Da rileggere per la prima volta. Suite francese

Da rileggere per la prima volta. Suite francese

«Mio ama­to, mie pic­co­le ado­ra­te, cre­do che par­tia­mo oggi. Corag­gio e spe­ran­za. Sie­te nel mio cuo­re, miei dilet­ti. Che Dio ci aiu­ti tut­ti»: que­sto è il con­te­nu­to dell’ultima let­te­ra del­la scrit­tri­ce Irè­ne Némi­ro­v­sky, desti­na­ta al mari­to e alle due figlie. Nata nel­la Kiev dell’Impero rus­so da una fami­glia di ori­gi­ni ebrai­che, Némi­ro­v­sky ha vis­su­to e lavo­ra­to in Fran­cia fino alla depor­ta­zio­ne nel cam­po di ster­mi­nio di Bir­ke­nau, avve­nu­ta nel luglio del 1942.

Nelle sue opere, la scrittrice ha spesso attinto dalla propria storia familiare: racconta di un difficile rapporto con la madre ne Il balloIl vino della solitudine, mentre con David Golder sfrutta la figura del padre per descrivere l’ambiente ebreo-russo novecentesco.

Ma uno dei mag­gio­ri suc­ces­si let­te­ra­ri di Némi­ro­v­sky (Sui­te fran­ce­se) ha una sto­ria che lo ren­de diver­so dagli altri: Deni­se Epstein, figlia del­la scrit­tri­ce, è riu­sci­ta a sal­va­re (men­tre cer­ca­va di sfug­gi­re all’arresto) un qua­der­no appar­te­nu­to alla madre. Cre­den­do ini­zial­men­te di tro­var­si di fron­te a un dia­rio per­so­na­le di Némi­ro­v­sky, Deni­se ha ini­zia­to un lun­go pro­ces­so di tra­scri­zio­ne di appun­ti e note, fino a giun­ge­re alla con­clu­sio­ne di aver recu­pe­ra­to un, sep­pur incom­ple­to, roman­zo redat­to dal­la madre negli anni del­la guerra.

Del­le cin­que par­ti ini­zial­men­te pre­vi­ste dall’autrice, ce ne sono giun­te solo due (Tem­po­ra­le di Giu­gnoDol­ce) in cui le sto­rie di diver­si per­so­nag­gi si svi­lup­pa­no e si intrec­cia­no, sul­lo sfon­do di una Fran­cia anco­ra pro­fon­da­men­te segna­ta dal­la Gran­de Guer­ra e coin­vol­ta nel secon­do con­flit­to mondiale.

Némirovsky racconta della frenetica fuga dei parigini dalla capitale, dell’occupazione tedesca e dello sconvolgimento della vita quotidiana che ne consegue.

E lo fa in pre­sa diret­ta: la scrit­tri­ce ha vis­su­to i dram­mi e le incer­tez­ze che rac­con­ta sul­la sua pel­le, sen­za mai sape­re quan­do e se le armi avreb­be­ro taciuto.

Nel­la pri­ma par­te del roman­zo, Némi­ro­v­sky si spo­sta sapien­te­men­te da un per­so­nag­gio all’altro, con una nar­ra­zio­ne ester­na che rive­la, di vol­ta in vol­ta, il pun­to di vista dell’eccentrico scrit­to­re Gabriel Cor­te, degli umi­li e razio­na­li coniu­gi Michaud, del­la bor­ghe­se e alte­ra signo­ra Péri­cand o del gio­va­ne idea­li­sta Hubert. Nel secon­do capi­to­lo, inve­ce, la sto­ria si con­cen­tra sul­le vicen­de del­la cit­ta­di­na di Bus­sy, dove la silen­zio­sa Luci­le teme di cede­re alle atten­zio­ni dell’ufficiale tede­sco che occu­pa tem­po­ra­nea­men­te la stan­za del mari­to, pri­gio­nie­ro di guer­ra da diver­si mesi.

Sui­te fran­ce­se, in real­tà, non rac­con­ta solo le sin­go­le vicen­de dei suoi pro­ta­go­ni­sti, ma for­ni­sce al let­to­re tan­ti ango­li e spez­zo­ni di un puzz­le più grande.

