De André, un percorso tra idealismo, lotta e mare

De André, un percorso tra idealismo, lotta e mare

Ogni 11 gen­na­io la nostra men­tre non può che ritor­na­re al 1999 quan­do ci lasciò uno dei più gran­di, se non il più gran­de can­tau­to­re ita­lia­no, Fabri­zio De André.

Nato a Geno­va nel quar­tie­re del­la Foce il 18 feb­bra­io del 1940 da una clas­si­ca fami­glia agia­ta si dimo­stra intol­le­ran­te però fin da subi­to ai rigi­di sche­mi e alle con­ven­zio­ni bor­ghe­si incar­na­te dal padre. All’età di 18 anni se ne va da casa a cau­sa del dif­fi­ci­le rap­por­to col padre. Ini­zial­men­te si iscri­ve a medi­ci­na, pas­sa poi a let­te­re ed infi­ne opta per giu­ri­spru­den­za

A 6 esami dalla laurea decide tuttavia di seguire definitivamente il cammino della musica.

Fra i model­li musi­ca­li più deter­mi­nan­ti per il can­tau­to­re geno­ve­se vi è senz’altro Geor­ges Bras­sens, uno dei mag­gio­ri espo­nen­ti del­la can­zo­ne d’autore fran­ce­se. Leit­mo­tiv nel­la com­po­si­zio­ne di Bras­sens sono i temi del­la lot­ta all’ipocrisia bor­ghe­se e alle con­ven­zio­ni socia­li, non­ché le posi­zio­ni in favo­re degli emar­gi­na­ti e con­tro qual­sia­si figu­ra incar­ni l’ordine costi­tui­to, come i giu­di­ci. Pren­den­do­lo come esem­pio, De André si avvi­ci­na alle idee anar­chi­che per cui sim­pa­tiz­ze­rà per tut­ta la vita, iscri­ven­do­si così alla fine degli anni ’50 alla fede­ra­zio­ne anar­chi­ca ita­lia­na di Carrara. 

Nel 1961 inci­de la sua pri­ma can­zo­ne, La bal­la­ta del Michè, che rac­con­ta il sui­ci­dio di Miché in segui­to all’omicidio da lui com­mes­so con­tro chi vole­va “rubar­gli la sua don­na” e la con­se­guen­te con­dan­na a 20 anni di car­ce­re. Il pro­ta­go­ni­sta del bra­no, tro­van­do insop­por­ta­bi­le la sepa­ra­zio­ne dal­la don­na ama­ta, deci­de di por­re fine alla sua vita. 

Già nel suo primo testo si trovano i motivi ricorrenti nella sua produzione: una sostanziale comprensione nei confronti delle “vittime” e la critica al “sistema Chiesa” che non ammette misericordia e pietà verso un suicida. 

La chie­sa e la cri­stia­ni­tà sono un tema che ricor­re spes­so nel­la pro­du­zio­ne di De André: egli si dimo­stra mol­to vici­no alla por­ta­ta valo­ria­le del mes­sag­gio evan­ge­li­co quan­to distan­te e dura­men­te avver­so alla Chie­sa inte­sa come cle­ro e come istituzione. 

Due can­zo­ni emble­ma­ti­che sono Il pesca­to­re Il testa­men­to di Tito. Nel­la pri­ma la chia­ve sta pro­prio nel per­do­no di chi si è mac­chia­to di un pec­ca­to imper­do­na­bi­le come un omi­ci­dio: infat­ti l’assassino si reca dal pesca­to­re chie­den­do­gli pane e vino, sim­bo­li dell’eucaristia e dun­que del per­do­no stesso. 

Di segno opposto Il testamento di Tito in cui De André mette in bocca a Tito, uno dei due ladroni crocifissi insieme a Gesù, una riscrittura dei dieci comandamenti dal suo punto di vista.

