La storia di Palmiro Togliatti: l’uomo “fedele al Partito”

La storia di Palmiro Togliatti: l'uomo "fedele al Partito"

Quel­la di Pal­mi­ro Togliat­ti, come del resto del­la mag­gior par­te degli uomi­ni che han­no cam­mi­na­to sul suo stes­so suo­lo, vis­su­to gli stes­si ambien­ti e osser­va­to quel­lo stra­no e irri­pe­ti­bi­le tem­po, è una sto­ria che si incar­di­na su mol­ti­tu­di­ni di stra­de, con­ser­van­do in ognu­na di esse un filo ros­so, una doman­da radi­ca­ta al cuo­re di quel­lo spec­chio di mon­do che è sta­ta l’epoca fra il 1927 e il 1964: quan­to si è dispo­sti a sacri­fi­ca­re per il bene di un par­ti­to? Su quan­te limi­ta­zio­ni alla liber­tà si è dispo­sti a tace­re per resi­ste­re ad un ideale? 

Di per sé, rac­con­ta­re il Togliat­ti con­tro­ver­so e con­flit­tua­le, con se stes­so e con ciò che si tro­va vive­re, signi­fi­ca soprat­tut­to rac­con­ta­re di un momen­to sto­ri­co il cui peri­me­tro si trac­cia a par­ti­re dall’altro, dal nemi­co, dal male da com­bat­te­re, da quel­la cor­ti­na di fer­ro annun­cia­ta da Win­ston Chur­chill, che in Ita­lia vide nel segre­ta­rio del PCI una rea­liz­za­zio­ne pecu­lia­re, rispet­to ad altri Paesi. 

Nato a Geno­va il 26 mar­zo 1893, Togliat­ti cre­sce a con­tat­to con real­tà com­ple­ta­men­te diver­se qua­li il capo­luo­go ligu­re, per poi pas­sa­re a Nova­ra e infi­ne sedi­men­ta­re i pro­pri prin­ci­pi a Tori­no: real­tà diver­se ma uni­te da una ten­sio­ne, quel­la vol­ta all’organizzazione pro­le­ta­ria, a quel sogno sco­per­to con il mani­fe­sto di Marx ed Engels nel 1848. 

Ai pri­mi anni di aspra gio­vi­nez­za risa­le quel­la sua pro­mes­sa di appar­te­nen­za al par­ti­to che più di tut­ti sta­va apren­do­si alla mol­te­pli­ci­tà, alla pre­co­ce con­sa­pe­vo­lez­za di osser­va­re il rea­le sot­to il fil­tro di una crea­tu­ra poli­ti­ca che var­cò le soglie dei mag­gio­ri par­la­men­ti euro­pei sol­tan­to nei pri­mi del ‘900: la mas­sa.

Il gio­va­ne Togliat­ti ade­ri­sce già nel 1914 al Par­ti­to Socia­li­sta Ita­lia­no, pre­lu­dio di un per­cor­so intel­let­tua­le che lo con­dur­rà alla fon­da­zio­ne, nel 1921, del Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no. In que­sto pas­sag­gio osser­via­mo una pri­ma svol­ta cru­cia­le, che ren­de con­to del­le ten­sio­ni che dira­me­ran­no il sen­tie­ro del­le scel­te poli­ti­che di Togliat­ti: la con­vin­zio­ne di abban­do­na­re il rifor­mi­smo socia­li­sta, in favo­re del­la costru­zio­ne di una for­za par­ti­ti­ca comu­ni­sta sor­ge dal­la cre­den­za di ave­re, din­nan­zi a sé, le pre­mes­se per una rivo­lu­zio­ne pro­le­ta­ria. Cre­den­za tut­ta­via poi evo­lu­ta nel­la con­sa­pe­vo­lez­za del­la dif­fi­col­tà, se non impos­si­bi­li­tà, di attua­re la sud­det­ta rivo­lu­zio­ne nel qua­dro poli­ti­co suc­ces­si­vo alla Con­fe­ren­za di Jal­ta del 1945.

Com­pli­ce l’intensa atti­vi­tà di irra­dia­men­to del­la cul­tu­ra comu­ni­sta attra­ver­so la rivi­sta L’Ordine nuo­vo, fon­da­ta nel 1919, Togliat­ti, Gram­sci e Ter­ra­ci­ni acqui­si­sco­no un ruo­lo pri­ma­rio nei con­si­gli di fab­bri­ca, fra gli sta­bi­li­men­ti metal­lur­gi­ci che com­po­ne­va­no la stra­gran­de mag­gio­ran­za di for­za lavo­ro del Nord del Paese. 

L’idea degli intel­let­tua­li tori­ne­si è chia­ra: assi­mi­la­re il modus ope­ran­di dei soviet che nel 1917 ha cam­bia­to irri­me­dia­bil­men­te le sor­ti del­la Rus­sia e di tut­ta l’Europa orien­ta­le, auspi­can­do ad una rea­le uni­tà con il gover­no cen­tra­le. Si con­fi­gu­ra­no le basi di un pro­gram­ma uni­co comu­ni­sta, che pone in esse­re il sosten­ta­men­to di un cor­po solo, le cui ossa si ricon­du­co­no ai par­ti­ti da ogni ango­lo dell’Europa. Il pro­po­si­to è san­ci­to anche da una bene­di­zio­ne:

Lenin approva il settimanale fondato dai comunisti italiani, ponendo ulteriori premesse alla futura collaborazione fra il comunismo sovietico e il PCI.

