L’Iran di Pezeshkian, tra dubbi e speranze su un sistema immutabile

L'Iran di Pezeshkian, tra dubbi e speranze su un sistema immutabile

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Mosoud Peze­sh­kian, car­dio­chi­rur­go di ori­gi­ne aze­ro-cur­da, lea­der rifor­mi­sta e nuo­vo pre­si­den­te dell’Iran, ha susci­ta­to un cer­to otti­mi­smo tra la popo­la­zio­ne, spe­cial­men­te per il movi­men­to fem­mi­ni­le in Medio Orien­te, che dall’uccisione di Masha Ami­ni è aumen­ta­to di inten­si­tà. L’establishment del­la Repub­bli­ca isla­mi­ca, alle ele­zio­ni di luglio 2024, ave­va ammes­so alla cor­sa un can­di­da­to rifor­mi­sta debo­le, imma­gi­nan­do che una pic­co­la aper­tu­ra avreb­be aiu­ta­to l’affluenza, per evi­ta­re di repli­ca­re le ele­zio­ni del 2021, quel­le vin­te da Ebra­him Rai­si, l’ex pre­si­den­te che a mag­gio è mor­to in uno schian­to con l’elicottero pre­si­den­zia­le, quan­do si era regi­stra­to il pre­ce­den­te mini­mo sto­ri­co dal­la fon­da­zio­ne del­la Repub­bli­ca Isla­mi­ca, poco sopra il 48%. 

Il regime ha perso la sua scommessa e anche le previsioni degli analisti sono state sconfessate dagli eventi:

l’aspet­ta­ti­va gene­ra­le era che un’affluenza ai mini­mi avreb­be avvan­tag­gia­to il can­di­da­to pre­di­let­to dal cle­ro e dai Pasda­ran. Il nuo­vo pre­si­den­te dice one­sta­men­te che sareb­be meglio dia­lo­ga­re con l’Occidente piut­to­sto che per­se­ve­ra­re con l’economia di resi­sten­za e par­la di allen­ta­re le rigi­de poli­ti­che socia­li, soprat­tut­to nei con­fron­ti del­le don­ne, dice anche che la leg­ge sul velo obbli­ga­to­rio andreb­be rivista. 

Mol­ti ira­nia­ni riman­go­no scet­ti­ci sul­le sue pro­mes­se fat­te in cam­pa­gna elet­to­ra­le, poi­ché la Gui­da Supre­ma, l’ayatollah Ali Kha­me­nei, e non il pre­si­den­te, è l’autorità supre­ma del­la Repub­bli­ca Isla­mi­ca. Comun­que, gli ira­nia­ni, quei pochi che si sono diret­ti alle urne, han­no pre­fe­ri­to il can­di­da­to debo­le, il pri­mo pre­si­den­te rifor­mi­sta in due decen­ni, all’ultraconservatore Saeed Jali­li, la cui por­ta­vo­ce del­la cam­pa­gna elet­to­ra­le è una che dice che se una don­na è libe­ra di non met­te­re il velo, allo­ra anche l’uomo che vie­ne pro­vo­ca­to da lei è libe­ro di aggredirla. 

Mosoud Peze­sh­kian ha vin­to per­ché una gran­de per­cen­tua­le degli ira­nia­ni che è anda­to a vota­re ha scel­to il can­di­da­to che non è un fan del­la poli­zia mora­le o dell’approccio vio­len­to dei Pasda­ran, se que­sto si som­ma a chi non si è diret­to alle urne per non legit­ti­ma­re il siste­ma, si ottie­ne la mag­gio­ran­za schiac­cian­te.

Con le elezioni di luglio 2024 l’Iran ha registrato un’astensione da record: solo il 41% degli aventi diritto alle urne.

Da una par­te que­sto dato riflet­te una com­pe­ti­zio­ne pri­va di signi­fi­ca­to, prin­ci­pal­men­te per i cit­ta­di­ni e le don­ne che non cre­do­no in un cam­bia­men­to e non si fida­no del siste­ma; dall’altra, l’inimmaginabile vit­to­ria del can­di­da­to rifor­mi­sta in un con­te­sto da record di asten­sio­ne, con­so­li­da un cam­bia­men­to che è indub­bia­men­te cominciato. 

