L’emergenza deepfake in Corea del Sud

L’emergenza deepfake in Corea del Sud

La fron­tie­ra dei cri­mi­ni digi­ta­li ha ulte­rior­men­te espan­so il pro­prio ter­ri­to­rio attra­ver­so una nuo­va, insi­dio­sa pra­ti­ca che spo­po­la all’interno del­la rete mon­dia­le: l’utilizzo del dee­p­fa­ke, let­te­ral­men­te tra­dot­to “pro­fon­do fal­so”. Secon­do la defi­ni­zio­ne data dal Cam­brid­ge Dic­tio­na­ry, esso con­si­ste nell’utilizzo di un video o di un suo­no regi­stra­to che mima il vol­to o la voce di una per­so­na con­fon­den­do­li con quel­li di qual­cun altro, in un modo asso­lu­ta­men­te rea­li­sti­co e tale da indur­re in erro­re ter­zi estranei.

Chia­ra­men­te il dee­p­fa­ke risul­ta assai peri­co­lo­so se uti­liz­za­to con inten­ti male­vo­li, con­cre­tiz­zan­do­si in fat­ti­spe­cie cri­mi­no­se qua­li (fra le tan­te) truf­fe ed estor­sio­ni, fal­si­fi­ca­zio­ne di docu­men­ti, dif­fu­sio­ne di noti­zie fal­se – così da con­tri­bui­re come con­se­guen­za alla mani­po­la­zio­ne e pola­riz­za­zio­ne del­le opi­nio­ni nel tes­su­to socia­le – e infi­ne, come tri­ste­men­te pre­ve­di­bi­le, sfrut­ta­men­to ses­sua­le di mino­ri sul­le piat­ta­for­me onli­ne e por­no­gra­fia vir­tua­le non consensuale. 

Il tar­get prin­ci­pa­le dei rea­ti a sfon­do ses­sua­le riman­go­no dun­que don­ne e bam­bi­ni, vit­ti­me anco­ra una vol­ta di un impie­go distor­to dei più sofi­sti­ca­ti mez­zi tec­no­lo­gi­ci e del­la crea­zio­ne di nuo­ve e moder­ne fun­zio­na­li­tà ricon­du­ci­bi­li allo svi­lup­po dell’intelligenza artificiale. 

Nel panorama globale emerge in particolare una nazione che sta tentando di fronteggiare il dilagare dei cosiddetti deepfake crimes: la Corea del Sud. 

Pri­ma di appro­fon­di­re la que­stio­ne rela­ti­va a tale tipo­lo­gia di cri­mi­ni digi­ta­li è bene però fare un pas­so indie­tro ed esa­mi­na­re la situa­zio­ne in cui ver­sa il pae­se asia­ti­co sul ver­san­te discri­mi­na­zio­ne e con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, ana­liz­za­re quin­di come le don­ne effet­ti­va­men­te ven­go­no per­ce­pi­te e qua­li pres­sio­ni subi­sco­no le stes­se nel­la vita di tut­ti i giorni. 

La Corea del Sud, indub­bia­men­te uno dei pae­si più avan­za­ti dell’Asia dell’est, sof­fre da sva­ria­ti anni di un radi­ca­to pro­ble­ma di miso­gi­nia, il più del­le vol­te nasco­sto alla len­te occi­den­ta­le dal­lo ste­reo­ti­po di un pae­se riden­te, tec­no­lo­gi­co e famo­so pret­ta­men­te per la sua coin­vol­gen­te musi­ca K‑pop (di un pro­ble­ma ana­lo­go sof­fre d’altronde il vici­no Giap­po­ne, anche se in modi diversi). 

