Da rileggere per la prima volta. Sotto il vulcano

Da rileggere per la prima volta. Sotto il vulcano

Sot­to il vul­ca­no di Mal­colm Low­ry è ambien­ta­to alle pen­di­ci di Popo­ca­te­pe­tl e Iztac­ci­hua­tl, due dei più gran­di vul­ca­ni del Mes­si­co. Il Con­so­le, sopran­no­me di Geof­frey Fir­min, è un ex diplo­ma­ti­co ingle­se con pro­ble­mi di alcool, assi­duo fre­quen­ta­to­re del­le can­ti­nas di Quauh­na­huac. È in que­sta cit­ta­di­na che, il 2 novem­bre del 1938, incon­tra tre per­so­ne che han­no segna­to la sua vita. 

La pri­ma è l’ex moglie Yvon­ne, tor­na­ta dall’America per veder­lo. Si pre­sen­ta­no poi il fra­tel­la­stro Hugh, che sostie­ne di esse­re in par­ten­za per rag­giun­ge­re le bri­ga­te inter­na­zio­na­li in Spa­gna (un cor­po spe­cia­le che lot­ta­va dal­la par­te dei repub­bli­ca­ni nel­la Guer­ra Civi­le del 36–39), e l’amico d’in­fan­zia Jac­ques, un vani­to­so aspi­ran­te regi­sta. Uno sgra­de­vo­le det­ta­glio uni­sce le vite di que­ste per­so­ne: sia Hugh sia Jac­ques han­no avu­to una rela­zio­ne con Yvonne. 

Men­tre mari­to e moglie cer­ca­no di fare i con­ti con un rap­por­to inten­so ma dete­rio­ra­to, qual­co­sa si muo­ve intor­no a loro. In Spa­gna si com­bat­te la bat­ta­glia dell’Ebro ed è chia­ro che l’esito influen­ze­rà le sor­ti dell’Europa inte­ra. Il Mes­si­co è a sua vol­ta un luo­go incer­to, ric­co di biz­zar­ri pre­sa­gi e per­mea­to da una tan­gi­bi­le diffidenza. 

Da que­sti sce­na­ri Low­ry non trae un signi­fi­ca­to poli­ti­co, ma attin­ge una poten­te eco sim­bo­li­ca, ampli­fi­ca­ta dal­le sug­ge­stio­ni di una data, il 2 novem­bre, in cui i mor­ti tor­na­no in vita. 

In que­sto con­te­sto il Con­so­le si sco­pre ostag­gio di un dolo­re infa­me, dila­nia­to dall’incapacità di fare l’unica cosa in gra­do di riscat­tar­lo: per­do­na­re. Il Con­so­le non per­de però la capa­ci­tà di bere e così il rac­con­to è fil­tra­to dal suo pun­to di vista allu­ci­na­to e bar­col­lan­te. Que­sto gene­ra­le sen­so di ebbrez­za è reso dall’autore anche sul pia­no sti­li­sti­co, tra­mi­te un note­vo­le impie­go di ana­cro­ni­smi e mise en aby­me (espe­dien­ti che per­met­to­no di nar­ra­re una sto­ria nel­la storia). 

La com­pe­ne­tra­zio­ne tra sti­le e con­te­nu­to è for­se l’aspetto più bril­lan­te di que­sto roman­zo, in cui la ricer­ca lin­gui­sti­ca non sacri­fi­ca l’intento nar­ra­ti­vo, ben­sì lo esal­ta. I nume­ro­si cam­bi di pro­spet­ti­va, la cor­ni­ce di let­te­re o car­to­li­ne e il flus­so di pen­sie­ri del Con­so­le resti­tui­sco­no un tem­po del rac­con­to in con­ti­nua alte­ra­zio­ne, talo­ra allun­ga­to, talo­ra ristret­to, ma inte­ra­men­te rac­chiu­so nell’arco di una gior­na­ta. Emer­ge inol­tre un curio­so con­cet­to di luo­go del rac­con­to: tut­to ciò che è scrit­to ha dirit­to di paro­la, così, oltre ai per­so­nag­gi, ci par­la­no le locan­di­ne dei cine­ma, i car­tel­li stra­da­li e i menù del­le osterie. 

¿Le gusta este jardìn? 

¿Que es suyo? 

¿Evi­te que sus hijos lo destruyan? 

Infi­ne, l’utilizzo di una nar­ra­zio­ne non linea­re tra­di­sce l’ele­men­to auto­bio­gra­fi­co di uno scrit­to­re spes­so ubria­co: l’abuso di sostan­ze è descrit­to con sec­co rea­li­smo e il rifles­so sul rac­con­to rispec­chia la con­di­zio­ne rea­le di chi lo ha scrit­to. Mal­colm Low­ry ha rac­con­ta­to la sto­ria del Con­so­le e la pro­pria con un uni­co trat­to di pen­na, tra­sfor­man­do l’alcolismo in una pro­spe­ra fon­te di espe­dien­ti let­te­ra­ri da una par­te, e nel carat­te­re del pro­ta­go­ni­sta dall’altra.

Il genio let­te­ra­rio si met­te poi al ser­vi­zio di un dram­ma eter­no, quel­lo dell’inco­mu­ni­ca­bi­li­tà tra due per­so­ne che si ama­no, ma che per qual­che moti­vo non rie­sco­no più a parlarsi. 

E per­ché io non ho man­da­to subi­to un tele­gram­ma o qual­che paro­la? Ah, per­ché, per­ché, per­ché? Per­ché imma­gi­no che sare­sti tor­na­ta a tem­po debi­to, se te lo aves­si chie­sto. Ecco cosa vuol dire vive­re all’in­fer­no. Non pote­vo, non pos­so chiedertelo. 

Pub­bli­ca­to nel 1947, Sot­to il Vul­ca­no riscos­se un enor­me suc­ces­so, pre­sen­tan­do­si come un instant clas­sic del­la let­te­ra­tu­ra del Nove­cen­to. Negli anni la fama di que­sto roman­zo è sce­ma­ta, ma affer­ma­re che ciò sia dovu­to a un cat­ti­vo invec­chia­men­to sareb­be quan­to di più sba­glia­to. Quel­la di Geof­frey e Yvon­ne è una sto­ria uni­ver­sa­le e le sue radi­ci miti­che ne sono la pro­va. I due vul­ca­ni di Quauh­na­huac sono infat­ti ogget­to di un mito azte­ca cui Low­ry non accen­na espli­ci­ta­men­te, ma che si sta­glia sul­lo sfon­do del roman­zo come una sor­ta di archetipo. 

Low­ry è un mae­stro del sim­bo­li­smo per­ché rie­sce a sfrut­ta­re le coor­di­na­te tem­po­ra­li e loca­li del pro­prio rac­con­to al fine di esal­tar­ne il con­te­nu­to. For­se per l’idea di anda­re al cuo­re del­le cose, sareb­be bene che i let­to­ri di Vul­ca­no leg­ges­se­ro anche Sot­to il Vul­ca­no: potreb­be­ro sco­pri­re che que­sto libro è tutt’altro che dor­mien­te e che il mag­ma si agi­ta anco­ra minac­cio­so di una nuo­va eruzione.

Con­di­vi­di:
Ettore Campana
Stu­den­te di Giu­ri­spru­den­za e di Let­te­re che vor­reb­be scri­ve­re qual­co­sa di inte­res­san­te, ma nel frat­tem­po cer­ca di divertirsi.

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