Said Azi­mi, un gior­na­li­sta e ana­li­sta ira­nia­no, spie­ga: «Che si trat­ti di fare le rifor­me eco­no­mi­che del­la cor­ru­zio­ne del­la repres­sio­ne di pari­tà di dirit­ti tra gli uomi­ni e le don­ne oppu­re di ridur­re l’isolamento inter­na­zio­na­le dell’Iran, gli ira­nia­ni sono più uni­ti che mai con­tro lo sta­tus quo». Milio­ni di voti dei 24 tota­li, comun­que, era­no nul­li. Era­no di per­so­ne che si sen­ti­va­no costret­te a far­si vede­re in fila ai seg­gi, maga­ri per­ché sono dipen­den­ti pub­bli­ci, ma che poi non han­no espres­so nes­su­na pre­fe­ren­za per­ché non cre­do­no di poter cam­bia­re il siste­ma nel­le urne o per­ché non si fida­no di nes­su­no degli schie­ra­men­ti politici. 

Le don­ne e i can­di­da­ti che chie­de­va­no un cam­bia­men­to di sostan­za non sono sta­ti ammes­si alla cor­sa dal Con­si­glio dei Guar­dia­ni. C’è da dire, però, che agli ira­nia­ni non ser­ve cam­bia­re il pre­si­den­te, che comun­que ha poco pote­re, ma rove­scia­re il siste­ma. Mosoud Peze­sh­kian, il “dot­to­re”, è con­si­de­ra­to da tan­ti col­lu­so con il siste­ma: il fat­to che sia sta­to l’unico can­di­da­to rifor­mi­sta ammes­so nel­lo schie­ra­men­to all’opposizione inso­spet­ti­sce i dis­si­den­ti, i mani­fe­stan­ti e le deci­ne di miglia­ia di don­ne che non indos­sa­no più il velo. 

Come spes­so acca­de in tem­po di ele­zio­ni, il pro­ble­ma che si pro­po­ne è sem­pre lo stes­so: se non si va a vota­re per chi si con­si­de­ra il meno peg­gio, ci si ritro­va gover­na­ti da qual­cu­no che ha inte­res­se a man­te­ne­re inva­ria­ta la situa­zio­ne vigen­te; in que­sto caso, da un auto­cra­te isla­mi­sta con una por­ta­vo­ce che giu­sti­fi­ca la vio­len­za degli uomi­ni con­tro le don­ne che non si coprono. 

La Repubblica Islamica si basa su una costituzione democratica con particolarità che la rendono una teocrazia, in cui il clero ha un ruolo nel governo:

gli aya­tol­lah han­no la metà dei seg­gi all’interno del Con­si­glio dei Guar­dia­ni e anche la Gui­da Supre­ma deve esse­re un aya­tol­lah per poter rico­pri­re que­sto ruo­lo. Seb­be­ne il pre­si­den­te abbia il pote­re di nomi­na sui mem­bri del gover­no e dirit­to di veto su ogni emen­da­men­to del par­la­men­to, mol­ti degli inca­ri­chi che nor­mal­men­te spet­ta­no al Capo di Sta­to, rica­do­no nel­le mani del­la Gui­da Supre­ma e del Con­si­glio dei Guar­dia­ni del­la Costi­tu­zio­ne, che han­no il pote­re di deli­nea­re le poli­ti­che gene­ra­li del­la Repub­bli­ca Isla­mi­ca, oltre a con­trol­la­re le for­ze arma­te e ave­re il pote­re di nomi­na e desti­tu­zio­ne di vari mem­bri del gover­no, com­pre­so il presidente. 

Anche per que­sto il gover­no ha pochi mar­gi­ni di mano­vra: non biso­gna aspet­tar­si gran­di cam­bia­men­ti, a bre­ve ter­mi­ne, in cam­po inter­na­zio­na­le e nel­la poli­ti­ca inter­na, dal momen­to che il mar­gi­ne di azio­ne del pre­si­den­te e del suo mini­stro degli Este­ri rima­ne estre­ma­men­te limi­ta­to in favo­re del­la Gui­da Supre­ma. Cio­no­no­stan­te, l’astensionismo, la scar­sa affluen­za e le divi­sio­ni tra i con­ser­va­to­ri spin­go­no a una rifles­sio­ne sul­le cau­se che han­no por­ta­to a tale esito. 

