Indieclopedia: slowcore un’alternativa decadente al mito della rockstar

Indieclopedia è il titolo di una serie di articoli che usciranno a cadenza non regolare sul panorama indie rock, per scoprirne i movimenti, le origini e i protagonisti di questo grosso sottogenere del rock che ha rappresentato il pilastro della musica rock alternativa degli anni 80 e 90. In questo primo episodio parliamo di un sottogenere molto interessante: lo slowcore.

Se da una par­te negli anni 90 c’e­ra­no i Nir­va­na con il loro lea­der Kurt Cobain che ripor­ta­va­no in auge il mito del­la rock­star anni 70, dal­l’al­tra c’e­ra­no band come i Wee­zer che ne rap­pre­sen­ta­va­no qua­si una paro­dia: con uno sti­le umo­ri­sti­co e taglien­te il mito del­la rock­star veni­va sosti­tui­to da un Rivers Cuo­mo che con­fes­sa­va di aver fat­to l’a­mo­re ben mil­le vol­te con la don­na che ama, nel­la sua testa. Tut­ta­via nel­la musi­ca dei Wee­zer, seb­be­ne ci sia un che di paro­di­sti­co riman­go­no sem­pre que­gli stra­sci­chi del­l’im­ma­gi­na­rio hard rock, anche solo nel­la sem­pli­ce musi­ca (la band pre­fe­ri­ta di Rivers Cuo­mo era­no i Kiss). 

Anche gene­ri come lo shoe­ga­ze sem­bra­no por­tar­si anco­ra appres­so quel­la sen­sua­li­tà e vita­li­tà come retag­gio del rock nei suoi anni d’o­ro e sem­bra­no non capa­ci a rinun­ciar­vi del tutto. 

Tut­ta­via, c’è un movi­men­to musi­ca­le piut­to­sto par­ti­co­la­re, rima­sto per lo più nei bas­si­fon­di musi­ca­li in cui il rock sem­bra qua­si esse­re spa­ri­to, seb­be­ne le sue radi­ci affon­di­no in manie­ra piut­to­sto evi­den­te lì. 

Band semi­na­li per il gene­re come Gala­xie 500Ame­ri­can Music Club affon­da­no chia­ra­men­te le loro radi­ci nel “rock” inte­so nel suo sen­so più ampio. Sono evi­den­ti le radi­ci Folk rock dei secon­di e le radi­ci post-pun­k/­rock psi­che­de­li­che dei pri­mi, eppu­re solo qual­che anno dopo, band come i Red Hou­se Pain­ter, gli Ida­ho, i Drunk, i Radar Bro­thers, i Low, gli Ace­to­ne e i Codei­ne faran­no dischi nei qua­li tut­ta quel­la for­za vita­le pre­sen­te nel rock è morta.

 Quel­lo che rima­ne sono del­le atmo­sfe­re nar­co­tiz­zan­ti come sen­tia­mo nel­lo slo­w­co­re sognan­te e mini­ma­le dei Low, o del­le atmo­sfe­re fune­ree come nel­lo slo­w­co­re rumo­ro­so e dispe­ra­to degli Ida­ho.

In queste band non c’è più il mito della rockstar, questo mito ormai è morto e sepolto, ma nemmeno c’è il mito del poeta maledetto: lo slowcore presenta testi essenziali, di impatto e completamente scevri di retorica. 

Dai Low che pro­pon­go­no imma­gi­ni crip­ti­che di natu­ra spi­ri­tua­le, a Mark Koze­lek che nei Red Hou­se Pain­ter par­la in manie­ra strug­gen­te e al con­tem­po estre­ma­men­te diret­ta del­la sua rela­zio­ne fini­ta e dei suoi tor­men­ti inte­rio­ri riguar­do all’e­tà che avan­za, ai Codei­ne che par­la­no attra­ver­so testi com­po­sti di imma­gi­ni for­ti e di impat­to.

Ora qual è la sto­ria del­lo slo­w­co­re? C’è chi come Andrew Ear­les indi­vi­dua l’i­ni­zio di que­sto movi­men­to nei Gala­xie 500, band post-punk di fine anni 80 in cui pri­mi ele­men­ti che diven­te­ran­no car­di­ne del gene­re comin­cia­no a intra­ve­der­si. Anche gli Ame­ri­can Music Club a vol­te ven­go­no iden­ti­fi­ca­ti come tali. Sem­pre Andrew Ear­le, nel suo Gim­mie Indie Rock, tro­va impro­prio il ter­mi­ne slo­w­co­re affi­bia­to a loro, sen­za però smi­nui­re l’in­fluen­za che avranno.