Némirovksy mette insieme diverse sequenze di immagini, come se avesse fra le mani una macchina da presa e non una penna, per comporre un ampio affresco del popolo francese travolto dalla guerra e dal nemico.

«Il rit­mo dev’essere dato dai movi­men­ti di mas­sa» descrit­ti nel libro, soste­ne­va la scrit­tri­ce, sem­pre accom­pa­gna­ti da sin­go­le espe­rien­ze con valen­za uni­ver­sa­le. Dall’alta bor­ghe­sia al più pove­ro dei con­ta­di­ni: nes­su­no è esen­te dagli effet­ti dell’invasione, che scon­vol­ge la socie­tà man­te­nen­do tut­ta­via intat­ta la sua strut­tu­ra gerarchica.

Némi­ro­v­sky vole­va rac­con­ta­re il suo tem­po così come lo sta­va viven­do: «non dimen­ti­ca­re mai che la guer­ra fini­rà e che tut­ta la par­te sto­ri­ca sbia­di­rà. Cer­ca­re di met­te­re insie­me il mag­gior nume­ro di cose, argo­men­ti… che pos­sa­no inte­res­sa­re la gen­te nel 1952 o nel 2052», scri­ve­va in una nota nel giu­gno 1942.

I libri di sto­ria, infat­ti, tra­man­da­no i reso­con­ti di bat­ta­glie e armi­sti­zi, sen­za però riu­sci­re a spie­ga­re che cosa voles­se dire con­vi­ve­re e sot­to­sta­re a un eser­ci­to stra­nie­ro. Quan­do una pic­co­la comu­ni­tà di cam­pa­gna si imbat­te per la pri­ma vol­ta in un gio­va­ne tede­sco si ren­de con­to che «non ci si tro­va­va di fron­te a un mostro asse­ta­to di san­gue ma a un sol­da­to come gli altri, e il ghiac­cio fra il pae­se e il nemi­co, fra il con­ta­di­no e l’in­va­so­re si rup­pe immediatamente». 

Némirovsky racconta sì l’astio tra due popolazioni che spesso si sono ritrovate l’una contro l’altra, ma anche di come una convivenza forzata si sia trasformata in una nuova consuetudine.

Dal­le anno­ta­zio­ni lascia­te da Némi­ro­v­sky si può indo­vi­na­re come si sareb­be potu­ta svi­lup­pa­re la tra­ma di Sui­te fran­ce­se se la scrit­tri­ce non fos­se sta­ta depor­ta­ta e ucci­sa. Avreb­be esplo­ra­to il tema del­la resi­sten­za, del desti­no e dell’amore, seguen­do le vicen­de di alcu­ni per­so­nag­gi già pre­sen­ta­ti ed appro­fon­den­do­ne pen­sie­ri e sen­ti­men­ti. Ma avreb­be soprat­tut­to con­ti­nua­to nel suo pro­get­to ambi­zio­so di costrui­re un roman­zo cora­le, dal­lo sti­le liri­co e flui­do, capa­ce di cata­pul­ta­re chi leg­ge nel­la real­tà di un popo­lo che affron­ta la pro­pria sorte.

Secondo l’autrice «il destino collettivo è più breve di quello del semplice individuo […] È una scala temporale diversa: ci interessiamo solo alle scosse, e le scosse o ci uccidono o durano meno di noi». 

Una scos­sa del­la sto­ria ci ha pri­va­to di un gran­de capo­la­vo­ro, ma per for­tu­na, alme­no per un atti­mo, il genio let­te­ra­rio di Irè­ne Némi­ro­v­sky ha potu­to inter­cet­ta­re e sapien­te­men­te ritrar­re il nostro desti­no collettivo.

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Nina Fresia
Stu­den­tes­sa di scien­ze poli­ti­che, curio­sa per natu­ra, aspi­ran­te gira­mon­do e avi­da let­tri­ce con un debo­le per la sto­ria e la filo­so­fia. Scri­vo per rea­liz­za­re il sogno del­la me bam­bi­na e rac­con­ta­re attra­ver­so i miei occhi quel­lo che scopro.

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