In rispo­sta a una socie­tà for­te­men­te oppres­si­va ed esi­gen­te, che pre­ten­de dal­la pro­pria com­pa­gi­ne fem­mi­ni­le un ruo­lo subal­ter­no, remis­si­vo e qua­si ser­vi­le nei con­fron­ti del­la con­tro­par­te maschi­le, il movi­men­to fem­mi­ni­sta sud­co­rea­no ha pro­dot­to uno dei grup­pi più aggres­si­vi all’interno del pano­ra­ma radi­ca­le: il Movi­men­to 4B

Il fulcro di quest’ultimo può essere riassunto nella rivendicazione più volte pronunciata dai suoi esponenti: l’obiettivo non è combattere il patriarcato, ma lasciarlo alle spalle tutte insieme. 

Per rag­giun­ge­re tale risul­ta­to le ade­ren­ti al grup­po si rifan­no ai prin­ci­pi con­den­sa­ti appun­to nel­le “quat­tro B”: Bihon (no al matri­mo­nio ete­ro­ses­sua­le), Bichul­san (no al con­ce­pi­men­to di figli), Biyeo­nae (no alle rela­zio­ni ete­ro­ses­sua­li), Bisek­seu (no a rap­por­ti ses­sua­li ete­ro­ses­sua­li). Una visio­ne rigi­da, si può dire dra­sti­ca nel­le rela­zio­ni che le stes­se don­ne intes­so­no con i pro­pri simi­li, e che tut­ta­via ha pro­li­fe­ra­to ampia­men­te nel pae­se, soprat­tut­to a segui­to del­le nume­ro­sis­si­me testi­mo­nian­ze inse­ri­te­si nel sol­co del movi­men­to MeToo e del­la nasci­ta di un’ulteriore cor­ren­te, la cam­pa­gna Esca­pe The Cor­set che ha pre­so avvio nel 2017. 

Den­tro quest’ultima vie­ne rac­col­ta tut­ta la rab­bia del­le don­ne corea­ne, schiac­cia­te dagli irrea­li­sti­ci stan­dard este­ti­ci che la socie­tà impo­ne loro e sof­fo­ca­te dall’imperativo tutt’altro che impli­ci­to esi­sten­te nel pae­se: per far­ce­la, e per diven­ta­re qual­cu­no, devi cam­bia­re il tuo aspet­to, diven­ta­re pia­cen­te oltre ogni limi­te, per­ché solo le sem­bian­ze di una bam­bo­la sen­za difet­ti potran­no garan­ti­re il tuo posto nel­la socie­tà. Va da sé che la chi­rur­gia pla­sti­ca è for­te­men­te consigliata. 

Teste com­ple­ta­me­ne rasa­te, abi­ti lar­ghi e infor­mi, visi nudi e imper­fet­ti sen­za nean­che l’ombra di un ritoc­co: que­sta è tut­ta­via la nuo­va real­tà di cui le fem­mi­ni­ste si fan­no por­ta­tri­ci, gua­da­gnan­do­si a secon­da dei casi il rispet­to del­le com­pa­gne o l’astio degli uomi­ni avver­si a tale svol­ta ribel­le. Ed è pro­prio dal­la man­can­za di accet­ta­zio­ne e dal risen­ti­men­to ver­so chi deci­de di non pie­gar­si che nasce l’impellente neces­si­tà di ripor­ta­re le don­ne nei ran­ghi prestabiliti. 

Le armi a disposizione sono diverse, e fra queste spicca ora la manipolazione dell’immagine femminile per soddisfare esigenze puramente fallocentriche. 

L’emergenza dee­p­fa­ke ha rag­giun­to dimen­sio­ni tali duran­te l’estate 2024 da indur­re lo stes­so pre­si­den­te sud­co­rea­no, Yoon Suk Yeol, a spro­na­re le auto­ri­tà nell’aumentare gli sfor­zi inve­sti­ga­ti­vi per era­di­ca­re del tut­to la pro­ble­ma­ti­ca; nono­stan­te ciò, quest’ultima rima­ne anco­ra fra le que­stio­ni più pres­san­ti all’interno dell’agenda sociale. 