Ne vie­ne fuo­ri una cri­ti­ca sfer­zan­te con­tro l’inflessibilità del­la dot­tri­na, ad esem­pio quel­la ses­sua­le nel sesto comandamento:

Non com­met­te­re atti che non sia­no puri  cioè non disper­de­re il seme
Fecon­da una don­na ogni vol­ta che l’a­mi
Così sarai uomo di fede Poi la voglia sva­ni­sce e il figlio rima­ne
E tan­ti ne ucci­de la fame
Io, for­se, ho con­fu­so il pia­ce­re e l’a­mo­re
Ma non ho crea­to dolore

Oppu­re la cri­ti­ca alla visio­ne di fami­glia nel quar­to coman­da­men­to (ono­ra il padre ono­ra la madre) che non tie­ne con­to del­le real­tà di mol­te fami­glie nel­le qua­li pre­val­go­no ingiu­sti­zie e vio­len­ze dome­sti­che.

I tre album che vale la pena ricor­da­re in que­sta sede e che rap­pre­sen­ta­no tre fac­ce del­la poe­ti­ca di De André – dove poe­ti­ca non è un ter­mi­ne né casua­le né tan­to meno ecces­si­vo ma pie­na­men­te cal­zan­te, con­si­de­ra­ta la pro­fon­di­tà e la ric­chez­za tema­ti­ca del­le sue can­zo­ni – sono: Non al dena­ro né all’amore né al cie­lo, Sto­ria di un impie­ga­to e Creu­za de ma.

Non al denaro né all’amore né al cielo

Quin­to album da lui pub­bli­ca­to nel 1971, pren­de come ispi­ra­zio­ne l’Anto­lo­gia di Spoon River del poe­ta sta­tu­ni­ten­se Edgar Lee Masters. Si trat­ta di una rac­col­ta poe­ti­ca in ver­si libe­ri in cui in ogni poe­sia, scrit­ta in for­ma di epi­taf­fio, vie­ne rac­con­ta­ta la vita dei resi­den­ti dell’immaginario pae­si­no di Spoon River. A dare vita alle sto­rie per la veri­tà sono i mor­ti stes­si che nel­lo spa­zio di una poe­sia rac­con­ta­no la pro­pria esistenza. 

De André ripren­de lo stes­so sche­ma e fa par­la­re diver­si per­so­nag­gi seguen­do due filo­ni: l’invidia e la scien­za. Ed è pro­prio lui a spie­gar­ci il per­ché di que­sti due temi che potrem­mo rias­su­me­re così: l’invidia è un sen­ti­men­to uma­no comu­ne a mol­ti che deri­va dal­la com­pe­ti­zio­ne fra gli stes­si esse­ri uma­ni che li por­ta a por­si sem­pre a con­fron­to e quin­di a rin­no­va­re costan­te­men­te la pro­pria infe­li­ci­tà; l’altro é la scien­za inte­sa però come pro­gres­so tec­ni­co-scien­ti­fi­co non reso di pub­bli­co domi­nio ben­sì ben sfrut­ta­to dal­le clas­si diri­gen­ti pro­prio per sti­mo­la­re la stes­sa invi­dia. 

Emblematiche sono le canzoni Un matto e Un giudice.

Un mat­to rac­con­ta la vicen­da del­lo “sce­mo del pae­se” che non rie­sce ad espri­me­re se stes­so pro­van­do così invi­dia nei con­fron­ti degli altri: «gli altri sognan se stes­si e tu sogni di loro» can­ta de André. Quin­di il pro­ta­go­ni­sta, per ren­der­si com­pren­si­bi­le e accet­ta­to, fini­sce per impa­ra­re a memo­ria la Trec­ca­ni, ren­den­do­si defi­ni­ti­va­men­te mat­to agli occhi del­la gen­te e finen­do così la pro­pria vita inter­na­to in un mani­co­mio.