L’an­co­ra gio­va­ne segre­ta­rio del­la Sezio­ne socia­li­sta tori­ne­se si ren­de con­to del pre­va­le­re net­to, per la pri­ma vol­ta nel­la sto­ria del Pae­se, del pro­le­ta­ria­to indu­stria­le e, di con­se­guen­za, capi­sce di ave­re redi­ni tali da allen­ta­re il com­pro­mes­so che lo lega­va alla stret­ta bor­ghe­se. La pre­ci­sa coscien­za di un’identità, quel­la pro­le­ta­ria, da costi­tui­re sen­za fil­tri e nego­zia­zio­ni, si rive­la però un bar­lu­me di spe­ran­za fin trop­po inge­nuo, per­si­no nel momen­to di mas­si­ma coe­sio­ne del­la clas­se in lot­ta come il bien­nio ros­so, e lasce­rà pre­sto spa­zio ad un meto­do di pen­sa­re la poli­ti­ca di cui Togliat­ti sarà maestro. 

La data che segna quel filo ros­so, che accom­pa­gne­rà la vita poli­ti­ca di Togliat­ti fino alla fine dei suoi gior­ni, è il 1934: il sog­gior­no a Mosca, cuo­re pul­san­te di quel sogno che gli era sta­to sot­trat­to dal regi­me fasci­sta, è emble­ma di una pro­gres­si­va sca­la­ta che Togliat­ti com­pi­rà fra le fila degli uomi­ni fede­li allo sta­li­ni­smo, fino ai suoi anfrat­ti più radi­cal­men­te tota­li­ta­ri e osses­sio­na­ti da quell’ideale di uni­tà, che ben pre­sto assor­bi­rà ogni altro spa­zio di azio­ne del pen­sie­ro comunista. 

L’inizio del Gran­de Ter­ro­re sta­li­nia­no, quel­la repres­sio­ne vio­len­ta e siste­ma­ti­ca del regi­me sovie­ti­co per acce­le­ra­re l’epurazione del Par­ti­to, coin­ci­de infat­ti con il perio­do di mag­gio­re deter­mi­na­zio­ne ed influen­za del­lo stes­so Togliat­ti nell’Internazionale Comu­ni­sta, ruo­lo che lo por­te­rà ad assu­me­re il cen­tro di con­trol­lo effet­ti­vo sul­le ope­ra­zio­ni di resi­sten­za del­la Spa­gna repub­bli­ca­na duran­te la guer­ra civi­le, in quan­to amba­scia­to­re del Comin­tern, in cui l’ordine dell’URSS di epu­ra­re anche le for­ze di sini­stra anti-sta­li­ni­ste e le oppo­si­zio­ni anar­chi­che che sta­va­no pren­den­do pie­de ven­ne svol­to alla perfezione. 

È in que­sta serie innu­me­re­vo­le di atti diplo­ma­ti­ci (e non) che, più che in ogni altro momen­to si evin­ce il l’ani­mo sfac­cet­ta­to del diri­gen­te: la posi­zio­ne di mas­si­mo por­ta­to­re del­la cul­tu­ra comu­ni­sta glo­ba­le si tra­du­ce­va de fac­to, allo­ra, nel cedi­men­to, obbli­ga­to, alle richie­ste di un siste­ma poli­ti­co che ave­va com­ple­ta­men­te muta­to il suo approc­cio, le sue doman­de, i suoi stes­si ele­men­ti costi­tuen­ti. Se il col­le­ga di par­ti­to, Anto­nio Gram­sci, dal­le car­ce­ri degli anni ’30 riflet­te­va su una rivo­lu­zio­ne che fos­se intel­let­tua­le, mora­le, al di fuo­ri di esse Togliat­ti vive­va la sua Rivo­lu­zio­ne, una rivo­lu­zio­ne in cui dovet­te accet­ta­re quel com­pro­mes­so all’in­ter­no, nel­le visce­re del­la Rivo­lu­zio­ne stessa. 

Così, da simi­li pre­sup­po­sti nac­que il PCI, che poté per un cer­to perio­do esse­re assi­mi­la­to qua­si a una costo­la dell’Unione Sovie­ti­ca; tut­ta­via si sareb­be poi veri­fi­ca­ta nel Dopo­guer­ra una situa­zio­ne più ambi­gua, per cui il lea­der del più gran­de par­ti­to comu­ni­sta occi­den­ta­le si sareb­be pro­gres­si­va­men­te distan­zia­to da Sta­lin, per­se­guen­do vie non diret­ta­men­te rivo­lu­zio­na­rie e teo­riz­zan­do infi­ne la “via ita­lia­na al socia­li­smo”.

Il PCI ven­ne allo­ra for­se a rap­pre­sen­ta­re una fra­zio­ne di quel dise­gno, com­piu­to con i car­ri arma­ti di Khru­sh­chev che var­che­ran­no i con­fi­ni di Buda­pe­st nel ’56; ma anche quel sen­ti­men­to di pura e osser­va­ta fedel­tà, e quel­la lot­ta con se stes­so che il segre­ta­rio Togliat­ti ha com­bat­tu­to rimar­rà il mani­fe­sto di un’i­dea che, per pre­ser­var­si, ha dovu­to barat­ta­re l’unità per l’ideale.


Fon­ti:

Togliat­ti e Sta­lin. Il PCI e la poli­ti­ca este­ra sta­li­nia­na negli archi­vi di Mosca, E.A. Ros­si, V. Zaslavsky

Pal­mi­ro Togliat­ti diri­gen­te del Comin­tern. Demo­cra­zia, inter­na­zio­na­li­smo e nazio­na­liz­za­zio­ne del comu­ni­smo, G. Fiocco

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Marco La Rosa

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