L’Iran dal settembre 1993, secondo Anthony Lake, il consigliere per la sicurezza internazionale di Bill Clinton, fa parte di un elenco di cinque Paesi considerati “Stati canaglia”, ovvero Stati contrari, riottosi, recalcitranti a ogni ideale di democrazia e libero mercato. 

I Bac­klash Sta­tes pre­sen­ta­no tut­ti alcu­ne carat­te­ri­sti­che che li ren­do­no rico­no­sci­bi­li: sono sta­ti auto­ri­ta­ri, mar­chia­ti da una com­pres­sio­ne dei dirit­ti uma­ni e non han­no la capa­ci­tà di col­la­bo­ra­re sul pia­no inter­na­zio­na­le con qual­sia­si altra real­tà sta­tua­le. Ciò com­por­ta una ine­vi­ta­bi­le dif­fi­den­za nei con­fron­ti di chiun­que all’interno (ver­so il pro­prio popo­lo) e all’esterno (ver­so tut­ti gli altri), a par­ti­re, anzi­tut­to, dai vici­ni di casa. 

La man­can­za di con­fron­to e il rifiu­to di voler sta­bi­li­re dei rap­por­ti di col­la­bo­ra­zio­ne con chiun­que ha una logi­ca con­se­guen­za: la nasci­ta di un sen­ti­men­to di accer­chia­men­to da par­te del regi­me e una vera e pro­pria para­no­ia che por­ta il tiran­no e la sua schie­ra a sen­tir­si minac­cia­ti da tut­ti. L’impressione è che in mol­ti casi la defi­ni­zio­ne di “Sta­to cana­glia” sia in real­tà sta­ta uti­liz­za­ta nei con­fron­ti di Sta­ti che si sono dichia­ra­ti con­tra­ri alla poli­ti­ca este­ra degli Sta­ti Uni­ti d’America.

C’è addi­rit­tu­ra chi, come il gran­de filo­so­fo e lin­gui­sta Noam Chom­sky, sostie­ne che gli Sta­ti Uni­ti stes­si sono uno Sta­to cana­glia. Il con­cet­to di Sta­to cana­glia e di com­pi­la­re sche­de attra­ver­so cui cata­lo­ga­re i diver­si Pae­si sul­la base del poten­zia­le tas­so di minac­cia e di peri­co­lo­si­tà nei con­fron­ti del mon­do occi­den­ta­le e quin­di di sti­la­re una blac­kli­st, è un con­cet­to, insie­me a quel­lo di “Asse del Male”, entram­bi figli di un’unica madre: gli Sta­ti Uni­ti. È evi­den­te che si trat­ti di defi­ni­zio­ni piut­to­sto pro­pa­gan­di­sti­che, che fan­no ben com­pren­de­re come sia­no gli ame­ri­ca­ni a voler sta­bi­li­re chi sia­no i buo­ni e chi i cat­ti­vi, attri­buen­do paten­ti di legit­ti­mi­tà all’uno o all’altro Sta­to, il ter­mi­ne si rife­ri­sce a chiun­que sia fuo­ri dal con­trol­lo statunitense. 

Se da una par­te un Pae­se come l’Iran non per­met­te nes­su­na for­ma di dis­sen­so, repri­men­do ogni mani­fe­sta­zio­ne libe­ra e demo­cra­ti­ca del pro­prio popo­lo, dall’altra ha biso­gno dei suoi cer­vel­li, che sono gli stu­den­ti e gli ex stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri sce­si in piaz­za per Masha Ami­ni, ed è quin­di costret­to a tol­le­ra­re le ribel­lio­ni non più silen­zio­se di alcu­ni gio­va­ni dipen­den­ti per con­ti­nua­re a funzionare. 

