I villain idolatrati sono personaggi incompresi?

Crea­re un per­so­nag­gio, donar­gli trat­ti evi­den­te­men­te anta­go­ni­sti­ci e nega­ti­vi, inse­ri­re nel­la sto­ria una mora­le tan­to chia­ra da risul­ta­re qua­si mani­chea, eppu­re vede­re il mes­sag­gio sor­vo­la­re par­te del pub­bli­co, che da quel momen­to pren­de­rà a ido­la­tra­re il vil­lain.

È uno dei rischi a cui si espo­ne lo scrit­to­re (di libri, di film, di serie TV): è più del­la sem­pli­ce pos­si­bi­li­tà che qual­cu­no sim­pa­tiz­zi con un per­so­nag­gio gri­gio e ambi­guo (come Piton in Har­ry Pot­ter), devia­to maga­ri da con­si­de­ra­zio­ni extra-mora­li (l’aspetto este­ti­co) uni­te ad altre anti-mora­li (l’archetipo del bad boy, che uni­sce James Dean a Niki­ta) – com’è avve­nu­to con Dra­co Malfoy nel­lo stes­so fran­chi­se. In que­sti casi, infat­ti, la ria­bi­li­ta­zio­ne vie­ne eser­ci­ta­ta su per­so­nag­gi non pura­men­te cat­ti­vi, o con la con­sa­pe­vo­lez­za di star agen­do in un cam­po amo­ra­le o scien­te­men­te anti-etico.

Il rischio mag­gio­re è inve­ce quel­lo di vede­re incen­sa­te per­so­na­li­tà estre­ma­men­te pro­ble­ma­ti­che o tos­si­che, qua­lo­ra il mes­sag­gio dell’opera sia appe­na vela­to e il vil­lain non sia pla­teal­men­te disneyano. 

Allora l’antagonista non viene cooptato fra i “buoni”, perché anche lui in fondo ha le sue ragioni; piuttosto viene ribaltato (o introdotto ex novo) un manicheismo opposto per cui il cattivo è il vero e unico buono. 

L’esempio prin­ci­pe è quel­lo di Patrick Bate­man, il finan­zie­re e squi­li­bra­to assas­si­no inter­pre­ta­to da Chri­stian Bale in Ame­ri­can Psy­cho (2000), tra­spo­si­zio­ne dell’omonimo roman­zo di Easton Ellis. È piut­to­sto risa­pu­to che Bate­man sia dive­nu­to uno dei rife­ri­men­ti ico­no­gra­fi­ci del­la cosid­det­ta mano­sphe­re (un ter­mi­ne ombrel­lo che copre diver­si con­te­nu­ti e cor­ren­ti di pen­sie­ro gene­ral­men­te maschi­li­sti e miso­gi­ni): sen­za ecces­si­vi allar­mi­smi – ché la sua dif­fu­sio­ne è in real­tà oggi soprat­tut­to iro­ni­ca e meme­ti­ca – è oppor­tu­no con­sta­ta­re che il kil­ler sia lega­to soprat­tut­to alla reto­ri­ca del cosid­det­to sig­ma male.

Patrick Bate­man

Quest’ultima si inse­ri­sce in un’innovazione del­la tra­di­zio­na­le ripar­ti­zio­ne gerar­chi­ca degli uomi­ni fra alfa beta (e a scen­de­re), ossia fra domi­nan­ti e domi­na­ti: si trat­ta di una teo­ria pseu­do­scien­ti­fi­ca che pog­gia a sua vol­ta su quel­la (altret­tan­to pseu­do­scien­ti­fi­ca) dei lupi alfa, scon­fes­sa­ta da uno dei suoi stes­si conia­to­ri; oltre a pre­star­si bene a teo­rie politiche che han­no già dato i loro mar­ci frut­ti, si trat­ta di una tesi con­va­li­dan­te com­por­ta­men­ti chia­ra­men­te tos­si­ci. Nel­la secon­da metà degli anni 2010, più o meno in con­co­mi­tan­za con la dif­fu­sio­ne del­la cosid­det­ta “rivo­lu­zio­ne beta del grup­po incel (i miso­gi­ni celi­bi invo­lon­ta­ri), è emer­sa l’idea di un maschio che andas­se al di là per­si­no degli alfa, rifiu­tan­do la gerar­chia, un lupo soli­ta­rio e intro­ver­so: il sig­ma male, appa­ren­te­men­te nato dall’estre­ma destra stessa.

