Elezioni USA, perché i candidati vanno nei podcast?

Elezioni USA, perché i candidati vanno nei podcast?

La «pri­ma cam­pa­gna elet­to­ra­le dei pod­ca­st», l’ha defi­ni­ta il gior­na­li­sta Fran­ce­sco Mari­no. Per­si­no «l’elezione dei pod­ca­st», ha soste­nu­to il suo col­le­ga Fran­ce­sco Costa. Ed è vero: entram­bi i can­di­da­ti alla pre­si­den­za degli Sta­ti Uni­ti si sono dedi­ca­ti a que­sto medium, mol­to più che nel­le pre­ce­den­ti tornate.

Non si par­la qui del­le sem­pli­ci com­par­sa­te con doman­de di argo­men­to non poli­ti­co, come quel­la del can­di­da­to vice demo­cra­ti­co Walz sui cana­li di Ree­ce Feld­man, lega­ti al cine­ma – un con­te­nu­to ana­lo­go alle inter­vi­ste “cano­re” di Dejan Cet­ni­ko­vic in Ita­lia. Si trat­ta al con­tra­rio di inter­ven­ti, anche lun­ghi fino a un’ora e mez­za, su cana­li che abi­tual­men­te trat­ta­no di poli­ti­ca e che fan­no doman­de pro­gram­ma­ti­che ai candidati. 

Cer­to, que­sto non signi­fi­ca che gli inter­vi­sta­to­ri sia­no par­ti­co­lar­men­te mor­da­ci, anzi: il for­mat stes­so di que­sto tipo di pod­ca­st secon­do Mari­no pre­ve­de «una sen­sa­zio­ne gene­ra­le di infor­ma­li­tà, uni­ta a un’as­sen­za pres­so­ché tota­le di qua­lun­que gene­re di doman­da, di media­zio­ne». Inol­tre, Har­ris e Trump scel­go­no accu­ra­ta­men­te i pro­pri inter­vi­sta­to­ri, offren­do­si gene­ral­men­te ai pod­ca­st dal­le idee più vici­ne alle loro: una stra­te­gia non igno­ta al mez­zo tele­vi­si­vo, né negli USA né in Italia.

Har­ris, ad esem­pio, que­sto otto­bre si è fat­ta inter­vi­sta­re su Call her dad­dy: si trat­ta di un pod­ca­st nato nel 2018 come cana­le di aned­do­ti e con­si­gli, ma che nel 2021 (dopo un sup­po­sto accor­do mul­ti­mi­lio­na­rio con Spo­ti­fy) si è con­cen­tra­to sem­pre di più sui dirit­ti ripro­dut­ti­vi e la salu­te men­ta­le. Nell’intervista infat­ti si è par­la­to di abor­to e diver­si model­li di mater­ni­tà, ma con uno sguar­do mode­ra­to alle fedi reli­gio­se. A dire il vero, secon­do Reu­ters Har­ris sta­reb­be pen­san­do di avven­tu­rar­si in quel­la che per lei sareb­be una “tana del lupo”, il pod­ca­st di Joe Rogan.

Joe Rogan

Rogan, cin­quan­ta­set­te anni, ha alle spal­le una car­rie­ra da comi­co; a par­ti­re (alme­no) dal 2013 con il pro­gram­ma tele­vi­si­vo Joe Rogan que­stions eve­ry­thing, ha ini­zia­to ad acca­rez­za­re il mon­do cospi­ra­zio­ni­sta. Già dal 2009 con­du­ce il pod­ca­st The Joe Rogan expe­rien­ce, che nel 2020 sareb­be val­so al suo auto­re 200 milio­ni di dol­la­ri di esclu­si­va a Spo­ti­fy e che su You­Tu­be con­ta oltre 5 miliar­di di visualizzazioni.

Con­tro­ver­so fra le altre cose per l’utilizzo di alcu­ni ter­mi­ni raz­zi­sti, il suo pod­ca­st que­sto otto­bre ha ospi­ta­to Trump, che ha bat­tu­to sul tem­po l’avversaria: si è par­la­to (bene) del gene­ra­le sudi­sta Lee, ma anche di alie­ni, del­la fal­sa teo­ria sui bro­gli del 2020, di tas­se ed eco­lo­gi­smo. Su quest’ultimo tema, va det­to, Rogan ha un po’ incal­za­to l’ex-presidente; del resto, quest’estate ave­va pub­bli­ca­men­te soste­nu­to DeSan­tis, prin­ci­pa­le avver­sa­rio di Trump alle pri­ma­rie repubblicane.