Tro­va­re una ori­gi­ne uni­vo­ca al nome del gene­re è tut­ta­via dif­fi­ci­le, ma la pri­ma atte­sta­zio­ne cita­ta nel dizio­na­rio di Oxford è in un libro di Chuck Eddy chia­ma­to Stair­way to Hell: The 500 Best Hea­vy Metal Albums in the Universe.

Matt Kadane dei Bedhead dirà che in realtà il termine era denigratorio in quanto la lentezza non era nell’essenza di ciò che volevano fare.

 Se que­ste band han­no get­ta­to le basi la pri­ma band pura­men­te slo­w­co­re, sono pro­ba­bil­men­te i Codei­ne fon­da­ti a New York. Un arti­co­lo di Robert Rusbam chia­ma­to Slo­w­co­re: A Brief time­li­ne la defi­ni­sce la band slo­w­co­re più estre­ma, e que­sto è piut­to­sto sin­go­la­re tenen­do con­to che sono pro­ba­bil­men­te i pri­mi a fare vera­men­te slo­w­co­re. I Codei­ne come già sopra­men­zio­na­to faran­no par­te di quel tipo di slo­w­co­re più spor­co e distor­to che pro­po­ne del­le atmo­sfe­re intri­se di disperazione. 

I Red Hou­se Pain­ters, seguen­do la scia dei Gala­xie 500, apri­ro­no la stra­da a uno slo­w­co­re più mini­ma­le ed ete­reo, che rag­giun­se la sua for­ma più com­piu­ta con i Low. Come avvie­ne per ogni sot­to­ge­ne­re, è impor­tan­te ricor­da­re che i con­fi­ni del­lo slo­w­co­re non sono sem­pre net­ti: alcu­ne band abbrac­cia­no diver­si sti­li, inclu­den­do anche ele­men­ti slo­w­co­re. Un esem­pio sono i Seam.

Band come gli Slint, inve­ce, ven­go­no tal­vol­ta con­si­de­ra­te pro­to-slo­w­co­re per alcu­ni bra­ni con­te­nu­ti in Spi­der­land. Lo slo­w­co­re, inol­tre, non si limi­ta a con­ta­mi­na­zio­ni con il folk e il dream pop, ma si intrec­cia anche con sot­to­ge­ne­ri dell’indie pop, come il cham­ber pop. Que­sto è evi­den­te in band come i Mid­night Choir o nei più noti Carissa’s Wierd.

Anche grup­pi come gli Ace­to­ne e i Drunk meri­ta­no una men­zio­ne, gra­zie a uno slo­w­co­re for­te­men­te influen­za­to dal coun­try. Ina­spet­ta­ta­men­te, lo slo­w­co­re si tro­va anche in ter­ri­to­ri meno pre­ve­di­bi­li: data l’influenza degli Slint, è pos­si­bi­le veder­lo acco­sta­to al post-har­d­co­re, con band come i Kara­te e i Lower­ca­se spes­so eti­chet­ta­te come slowcore.Il gene­re pre­sen­ta anche com­mi­stio­ni con il rock psi­che­de­li­co o lo spa­ce rock, come nel caso dei Red Star Theo­ry e dei Duster. Infi­ne, esi­sto­no influen­ze più crea­ti­ve con il post-rock, evi­den­ti in band come i Movie­to­ne e gli Ame­ri­can Ana­log Set.

Un aspetto significativo, soprattutto negli anni ‘90, è che, a differenza del grunge, lo slowcore non ha una collocazione geografica specifica né etichette di riferimento, rendendolo un fenomeno più diffuso e frammentato.

Dane Ware­ham dirà così del­la sua musi­ca «We were not try­ing to make peo­ple dan­ce, we were not try­ing to ‘rock’ – we were try­ing to make things that were beau­ti­ful». Immer­wahr dei Codei­ne, par­lan­do del suo sti­le, affer­mò « It was a reac­tion to that Eddie Ved­der sty­le of sin­ging. What sui­ted the­se songs, my own lived expe­rien­ce, was some­thing smal­ler, some­thing anti-epic».