L’esempio di Bate­man non è però illu­mi­nan­te solo dal pun­to di vista del­le posi­zio­ni dei suoi fan sui dirit­ti civi­li, ben­sì aiu­ta a com­pren­de­re meglio il feno­me­no più ampio del­la riva­lu­ta­zio­ne posi­ti­va dei per­so­nag­gi nega­ti­vi. Par­ten­do pro­prio dal­la sua con­nes­sio­ne con i sig­ma male, va sot­to­li­nea­to che l’idea di una “men­ta­li­tà sig­ma” ha subi­to a un cer­to pun­to la cra­si con il cosid­det­to grind­set moti­va­zio­na­le (il grind mind­set, ovve­ro la men­ta­li­tà che ti fa “maci­na­re”, che ti fa lavo­ra­re e gua­da­gna­re – la for­ma men­tis per “fat­tu­ra­re”, si direb­be da noi): l’esito chi­me­ri­co è il sig­ma grind­set, che (sep­pur anco­ra una vol­ta soprat­tut­to iro­ni­co) uni­sce masco­li­ni­tà tos­si­ca e atteg­gia­men­ti da squa­lo del­la finan­za o yup­pie anni ’80.

Non è un caso che, nella sua denuncia di questa celebrazione di Bateman, El País abbia fatto precedere l’aggettivo «misogino» da «opportunista» (e l’abbia fatto seguire da «consumista»). Diversi dei personaggi negativi indebitamente adorati, in effetti, appartengono all’alveo dei finanzieri senza scrupoli. 

Il più ico­ni­co di que­sti è sen­za dub­bio il bro­ker e truf­fa­to­re Jor­dan Bel­fort, nell’interpretazione di Di Caprio all’interno di The Wolf of Wall Street (2007), adat­ta­men­to del­la sua vita rea­le ad ope­ra di Scor­se­se. Bel­fort (che del resto l’enciclopedia Know Your Meme lega pro­prio al feno­me­no del sig­ma grind­set, con Bate­man) com­pa­re nel­la lista di «per­so­nag­gi cine­ma­to­gra­fi­ci ido­la­tra­ti che non andreb­be­ro ammi­ra­ti», com­pi­la­ta da Screen­Rant nel 2022. Pri­ma di lui, il finan­zie­re e self-made man Gek­ko di Michael Dou­glas in Wall Street (1987) è sta­to tra­sfor­ma­to da anta­go­ni­sta (rispec­chian­te il ram­pan­ti­smo yup­pie di allo­ra) a ido­lo del grind­set amorale.

Eppu­re con­no­ta­re que­sto feno­me­no in sen­so esclu­si­va­men­te eco­no­mi­co-poli­ti­co, se non di clas­se, sareb­be fuor­vian­te: come si potreb­be­ro con­ci­lia­re Bate­man, Bel­fort e Gek­ko con il Tyler Dur­den di Fight Club (1999), inter­pre­ta­to da Brad Pitt e inclu­so nel­la lista di Screen­Rant? Il copro­ta­go­ni­sta del film di Fin­cher (adat­ta­men­to di un roman­zo del 1996) con­di­vi­de chia­ra­men­te il mes­sag­gio anti­ca­pi­ta­li­sta, anti­con­for­mi­sta e anti­con­su­mi­sti­co del film, a dif­fe­ren­za dei sopra­ci­ta­ti antagonisti.

Del resto, la sua con­tro­par­te deno­mi­na­ta Nar­ra­to­re (Edward Nor­ton) incar­na l’eve­ry­man, l’impiegato “col­let­to bian­co” dei pia­ni bas­si, non cer­to uno squa­lo o un tycoon: più che al grind­set, sem­bra pie­ga­to alla hustle cul­tu­re, l’etica del lavo­ro iper-pro­dut­ti­vo che poco ha a che fare i sig­ma del­le crip­to­va­lu­te e del red­di­to pas­si­vo (se non i post moti­va­zio­na­li con­tro hob­by e ripo­so, visti come per­di­ta di tem­po). Ed è infat­ti lui a rap­pre­sen­ta­re dav­ve­ro l’omologazione con­su­mi­sta, ben più di Bateman. 

Eppure anche Durden, per ammissione dello stesso regista, è incappato nell’idolatria di «incel ed estrema destra»: se non è l’aderenza a una linea economica, cosa accomuna allora questi personaggi? Ampliando la prospettiva, vi è in questi un forte individualismo (anarcocapitalista in un caso, meno definito nel secondo).

