Giradischi, gli album consigliati di gennaio

Giradischi, gli album consigliati di gennaio

Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti.


Fame, Jake La Furia

Quel bra­vo ragaz­zo di Leo­nar­do Dona­tiel­lo

Hen­ry Hill in Goo­d­fel­las di Scor­se­se dice­va che fare il gang­sta era meglio che fare il pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti, e ci cre­de­va dav­ve­ro, non lo dice­va per scher­zo. Jake La Furia ha ripre­so e ha fat­to suo que­sto imma­gi­na­rio, tra­spo­nen­do­lo nel mon­do hip hop, aggiun­gen­do­ci la musi­ca e soprat­tut­to la pen­na. “Se ti pia­ce con­scious, chia­ma me, sto­ria del­lo sto­ry­tell / Però, se vuoi il gang­sta rap, fra­tè, sono il gang­sta re”, due ver­si che rac­chiu­do­no l’es­sen­za di Jake, nar­ra­to­re del­le stra­de mila­ne­si, tra cri­mi­ne e poe­sia. Il suo nuo­vo disco Fame va ovvia­men­te a toc­ca­re quel­li che sono sem­pre sta­ti i suoi pun­ti di for­za: la capa­ci­tà di rac­con­ta­re con imma­gi­ni a vol­te roman­za­te, a vol­te cru­de e rea­li, la street life, sen­za cor­ni­ci che potes­se­ro deli­mi­ta­re il pro­prio qua­dro del mon­do. La fame è sta­ta sen­za ombra di dub­bio il moto­re di Fran­ce­sco, dagli albo­ri ad oggi, la voglia di riscat­to e l’o­dio nei con­fron­ti del­lo sta­to “Cre­sciu­ti con la for­za, di cor­sa / Tut­ti con­tro tut­ti con quel­la fame nel­le ossa/fame per la riscos­sa”. Anche in que­st’ul­ti­mo disco del resto le invet­ti­ve alle isti­tu­zio­ni non man­ca­no, dal­le frec­cia­te alla poli­zia all’e­sal­ta­zio­ne del­la ribel­lio­ne. In que­sto sen­so la trac­cia di chiu­su­ra Dan­za del­la piog­gia rac­chiu­de un po’ tut­ta la vora­ci­tà di Jake, affa­ma­to e pron­to a spu­ta­re in fac­cia al pote­re. Fame è esat­ta­men­te quel­lo che dovreb­be esse­re un pro­dot­to hip hop: real­tà, stra­da, riven­di­ca­zio­ne socia­le e contenuto. 


Tro­pi­co del capri­cor­no, Guè

Zenit di Leo­nar­do Donatiello

“La musi­ca non è Bach o Bee­tho­ven; la musi­ca è l’apriscatole dell’anima. Ti dà una tre­men­da tran­quil­li­tà inte­rio­re, ti dà la con­sa­pe­vo­lez­za che c’è un tet­to sul tuo essere”. 

Cosí discor­re­va Hen­ry Mil­ler in Tro­pi­co del capri­cor­no, uno dei suoi più cele­bri capo­la­vo­ri let­te­ra­li. For­se la musi­ca è effet­ti­va­men­te l’u­ni­ca cer­tez­za, l’u­ni­ca roc­cia a cui aggrap­par­si all’in­ter­no del­la cor­ni­ce descrit­ta da Mil­ler, cono­sciu­to per le sue nar­ra­zio­ni coe­ren­te­men­te con­fu­se, indi­ge­ste, por­no­gra­fi­che, ma anche mol­to pro­fon­de. Mil­ler è sta­to uno scrit­to­re fuo­ri dagli sche­mi, che ha fat­to del suo flus­so di coscien­za, e del­le sue descri­zio­ni assai espli­ci­te, il suo pun­to di for­za. Non è un caso che il suo libro sia sta­to cen­su­ra­to negli Sta­ti uni­ti per ben 22 anni. Guè Peque­no è par­ti­to esat­ta­men­te da que­sta ope­ra per ordi­na­re i pro­pri pen­sie­ri e dare luce al nono disco in car­rie­ra Tro­pi­co del capri­cor­no, usci­to non casual­men­te pro­prio sot­to l’o­mo­ni­mo segno astro­lo­gi­co, il 10 gen­na­io 2025. L’al­bum rap­pre­sen­ta, come det­to dal­lo stes­so Guè nel­le inter­vi­ste post pub­bli­ca­zio­ne, uno zenit, un cul­mi­ne di un per­cor­so. La car­rie­ra di Cosi­mo del resto è sta­ta lun­ga, ma soprat­tut­to costan­te: non c’è mai sta­to un momen­to in cui non sia sta­to sul­la cre­sta del­l’on­da. Tro­pi­co del Capri­cor­no è uno sguar­do malin­co­ni­co alla luna, è un volo not­tur­no fra i palaz­zi e le stel­le che illu­mi­na­no Mila­no, tra per­so­nag­gi diso­ne­sti e squal­li­di, tra don­ne per bene e don­ne per male. Le costel­la­zio­ni e il ses­so fem­mi­ni­le sono infat­ti le vere pro­ta­go­ni­ste del­l’al­bum. I rap­por­ti occa­sio­na­li scan­di­sco­no il tem­po del disco, rap­por­ti fri­vo­li ma anche roman­ti­ci, acco­mu­na­ti dal­l’as­sen­za di un lie­to fine. Guè met­te in mostra quel­lo che è il suo, per­so­na­le, amo­re per le don­ne, sen­za alcu­na pre­te­sa di uni­ver­sa­li­tà o veri­tà. Rac­con­ta sen­za fil­tri le sue espe­rien­ze, così come Mil­ler face­va nel­le sue ope­re. Il disco suo­na un po’ retrò, i cam­pio­na­men­ti di Pino Danie­le e gli Sta­dio rivi­sa­ta­ti in ver­sio­ne black dan­no quel toc­co in più di vin­ta­ge e ci ripor­ta­no indie­tro nel tem­po. Tro­pi­co del Capri­cor­no è quel­l’al­bum che va com­pra­to in vini­le e ascol­ta­to duran­te una stel­la­ta not­te di primavera.