L’individuazione del meto­do risul­ta ora­mai chia­ra, però. Le foto di ragaz­ze (in gran­dis­si­ma par­te mino­ren­ni) ven­go­no posta­te all’interno di chat di grup­po sul­la piat­ta­for­ma Tele­gram a ope­ra di ami­ci e cono­scen­ti, per veni­re poi modi­fi­ca­te in con­te­nu­ti ses­sual­men­te espli­ci­ti attra­ver­so l’utilizzo del­la tec­no­lo­gia dee­p­fa­ke da altri uten­ti. La tar­get area prin­ci­pa­le sono dun­que scuo­le e uni­ver­si­tà, non man­can­do peral­tro nean­che la pre­sen­za di imma­gi­ni di inse­gnan­ti e pro­fes­so­res­se all’interno dei gruppi. 

I respon­sa­bi­li? Per la mag­gior par­te ragaz­zi mino­ren­ni, com­pa­gni o addi­rit­tu­ra fami­lia­ri del­le vit­ti­me che rim­pol­pa­no il mer­ca­to del dee­p­fa­ke quo­ti­dia­na­men­te. Sol­tan­to nei pri­mi set­te mesi di quest’anno il nume­ro di casi denun­cia­ti alle auto­ri­tà rela­ti­vo alla com­mis­sio­ne di sif­fat­ti cri­mi­ni digi­ta­li è di 297, som­man­do­si ai 180 dell’anno pre­ce­den­te e ai 160 nel 2021. Uno dei grup­pi più nume­ro­si di par­te­ci­pan­ti allo scam­bio di imma­gi­ni con­ta al suo inter­no più di 200.000 mem­bri

Ten­den­ze che si rive­la­no peri­co­lo­sa­men­te in cre­sci­ta. La suc­ces­si­va rispo­sta gover­na­ti­va, con­si­sten­te nell’inasprimento del­le san­zio­ne e nell’ampliamento del­la sfe­ra entro la qua­le gra­vi­ta­no gli stes­si cri­mi­ni digi­ta­li, è sta­ta giu­di­ca­ta insuf­fi­cien­te, come sot­to­li­nea­to dal­le recen­ti noti­zie pub­bli­ca­te su Human Rights Watch. 

In un paese in cui la maggior parte dei pubblici funzionari e degli appartenenti alle forze di polizia sono uomini, in cui gli impieghi direttivi all’interno dell’amministrazione delle società e i ruoli più ambiti all’interno delle aziende vengono affidati solo in infima parte a membri femminili, e infine, in cui il divario salariale tocca picchi inaccettabili (le stime riportano dati relativi a un 31%),  non è difficile comprendere come il vero nucleo del problema consista nella poca serietà e delicatezza con cui la questione deepfake viene trattata. 

Per­si­no il Capo del­lo Sta­to è sta­to più vol­te tac­cia­to di taci­to col­la­bo­ra­zio­ni­smo o, meglio, di per­du­ran­te iner­zia rispet­to all’esigenza di affron­ta­re la scot­tan­te pro­ble­ma­ti­ca da par­te del­le mag­gio­ri espo­nen­ti dei grup­pi femministi. 

Ciò di cui la Corea del Sud avreb­be biso­gno è una com­pren­si­va ope­ra di rie­du­ca­zio­ne del­la popo­la­zio­ne maschi­le, di modo da ben elu­ci­da­re la gra­vi­tà dei cri­mi­ni com­mes­si e la serie­tà del­le con­se­guen­ze che ne deri­va­no; ope­ra che innan­zi­tut­to non può pre­scin­de­re da una capil­la­re dif­fu­sio­ne dell’educazione ses­sua­le, a gran voce richie­sta come obbli­ga­to­ria nel­le scuo­le del paese. 

Non aiu­ta d’altronde la recen­te deci­sio­ne del Pre­si­den­te Yeol di sman­tel­la­re il Mini­ste­ro del­le Pari Oppor­tu­ni­tà e del­la Fami­glia, dal momen­to che, a suo dire, «il ses­si­smo siste­mi­co non esi­ste più in Corea del Sud». Dichia­ra­zio­ni di tale cali­bro con­trad­di­co­no l’evidente real­tà pre­sen­te nel pae­se e con­tri­bui­sco­no a crea­re un cli­ma di sfi­du­cia sem­pre più accen­tua­to nei con­fron­ti del­le istituzioni. 

