Small Things Like These: la lotta contro l’indifferenza nel cuore oscuro dell’Irlanda

Small Things Like The­se, diret­to da Tim Mie­lan­ts, è la sto­ria di oltre 56.000 gio­va­ni don­ne, nubi­li o rima­ste incin­te, che dal 1922 ven­ne­ro incar­ce­ra­te a vita nel­le cosid­det­te “Mag­da­le­ne Hou­se” in Irlan­da, e che rima­se­ro aper­te sino al 1998 per sco­pi di “peni­ten­za e riabilitazione”.

Basa­to sul roman­zo Pic­co­le cose da nul­la di Clai­re Kee­gan, è una sto­ria su come le per­so­ne crea­no e man­ten­go­no il con­trol­lo: la rete di pote­re qui è intes­su­ta dal­le suo­re, che attra­ver­so la pro­pria auto­ri­tà sog­gio­ga­no tut­ti alla loro volon­tà. In que­ste case le don­ne veni­va­no sfrut­ta­te e vive­va­no come in uno sta­to di vera e pro­pria schia­vi­tù: era­no sog­get­te a lavo­ro for­za­to, puni­zio­ni cor­po­ra­li, mal­nu­tri­zio­ne, lascia­te in iso­la­men­to; quan­do un bam­bi­no nasce­va veni­va loro sot­trat­to e ven­du­to ad altre fami­glie. Le con­di­zio­ni era­no tan­to mise­re­vo­li che por­ta­ro­no alla malat­tia, mor­te o sui­ci­dio di queste.

Il film ci rac­con­ta que­sta sto­ria attra­ver­so il pun­to di vista di Bill Fur­long, car­bo­na­io, inter­pre­ta­to da Cil­lian Mur­phy. L’at­to­re, che già si era con­trad­di­stin­to per la capa­ci­tà di tra­smet­te­re il tor­men­to psi­co­lo­gi­co del pro­ta­go­ni­sta attra­ver­so le mimi­che fac­cia­li, anco­ra una vol­ta ci sor­pren­de tra­smet­ten­do con auten­ti­ci­tà il con­flit­to inte­rio­re di un uomo che cer­ca di fare la cosa giu­sta, nono­stan­te l’o­sti­li­tà e l’omer­tà di chi lo circonda. 

Mol­ti lo met­to­no in guar­dia dal voler inda­ga­re su quel­lo che avvie­ne all’in­ter­no del con­ven­to, tan­to che la moglie stes­sa gli dice che se vuo­le anda­re avan­ti in que­sta vita, ci sono cose che deve igno­ra­re. La cor­ru­zio­ne è così radi­ca­ta che anche Suor Mary (inter­pre­ta­ta da Emi­ly Watson), respon­sa­bi­le del con­ven­to, arri­va a minac­ciar­lo del­l’i­stru­zio­ne del­le figlie — un siste­ma con­trol­la­to dal­le stes­se suo­re — e ten­ta per­si­no di cor­rom­per­lo con una cospi­cua ricom­pen­sa in dena­ro. Ma è dav­ve­ro giu­sto igno­ra­re quel­lo che sta­va suc­ce­den­do? Bill non si dà pace. Il film è incen­tra­to sul suo per­so­nag­gio, i suoi ricor­di, la sua lot­ta inte­rio­re. Attra­ver­so con­ti­nui sbal­zi tem­po­ra­li tra il pre­sen­te e il pas­sa­to capia­mo che Bill non può più rima­ne­re indif­fe­ren­te. Non rie­sce a spie­gar­si come sua madre aves­se rice­vu­to soste­gno da una don­na pro­te­stan­te che l’a­ve­va accol­ta e come inve­ce ora que­ste ragaz­ze sia­no trat­ta­te in manie­ra così disu­ma­na dal­le suo­re. Rima­ne così sem­pre più tur­ba­to: a par­ti­re dal­la pri­ma sce­na in cui vede dall’interno del depo­si­to una ragaz­za di nome Sara costret­ta dal­la madre a entra­re nel con­ven­to, poi al momen­to in cui lui stes­so entra nel con­ven­to per far­si paga­re e una ragaz­za di nasco­sto gli chie­de aiu­to e lo sup­pli­ca di esse­re por­ta­ta al di là del fiu­me. È così che un gior­no deci­de di recar­si pri­ma rispet­to al soli­to al con­ven­to, per con­se­gna­re del car­bo­ne. Ma apren­do la por­ta del depo­si­to ritro­va Sara, che era sta­ta lega­ta e lascia­ta lì in iso­la­men­to. Da qui le vicen­de seguo­no Bill nel­la cre­scen­te dif­fi­col­tà di sce­glie­re se agi­re o resta­re iner­me al domi­nio del­le suore.

La sto­ria è costel­la­ta da mol­te imma­gi­ni sim­bo­li­che. Il car­bo­ne ha un’importanza cru­cia­le nel­la nar­ra­zio­ne, for­te imma­gi­ne del peso del­la situa­zio­ne che la cit­tà sta viven­do: Bill tra­spor­ta il car­bo­ne sul­la schie­na, le mani sono anne­ri­te dal­la pol­ve­re del car­bo­ne, che stro­fi­na ogni sera pri­ma di ricon­giun­ger­si con la fami­glia per pulir­si dal­lo “spor­co” del­la cit­tà, anche la gio­va­ne don­na che tro­va al con­ven­to è cospar­sa di pol­ve­re, a rap­pre­sen­ta­re il sen­so di pri­gio­nia e di for­te cor­ru­zio­ne del luogo.

La regia adotta spesso inquadrature che sembrano spiare i personaggi dall’esterno: da finestre, porte socchiuse o corridoi, evocando la sensazione opprimente di essere sempre sotto l’occhio vigile di un sistema depravato.

È altret­tan­to signi­fi­ca­ti­vo il gio­co tra luce e ombra: la casa è sem­pre buia, con una sola stan­za illu­mi­na­ta alla fine di un cor­ri­do­io oscu­ro, ad ecce­zio­ne del­le stan­ze in cui sono pre­sen­ti le ragaz­ze, uni­ca par­te rima­sta pura e fuo­ri dagli “spor­chi” mec­ca­ni­smi di pote­re e omertà.

Small Things Like The­se è un film che ci costrin­ge a riflet­te­re su quan­to sia faci­le igno­ra­re l’in­giu­sti­zia quan­do si è pro­tet­ti dal­la pro­pria como­di­tà e lascia lo spet­ta­to­re a inter­ro­gar­si sul­la pro­pria respon­sa­bi­li­tà di fron­te alle ingiu­sti­zie del mon­do, ricor­dan­do­ci che, a vol­te, anche un pic­co­lo gesto può esse­re un pas­so avan­ti ver­so il cambiamento.

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Chiara Cardella
Stu­den­tes­sa di Let­te­re, appas­sio­na­ta di let­tu­ra e scrit­tu­ra. Aman­te dei viag­gi e del­la sco­per­ta di cose sem­pre nuo­ve, sogno di tra­sfor­ma­re la mia curio­si­tà in una car­rie­ra gior­na­li­sti­ca. Cre­do che ogni sto­ria meri­ti di esse­re ascol­ta­ta e condivisa.

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