Que­sto può esse­re decli­na­to in sen­so neo­li­be­ri­sta (come all’inizio del recen­tis­si­mo The Appren­ti­ce su Trump, i cui effet­ti sono anco­ra da veder­si), o mala­vi­to­so (Screen­Rant cita Vito Cor­leo­ne del Padri­no), o anco­ra da vigi­lan­te (come Puni­sher, tan­to che la Mar­vel ha dovu­to pren­de­re posi­zio­ne; in par­te come il Michael Dou­glas di Fal­ling Down; come il fumet­ti­sti­co Jud­ge Dredd).

Più spes­so, ad esso si abbi­na un for­te cini­smo, che spa­zia dall’umorismo edgy all’utilitarismo oppor­tu­ni­sta, pas­san­do per il rela­ti­vi­smo mora­le di stam­po nie­tzschia­no (pro­prio con Jud­ge Dredd c’è chi evo­ca un nichi­li­smo alt-right). In que­sto pano­ra­ma pos­so­no inse­rir­si per­so­nag­gi pre­sen­ti in un’altra lista, com­pi­la­ta da Buz­z­feed nel 2022: il supe­re­roe Dead­pool, lo scien­zia­to pro­ta­go­ni­sta di Rick and Mor­ty, Light Yaga­mi dell’anime Death Note; ma anche Cart­man dal­la serie ani­ma­ta South Park, o il pro­ta­go­ni­sta epo­ni­mo di BoJack Hor­se­man.

Fra i vil­lain cini­ci erro­nea­men­te glo­ri­fi­ca­ti non può man­ca­re Joker, il cui fol­le sadi­smo è sta­to decli­na­to tal­vol­ta in sen­so anar­co-ter­ro­ri­sti­co (nel film di Nolan, tac­cia­to di “bushi­smo”), tal­vol­ta come la riot­to­sa ven­det­ta di un reiet­to, come nel film del 2019. 

Quest’ultimo è sta­to defi­ni­to dal­la CNN una para­bo­la del feno­me­no incel (trum­pia­no e per­si­no già nixo­nia­no), da altri una denun­cia dell’atomizzazione capi­ta­li­sta, da altri anco­ra una sto­ria di sini­stra se non mar­xi­sta. Se sul­le rea­li inten­zio­ni del regi­sta Phil­lips si dibat­te, sem­bra esser­ci con­sen­so sul fat­to che il Joker di Joa­quin Phoe­nix sia sta­to inde­bi­ta­men­te ido­la­tra­to e che il film sia sta­to equi­vo­ca­to – dagli incel secon­do mol­ti, da sini­stra secon­do altri. Il sequel appe­na usci­to, per con­tro, pare aver delu­so gran par­te del pub­bli­co ori­gi­na­rio: defi­ni­to «un auda­ce dito medio alza­to con­tro i fan quan­to gli hater del pri­mo film», è sta­to para­go­na­to dal duo di Tlon a Matrix Resur­rec­tions (2024) pro­prio in quan­to volon­ta­ria delu­sio­ne del­le aspet­ta­ti­ve di un pub­bli­co che ave­va distor­to il film originario. 

E in effet­ti già si vedo­no inter­pre­ta­zio­ni per cui il vero pro­ble­ma del film non sareb­be altro che la com­pri­ma­ria fem­mi­ni­le, Har­ley Quinn, distan­te dall’incompreso Joker – sen­za con ciò voler dare ecces­si­va rile­van­za né accu­sa­re di ses­si­smo pagi­ne di meme peral­tro gene­ra­li­ste e non stret­ta­men­te cine­ma­to­gra­fi­che; d’altronde, si trat­ta di bat­tu­te che insi­sto­no più che altro sull’incongruenza fra tra­ma e for­ma­to del musi­cal.

Qual­co­sa di ana­lo­go si può regi­stra­re nel com­par­to tele­vi­si­vo, con la rice­zio­ne del­le ulti­me sta­gio­ni del­la serie The Boys: il prin­ci­pa­le anta­go­ni­sta Patrio­ta, paro­dia dei supe­re­roi e ormai cari­ca­tu­ra sati­ri­ca sem­pre più evi­den­te del­la destra trum­pia­na, ini­zia a raccogliere qual­che con­sen­so appa­ren­te­men­te meno critico.

Cir­co­la­no ad esem­pio mon­tag­gi de fac­to cele­bra­ti­vi del­la sua supe­rio­ri­tà rispet­to a quel­lo che vie­ne per­ce­pi­to come girl power for­za­to sui per­so­nag­gi fem­mi­ni­li (che ricor­da, fra le altre, alcu­ne pole­mi­che riguar­dan­ti Cap­tain Mar­velMiss Mar­vel). Su pagi­ne anco­ra una vol­ta gene­ra­li­ste (a dif­fe­ren­za dei fan di Bate­man o Fight Club, spes­so sedi­cen­ti cine­fi­li, nerd o di nic­chia), l’apprezzamento per il per­so­nag­gio di Patrio­ta appa­re con­fon­der­si con quel­lo per il suo inter­pre­te Antho­ny Starr.