L’economia iraniana è un oligopolio in mano ai mullah e ai Guardiani della rivoluzione e il posto dove la si può capire meglio è Mashhad, a est verso il confine con il Turkmenistan e con l’Afghanistan.

È lì che sono nati la Gui­da Supre­ma Ali Kha­me­nei e l’ex pre­si­den­te Ebra­him Rai­si ed è da quel pun­to sul­la map­pa che si irra­dia il pote­re in Iran. Rai­si era alla gui­da di una del­le fon­da­zio­ni di Mash­had che for­ma­no lo “Sta­to paral­le­lo” e han­no in mano il PIL del Pae­se. Per i dipen­den­ti del­lo Sta­to, ma anche per le don­ne e per gli uomi­ni che lavo­ra­no per le azien­de “pri­va­te” del­le fon­da­zio­ni-hol­ding, ovve­ro i non­ni e i geni­to­ri di colo­ro che scen­do­no in stra­da a com­bat­te­re, mani­fe­sta­re signi­fi­che­reb­be rischia­re di per­de­re il posto di lavo­ro nel mez­zo di una cri­si pro­lun­ga­ta, quin­di con poche spe­ran­ze di tro­var­ne uno nuovo. 

Ades­so non è più così. Il 70% degli ira­nia­ni ha meno di 35 anni ed è in una con­di­zio­ne diver­sa per­ché la mac­chi­na eco­no­mi­ca degli aya­tol­lah si è incep­pa­ta: da quel siste­ma che per decen­ni ha dato uno sti­pen­dio ai cit­ta­di­ni del­la Repub­bli­ca Isla­mi­ca i gio­va­ni era­no già rima­sti esclu­si. I nuo­vi ira­nia­ni han­no crea­to dal nul­la un’eco­no­mia paral­le­la e auto­suf­fi­cien­te, di cui spes­so sono sia i lavo­ra­to­ri sia i clien­ti, e que­sto fa arrab­bia­re il regi­me per­ché è al di fuo­ri del suo con­trol­lo. E per­ché ha for­ma­to la pri­ma gene­ra­zio­ne di cit­ta­di­ni che non dipen­de dagli aya­tol­lah per vive­re, cioè la con­di­zio­ne per una rivolta. 

L’Iran pro­du­ce mol­ti più gio­va­ni ultra-qua­li­fi­ca­ti di quel­li che la sua eco­no­mia rie­sce ad assor­bi­re. In Ita­lia gli uomi­ni a lau­rear­si nel­le facol­tà STEM sono il 78% e le don­ne il 22, ma il set­to­re è domi­na­to da maschi in tut­to il mon­do: il 65% degli stu­den­ti STEM sono uomi­ni.  La Repub­bli­ca Isla­mi­ca è un’ecce­zio­ne. L’Università Sha­rif di Tehe­ran ha un nome in codi­ce: la “fab­bri­ca dei geni” che, pur non aven­do né i mez­zi né i labo­ra­to­ri del MIT di Boston, è indi­ca­ta come il MIT del Medio Orien­te e van­ta, sopra ogni altra cosa, l’esclusiva di ave­re più ragaz­ze che ragaz­zi che stu­dia­no nel Poli­tec­ni­co. La Sha­rif è un’eccel­len­za, un mar­chio che chi la fre­quen­ta si por­ta die­tro per tut­ta la vita, un nome che è diven­ta­to qua­si un modo di dire per indi­ca­re una per­so­na sve­glia, eman­ci­pa­ta, che stu­dia o ha stu­dia­to mate­rie impe­gna­ti­ve, che gua­da­gna o gua­da­gne­rà piut­to­sto bene. 

Il governo iraniano non riesce ad annettere i giovani.

Ne assu­me qual­cu­no per poi far­gli svol­ge­re man­sio­ni spes­so lon­ta­ne da quel­le che sogna­va quan­do ha inco­min­cia­to a stu­dia­re, con un pro­dot­to inter­no lor­do che rin­sec­chi­sce anno dopo anno e i nuo­vi posti di lavo­ro sono comun­que pochi. L’esclusione dei gio­va­ni dall’economia tra­di­zio­na­le ha crea­to, però, una mas­sa di per­so­ne che non dipen­de dal gover­no per pagar­si l’affitto: la gene­ra­zio­ne che pro­te­sta è la stes­sa che negli ulti­mi anni ave­va sepa­ra­to il pro­prio desti­no lavo­ra­ti­vo dall’economia di regime. 