Un giu­di­ce inve­ce trat­ta di un uomo affet­to da nani­smo che cova ran­co­re per esse­re sta­to deri­so in gio­vi­nez­za per la sua altez­za e per­tan­to si impo­ne di stu­dia­re per diven­ta­re giu­di­ce e ven­di­car­si con­tro tut­ti attra­ver­so la con­dan­na a mor­te: «e di affi­dar­li al boia fu un pia­ce­re del tut­to mio».

Significativa anche, oltre che commovente, è la storia di Un medico:

un bam­bi­no, notan­do i cilie­gi ros­si e rite­nen­do­li amma­la­ti, cer­ca di curar­li appas­sio­nan­do­si così e idea­liz­zan­do la car­rie­ra medi­ca, che infi­ne deci­de di intra­pren­de­re. Scon­tran­do­si però con la real­tà mol­to meno idil­lia­ca e più mate­ria­le che lo costrin­ge, su impul­so dei col­le­ghi, a cura­re pazien­ti «amma­la­ti di fame e inca­pa­ci a paga­re» sen­za quin­di raci­mo­la­re un sol­do per la pro­pria fami­glia, fini­sce a spac­cia­re come cura l’eli­sir del­la gio­vi­nez­za andan­do incon­tro nien­te meno che alla pri­gio­ne con l’accusa di truffa. 

Deno­mi­na­to­re comu­ne di que­sti per­so­nag­gi, decli­na­to nei macro-temi dell’invidia e del­la scien­za, è l’iso­la­men­to dal­la socie­tà, det­ta­to da uno spic­ca­to idea­li­smo non com­pre­so e quin­di ostra­ciz­za­to dal­la moltitudine. 

Storia di un impiegato 

Pub­bli­ca­to nel 1973, l’album più espli­ci­to e poli­ti­co è com­po­sto da 9 trac­ce col­le­ga­te tra loro da un filo ros­so: un gio­va­ne impie­ga­to qua­lun­que, dopo aver ascol­ta­to un can­to del mag­gio fran­ce­se (l’insieme del­le rivol­te del ’68 scop­pia­te in Fran­cia in quel mese) opta per la ribellione. 

Le nove can­zo­ni descri­vo­no quin­di l’evoluzione del pen­sie­ro e dell’azione del gio­va­ne che alla fine risul­ta un ten­ta­ti­vo un po’ gof­fo: infat­ti il ragaz­zo non entre­rà a far par­te di un grup­po rivo­lu­zio­na­rio, ma agi­rà da solo e in modo disor­ga­niz­za­to al pun­to che ne Il bom­ba­ro­lo il suo ten­ta­ti­vo di com­pie­re un atten­ta­to al par­la­men­to fal­li­sce, facen­do esplo­de­re nien­te meno che un chio­sco di giornali. 

È un esempio di individualismo che risulta un po’ un controsenso: cercare di sovvertire l’ordine costituito in solitudine risulta incomprensibile e di conseguenza fallimentare. 

Il fina­le di “sto­ria di un impie­ga­to” è rac­chiu­so in Nel­la mia ora di liber­tà quan­do ormai il nostro gio­va­ne è incar­ce­ra­to e quin­di tro­va momen­ti di riflessione. 

Egli non cam­bia la sua idea di mon­do, pro­nun­cian­do la fra­se «Per quan­to voi vi cre­dia­te assol­ti sie­te per sem­pre coin­vol­ti»; ma, con­di­vi­den­do la sua sto­ria con altri all’interno del car­ce­re, si è accor­to dell’impor­tan­za del­la col­let­ti­vi­tà e di un’azione cora­le.  

Que­sto album è sta­to mol­to cri­ti­ca­to subi­to dopo la sua usci­ta soprat­tut­to dagli ambien­ti di sini­stra, che con­ven­ne­ro nel rite­ne­re l’album una «sati­ra del ter­ro­ri­smo degli anni Set­tan­ta» oltre che non abba­stan­za schie­ra­to. Essen­do sta­to pub­bli­ca­to pro­prio agli ini­zi degli anni ’70 e finen­do in modo così tra­gi­co, è come se aves­se dato per impli­ci­to il fal­li­men­to pre­ma­tu­ro di quel­la sta­gio­ne di con­te­sta­zio­ne che ave­va come obiet­ti­vo il sov­ver­ti­men­to dell’ordine costi­tui­to e la costru­zio­ne di una socie­tà più giusta. 

