“Qui non è Hollywood”, quando la cronaca nera diventa riflessione sociale

"Qui non è Hollywood", quando la cronaca nera diventa riflessione sociale

Lo scor­so 30 otto­bre, nono­stan­te il ricor­so d’urgenza pre­sen­ta­to dal comu­ne di Ave­tra­na per bloc­ca­re la mes­sa in onda del­la serie Ave­tra­na – Qui non è Hol­ly­wood, i quat­tro epi­so­di da 60 minu­ti cia­scu­no sono sta­ti pub­bli­ca­ti su Disney+ con il tito­lo Qui non è Hol­ly­wood. Tra le con­di­zio­ni per la mes­sa in onda del­la serie pro­dot­ta da Groen­lan­dia e basa­ta sull’omicidio di Sarah Scaz­zi, infat­ti, vi era l’o­mis­sio­ne del nome del­la cit­ta­di­na dal tito­lo, per evi­ta­re che Ave­tra­na fos­se nuo­va­men­te asso­cia­ta alla tra­gi­ca vicen­da che, 14 anni fa, l’aveva por­ta­ta al cen­tro di un’attenzione media­ti­ca straordinaria. 

Il 26 ago­sto 2010, infat­ti, la quin­di­cen­ne Sarah Scaz­zi fu ucci­sa dal­la zia Cosi­ma Ser­ra­no e dal­la cugi­na Sabri­na Mis­se­ri, entram­be con­dan­na­te all’ergastolo. Il cor­po, occul­ta­to dal­lo zio Miche­le Mis­se­ri, ven­ne ritro­va­to nell’ottobre del­lo stes­so anno: Mis­se­ri fu con­dan­na­to a 8 anni di car­ce­re. Il 5 novem­bre, dopo la richie­sta del comu­ne di Taran­to di bloc­ca­re la serie, si è tenu­ta la pri­ma udien­za di com­pa­ri­zio­ne tra il comu­ne di Ave­tra­na e le case di pro­du­zio­ne Groen­lan­dia e Disney+. 

Le pre­mes­se riguar­do alla serie TV non era­no del tut­to favo­re­vo­li. Il poster pro­mo­zio­na­le per mesi ha susci­ta­to cri­ti­che sui social, dato che mol­ti lo ave­va­no rite­nu­to ecces­si­vo e para­go­na­to allo sti­le sati­ri­co di Omi­ci­dio all’italiana di Mac­cio Capa­ton­da. Que­sto ha sol­le­va­to pre­oc­cu­pa­zio­ni riguar­do alla pos­si­bi­li­tà che la serie risul­tas­se irri­spet­to­sa o superficiale.

Guar­dan­do gli epi­so­di, però, emer­ge come il regi­sta e gli sce­neg­gia­to­ri abbia­no rico­strui­to il delit­to e la suc­ces­si­va atten­zio­ne mor­bo­sa dei media con un’enorme pro­fon­di­tà emo­ti­va. La serie dedi­ca ogni epi­so­dio a uno dei quat­tro pro­ta­go­ni­sti del­la vicen­da (Sarah, sua cugi­na e i suoi zii), esplo­ran­do la psi­che dei per­so­nag­gi e rima­nen­do fede­le ai fat­ti. A dif­fe­ren­za di altre pro­du­zio­ni tele­vi­si­ve su casi di cro­na­ca nera, come Dah­merMon­sters – La sto­ria di Lyle e Erik Menen­dez, accu­sa­te di aver roman­za­to ecces­si­va­men­te le vicen­de, Qui non è Hol­ly­wood ha evi­ta­to tali cri­ti­ci­tà, gra­zie all’impegno del team di pro­du­zio­ne nel rispet­ta­re la real­tà dei fatti.

Chi ha visto la serie TV su Jef­frey Dah­mer l’ha cri­ti­ca­ta per aver esal­ta­to ecces­si­va­men­te la figu­ra del serial kil­ler, sacri­fi­can­do la veri­di­ci­tà dei fat­ti. Anche l’attrattiva fisi­ca del­l’at­to­re pro­ta­go­ni­sta, insie­me all’entusiasmo inap­pro­pria­to di alcu­ni fan, è sta­ta per­ce­pi­ta come una man­can­za di rispet­to ver­so le vit­ti­me e i loro fami­lia­ri, spo­stan­do l’at­ten­zio­ne dal­la gra­vi­tà dei fat­ti rea­li. I fami­lia­ri dei Menen­dez, inve­ce, han­no cri­ti­ca­to la rap­pre­sen­ta­zio­ne dei due fra­tel­li, defi­nen­do­la per cer­ti ver­si “grot­te­sca” e carat­te­riz­za­ta da una nar­ra­zio­ne fuor­vian­te che si sof­fer­ma su det­ta­gli irri­le­van­ti per la vicen­da, come il pre­sun­to rap­por­to ince­stuo­so tra Lyle ed Erik.

