Radici. Adriano Olivetti, tra comunità e democrazia


Impren­di­to­re, poli­ti­co, intel­let­tua­le. Nes­su­no di que­sti sostan­ti­vi è ade­gua­to e suf­fi­cien­te a descri­ve­re la poli­tro­pa per­so­na­li­tà di Adria­no Olivetti.

Defi­ni­to un pre­cur­so­re capa­ce di supe­ra­re i con­fi­ni del suo tem­po, oggi, sal­vo spo­ra­di­che ecce­zio­ni, è pres­so­ché dimen­ti­ca­to, e il suo nome non evo­ca altro che il cele­bre mar­chio di mac­chi­ne da scri­ve­re. Eppu­re, la sua ope­ra e il suo pen­sie­ro han­no segna­to pro­fon­da­men­te lo svi­lup­po indu­stria­le e socia­le ita­lia­no, e le sue idee di comu­ni­tà, lavo­ro digni­to­socul­tu­ra offro­no spun­ti di straor­di­na­ria attua­li­tà per affron­ta­re le sfi­de del­la socie­tà contemporanea.

Adria­no Oli­vet­ti nac­que nel 1901 a Ivrea e tra­scor­se la gio­vi­nez­za in un perio­do sto­ri­co cari­co di tra­sfor­ma­zio­ni e ten­sio­ni poli­ti­che, segna­to dal­la Pri­ma Guer­ra Mon­dia­le e dall’ascesa del regi­me fasci­sta. Stu­diò inge­gne­ria chi­mi­ca e dopo la lau­rea intra­pre­se un appren­di­sta­to “al ban­co” nel­la fab­bri­ca pater­na, lavo­ran­do come sem­pli­ce ope­ra­io, sen­za mostra­re un rea­le inte­res­se per il futu­ro dell’impresa di fami­glia. Solo dopo il pri­mo viag­gio negli Sta­ti Uni­ti, duran­te il qua­le entrò in con­tat­to con la vibran­te socie­tà indu­stria­le ame­ri­ca­na degli anni Ven­ti ini­ziò ad occu­par­se­ne real­men­te. L’America del boom eco­no­mi­co, del­le auto­mo­bi­li, del­la pro­du­zio­ne di mas­sa e del con­su­mi­smo emer­gen­te lo affa­sci­nò e lo influen­zò profondamente. 

Ma Adriano Olivetti non si limitò ad osservare; nelle lettere inviate in Italia, espresse anche giudizi critici: «il dollaro è veramente il dio», scriveva, denunciando un materialismo che trovava essere distintivo del «carattere superficiale» degli americani rispetto alla profondità culturale europea. 

Eppu­re, Adria­no da quel viag­gio impor­tò ele­men­ti e cono­scen­ze, tra cui l’efficienza e l’organizzazione for­di­sta del lavo­ro, che gli per­mi­se­ro di inno­va­re la strut­tu­ra del­la fab­bri­ca in Ita­lia. Tut­ta­via, alla Oli­vet­ti, il model­lo ame­ri­ca­no sarà adot­ta­to in moda­li­tà dif­fe­ren­ti: con­for­me­men­te al divie­to di licen­zia­men­ti impo­sto dal padre, la nuo­va dire­zio­ne sarà attua­ta con il fine di pre­ser­va­re la digni­tà e ad evi­ta­re l’alienazione degli ope­rai, in un’ottica di uma­niz­za­zio­ne del lavo­ro.
Una vol­ta tor­na­to in Ita­lia, si dedi­cò pie­na­men­te all’azienda di fami­glia, che sot­to la sua ope­ro­sa gui­da diven­ne lea­der del mer­ca­to del­le mac­chi­ne da scri­ve­re, avvian­do inol­tre una pio­nie­ri­sti­ca espan­sio­ne nel set­to­re dell’elettronica.

Tuttavia, ciò che distingue Adriano Olivetti da un qualsiasi imprenditore di successo è la sua concezione di lavoro: il suo interesse non risiede tanto nella fabbrica, intesa come fatto produttivo stesso, quanto nell’impresa, un insieme più organizzato ed articolato posto al servizio della società e del territorio. 

Tale visio­ne pren­de for­ma nell’idea di «indu­stria com­ples­sa di mas­sa», dove la com­ples­si­tà sta in un siste­ma che non può esau­rir­si nel­la pro­du­zio­ne e nel pro­fit­to, per­ché pre­sen­ta com­pi­ti e obbli­ghi che si esten­do­no ver­so l’ambiente cir­co­stan­te e la socie­tà. La fab­bri­ca è il posto dove si accu­mu­la ric­chez­za: non la ric­chez­za per­so­na­le, ma la ric­chez­za socia­le.

Per que­sto moti­vo, i ser­vi­zi per i dipen­den­ti costi­tui­va­no un ele­men­to carat­te­riz­zan­te del­la Oli­vet­ti, che fu tra le pri­me azien­de ita­lia­ne ad intro­dur­re la set­ti­ma­na di lavo­ro cor­ta (45 ore) ed a svi­lup­pa­re un siste­ma di wel­fa­re: il con­ge­do di 9 mesi per le madri lavo­ra­tri­ci, gli asi­li nido di fab­bri­ca, siste­mi di pre­sti­ti e fide­ius­sio­ni per acqui­sti di pri­me case, cure medi­che e psi­co­lo­gi­che sono sola­men­te alcu­ne del­le oppor­tu­ni­tà mes­se a dispo­si­zio­ne. Era con­vin­zio­ne di Adria­no che sola­men­te attra­ver­so una cura del­la Per­so­na si potes­se dare spa­zio alla liber­tà di pen­sa­re, pro­get­ta­re e crea­re da par­te di tut­ti, mas­si­miz­zan­do la capa­ci­tà di innovare.

