«Munch, il grido interiore». La scoperta dell’inquietudine a Palazzo Reale

Dal 14 set­tem­bre al 26 gen­na­io 2025, Palaz­zo Rea­le apre le sue por­te all’artista nor­ve­ge­se Edvard Munch con la mostra «Munch. Il gri­do inte­rio­re», com­po­sta da cen­to ope­re pre­sta­te dal Munch Museum di Oslo e orga­niz­za­te in un per­cor­so cura­to da Patri­cia Ber­man e Costan­ti­no D’Orazio.

Espo­nen­te del sim­bo­li­smo del XIX seco­lo e pre­cur­so­re dell’espressionismo, Edvard Munch nac­que il 12 dicem­bre 1863 a Løten, una pic­co­la cit­ta­di­na nor­ve­ge­se vici­no a Chri­stia­nia. Fin da bam­bi­no dovet­te affron­ta­re lut­ti fami­glia­ri: la madre morì di tuber­co­lo­si quan­do Munch ave­va 5 anni, la stes­sa malat­tia pochi anni dopo por­tò alla per­di­ta del­la sorel­la mag­gio­re Johan­ne Sophie, negli anni ’90 del XIX seco­lo soprag­giun­se­ro poi i deces­si del padre e del fra­tel­lo Peter Andreas. A ciò si aggiun­se­ro anche affan­ni amo­ro­si cau­sa­ti dal­la rela­zio­ne tur­bo­len­ta con Tul­la Lar­sen e pro­ble­mi di alco­li­smo che lo por­ta­ro­no a iso­lar­si dal resto del mondo.

Da questi dolori l’artista iniziò a sviluppare la propria poetica basata sull’interpretazione delle ansie e dell’animo umano, realizzando opere immediatamente riconoscibili grazie a caratteristiche peculiari quali i volti senza sguardi, i paesaggi innaturali e l’uso innovativo del colore.

La sua car­rie­ra arti­sti­ca ini­ziò negli anni ‘80 gra­zie all’incontro con Chri­stian Kro­hg, natu­ra­li­sta nor­ve­ge­se, per poi con­ti­nua­re a Pari­gi sot­to influen­ze impres­sio­ni­ste e post-impres­sio­ni­ste. Il  sog­gior­no fran­ce­se gli die­de la pos­si­bi­li­tà di avvi­ci­nar­si a nume­ro­si arti­sti, come Vin­cent Van Gogh e Paul Gau­guin, che lo spin­se­ro a ricer­ca­re uno sti­le per­so­na­le che lo con­trad­di­stin­gues­se. In segui­to, Munch si spo­stò a Ber­li­no, dove alle­stì la sua pri­ma per­so­na­le. L’esposizione fu con­si­de­ra­ta scan­da­lo­sa, ma gra­zie ad essa ini­ziò a esse­re cono­sciu­to a livel­lo euro­peo come arti­sta ever­si­vo che rac­con­ta­va l’inquietudine dell’essere uma­no. Iso­la­to­si qua­si com­ple­ta­men­te dal­la socie­tà, Munch tor­nò nel­la sua cit­tà nata­le nei pri­mi anni del Nove­cen­to e si dedi­cò alla pit­tu­ra di pae­sag­gi e al lavo­ro spe­ri­men­ta­le fino alla sua mor­te, avve­nu­ta nel 1944 a cau­sa di una broncopolmonite. 

Le perdite famigliari, gli insuccessi personali, la solitudine e i problemi di alcolismo e di nevrosi sono i temi principali che occupano le tele di Munch. 

Con la mostra espo­sta a Palaz­zo Rea­le lo spet­ta­to­re può immer­ger­si in que­sto sti­le con­tro­cor­ren­te, carat­te­riz­za­to da bloc­chi di colo­ri uni­for­mi e pro­spet­ti­ve discor­dan­ti. Le ope­re di Munch sono sud­di­vi­se in 7 sezio­ni, ognu­na del­le qua­li pone il focus su una par­te del­la vita dell’artista e sul­le influen­ze che gli han­no per­mes­so di evol­ve­re come pittore.

