10 anni senza Pino Daniele

Il 4 gen­na­io 2025, a die­ci anni dal­la scom­par­sa di Pino Danie­le, è arri­va­to nel­le sale ita­lia­ne il docu­film Pino Danie­le – Nero a metà. Diret­to da Mar­co Spa­gno­li e nar­ra­to da Ste­fa­no Senar­di, il film ren­de omag­gio al cele­bre can­tau­to­re napo­le­ta­no, riper­cor­ren­do­ne la vita e la car­rie­ra attra­ver­so i ricor­di di ami­ci e colleghi.

Danie­le comin­ciò ad appas­sio­nar­si alla musi­ca in tene­ra età: a nove anni acqui­stò la sua pri­ma chi­tar­ra clas­si­ca, e per il diplo­ma di ragio­ne­ria rice­vet­te una chi­tar­ra elet­tri­ca iden­ti­ca a quel­la di Eric Clap­ton, il suo ido­lo. Impa­rò a suo­na­re pra­ti­ca­men­te da auto­di­dat­ta. Le sue pri­me espe­rien­ze musi­ca­li inclu­se­ro la fon­da­zio­ne del­la band New Jet e dei Batra­co­mio­ma­chia, dove col­la­bo­rò con talen­ti come Enzo Avi­ta­bi­le e Rino Zurzolo.

Fon­da­men­ta­le fu l’incontro con James Sene­se, di cui Pino era un gran­de fan per via del­la band Sho­w­men, un grup­po dal­lo sti­le soul e blues che mesco­la­va la musi­ca nera ame­ri­ca­na con influen­ze napo­le­ta­ne, di cui Sene­se face­va par­te. James, per per­met­ter­gli di suo­na­re insie­me, costrin­se Danie­le a impa­ra­re il bas­so, cosa che fece gra­zie ai suoi insegnamenti.

Nel 1977, il pro­dut­to­re Clau­dio Pog­gi sco­prì Danie­le, che gra­zie all’interesse di Bru­no Tibal­di poté pro­dur­re il suo pri­mo album per l’EMI, Ter­ra Mia, che segnò una svol­ta per la musi­ca napo­le­ta­na., affron­tan­do temi socia­li e mesco­lan­do tra­di­zio­ne e moder­ni­tà. Nono­stan­te aves­se appe­na 22 anni, Pino Danie­le mostrò già allo­ra deter­mi­na­zio­ne e talen­to. Cre­de­va fer­ma­men­te che Napo­li fos­se un cro­ce­via da cui sareb­be par­ti­to qual­co­sa di gran­de, soprat­tut­to attra­ver­so la can­zo­ne, che da sem­pre ha accom­pa­gna­to i momen­ti di ribellione. 

Dopo l’u­sci­ta di Ter­ra mia, Danie­le incon­trò Tul­lio De Pisco­po, con cui for­mò il grup­po Nea­po­li­tan Power, sim­bo­lo di un movi­men­to cul­tu­ra­le che inclu­de­va anche James Sene­se, Joe Amo­ru­so, Tony Espo­si­to e Rino Zur­zo­lo, e che si face­va por­ta­to­re del desi­de­rio di crea­re una musi­ca auten­ti­ca, capa­ce di rac­con­ta­re la sua ter­ra e la sua vita. 

Nea­po­li­tan Power rin­no­vò un gene­re, quel­lo del­la can­zo­ne napo­le­ta­na, che fino agli anni ’60 era sta­to svi­li­to, poi­ché asso­cia­to erro­nea­men­te alla mala­vi­ta e a tema­ti­che di cui si pen­sa­va ci fos­se poco da dire. Unen­do i dia­let­to napo­le­ta­no al jazz e blues, nac­que un nuo­vo sound che spaz­zò via tut­ti i pre­con­cet­ti negativi. 

Nel­lo stes­so anno, Pino Danie­le e la sua band furo­no pro­ta­go­ni­sti di un ser­vi­zio del pro­gram­ma L’altra dome­ni­ca di Ren­zo Arbo­re, men­tre si esi­bi­va­no al Broad­way Club, noto per la sua com­po­nen­te ame­ri­ca­na. Lì, duran­te una diret­ta, Danie­le inter­pre­tò A taz­zu­lel­la de caf­fè, una can­zo­ne che si distac­ca­va com­ple­ta­men­te dall’immagine roman­ti­ca e super­fi­cia­le del­la cit­tà e dal “tira­re a cam­pa­re” di Pul­ci­nel­la, rac­con­tan­do che oltre il sole e il mare di Napo­li c’era mol­to di più: una real­tà più dura, ma anche più auten­ti­ca, rac­con­ta­ta sen­za pas­si­vi­tà, ma con un pro­fon­do desi­de­rio di riscat­to per sé, per Napo­li e per i suoi cittadini. 

Già con can­zo­ni come Napu­le è, Pino Danie­le para­go­nò la sua cit­tà a “car­ta strac­cia”, rac­con­tan­do lo sta­to di degra­do socia­le e poli­ti­co in cui Napo­li si tro­va­va, ma che non le vie­ta­va, al con­tem­po, di con­ser­va­re una ric­chez­za cul­tu­ra­le e uma­na indi­strut­ti­bi­le. La can­zo­ne non era solo un lamen­to, ma un atto di resi­sten­za e affer­ma­zio­ne di un’i­den­ti­tà che non pote­va esse­re cancellata. 