Lo slo­w­co­re spo­glia il rock di tut­ti i suoi ele­men­ti essen­zia­li, lascian­do­ne solo uno sche­le­tro. Que­sto sche­le­tro, da un lato, ne rive­la tut­te le fra­gi­li­tà; dall’altro, esplo­ra nuo­ve pos­si­bi­li­tà. Anzi, recu­pe­ra e svi­lup­pa intui­zio­ni già pre­sen­ti nel post-punk più oscu­ro, da cui i Gala­xie 500 tras­se­ro ispi­ra­zio­ne. La sfi­da è quel­la di fare rock sen­za segui­re dav­ve­ro le con­ven­zio­ni del rock: crea­re sono­ri­tà che accen­tui­no l’intro­spe­zio­ne, che dia­no vita a atmo­sfe­re intri­se di malin­co­nia e ras­se­gna­zio­ne, lascian­do nell’ascoltatore un sen­so di vuoto. 

Non c’è l’intento di intrat­te­ne­re o diver­ti­re, né pau­ra di feri­re l’ascoltatore; piut­to­sto, la musi­ca diven­ta un mez­zo per evo­ca­re ricor­di dolo­ro­si, come una rela­zio­ne per­du­ta o la sen­sa­zio­ne che tut­to pos­sa esse­re pri­vo di senso.

Se quel­lo che vie­ne natu­ra­le pen­sa­re è « nien­te che i Joy divi­sion non abbia­no fat­to pri­ma» l’in­vi­to è di nota­re come nel­lo slo­w­co­re, per cita­re le paro­le di Dane, non c’è alcun inten­to di fare rock, di far bal­la­re le per­so­ne. Se she lost con­trol pro­po­ne una dan­za dispe­ra­ta e ago­niz­zan­te, Medi­ci­ne Bot­tle dei Red Hou­se Pain­ters vi invi­ta a rima­ne­re immo­bi­li a dispe­rar­vi pen­san­do a quel­lo che ormai non pote­te più ave­re; se Love will tear us apart con­ser­va una vita­li­tà maca­bra, Insi­de Out dei Duster è un’a­ne­ste­sia tota­le pri­ma di un inter­ven­to a cuo­re aperto. 

Non c’è più niente che rimandi alla voglia di rock puro e crudo, non c’è più la voglia di adeguarsi a un modello di rockstar edonista e libertina, non c’è più l’intenzione di far divertire chi ascolta.

 C’è solo dispe­ra­zio­ne, malin­co­nia e rim­pian­ti. Eppu­re, ci sono chi­tar­re, bas­so, bat­te­rie, riman­di musi­ca­li ad arti­sti facen­ti par­te quel­la cul­tu­ra da cui lo slo­w­co­re si distac­ca. Il rock in un cer­to sen­so c’è, in un cer­to sen­so lo slo­w­co­re è anco­ra rock. Impos­si­bi­le non rin­trac­cia­re l’in­fluen­za di un arti­sta come Neil Young in alcu­ni pez­zi, così come dei Vel­vet Under­ground.  Solo che ne è una ver­sio­ne ormai radi­cal­men­te distac­ca­ta, dopo aver fat­to teso­ro dei suoi inse­gna­men­ti li ha tut­ti rifiu­ta­ti. E chi ha biso­gno di musi­ca tri­ste ringrazia.

BIBLIOGRAFIA

Michael Azer­rad, Our Band Could Be Your Life: Sce­nes from the Ame­ri­can Indie Under­ground 1981–1991, 2001.

Andrew Ear­les, Gim­me Indie Rock: 500 Essen­tial Ame­ri­can Under­ground Rock Albums 1981–1996, 2014.

Ste­vie Chick, Our music did­n’t build. We were anti-cathar­sis’: the gla­cial plea­su­res of slo­w­co­re, 2023.

Robert Rub­sam, Slo­w­co­re: A Brief Time­li­ne, 2017.

Chuck Eddy, Stair­way to Hell: The 500 Best Hea­vy Metal Albums in the Uni­ver­se, 1991.

Con­di­vi­di:
Gabriele Benizio Scotti
Stu­den­te di filo­so­fia, appas­sio­na­to di musi­ca, cine­ma, video­gio­chi e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce scri­ve­re di que­ste tema­ti­che e appro­fon­dir­le il più possibile.

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