Anco­ra, è su que­ste stes­se pagi­ne che si è par­ti­co­lar­men­te insi­sti­to sugli attac­chi este­ti­ci all’attrice pro­ta­go­ni­sta Erin Moriar­ty riguar­dan­ti la chi­rur­gia pla­sti­ca; con ciò non si vuo­le accu­sa­re nean­che que­ste piat­ta­for­me tout-court di ses­si­smo, né tan­to­me­no di respon­sa­bi­li­tà diret­te nel tem­po­ra­neo riti­ro di Moriar­ty dai social lo scor­so gen­na­io, a segui­to di ben altro bul­li­smo este­ti­co (che abbia­mo trat­ta­to su Mag­ma). Altre pagi­ne che han­no attac­ca­to l’attrice, peral­tro, si sono rivol­te anche con­tro l’aspetto di Laz Alon­so, inter­pre­te di Lat­te Materno. 

Eppure viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un prodotto con dei villain così chiaramente delineati e ormai divenuto un’allegoria anti-trumpiana quasi didascalica venga travisato da certi fan,

al pun­to da spin­ge­re l’attore Tomer Capo­ne a difen­de­re la bises­sua­li­tà del suo per­so­nag­gio (Fren­chie), o l’attrice Valo­rie Cur­ry (Fire­crac­ker) a dover spie­ga­re l’inammissibilità del­la repli­ca rea­le di alcu­ni com­por­ta­men­ti osce­ni di Patrio­ta nei suoi confronti.

La rispo­sta sta for­se nel­la pro­ble­ma­tiz­za­zio­ne del ver­bo appe­na uti­liz­za­to, “tra­vi­sa­re”: secon­do il sopra­ci­ta­to arti­co­lo di Buz­z­feed, gli uten­ti in que­stio­ne «non capi­sco­no» l’opera, non ne com­pren­do­no la sati­ra più o meno vela­ta, non affer­ra­no che il regi­sta ha dipin­to quel per­so­nag­gio come nega­ti­vo. In alcu­ni casi può esse­re vero, ma resta la pos­si­bi­li­tà di una coscien­te rise­man­tiz­za­zio­ne di un sim­bo­lo usa­to nega­ti­va­men­te dagli avver­sa­ri (una pra­ti­ca che dura dal Sei­cen­to dei Geu­zen, pas­san­do per il neo­fa­sci­smo fino ai Repub­bli­ca­ni weird).

Anco­ra, non va con­fu­so con la cele­bra­zio­ne il mero fasci­no per un per­so­nag­gio oscu­ro, che non è una novi­tà alme­no dai tem­pi degli stu­di sul­la dark triad del 2002, così come non è nuo­va la con­fu­sio­ne fra atto­re e per­so­nag­gio (inne­sca­ta dagli albo­ri del cine­ma hol­ly­woo­dia­no, secon­do gli stu­di di Stai­ger negli anni Ottan­ta). Gri­da­re al “peri­co­lo emu­la­zio­ne” ogni vol­ta che esce un film su Joker non è esa­ge­ra­to quan­to la cro­cia­ta boo­mer con­tro i video­gio­chi spa­ra­tut­to (che d’altronde trae ori­gi­ne pro­prio dagli stu­di su cine­ma e TV)?

Anco­ra più in gene­ra­le, soste­ne­re che que­sta par­te del pub­bli­co “si stia sba­glian­do” impli­ca che esi­sta un sen­so uni­vo­co e ogget­ti­vo nell’opera arti­sti­ca (sca­tu­ri­to dall’ispirazione dell’autore in sen­so cro­cia­no, o intrin­se­co al testo in sen­so for­ma­li­sta), cui il let­to­re non par­te­ci­pa in alcun modo: una tesi oggi quan­to­me­no rela­ti­viz­za­ta, se non supe­ra­ta dal­le teo­rie del­la rice­zio­ne e dagli stu­di sul contesto.

E allo­ra for­se sono pro­prio l’esclusione e la demo­niz­za­zio­ne risul­tan­ti dal loro ruo­lo di vil­lain a ren­de­re appe­ti­bi­li que­sti per­so­nag­gi a chi vuo­le far­ne un sim­bo­lo d’individualismo, cini­smo e pen­sie­ro fuo­ri dagli schemi. 

Con­di­vi­di:
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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