Nel 1979 uscì il secon­do album del­l’ar­ti­sta (inti­to­la­to sem­pli­ce­men­te Pino Danie­le), ma è all’anno seguen­te che risa­le il disco più impor­tan­te del­la sua car­rie­ra: Nero a metà. L’opera avreb­be dovu­to rap­pre­sen­ta­re un pun­to di incon­tro tra diver­si mon­di e cul­tu­re: la napo­le­ta­ni­tà tra­di­zio­na­le e quel­la moder­na, il popo­la­re e l’in­tel­let­tua­le, il pas­sa­to e il futu­ro. Il tito­lo stes­so rac­chiu­de la ten­sio­ne tra iden­ti­tà diver­se, sim­bo­leg­gian­do la com­ples­si­tà e la rivo­lu­zio­ne musi­ca­le che Danie­le ave­va portato. 

Pur­trop­po, però, la gio­ia dovu­ta all’uscita dell’album fu bre­ve: nel novem­bre del 1980 il ter­re­mo­to dell’Irpinia col­pì Cam­pa­nia e Basi­li­ca­ta. Per risol­le­va­re il popo­lo col­pi­to dal­la tra­ge­dia, i Nea­po­li­tan Power orga­niz­za­ro­no un con­cer­to a Piaz­za del Ple­bi­sci­to, con cir­ca due­cen­to­mi­la par­te­ci­pan­ti. Que­sto fu un pun­to di svol­ta deci­si­vo nel­la car­rie­ra dell’artista napo­le­ta­no. Come rac­con­ta Tul­lio De Pisco­po, dopo quel­la sera, Pino Danie­le si rese con­to del cam­bia­men­to che sta­va avve­nen­do: il popo­lo napo­le­ta­no si era riscat­ta­to attra­ver­so la sua musica. 

Negli anni ’80 e ’90, Danie­le con­so­li­dò la sua car­rie­ra e ini­ziò a col­la­bo­ra­re con arti­sti come Lucio Dal­la e Jova­not­ti, oltre a scri­ve­re la colon­na sono­ra per il film Pen­sa­vo fos­se amo­re… inve­ce era un cales­se di Mas­si­mo Troi­si (1991). 

Il docu­film Pino Danie­le – Nero a metà si con­clu­de con un focus sugli anni ’90 — sen­za quin­di sof­fer­mar­si sugli ulti­mi anni di vita del can­tau­to­re, scom­par­so nel 2014. Tut­ta­via, è chia­ro che quan­ti han­no fat­to par­te del­la sua vita e car­rie­ra lo con­si­de­ra­no anco­ra pre­sen­te, con­si­de­ran­do il suo genio arti­sti­co e la sua capa­ci­tà di ono­ra­re la tra­di­zio­ne musi­ca­le napo­le­ta­na, infon­den­do­le nuo­va linfa. 

Per Pino Danie­le, Napo­li è sem­pre sta­ta tut­to. La sua musi­ca, nono­stan­te le radi­ci par­te­no­pee, è riu­sci­ta a esse­re uni­ver­sa­le, coin­vol­gen­do chiun­que. Come ricor­da­va Tony Cer­co­la, “un uomo sen­za radi­ci è zero”: Danie­le can­ta­va Napo­li nel­la sua auten­ti­ci­tà, con pre­gi e difet­ti, sen­za fil­tri. “Io can­to la Napo­li di oggi, con tut­ti i suoi pro­ble­mi, e lo fac­cio in un modo par­ti­co­la­re… can­to in dia­let­to su un cer­to tipo di musi­ca”, ebbe a dire. Pro­prio que­sta fusio­ne tra dia­let­to e moder­ni­tà ha per­mes­so al suo lin­guag­gio musi­ca­le di arri­va­re a chiunque. 

Pino Danie­le è sta­to ed è tut­to­ra mol­to ama­to dal pub­bli­co, per­ché rap­pre­sen­ta la voce del popo­lo; come sot­to­li­nea­to nel docu­film, la musi­ca popo­la­re è demo­cra­ti­ca. Anche chi non ha mai visi­ta­to Napo­li, rie­sce a far­si com­ple­ta­men­te tra­spor­ta­re dal­le sue can­zo­ni, come se si venis­se cata­pul­ta­ti tra i vico­li di Spac­ca­na­po­li o sul lun­go­ma­re di Mer­gel­li­na al tramonto. 

D’altro can­to, come ripor­ta Mar­co Spa­gno­li in una inter­vi­sta per MOW, a Danie­le non impor­ta­va del­la fama: can­ta­va per il biso­gno di tra­smet­te­re emo­zio­ni, sen­za pre­oc­cu­par­si di esse­re com­pre­so let­te­ral­men­te, ma con il solo sco­po di comu­ni­ca­re sen­ti­men­ti. “Non è impor­tan­te che tut­ti capi­sca­no ogni paro­la, l’importante è che si capi­sca il sen­ti­men­to che c’è die­tro, il modo di vive­re che espri­me quel­la musi­ca”, affer­ma­va. Le sue can­zo­ni rac­con­ta­va­no la Napo­li con­tem­po­ra­nea, con le sue con­trad­di­zio­ni e la sua bel­lez­za nasco­sta, toc­can­do l’animo di chiun­que le ascoltasse. 

Que­sto con­nu­bio tra auten­ti­ci­tà e uni­ver­sa­li­tà ha fat­to di Pino Danie­le un arti­sta uni­co e immor­ta­le, che a 10 anni dal­la sua mor­te ricor­dia­mo con immen­so affet­to, con­sa­cran­do­lo come il re del­la musi­ca partenopea. 

Con­di­vi­di:
Carlotta Brugin
Stu­den­tes­sa di Comu­ni­ca­zio­ne e Socie­tà, con una pas­sio­ne per i viag­gi, la musi­ca, l’ar­te, il cine­ma e l’attualità.

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