A testimonianza di ciò, in tutti i suoi scritti si trovano tre termini congiunti per definire il concetto di fabbrica: lavoro, cultura, democrazia.

Oltre al wel­fa­re, una par­te cen­tra­le dei ser­vi­zi offer­ti dall’azienda face­va par­te del c.d. “sva­go atti­vo”: momen­ti dedi­ca­ti alla cul­tu­ra, all’istruzione con­ti­nua ed alla par­te­ci­pa­zio­ne comu­ni­ta­ria. La for­ma­zio­ne cul­tu­ra­le dei dipen­den­ti e del­le loro fami­glie era pro­mos­sa attra­ver­so biblio­te­che di fab­bri­ca, labo­ra­to­ri, ed altri spa­zi dove espri­me­re le pro­prie voca­zio­ni arti­sti­che. In que­sto sen­so, le sue azien­de era­no veri e pro­pri cen­tri di vita col­la­bo­ra­ti­va e ampia dif­fu­sio­ne cul­tu­ra­le, che dava­no spa­zio all’evoluzione del­le Persone.

Infi­ne, la demo­cra­zia indu­stria­le, incar­na­ta nel con­cet­to di costi­tu­zio­ne in fab­bri­ca, era il cen­tro del pen­sie­ro oli­vet­tia­no, vol­to al supe­ra­men­to del­la con­ce­zio­ne endia­di­ca di impren­di­to­re e capi­ta­li­sta pro­prie­ta­rio. I dirit­ti del cit­ta­di­no dove­va­no entra­re nell’azienda, inte­gran­do­si e unen­do­si con i dirit­ti del pro­dut­to­re; l’impresa avreb­be dovu­to esse­re socia­liz­za­ta median­te l’adozione di model­li di gover­nan­ce par­te­ci­pa­ti­va fon­da­ti su un con­si­glio di gestio­ne pie­na­men­te rap­pre­sen­ta­ti­vo con cui i lavo­ra­to­ri pote­va­no con­tri­bui­re alle deci­sio­ni azien­da­li.
Di qui nasce­va l’esigenza di met­te­re in pra­ti­ca una poli­ti­ca con­se­guen­te con tali fini: il ruo­lo dell’imprenditore, la respon­sa­bi­li­tà socia­le dell’impresa e l’inserimento del­le scien­ze socia­li all’interno dell’industria tro­va­va­no voce in un movi­men­to poli­ti­co, il Movi­men­to Comu­ni­tà, capa­ce di dare attua­zio­ne alle idee olivettiane.

Oggi, in un Pae­se dove, media­men­te, si regi­stra­no ogni gior­no tre mor­ti sul lavo­ro e dove tra l’8 ed il 14% dei lavo­ra­to­ri vive in con­di­zio­ni di pover­tà (c.d. wor­king poor), le idee di lavo­ro uma­no e impre­se socia­li paio­no uto­pi­che, ma più neces­sa­rie che mai. Come ricor­da­to anche dal Pre­si­den­te Mat­ta­rel­la, la fram­men­ta­zio­ne dell’occupazione, cui cor­ri­spon­do­no sala­ri insuf­fi­cien­ti e pre­ca­ria­to «costi­tui­sco­no ele­men­ti pre­oc­cu­pan­ti di lace­ra­zio­ne del­la coe­sio­ne socia­le». L’isolamento, la man­can­za di soli­da­rie­tà e la cre­scen­te pola­riz­za­zio­ne con­tri­bui­sco­no ad una cri­si che potreb­be tro­va­re rispo­ste ispi­ra­te ai prin­ci­pi del comu­ni­ta­ri­smo oli­vet­tia­no.

Una società coesa non può esistere senza un dialogo autentico tra i suoi membri e senza il riconoscimento del valore di ogni Persona. In un’epoca mutata, dove il commercio è più di servizi che di beni, è necessario ripensare sia il modo di lavorare sia la funzione che questo ha nella società.

L’esperienza oli­vet­tia­na, sep­pur con­te­stua­liz­za­ta in una defi­ni­ta epo­ca sto­ri­ca carat­te­riz­za­ta da una capil­la­re dif­fu­sio­ne di fab­bri­che e lavo­ro manua­le, rima­ne una pre­zio­sa fon­te di ispi­ra­zio­ne per idee appli­ca­bi­li nel cam­po del­la ricer­ca di nuo­ve oppor­tu­ni­tà di lavo­ro con l’obiettivo del benes­se­re dei dipen­den­ti e del busi­ness with pur­po­se.

Con­di­vi­di:
Filippo_Belgrano
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za, affa­sci­na­to dal­le con­nes­sio­ni tra socie­tà, dirit­to e attua­li­tà; uso la scrit­tu­ra per esplo­rar­le e condividerle.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.