Libe­ra­to III, Libe­ra­to

Il ritor­no di Libe­ra­to di Car­lot­ta Brugin

Il 1º gen­na­io 2025, allo scoc­ca­re del­la mez­za­not­te, Libe­ra­to ha sor­pre­so tut­ti con il rila­scio del suo ter­zo album in stu­dio, Libe­ra­to III; com­po­sto da nove trac­ce, que­sto pro­get­to rap­pre­sen­ta un viag­gio sono­ro che fon­de tra­di­zio­ne e moder­ni­tà, omag­gian­do la cul­tu­ra napo­le­ta­na e spe­ri­men­tan­do nuo­ve sono­ri­tà. L’al­bum si apre con Tur­nà, in cui il can­tan­te espri­me il desi­de­rio di voler ritor­na­re a Napo­li, tra i vico­li del­la sua ama­ta cit­tà, come se fos­se sta­to lon­ta­no per un perio­do e ora fos­se giun­to il momen­to di tor­na­re indie­tro sui suoi pas­si: Libe­ra­to è sta­to lon­ta­no dai suoi fan ed è ritor­na­to sen­za pre­av­vi­so a far par­la­re di sé, con una let­te­ra d’a­mo­re a Napo­li e ai suoi abi­tan­ti. Il bra­no cam­pio­na Voglia ‘e tur­nà di Tere­sa De Sio, una del­le voci più rap­pre­sen­ta­ti­ve del­la musi­ca folk napo­le­ta­na, e incor­po­ra rife­ri­men­ti a ico­ne loca­li come Ciro Rigio­ne e Sal­va­tor Rosa. È impos­si­bi­le non coglie­re anche la cita­zio­ne del­le Pus­sy­cat Dolls con Don’t Cha, tra­sfor­ma­ta in “don’t you wish your girl­friend was from NAPOLI?”, unen­do così mon­di musi­ca­li diver­si in un’u­ni­ca trac­cia. In Essa, Libe­ra­to col­la­bo­ra con Maria Nazio­na­le, rivi­si­tan­do Pen­zo sem­pe a isso del­l’ar­ti­sta napo­le­ta­na. Que­sto bra­no uni­sce la tra­di­zio­ne musi­ca­le par­te­no­pea con sono­ri­tà per­fet­te per un djset, in cui il tema è, come spes­so suc­ce­de, l’amore. Tre è una bal­la­ta pia­no e voce che allu­de a un intrec­cio amo­ro­so: “Già sta com­pli­ca­to si stam­mo i’ e te / com­me accum­min­ciam­mo ‘sta cosa a tre?”, can­ta Libe­ra­to. Nel fina­le, il bra­no diven­ta tan­to intri­ca­to quan­to la sto­ria che rac­con­ta, riflet­ten­do la com­ples­si­tà del­le rela­zio­ni uma­ne; con Sì tu (It’s you), si tor­na a bal­la­re su rit­mi irre­si­sti­bi­li e bas­si poten­ti, con richia­mi evi­den­ti all’e­po­ca d’o­ro del french touch e a grup­pi come i Daft Punk. ‘A foto­gra­fia con­tie­ne un’al­tra cita­zio­ne alla cul­tu­ra pop par­te­no­pea: Libe­ra­to ripren­de un inci­so trat­to dal­la com­me­dia Napo­li milio­na­ria con il gran­de Eduar­do De Filip­po, di cui Libe­ra­to ripren­de (“Dia­sil­lo, dia­sil­lo / signo­re, piglia­til­lo / cava­lie­re del­la Cro­ce / ascol­ta­te la sua voce”). Que­sto omag­gio sot­to­li­nea l’im­por­tan­za del­le radi­ci cul­tu­ra­li nel­la musi­ca di Libe­ra­to. L’al­bum si chiu­de con ‘O dia­rio, un bra­no essen­zia­le in cui Libe­ra­to abban­do­na effet­ti, fil­tri, auto­tu­ne e voco­der, sce­glien­do un approc­cio più diret­to e inti­mo, qua­si a voler sot­to­li­nea­re la gene­si auten­ti­ca del pro­get­to. Un pez­zo che, più che una con­clu­sio­ne, suo­na come un mani­fe­sto, in cui lui si apre par­lan­do del suo pas­sa­to e del­le sue fra­gi­li­tà. Libe­ra­to III è un ritor­no in gran­de sti­le dell’ignoto arti­sta par­te­no­peo, e rap­pre­sen­ta una tap­pa signi­fi­ca­ti­va nel suo per­cor­so arti­sti­co. Attra­ver­so una com­bi­na­zio­ne di omag­gi alla tra­di­zio­ne e spe­ri­men­ta­zio­ni sono­re, l’al­bum offre una pano­ra­mi­ca sul­la com­ples­si­tà e la ric­chez­za del­la cul­tu­ra par­te­no­pea, pro­iet­tan­do­la in una dimen­sio­ne con­tem­po­ra­nea e internazionale.