Il riferimento a Joe Rogan può essere una chiave di lettura dell’exploit di questo mezzo di comunicazione presso i politici americani, soprattutto per quanto riguarda Trump. 

Mari­no par­la di una fet­ta spe­ci­fi­ca dei pod­ca­ster, vale a dire la «mano­sphe­re. E cioè, in sostan­za, gio­va­ni uomi­ni bian­chi – e non solo – che si oppon­go­no al poli­ti­ca­men­te cor­ret­to e alla cul­tu­ra woke». Del­la mano­sphe­re abbia­mo par­la­to più vol­te, su Vul­ca­no: il for­ma­to del pod­ca­st è irri­du­ci­bi­le a un insie­me di auto­ri o di ascol­ta­to­ri esclu­si­va­men­te maschi e bian­chi; il suo immen­so suc­ces­so ha infat­ti impli­ca­to onni­pre­sen­za e dun­que diver­si­fi­ca­zio­ne in diver­si seg­men­ti demo­gra­fi­ci. È però pos­si­bi­le recu­pe­ra­re qual­che dato a soste­gno di una carat­te­riz­za­zio­ne maschi­le e cau­ca­si­ca del medium, alme­no nel decen­nio scor­so – cosa che i meme non si sono lascia­ti sfuggire.

E i pod­ca­st scel­ti spe­ci­fi­ca­men­te da Trump si col­lo­ca­no spes­so in que­sta mano­sphe­re (oltre che tal­vol­ta nell’alveo cospi­ra­zio­ni­sta), baci­no che rap­pre­sen­ta ormai uno zoc­co­lo duro trum­pia­no e un tar­get ricer­ca­to dal­la stes­sa Har­ris. Ecco che allo­ra secon­do il New York Times Trump «fa la cor­te al bro vote» o al «mano­ver­se»: ven­go­no cita­ti i Nelk Boys sta­tu­ni­ten­si e cana­de­si, tito­la­ri dal 2021 di un pod­ca­st su cui sono com­par­si Elon Musk, l’influencer miso­gi­no Andrew Tate, il com­men­ta­to­re del­la Fox Tuc­ker Carl­son, e Trump stes­so, nel 2022. L’intervista, in cui Trump rilan­cia­va la tesi dei bro­gli, è sta­ta rimos­sa da YouTube.

Que­sto mano­ver­se, con­ti­nua il NYT, non è ristret­to all’ambito dei pod­ca­st: un cir­cui­to paral­le­lo sareb­be quel­lo del­le arti mar­zia­li miste e in par­ti­co­la­re dell’organizzazione UFC, fon­da­ta da Dana Whi­te (impren­di­to­re lega­to anche alle viri­lis­si­me gare di schiaf­fi, che sostie­ne Trump dal 2016 e ha più vol­te pre­sen­zia­to alle con­ven­tion repub­bli­ca­ne). È pres­so la UFC che Trump ha incon­tra­to i Nelk Boys, ed è con la UFC che Joe Rogan nel 1997 intra­pre­se la car­rie­ra da inter­vi­sta­to­re; sem­pre dal mano­ver­se e dall’ambito spor­ti­vo emer­ge David Port­noy, che nel 2004 ha fon­da­to l’universo media­ti­co di Bar­stool Sports, rivol­to a gio­va­ni uomi­ni impe­gna­ti nel­la guer­ra con­tro il poli­ti­ca­men­te cor­ret­to. Soste­ni­to­re di Trump dal 2015, Port­noy ha inter­vi­sta­to l’allora pre­si­den­te nel 2020, pur distan­zian­do­se­ne in mate­ria di aborto. 

Que­sti non sono nem­me­no i nomi più noti fra le per­so­na­li­tà di Inter­net che di recen­te han­no inter­vi­sta­to Trump: quest’estate, il can­di­da­to repub­bli­ca­no è com­par­so nell’ordine sui cana­li di Logan Paul, Adin Ross e Theo Von. Il pri­mo, ven­ti­no­ven­ne, si tro­va su You­Tu­be dagli albo­ri del­la piat­ta­for­ma stes­sa e rag­giun­se il suc­ces­so gra­zie al sito Vine. Noto per la con­tro­ver­sia del 2017 riguar­dan­te il suo com­por­ta­men­to irri­spet­to­so nel­la “Fore­sta dei suci­di” in Giap­po­ne, il suo cana­le è sta­to demo­ne­tiz­za­to a segui­to di epi­so­di ana­lo­ghi successivi.