Creuza de ma

Pub­bli­ca­to nel 1984 è sta­to rite­nu­to dal­la rivi­sta Rol­ling Sto­ne Ita­lia il quar­to album fra i 100 più bel­li in Ita­lia degli anni ’80. In un decen­nio di ripie­ga­men­to nel pri­va­to dopo anni di impe­gno pub­bli­co e lot­ta poli­ti­ca, in un perio­do di riflus­so e di edo­ni­smo e di rivin­ci­ta degli idea­li neo­li­be­ri­sti e glo­ba­li­sti, Faber esce con que­sto album inte­ra­men­te in lin­gua geno­ve­se anti­ca, frut­to del­la col­la­bo­ra­zio­ne musi­ca­le con Mau­ro Paga­ni

Scel­ta più che mai azzar­da­ta dal pun­to di vista com­mer­cia­le: del resto si sa che lad­do­ve c’è dena­ro è dif­fi­ci­le par­la­re di arte e vice­ver­sa. Inve­ce pro­prio l’aver mes­so al cen­tro la sua Geno­va e il Medi­ter­ra­neo, ne ha fat­to un album dall’impat­to inter­na­zio­na­le qua­si a rie­vo­ca­re il perio­do d’oro del­la super­ba repub­bli­ca di Geno­va che vide il suo apo­geo tra il bas­so medioe­vo e il Seicento. 

L’architrave tema­ti­co del­la rac­col­ta è costi­tui­to dal mare, dal viag­gio e dai per­so­nag­gi ad essi ricon­du­ci­bi­li, ma ciò che più col­pi­sce l’ascoltatore sono le musi­che in cui com­pa­io­no stru­men­ti tipi­ci dell’area medi­ter­ra­nea e che ne fan­no soprat­tut­to un capo­la­vo­ro musicale. 

Il primo impatto è quello di un album sui generis in cui il binomio musicalità e lingua genovese si fondono come in un’estasi, slegandolo così dalla produzione più “impegnata”. 

La pri­ma can­zo­ne Creu­za de ma è un capo­la­vo­ro di sug­ge­stio­ni, non cer­to un testo erme­ti­co ma senz’altro uno dei più evo­ca­ti­vi a livel­lo di imma­gi­ni: esso ritrae un grup­po di mari­nai fare sosta pres­so un’osteria, per poi ripren­de­re la via del mare lega­ti da una cor­da che rap­pre­sen­ta il loro destino.

Can­zo­ne che fon­de mare e sto­ria è Sinan capu­dan Pascià con pro­ta­go­ni­sta tal Sci­pio­ne Cica­la, cor­sa­ro e con­dot­tie­ro geno­ve­se, rapi­to dagli otto­ma­ni e posto di fron­te alla scel­ta se con­ver­tir­si all’Islam o mori­re. Sce­glie­rà la pri­ma e diver­rà appun­to pascià. Un per­so­nag­gio quin­di sospe­so tra l’opportunismo, l’istinto di soprav­vi­ven­za e l’arrampicata socia­le che però inter­cet­ta senz’altro il favo­re dell’autore. 

Più “dean­dreia­na” è A Pit­ti­ma, in cui vie­ne trat­teg­gia­ta la figu­ra di una don­na che come pro­fes­sio­ne ha il com­pi­to di riscuo­te­re i cre­di­ti, uno dei mestie­ri più impo­po­la­ri. Anche lei è vit­ti­ma del­la natu­ra che le ha asse­gna­to un cor­po gra­ci­le e qua­si defor­me e quin­di per que­sto non può fare altro che com­pie­re quel lavo­ro lascia­to come “scar­to” dagli altri.

Arti­co­lo di Edoar­do Ansarin

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