Giurato numero 2, tra imparzialità e coscienza

Giurato numero 2, tra imparzialità e coscienza

«In ogni pro­ces­so pena­le, l’ac­cu­sa­to avrà il dirit­to ad un pro­ce­di­men­to pron­to e pub­bli­co, con una giu­ria impar­zia­le di per­so­ne del­lo Sta­to e del distret­to in cui il delit­to sia sta­to com­mes­so […].» VI Emen­da­men­to del­la Costi­tu­zio­ne degli Sta­ti Uni­ti d’America. 

Quan­do pen­sia­mo al pro­ces­so pena­le ame­ri­ca­no la pri­ma cosa che visua­liz­zia­mo è la giu­ria popo­la­re. 12 uomi­ni, cit­ta­di­ni, giu­ra­ti chia­ma­ti a ser­vi­re il Pae­se assol­ven­do una del­le fun­zio­ni fon­dan­ti del siste­ma giu­ri­di­co sta­tu­ni­ten­se: giu­di­ca­re i fat­ti ogget­to del pro­ces­so ed emet­te­re un ver­det­to sul­la respon­sa­bi­li­tà dell’imputato. Con il suo ulti­mo film, usci­to nel­le sale ita­lia­ne il 14 novem­bre, Clint East­wood ha deci­so di pun­ta­re la tele­ca­me­ra su uno di que­sti 12 uomi­ni: sul Giu­ra­to nume­ro 2. 

Geor­gia. Justin Kemp (inter­pre­ta­to da Nicho­las Hoult), spo­sa­to e in pro­cin­to di diven­ta­re padre, vie­ne scel­to per pren­de­re par­te alla giu­ria in un pro­ces­so per omi­ci­dio. Una chia­ma­ta sco­mo­da, per­ché le sue prio­ri­tà in quel momen­to sono altre, ma a det­ta del­la Cor­te i giu­ra­ti per­fet­ti sono pro­prio quel­li che avreb­be­ro pre­fe­ri­to non esse­re scel­ti, che han­no altri inte­res­si per la testa, chia­ra mani­fe­sta­zio­ne di impar­zia­li­tà; quin­di Justin rien­tra per­fet­ta­men­te nel profilo. 

Il pro­ces­so ini­zia, ma disve­la subi­to un tra­gi­co equi­vo­co: non è sta­to l’imputato a ucci­de­re la fidan­za­ta, ma Justin, inve­sten­do­la acci­den­tal­men­te. Era not­te e pio­ve­va, quin­di sul momen­to non se ne era accor­to; pen­sa­va di aver inve­sti­to un cer­vo, pre­ci­pi­ta­to poi nel diru­po accan­to alla stra­da, ma in quel diru­po è sta­to ritro­va­to il cor­po di una don­na. Ora, dal­la como­da sedia di giu­ra­to, Justin rea­liz­za tut­to, luci­da­men­te. Come si com­por­ta la psi­che uma­na quan­do è chia­ma­ta a giu­di­ca­re i fat­ti di un uomo la cui con­dan­na è in gra­do di decre­ta­re la pro­pria “asso­lu­zio­ne”?

East­wood (seguen­do la sce­neg­gia­tu­ra di Jona­than Abrams) pren­de le mos­se da que­sto fat­to per svi­lup­pa­re una sto­ria che ruo­ta intor­no al con­cet­to di impar­zia­li­tà, inda­ga­to in ogni sua sfu­ma­tu­ra. La giu­ria popo­la­re vie­ne mes­sa a nudo, osser­va­ta dal­lo sguar­do cri­ti­co di una tele­ca­me­ra che si fa spa­zio nel­la stan­za dove i Twel­ve Angry Men devo­no con­fron­tar­si per rag­giun­ge­re un ver­det­to all’unanimità. Tut­te le pro­ve rac­col­te ricon­du­co­no all’imputato e il voto dei giu­ra­ti sem­bra quin­di scon­ta­to, ma Justin si muo­ve in dire­zio­ne con­tra­ria: inca­pa­ce di costi­tuir­si ma non abba­stan­za spre­giu­di­ca­to da espri­me­re un voto di col­pe­vo­lez­za, si lan­cia nel ten­ta­ti­vo di insi­nua­re negli altri mem­bri del­la giu­ria il ragio­ne­vo­le dub­bio sul­la respon­sa­bi­li­tà dell’imputato.

Justin, giu­ra­to par­zia­le per defi­ni­zio­ne, la fal­la nel siste­ma, si scon­tra però con il fare sbri­ga­ti­vo o pre­ve­nu­to di alcu­ni degli altri sog­get­ti chia­ma­ti a espri­me­re il ver­det­to. L’assonanza tra disin­te­res­se e impar­zia­li­tà, pre­sen­ta­ta all’inizio del film come un dato qua­si cer­to, incon­te­sta­to, vie­ne mes­sa in discus­sio­ne, abil­men­te deco­strui­ta tra le pare­ti di una stanza. 

East­wood ha por­ta­to sul gran­de scher­mo con­cet­ti già inda­ga­ti in altri suoi film, rivi­si­ta­ti e qui dota­ti di una pro­fon­di­tà nuo­va. Attra­ver­so la nar­ra­zio­ne di un siste­ma di giu­sti­zia che si sco­pre imper­fet­to, il regi­sta accom­pa­gna anco­ra una vol­ta lo spet­ta­to­re a inter­ro­gar­si su qua­le sia la linea di con­fi­ne che sepa­ra veri­tà e giu­sti­zia, leg­ge e mora­le. Dal­le strug­gen­ti sce­ne di Mil­lion Dol­lar Baby (2004), che inda­ga­no la for­za dirom­pen­te del­la coscien­za indi­vi­dua­le, ai dia­lo­ghi di Mystic River (2003), dai qua­li tra­spa­re una veri­tà che non potrà mai esse­re com­ple­ta­men­te rag­giun­ta dal­la giu­sti­zia, fino ad arri­va­re a Giu­ra­to nume­ro 2, dove doman­de già sen­ti­te, ma mai scon­ta­te o reto­ri­che, si rin­cor­ro­no su uno scher­mo che non fa scon­ti per nessuno. 

Seguen­do que­sto fil rou­ge, il regi­sta lascia che lo spet­ta­to­re si inter­ro­ghi, sen­za però dare rispo­ste, solo spun­ti e sug­ge­stio­ni. «Que­sto siste­ma, per quan­to imper­fet­to, è la nostra miglio­re pos­si­bi­li­tà di tro­va­re una giu­sti­zia» è la fra­se che più vol­te ritor­na nel cor­so del film, pro­nun­cia­ta qua­si come un man­tra da chi si muo­ve all’interno di quel siste­ma. Ma fino a che pun­to si è dispo­sti a tol­le­ra­re che la pro­pria veri­tà e par­zia­li­tà pos­sa­no influi­re sul ten­ta­ti­vo di “tro­va­re una giu­sti­zia”? Un inter­ro­ga­ti­vo che per­cor­re tut­to il film e che si ricom­po­ne nel­la sug­ge­sti­va imma­gi­ne fina­le che evo­ca la con­dan­na di cia­scu­no di noi a fare i con­ti con la pro­pria coscienza. 

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Clara Molinari
Stu­den­tes­sa di giu­ri­spru­den­za, scri­vo per dare ascol­to ai miei pen­sie­ri e far­li dia­lo­ga­re con l’esterno. Cine­ma e let­tu­ra sono le mie fon­ti di emo­zio­ni e cono­scen­za; la curio­si­tà è ciò che lega il tutto.

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