Nel­la pri­ma sezio­ne, «Alle­na­re l’occhio», è pos­si­bi­le osser­va­re le sue pri­me ope­re come Auto­ri­trat­to (1881–82), Malin­co­nia (1900–1901) e Il cir­co­lo bohé­mien di Kri­stia­nia (1907). In que­sto perio­do, Munch pone al cen­tro del­le sue tele la natu­ra, usa­ta come fon­te di ispi­ra­zio­ne, e ne ana­liz­za imma­gi­ni, suo­ni, colo­ri e vibra­zio­ni. Inol­tre, entra in con­tat­to con i «Bohé­mien di Kri­stia­nia», ovve­ro gio­va­ni intel­let­tua­li nor­ve­ge­si riu­ni­ti in un grup­po poli­ti­co anar­chi­co: que­sti uomi­ni sono tra i prin­ci­pa­li sog­get­ti del­le sue ope­re in que­sti anni e per­met­to­no a Munch di diven­ta­re pio­nie­re di idee pro­gres­si­sta e moderne.

Si pas­sa poi alla stan­za «Fan­ta­smi», in cui sono espo­sti lavo­ri qua­li Malin­co­nia (1891), Dispe­ra­zio­ne (1894), L’urlo (1895), Lot­ta con­tro la mor­te (1915) e La mor­te nel­la stan­za del­la mala­ta (1893). Ciò che acco­mu­na que­ste ope­re è la volon­tà di Munch di rac­con­ta­re i suoi ricor­di attra­ver­so la pit­tu­ra: fil­tra i vari lut­ti che han­no costel­la­to la sua vita, facen­do del dolo­re il motif del­la sua poe­ti­ca, e nei qua­dri pren­de spa­zio la raf­fi­gu­ra­zio­ne del­la malat­tia e dell’agonia.

In particolare, con L’urlo, considerato il suo capolavoro, Munch esprime le proprie emozioni partendo da un avvenimento realmente accaduto. 

L’artista infat­ti affer­mò: «Sta­vo cam­mi­nan­do per stra­da con due ami­ci; il sole sta­va tra­mon­tan­do e, all’im­prov­vi­so, il cie­lo diven­ne ros­so san­gue. Mi fer­mai e mi appog­giai alla stac­cio­na­ta pre­so da un’in­di­ci­bi­le spos­sa­tez­za: c’e­ra­no san­gue e lin­gue di fuo­co sopra al blu e al nero del fior­do e del­la cit­tà. I miei ami­ci con­ti­nua­ro­no nel­la loro pas­seg­gia­ta, e io rima­si li, tre­man­do per l’an­sia, e per­ce­pii un urlo infi­ni­to attra­ver­sa­re la natu­ra».

La ter­za sezio­ne, «Quan­do i cor­pi si incon­tra­no e si sepa­ra­no», è dedi­ca­ta a quel­la che Munch chia­ma «gran­dio­si­tà del­la ses­sua­li­tà». Qui il focus è sul­la raf­fi­gu­ra­zio­ne del­la sedu­zio­ne e del­la dis­so­lu­zio­ne dell’amore. Le ope­re pre­sen­ti, tra cui Bacio vici­no alla fine­stra (1891), Cop­pie che si bacia­no nel par­co (Fre­gio di Lin­de, 1904) e Madon­na (1895), rap­pre­sen­ta­no il risve­glio ses­sua­le dell’artista e sono orga­niz­za­te in una serie chia­ma­ta pri­ma Amo­re e poi Il Fre­gio del­la vita.

Madon­na (1898–1902)

Nel­la quar­ta stan­za si può osser­va­re il lavo­ro svol­to da Munch duran­te il suo sog­gior­no in Ita­lia, notan­do come la sua pit­tu­ra ven­ne influen­za­ta dal Rina­sci­men­to ita­lia­no e dall’arte di Raf­fael­lo e Miche­lan­ge­lo; men­tre con la quin­ta sezio­ne, «L’universo invi­si­bi­le», ci si adden­tra nel pen­sie­ro di Munch secon­do cui la Ter­ra è un ele­men­to dota­to di coscien­za e respi­ro. In que­gli anni dila­ga­va il dibat­ti­to in meri­to al rap­por­to tra scien­za, tec­no­lo­gia, reli­gio­ne e misti­ci­smo: con ope­re qua­li Uomi­ni che fan­no il bagno (1913–1915), Onde (1908) e Il fal­cia­to­re (1917), l’artista ten­ta di spie­ga­re la sua cosmo­lo­gia basa­ta sull’idea che ambien­te e cor­pi entra­no in con­tat­to per­met­ten­do alle ener­gie invi­si­bi­li di inte­ra­gi­re con ciò che è visibile. 

Nel­la penul­ti­ma sezio­ne, «Di fron­te allo spec­chio (Auto­ri­trat­to)», Munch esplo­ra l’essere uma­no nel­le sue varie sfac­cet­ta­tu­re pren­den­do come ogget­to di stu­dio sé stes­so. In que­ste ope­re l’artista posa di fron­te a uno spec­chio, inse­ri­sce il suo cor­po tra le fiam­me dell’inferno e lega il pro­prio sé al suo sta­to psicologico. 