Indi, Gazzelle

L’indi(e) è mor­to? di Car­lot­ta Brugin

Il 24 gen­na­io 2025, Gaz­zel­le ha pub­bli­ca­to il suo quin­to album in stu­dio, inti­to­la­to Indi. Con undi­ci trac­ce, l’al­bum rap­pre­sen­ta un viag­gio intro­spet­ti­vo che mesco­la malin­co­nia, amo­re e rifles­sio­ni sul­la matu­ri­tà, temi cari all’ar­ti­sta roma­no. L’al­bum si apre con Grat­ta­cie­li meteo­ri­ti gli ange­li, un bra­no intro­spet­ti­vo, nostal­gi­co e roman­ti­co che riflet­te tipi­ca­men­te il suo sti­le. Il testo riflet­te sul­la matu­ri­tà e sul tem­po che pas­sa, temi ricor­ren­ti nel disco. Come il pane inve­ce rac­con­ta di come gli sba­gli alla fine por­ti­no da qual­che par­te, e che se potes­se ave­re la pos­si­bi­li­tà di rifar­li, imboc­che­reb­be comun­que quel­la stra­da, per­ché in qual­che modo quel­le scel­te han­no por­ta­to alla real­tà attua­le. Da capo a 12 è la rap­pre­sen­ta­zio­ne sin­ce­ra del­la con­fu­sio­ne che chiun­que può pro­va­re quan­do si  vivo­no momen­ti nega­ti­vi con la con­sa­pe­vo­lez­za che pri­ma o poi pas­se­ran­no. Il bra­no ha del­le sono­ri­tà alle­gre, in con­trap­po­si­zio­ne con un testo più pro­fon­do. In Stam­mi bene, l’ar­ti­sta affron­ta il tema del­l’ac­cet­ta­zio­ne di sé, can­tan­do: “Io sto bene da quan­do l’odio che pro­vo per me è diven­ta­to qual­co­sa di buo­no”. La melo­dia armo­ni­ca accom­pa­gna una rifles­sio­ne sul­la cre­sci­ta per­so­na­le e sul­l’au­to­sti­ma. Il mio ami­co si spo­sa ini­zia con una mar­cia nuzia­le, intro­du­cen­do un tono più leg­ge­ro e iro­ni­co, rac­con­tan­do la sto­ria di un ami­co che si spo­sa e susci­tan­do nel nar­ra­to­re rifles­sio­ni ine­ren­ti alla pos­si­bi­li­tà che lui stes­so dovreb­be spo­sar­si e met­te­re la testa appo­sto. Il bra­no Noi no è pro­ba­bil­men­te l’emblema del disco: qui Gaz­zel­le riflet­te sul­la nostal­gia di un perio­do pas­sa­to, con il ver­so “Il 2017 sai non ritor­ne­rà” che allu­de a una sta­gio­ne musi­ca­le signi­fi­ca­ti­va per l’ar­ti­sta e per la sce­na indie ita­lia­na che è for­se giun­ta al ter­mi­ne. La can­zo­ne espri­me la con­sa­pe­vo­lez­za del tem­po che pas­sa e del­le espe­rien­ze che non pos­so­no esse­re repli­ca­te. L’al­bum si chiu­de con Non lo sape­vo, in cui Gaz­zel­le can­ta: “In que­sta nostal­gia ci ho costrui­to casa mia”, sot­to­li­nean­do come la malin­co­nia sia diven­ta­ta par­te inte­gran­te del­la sua iden­ti­tà arti­sti­ca. Alla fine dell’ascolto, il que­si­to da por­si è solo uno: l’indie è dav­ve­ro mor­to? La veri­tà è che, come ogni gene­re, anche que­sto ha subi­to impor­tan­ti varia­zio­ni negli ulti­mi die­ci anni, e i più nostal­gi­ci faran­no meglio ad abi­tuar­si. Indi rap­pre­sen­ta un ritor­no alle radi­ci per Gaz­zel­le, con sono­ri­tà che richia­ma­no l’in­die-pop degli esor­di, ma con una matu­ri­tà e una con­sa­pe­vo­lez­za nuo­ve. L’al­bum diven­ta un pon­te tra pas­sa­to e pre­sen­te, per ricor­da­re gli albo­ri con una men­ta­li­tà diversa. 


