A Complete Unknown. Il ritratto di un giovane Bob Dylan

A Complete Unknown. Il ritratto di un giovane Bob Dylan

È in sala dal 23 gen­na­io, A Com­ple­te Unk­no­wn, il bio­pic sul can­tau­to­re Bob Dylan. Fre­sco di ben otto can­di­da­tu­re ai pre­mi Oscar, il film, per il momen­to, sem­bra con­vin­ce­re il pubblico.

La pel­li­co­la diret­ta dal regi­sta James Man­gold è trat­ta dal libro Dylan Goes Elec­tric di Eli­jah Wald, che par­te dagli esor­di, foca­liz­zan­do­si prin­ci­pal­men­te sugli anni gio­va­ni­li di Bob Dylan, all’anagrafe Robert Zimmermann.

Zai­no sul­le spal­le, chi­tar­ra in mano e obiet­ti­vi mol­to chia­ri, nel 1961 Dylan (Timo­thée Cha­la­met) si tra­sfe­ri­sce a New York per incon­tra­re il suo mito Woo­dy Guth­rie, rico­ve­ra­to in ospe­da­le. Nel cor­so del­la visi­ta cono­sce Pete See­ger (Edward Nor­ton) che da subi­to si ren­de con­to dell’enor­me talen­to del ragaz­zo, diven­tan­do­gli ami­co e pro­cu­ran­do­gli poi i pri­mi ingag­gi in alcu­ni club del Gree­n­wich Vil­la­ge. Dopo aver otte­nu­to un con­trat­to con la Colum­bia, comin­cia­no anche le pri­me incisioni.

La musi­ca di Dylan par­te dal folk: chi­tar­ra e armo­ni­ca, accom­pa­gna­ti da testi impe­gna­ti, e impe­gna­ti­vi, vere poe­sie for­te­men­te lega­te a fat­ti di attua­li­tà degli Sta­ti Uni­ti del tem­po, tra i qua­li, ad esem­pio, la guer­ra del Viet­nam, e i dirit­ti civi­li. Con il pas­sa­re del tem­po, otter­rà sem­pre più con­sen­si e una fama mag­gio­re tra gli aman­ti del folk. 

Ma si sa, ogni artista, soprattutto un creativo, testone, e forse anche un po’ snob, come Bob Dylan raramente rimarrà sempre uguale a sé stesso. 

Con il pas­sa­re del tem­po, Dylan ini­zia ad aprir­si a nuo­vi stru­men­ti e nuo­vi suo­ni, lega­ti prin­ci­pal­men­te al rock e all’elettrico.

Al can­tau­to­re poco impor­ta di delu­de­re le aspet­ta­ti­ve, non vuo­le più accon­ten­ta­re suo­nan­do la clas­si­ca Blo­win’ in the Wind. È tem­po di nuo­ve can­zo­ni, tra le qua­li Like a Rol­ling Sto­ne, che por­te­ran­no però, come ha ricor­da­to lo stes­so Dylan, al “fia­sco tota­le” del New­port Folk Festi­val del ‘65. È in quel momen­to però che si sen­ti­rà com­ple­ta­men­te libe­ro.

Cha­la­met è il per­fet­to Bob Dylan: giu­sto accen­to, giu­sta postu­ra e anche giu­sta mimi­ca fac­cia­le. Rie­sce per­si­no a far­si dare del­lo stron­zo in qual­che occa­sio­ne. L’attore ha affron­ta­to il ruo­lo con gran­de dedi­zio­ne, impe­gnan­do­si nei cin­que anni pre­ce­den­ti le ripre­se a impa­ra­re a suo­na­re sia la chi­tar­ra che l’armonica. Tut­te le can­zo­ni sono suo­na­te e can­ta­te live duran­te le sce­ne del film. 

Note­vo­li anche le per­for­man­ce di Nor­ton e Moni­ca Bar­ba­ro, inter­pre­te del­la can­tau­tri­ce Joan Baez, ed Elle Fan­ning, nei pan­ni di Syl­vie Rus­so (nel­la real­tà Suze Roto­lo); don­ne crea­ti­ve, for­ti e indi­pen­den­ti, entram­be impor­tan­ti nel­la vita di Bob Dylan, nono­stan­te i vari scon­tri e le difficoltà.

Che la nar­ra­zio­ne sia un po’ roman­za­ta e non tut­ti i det­ta­gli sia­no sta­ti rispet­ta­ti, sem­bra impor­ta­re poco. A Com­ple­te Unk­no­wn è un’occasione per rivi­ve­re l’ascesa di Bob Dylan in tut­te le sue sfac­cet­ta­tu­re, e per le nuo­ve gene­ra­zio­ni una pos­si­bi­li­tà di sco­pri­re un gran­de can­tau­to­re, deci­so, spes­so sco­mo­do. I testi del­le can­zo­ni di Dylan rac­con­ta­no sto­rie di mon­do e di per­so­ne, di sé e di altri. Un gran­de musi­ci­sta e un gran­de nar­ra­to­re al qua­le è sta­to anche asse­gna­to, nel 2016 il Pre­mio Nobel per la Let­te­ra­tu­ra, “per aver crea­to nuo­ve espres­sio­ni poe­ti­che all’interno del­la tra­di­zio­ne del­la can­zo­ne americana”.

Al di là di que­sto rico­no­sci­men­to, o di ciò che mag­gior­men­te si cono­sce sul can­tau­to­re, sem­bra emble­ma­ti­ca la scel­ta di voler­si rifa­re a un libro che rac­con­ta i suoi anni gio­va­ni­li. Un ragaz­zo con la pas­sio­ne per la musi­ca, pron­to ad affer­mar­si con gran­de deter­mi­na­zio­ne, con­sa­pe­vo­le di sé e del pro­prio talen­to, ma igna­ro del segno inde­le­bi­le che avreb­be lascia­to nel pano­ra­ma artistico.

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Matilde Elisa Sala
Stu­dio Let­te­re, men­tre aspet­to anco­ra la mia let­te­ra per Hog­warts. Osser­vo il mon­do con occhi curio­si e un piz­zi­co di iro­nia, per­den­do­mi spes­so tra le pagi­ne di un buon libro o le sce­ne di un film. Scri­vo, per­ché cre­do che le paro­le sia­no lo stru­men­to più poten­te che abbiamo.

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