Auto­ri­trat­to davan­ti al muro di casa (1926)

La mostra si con­clu­de con «L’eredità di Munch», ovve­ro con l’esposizione di alcu­ni dei suoi capo­la­vo­ri come Don­na sui gra­di­ni del­la veran­da (1942), Muro di casa al chia­ro di luna (1922–1924) e Le ragaz­ze sul pon­te (1927).

Munch può essere definito come un artista rivoluzionario per vari motivi. Innanzitutto, inizia ad esplorare l’inconscio e la psiche umana nelle sue diverse sfaccettature, inventando, però, anche un modo innovativo di costruire le scene e di usare il colore.

Munch spez­za la pro­spet­ti­va rina­sci­men­ta­le con una dispo­si­zio­ne dei per­so­nag­gi e una pro­get­ta­zio­ne del­lo spa­zio che favo­ri­sco­no lo spri­gio­na­men­to di sen­ti­men­ti nega­ti­vi e del dolo­re. In par­ti­co­la­re, nei suoi qua­dri va in sce­na l’incomunicabilità: i per­so­nag­gi sono posi­zio­na­ti in grup­po ma non si guar­da­no mai e ognu­no vive i pro­pri disa­gi da solo. Ed è pro­prio que­sto aspet­to che attrae lo spet­ta­to­re alle tele di Munch, infat­ti i vol­ti defor­ma­ti sono in gra­do di smuo­ve­re emo­zio­ni con­tra­stan­ti in ognu­no di noi. Un’altra carat­te­ri­sti­ca affa­sci­nan­te del­le ope­re del nor­ve­ge­se è la tavo­loz­za di colo­ri uti­liz­za­ta. I con­tor­ni del­le figu­re sono pesan­ti e i colo­ri rispec­chia­no il flus­so degli sta­ti d’animo dell’artista e la sua agi­ta­zio­ne esi­sten­zia­le: gial­li e ros­si sim­bo­leg­gia­no l’ansia, men­tre blu scu­ri e vio­la­cei rap­pre­sen­ta­no l’in­tro­spe­zio­ne e la malin­co­nia. Tut­ta­via, nel cor­so degli anni si fan­no stra­da anche sen­ti­men­ti posi­ti­vi e Munch arri­va a una pace inte­rio­re che vie­ne raf­fi­gu­ra­ta con gial­li cal­di e rosa opa­chi, oltre che ai pig­men­ti più comu­ni come il bian­co e il verde.

Con la sua sperimentazione, Munch cambia lo scenario artistico dell’epoca ponendo sulla tela immagini disturbanti, l’inquietudine dell’essere umano e una concezione dello spazio totalmente innovativa. 

L’artista riscos­se gran­de suc­ces­so pres­so la cri­ti­ca e il pub­bli­co euro­peo, influen­zan­do le Avan­guar­die del XX seco­lo e apren­do le por­te a un nuo­vo modo di fare arte basa­to sul rac­con­to di emo­zio­ni pro­fon­de. Munch è sta­to un gran­de mae­stro carat­te­riz­za­to dal­la sin­go­la­ri­tà del­la sua poe­ti­ca: rifiu­tan­do di esse­re acco­sta­to ad altri grup­pi di arti­sti, inau­gu­rò nuo­ve cor­ren­ti pit­to­ri­che lascian­do in ere­di­tà lezio­ni fon­da­men­ta­li anco­ra oggi.

“Con la mia arte ho cer­ca­to di spie­ga­re a me stes­so la vita e il suo signi­fi­ca­to, ma anche di aiu­ta­re gli altri a com­pren­de­re la pro­pria vita”

Michela De Marchi
Stu­den­tes­sa di Scien­ze uma­ni­sti­che per la comu­ni­ca­zio­ne che aspi­ra a diven­ta­re una gior­na­li­sta. Sono mol­to ambi­zio­sa e ten­do a dare il meglio di me in ogni situa­zio­ne. Dan­za, libri e viag­gi sono solo alcu­ne del­le cose che mi caratterizzano.
About Michela De Marchi 28 Articoli
Studentessa di Scienze umanistiche per la comunicazione che aspira a diventare una giornalista. Sono molto ambiziosa e tendo a dare il meglio di me in ogni situazione. Danza, libri e viaggi sono solo alcune delle cose che mi caratterizzano.

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