Come già sot­to­li­nea­to, i cri­mi­ni dee­p­fa­ke nasco­no dal­la neces­si­tà di affi­na­re ulte­rio­ri stru­men­ti vol­ti a umi­lia­re le don­ne, dal­la sete di scher­ni­re e ridi­co­liz­za­re le ambi­zio­ni, i desi­de­ri e la stes­sa esi­sten­za del­le com­pa­gne. Ridot­te a meri pixel mani­po­la­bi­li a nostro pia­ci­men­to, tali devo­no rimanere. 

Dal pro­fi­lo X del grup­po fem­mi­ni­sta Sud Corea­no Team Cat

Tutto questo è confermato da studi incentrati su un’attenta analisi delle dinamiche socio relazionali, che evidenziano quale elemento di discrimine fra il fenomeno deepfake e altri crimini lo scopo cui tendono gli aggressori, ovvero lo svilimento delle donne. 

Secon­do quan­to affer­ma­to dal­la ricer­ca­tri­ce Chang Dahye pres­so l’Istituto corea­no di Cri­mi­no­lo­gia e Giu­sti­zia di Seoul, fat­ti­spe­cie cri­mi­no­se di sif­fat­ta matri­ce por­ta­no chi è col­pi­to a «per­de­re fidu­cia nel­le loro comu­ni­tà», poi­ché «la sicu­rez­za nel­le rela­zio­ni socia­li si sgre­to­la» non poten­do più le vit­ti­me con­fi­da­re nell’integrità di col­le­ghi, ami­ci e compagni. 

In ulti­ma ana­li­si va sot­to­li­nea­to come anche le sta­ti­sti­che rela­ti­ve alla denun­cia di cri­mi­ni del­la sfe­ra digi­ta­le sia­no tutt’altro che inco­rag­gian­ti: la per­cen­tua­le di arre­sto per la pro­du­zio­ne di mate­ria­le por­no­gra­fi­co onli­ne attra­ver­so la tec­no­lo­gia dee­p­fa­ke è del 48%, di gran lun­ga mino­re rispet­to a quel­le pre­vi­ste per altre for­me di aggres­sio­ne vir­tua­le. Gli aggres­so­ri rie­sco­no poi a sfug­gi­re il più del­le vol­te alla com­mi­na­zio­ne del­la pena attra­ver­so la sospen­sio­ne con­di­zio­na­le di quest’ultima. 

Su cosa pos­so­no con­ta­re dun­que oggi le don­ne corea­ne? Sull’atten­zio­ne dei media inter­na­zio­na­li, a quan­to pare, che for­tu­na­ta­men­te si sta ampli­fi­can­do sem­pre più. Nume­ro­si sono i post com­par­si sul­la piat­ta­for­ma X (ex Twit­ter), in cui lun­ghi thread spie­ga­no cosa esat­ta­men­te stia acca­den­do in Corea del Sud ripor­tan­do richie­ste di aiu­to scrit­te dal­le vit­ti­me di dee­p­fa­ke, accan­to a imma­gi­ni piut­to­sto espli­ca­ti­ve in rela­zio­ne alla quan­ti­tà di luo­ghi coin­vol­ti dal feno­me­no, mostra­ti su map­pe geo­gra­fi­che, e a screen di con­ver­sa­zio­ni svol­te­si nel­le chat-room di Tele­gram. Sem­bra infat­ti che solo il fat­to di rivol­ger­si all’esterno del Pae­se abbia final­men­te con­vin­to il gover­no ad agi­re più inci­si­va­men­te, ma la stra­da da per­cor­re­re resta incer­ta.

Arti­co­lo di Vit­to­ria Menga.

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