È una gene­ra­zio­ne che ha dovu­to arran­giar­si da sola e così nel 2016 sono nati Tap­si, il ser­vi­zio di car sha­ring più dif­fu­so in Iran, e poi Alo­Peyk, che è un’app per le con­se­gne, e Bood, che è un’app di bike­sha­ring e Apa­rat, lo You­tu­be loca­le. Ma anche Digi­ka­la e Zarin­pal, fino agli aggre­ga­to­ri in rete che per­met­to­no a tut­ti di offri­re ripe­ti­zio­ni di ingle­se, mate­ma­ti­ca, infor­ma­ti­ca e lezio­ni di chi­tar­ra, oppu­re di pro­por­si per anda­re a fare le puli­zie o la spe­sa, cuci­na­re, cura­re il gat­to o le pian­te di qual­cu­no. Ci sono anche quel­li che han­no crea­to mar­chi di bigiot­te­ria arti­gia­na­le, abbi­glia­men­to, tap­pe­ti per­sia­ni rivi­si­ta­ti e ogget­ti di desi­gn in metal­lo che ven­do­no sul­le app loca­li o su Instagram. 

Lavo­ra­re in un’economia auto­ge­sti­ta li ha resi meno dipen­den­ti dagli aya­tol­lah per­ché non è da loro che rice­vo­no gli sti­pen­di. Esclu­si i licea­li, l’insieme dei mani­fe­stan­ti e dei lavo­ra­to­ri dell’economia indi­pen­den­te qua­si com­ba­cia­no. Le bache­che sui social net­work dei fon­da­to­ri del­le star­tup, come quel­la di uno dei più famo­si, Hes­sam Arman­de­hi, che ha inven­ta­to l’Uber ira­nia­no Divar, nei mesi di pro­te­sta si sono riem­pi­te di appel­li per chie­de­re la libe­ra­zio­ne dei pro­pri dipen­den­ti. Ci sono le loro foto alle­ga­te ai post: sono tut­ti ven­ten­ni e sono tut­ti sta­ti arre­sta­ti men­tre mani­fe­sta­va­no in piaz­za per Masha Amini. 

Il gover­no ha le mani lega­te: nel­la riscrit­tu­ra del­le rego­le su velo e casti­tà, la puni­zio­ne più seve­ra ipo­tiz­za­ta è quel­la che pre­ve­de, per le don­ne che dopo i richia­mi e le mul­te con­ti­nui­no a rifiu­tar­si di met­te­re il velo in testa, la fine di alcu­ni dirit­ti socia­li e, su tut­ti, il dirit­to all’istruzione.

In un paese dove la popolazione universitaria è a maggioranza femminile, è un affronto. 

Duran­te la pre­si­den­za di Ebra­him Rai­si, la con­ser­va­tri­ce e con­si­glie­ra poli­ti­ca dell’ex pre­si­den­te Saki­ne Sadat Paad ha pub­bli­ca­men­te affer­ma­to che un tale prov­ve­di­men­to risul­ta inco­sti­tu­zio­na­le, e che, inol­tre, la vio­la­zio­ne del­le nor­me da par­te del­le ragaz­ze che non por­ta­no l’hijab non può esse­re puni­ta con deci­sio­ni gover­na­ti­ve altret­tan­to ille­ga­li, non isla­mi­che e com­ple­ta­men­te irrazionali. 

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Alessandra Telesco
Curio­sa e intra­pren­den­te, sem­pre pron­ta a par­ti­re per un nuo­vo viag­gio e a impa­ra­re qual­co­sa in più sul­la com­ples­si­tà del nostro mon­do, con una par­ti­co­la­re atten­zio­ne per il Medio Oriente.
Iscrit­ta alla magi­stra­le in geo­po­li­ti­ca, amo rac­con­ta­re il mio pun­to di vista sul mon­do, a vol­te in pro­sa, a vol­te in poesia.
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