombra da Biden, ma fuo­ri luo­go, imba­raz­zan­te, crin­ge (weird?): il cli­ma più posi­ti­vo con­cer­nen­te la sua entra­ta in cam­po, l’effettivo exploit ini­zia­le nei son­dag­gi e nel­le rac­col­te fon­di, la domi­nan­za nel dibat­ti­to e il con­tra­sto con Biden non han­no for­se por­ta­to a soprav­va­lu­ta­re quan­to in fret­ta Har­ris si sia spo­glia­ta del­la sua imma­gi­ne crin­ge, ripre­sen­tan­do­si come un foglio bianco? 

È vero che pro­prio la reto­ri­ca su un Trump qua­si demen­te, un Van­ce weird e un Musk stram­bo gio­ca­no a suo favo­re; che il nomi­gno­lo di Lau­ghing Kama­la non sem­bra effi­ca­ce; che le pro­vo­ca­zio­ni di Trump cado­no nel vuo­to. È vero che oggi il comi­ta­to Har­ris sem­bra aver riven­di­ca­to vec­chie gaf­fe e pre­se in giro (come il discor­so sul­le pal­me da coc­co), ma tal­vol­ta ci si dimen­ti­ca che la vira­li­tà di que­ste clip resta anco­ra oggi in par­te derisoria. 

Sono vira­li a loro vol­ta accu­se di crin­ge con­tro Nan­cy Pelo­si, Clin­tonHar­ris stes­sa: tra­la­scian­do le cri­ti­che più di par­te (anche da sini­stra), con­vie­ne stu­dia­re la per­si­sten­za di que­sta imma­gi­ne del­la can­di­da­ta fra comi­ciimi­ta­to­ri. Que­sti ulti­mi sono alme­no sul­la car­ta super par­tes, anche se pro­prio per que­sto rischia­no di sovra­rap­pre­sen­ta­re le cri­ti­che a uno dei due schie­ra­men­ti, cer­can­do la par con­di­cio

La con­clu­sio­ne non vuo­le esse­re un asso­lu­to e qua­lun­qui­sta rela­ti­vi­smo, per cui Kama­la Har­ris e Donald Trump si equi­val­ga­no, anzi. Il secon­do pri­meg­gia in quan­to a fake news, foto­mon­tag­gi e atteg­gia­men­ti anti­de­mo­cra­ti­ci; la base repub­bli­ca­na ha sfor­na­to pre­se in giro sull’infertilità di Walz e altre infa­man­ti fal­si­tà. Peral­tro, l’analogia fra modi e toni dei due can­di­da­ti non si tra­du­ce nel­le loro poli­ti­che (pur rifiu­tan­do una dico­to­mia for­ma­li­sta fra con­te­nu­to e con­te­ni­to­re). Non ci sono il Bene e il Male, ma cer­ta­men­te esi­sto­no meglio e peggio.

È vero anche che la pola­riz­za­zio­ne comu­ni­ca­ti­va è in par­te obbli­ga­ta dal siste­ma bipo­la­re ame­ri­ca­no e che la ripro­po­si­zio­ne di un can­di­da­to ras­si­cu­ran­te e uni­fi­can­te (à la 2020) sareb­be par­sa stantia. 

Il pun­to è piut­to­sto, ogni vol­ta che si cri­ti­ca la sini­stra per­ché serio­sa e supe­ra­ta comu­ni­ca­ti­va­men­te dal­la destra, ricor­da­re che: quel­lo sti­le non è pre­ro­ga­ti­va solo del­la destra (negli USA, cam­pio­ni di miso­gi­nia furo­no i Ber­nie Bros filo-San­ders, oggi para­go­na­ti ai filo-Musk); che que­sto è quel­lo che acca­de quan­do si rin­cor­re quel­la reto­ri­ca, come si è visto con le usci­te imba­raz­zan­ti dei social labu­ri­sti nel­le ele­zio­ni bri­tan­ni­che di luglio, anch’esse basa­te su un Sunak weird e su uno sti­le volu­ta­men­te laco­ni­co e mil­len­nial (degno di nota che il comi­ta­to Har­ris sia sta­to con­si­glia­to pro­prio dal­la stra­te­ga labour Mat­tin­son). Del resto la cri­ti­ca alla comu­ni­ca­zio­ne di sini­stra, anche in Ita­lia, appa­re più una fin­ta cri­ti­ca (sola­men­te este­ti­ca) per risul­ta­re super par­tes.

Sen­za idea­li­smi puri­ta­ni (in cam­pa­gna ci si scon­tra) né rim­pian­ti moro­tei di una Pri­ma Repub­bli­ca ame­ri­ca­na in cui i con­fron­ti era­no civi­li; sen­za mani­chei­smi ma anche sen­za popu­li­sti par­ti­ti dell’onestà e del­la cor­ret­tez­za (che sono valo­ri auspi­ca­bi­li tra­sver­sal­men­te), è suf­fi­cien­te nota­re, a distan­za di otto anni, che la trum­piz­za­zio­ne del dibat­ti­to ha avu­to le sue con­se­guen­ze.

Con­di­vi­di:
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

2 Trackback & Pingback

  1. Charlie Kirk: errori a destra e a sinistra - Vulcano Statale
  2. Radici. Trump e la follia del re -

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.