Logan Paul

Paul si è dun­que spo­sta­to sul­la piat­ta­for­ma Twitch, al tem­po pro­met­ten­te far west dere­go­la­men­ta­to. La sua car­rie­ra da allo­ra è costel­la­ta di gaf­fe e scan­da­li, ulti­ma quel­la sul­la bibi­ta Pri­me e i pasti con­fe­zio­na­ti Lun­chly da lui pro­dot­ti con altri you­tu­ber. Oltre a una pas­sa­ta car­rie­ra tele­vi­si­va, il crea­tor ne ha avvia­ta un’altra nel 2021: anche lui nel­le arti mar­zia­li miste. Quest’immagine machi­sta è for­se l’unico vero col­le­ga­men­to con gli altri crea­tor, dato che il suo cana­le non è a tema poli­ti­co. Paul ha inter­vi­sta­to Trump a giu­gno sul suo pod­ca­st Impaul­si­ve, in cui il tycoon ha scher­ni­to l’allora riva­le Biden, repu­tan­do impos­si­bi­le una sua appa­ri­zio­ne su quel cana­le (dove inve­ce l’autore ha col­to l’occasione di invi­ta­re il presidente).

Adin Ross, 24 anni appe­na com­piu­ti, ha esor­di­to su Twitch nel 2019 e a suo modo è sta­to impli­ca­to nel­la vicen­da di Andrew Tate: ha ten­ta­to di visi­tar­lo quan­do quest’ultimo era sta­to arre­sta­to in Roma­nia per traf­fi­co di esse­ri uma­ni nel 2022, e due anni dopo ha cau­sa­to un nuo­vo arre­sto rive­lan­do per erro­re la pos­si­bi­li­tà di una fuga di Tate all’estero. Dopo set­te ban tem­po­ra­nei da Twitch per il lin­guag­gio offen­si­vo impie­ga­to da Ross, la piat­ta­for­ma (non più così far west) nel 2023 ha deci­so di ban­dir­lo per sempre. 

La sua car­rie­ra è allo­ra pro­se­gui­ta su Kick, dove ad ago­sto ha inter­vi­sta­to Trump, supe­ran­do il mez­zo milio­ne di visua­liz­za­zio­ni in diret­ta. Trump, che ha rice­vu­to l’endor­se­ment di Ross, ha par­la­to del «gol­pe» di Har­ris con­tro Biden e del­le voci su un attac­co ira­nia­no a Israe­le (avve­nu­to solo ad otto­bre), per con­clu­de­re con la sua clas­si­ca play­li­st musi­ca­le. Con loro era pre­sen­te xQc (Félix Len­gyel), video­gio­ca­to­re pro­fes­sio­ni­sta; Ross ha recen­te­men­te inter­vi­sta­to anche Nick Fuen­tes, gio­va­ne strea­mer di estre­ma destra.

Theo Von, infi­ne, ha 44 anni e sin dall’adolescenza ha fat­to il comi­co; nel 2018 ha scrit­to lo spet­ta­co­lo Man up, men­tre dal 2016 gesti­sce il pod­ca­st This past wee­kend (ma è sta­to anche ospi­ta­to da Joe Rogan). Su que­sta piat­ta­for­ma, ad ago­sto ha inter­vi­sta­to sia il demo­cra­ti­co Ber­nie San­ders (par­lan­do di sani­tà), sia Trump. 

Tut­to que­sto entou­ra­ge non dimo­stra solo come sia mio­pe la sva­lu­ta­zio­ne di que­sti influen­cer come qual­co­sa di rela­ti­vo a dei ragaz­zi­ni poco più che tee­na­ger – sva­lu­ta­zio­ne mio­pe anche in Ita­lia su Tik­Tok, come argo­men­tia­mo su Vul­ca­no, e che Umber­to Eco avreb­be giu­di­ca­to “apo­ca­lit­ti­ca”. Non è un caso che Trump, cam­bia­ta idea sul social cine­se, ne abbia tes­su­to le lodi pres­so Adin Ross, e che si sia aper­to un pro­fi­lo pro­prio con Logan Paul.