Dopo il primo episodio, che esplora la figura di Sarah, la narrazione si sposta sulla famiglia Misseri, mostrando come, dopo il delitto, i loro comportamenti li abbiano quasi trasformati in celebrità per i media locali e nazionali. 

Que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne met­te in luce, in par­ti­co­la­re, l’atteggiamento di Sabri­na, che spes­so disto­glie l’attenzione dal­la scom­par­sa di Sarah – e, suc­ces­si­va­men­te, dal­la sua mor­te – per foca­liz­zar­si sul dolo­re che lei e i suoi geni­to­ri, in quan­to paren­ti del­la vit­ti­ma, sta­va­no viven­do. Gli epi­so­di evi­ta­no una rap­pre­sen­ta­zio­ne super­fi­cia­le del­la vicen­da e mostra­no i paren­ti di Sarah mos­si da inte­res­si per­so­na­li, con un con­se­guen­te com­por­ta­men­to discu­ti­bi­le ed egoista.

Il sin­da­co Anto­nio Iaz­zi teme­va che la serie potes­se raf­for­za­re una visio­ne nega­ti­va di Ave­tra­na, rap­pre­sen­tan­do i suoi abi­tan­ti come omer­to­si e arre­tra­ti. Seb­be­ne la sto­ria di Sarah Scaz­zi riflet­ta in par­te un atteg­gia­men­to retro­gra­do e una dif­fi­den­za ver­so le auto­ri­tà, que­sti com­por­ta­men­ti non appar­ten­go­no esclu­si­va­men­te al Sud Ita­lia. La reti­cen­za a col­la­bo­ra­re con le for­ze del­l’or­di­ne è una men­ta­li­tà dif­fu­sa anche in altre aree del Pae­se. I media, sia loca­li sia nazio­na­li, han­no con­tri­bui­to a stru­men­ta­liz­za­re il caso, foca­liz­zan­do­si sul­le vicen­de per­so­na­li del­la fami­glia Mis­se­ri anzi­ché sul dram­ma vis­su­to da Sarah.

La rimo­zio­ne del nome del­la cit­tà dal tito­lo è sta­ta una pre­cau­zio­ne a tute­la del­la comu­ni­tà, ma è inne­ga­bi­le che pic­co­li cen­tri come Ave­tra­na, quan­do diven­ta­no tea­tro di even­ti tra­gi­ci, rischi­no di esse­re ricor­da­ti esclu­si­va­men­te per que­sti. Se anche fos­se sta­to inse­ri­to il nome del­la cit­ta­di­na nel tito­lo, ciò non sareb­be basta­to agli spet­ta­to­ri inter­na­zio­na­li, poco infor­ma­ti su Taran­to e i pae­si nel­la sua pro­vin­cia, ad orien­tar­si geo­gra­fi­ca­men­te, ma comun­que l’area geo­gra­fi­ca si evin­ce dagli epi­so­di stessi. 

Infi­ne, que­sta serie si è rive­la­ta note­vo­le anche per la regia e la foto­gra­fia, oltre che per la scel­ta accu­ra­ta degli atto­ri, soprat­tut­to quel­li che han­no inter­pre­ta­to Sabri­na e Cosi­ma. Qui non è Hol­ly­wood por­ta a riflet­te­re sul­le dina­mi­che fami­lia­ri distor­te, che risul­ta­no anche oggi più comu­ni di quan­to si pen­si, e su come l’egoismo e il giu­di­zio altrui pos­sa­no con­dur­re a scel­te irre­pa­ra­bi­li, con­dan­nan­do una quin­di­cen­ne, i suoi geni­to­ri e un fra­tel­lo inno­cen­ti a subir­ne per sem­pre le conseguenze.

Con­di­vi­di:
Carlotta Brugin
Stu­den­tes­sa di Comu­ni­ca­zio­ne e Socie­tà, con una pas­sio­ne per i viag­gi, la musi­ca, l’ar­te, il cine­ma e l’attualità.

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