Ma que­sta, for­se a dif­fe­ren­za che da noi, non è solo una «svol­ta Gen Z» (anche se Trump si fa con­si­glia­re dal figlio): più di metà dei nomi cita­ti ha oltre trent’anni, in mol­ti casi più di qua­ran­ta; lo stes­so Carl­son, cac­cia­to dal­la Fox, si è dovu­to spo­sta­re sui social; alme­no negli USA, l’influenza di que­sti pod­ca­st non è ristret­ta a Inter­net (ma il web è mai sta­to stagno?).

Si potreb­be sco­mo­da­re il nome di Alex Jones: 50 anni, texa­no, pre­sen­ta­to­re radio­fo­ni­co e tito­la­re del pod­ca­st Info­wars dal 1999. Ha fat­to for­tu­na con le teo­rie cospi­ra­zio­ni­ste sull’11 set­tem­bre e col nega­zio­ni­smo del­le spa­ra­to­rie sco­la­sti­che, finen­do in tri­bu­na­le; nem­me­no Musk l’ha riam­mes­so su Twit­ter. Dal rap­por­to alta­le­nan­te con Trump (in quan­to più com­plot­ti­sta di lui), ha soste­nu­to le fake news sui bro­gli e ha finan­zia­to l’assalto al Cam­pi­do­glio del 2021.

Questi personaggi non sono meri podcaster, o meglio: lo sono e non significa nulla, perché ormai è un format così invalso da essere polisemico, e quindi in sé neutro. Molti di loro sono definibili pundit, duri opinionisti.

Non sono così distan­ti allo­ra dal tren­tu­nen­ne Char­lie Kirk, che nel 2012 ha fon­da­to la Tur­ning Point USA, dedi­ta alle teo­rie cospi­ra­zio­ni­ste soprat­tut­to sul poli­ti­ca­men­te cor­ret­to nel­le uni­ver­si­tà e dun­que atten­to al tar­get stu­den­te­sco. Kirk ha pre­sen­zia­to alla con­ven­tion repub­bli­ca­na nel 2016 e ha gui­da­to la Stu­den­ts for Trump nel 2020.

Non sono nean­che così distan­ti da Ben Sha­pi­ro, opi­nio­ni­sta qua­ran­ten­ne e auto­re di Brai­n­wa­shed (2004, sul poli­ti­ca­men­te cor­ret­to nel­le uni­ver­si­tà); fon­da­to­re del Dai­ly Wire, con quest’ultimo ha crea­to nel 2015 il pod­ca­st The Ben Sha­pi­ro Show. Ha soste­nu­to mol­to l’amministrazione Trump e la sua rican­di­da­tu­ra nel 2020, alme­no fino alle teo­rie sui brogli.

Kirk e Shapiro

L’influenza di que­sti opi­nio­ni­sti (per­si­no reli­gio­sa) è tale che a set­tem­bre il gover­no ha accu­sa­to Tenet Media, un net­work nato nel 2022, di esse­re lega­to alla pro­pa­gan­da rus­sa (stra­te­gia più fine rispet­to ai pre­ce­den­ti troll): in Tenet era­no coin­vol­ti Ben­ny John­son (di Tur­ning Point USA e già nel Breit­bart con Sha­pi­ro, ne ave­va­mo già par­la­to), Dave Rubin e Tim Pool (che a mag­gio ha inter­vi­sta­to Trump).

E non è un caso che Alex Jones sia sta­to invi­ta­to da Joe Rogan, o che i Nelk Boys abbia­no inter­vi­sta­to Sha­pi­ro (che nel frat­tem­po, come Kirk, si è spe­cia­liz­za­to nel for­mat dei dibat­ti­ti bot­ta-e-rispo­sta con gli stu­den­ti). E nem­me­no che quest’estate Musk si sia accom­pa­gna­to pro­prio a Tate nel dif­fon­de­re fake news, o che Kirk sia sta­to l’anel­lo di con­giun­zio­ne fra Trump e la voce sugli immi­gra­ti che man­gia­no i gatti.

Né che Kirk, Sha­pi­ro e Rubin abbia­no pre­ce­den­te­men­te dichia­ra­to il loro sup­por­to a DeSan­tis, infa­sti­den­do non poco Trump. Maschi, bian­chi, testo­ste­ro­ni­ci, rivol­ti ai gio­va­ni e sen­si­bi­li al poli­ti­ca­men­te cor­ret­to (per­ché ex-comi­ci o per­ché mar­ti­ri dei rego­la­men­ti del­le piat­ta­for­me): Trump non vuo­le far­se­li sfuggire.

Con­di­vi­di:
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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