DeBì TiRAR MaS FOToS, Bad Bunny

Loren­zo Bogo

A cosa pen­sia­mo quan­do sen­tia­mo il ter­mi­ne “reg­gae­ton”? pro­ba­bil­men­te a una musi­ca di faci­le ascol­to, con rit­mi coin­vol­gen­ti e testi a cui non ser­ve pre­sta­re gran­de atten­zio­ne. Col suo ulti­mo album il can­tan­te por­to­ri­ca­no è però riu­sci­to ad amplia­re i con­fi­ni di que­sto gene­re, uti­liz­zan­do la musi­ca ori­gi­na­ria del­la sua iso­la per affron­ta­re temi di attua­li­tà eco­no­mi­ca e poli­ti­ca non di secon­do pia­no. Il per­no del disco è appun­to la nazio­ne di Por­to­ri­co, ritrat­ta in tut­te le sue com­ples­si­tà, para­dig­mi e con­trad­di­zio­ni, ma anche cul­tu­re e bel­lez­ze. Impor­tan­te è il tema degli esu­li, la comu­ni­tà por­to­ri­ca­na emi­gra­ta ver­so gli sta­ti uni­ti con­ti­nen­ta­li, che si può per­ce­pi­re nel­la title track DtMF, dove anche il tito­lo, let­te­ral­men­te “avrei dovu­to scat­ta­re più foto”, ci rac­con­ta del­la nostal­gia di casa di un’intera comu­ni­tà che per cer­ti ver­si rim­pian­ge l’espatrio e il non aver con­ser­va­to più ricor­di del­la ter­ra d’origine; nostal­gia dipin­ta appun­to tra­mi­te la meta­fo­ra del­le foto. Altri temi socia­li sono poi cen­tra­li, come la gen­tri­fi­ca­zio­ne a cui l’isola è anda­ta incon­tro negli ulti­mi decen­ni, a cau­sa di mas­sic­ci inve­sti­men­ti da par­te di cor­po­ra­zio­ni sta­tu­ni­ten­si per lo svi­lup­po dell’industria turi­sti­ca, o la lot­ta per l’indipendenza di Por­to­ri­co, che ad ora è anco­ra appun­to un ter­ri­to­rio USA, let­ta da mol­ti in chia­ve anti­co­lo­nia­li­sta. Tema cen­tra­le dell’album è anche la sto­ria dell’isola, nar­ra­ta non solo attra­ver­so i testi ma anche con la musi­ca: se gran par­te dei bra­ni rical­ca sono­ri­tà del reg­gae­ton moder­no, cer­ti pez­zi, come BAILE INoL­VI­DA­BLE e LA MuDAN­ZA, fan­no tra­spa­ri­re il pas­sa­to del­la nazio­ne attra­ver­so gene­ri come la sal­sa carai­bi­ca, ric­ca di per­cus­sio­ni e rit­mi intri­ga­ti più dif­fi­ci­li da car­pi­re a pie­no. Con il suo ulti­mo lavo­ro Bad Bun­ny è riu­sci­to a rac­con­ta­re le varie sfac­cet­ta­tu­re di un’isola che, pur non essen­do par­ti­co­lar­men­te ric­ca o popo­lo­sa, si è tro­va­ta negli ulti­mi anni più vol­te sot­to i riflet­to­ri mon­dia­li, sia per que­stio­ni musi­ca­li ma, pen­san­do alle ulti­me ele­zio­ni ame­ri­ca­ne, anche poli­ti­che e sociali.

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Leonardo Donatiello
Lau­rea­to in sto­ria, attual­men­te fre­quen­to la facol­tà di scien­ze sto­ri­che. Mi repu­to una per­so­na paca­ta e tran­quil­la, ma stra­na­men­te mi attrae il disor­di­ne. Non è dun­que un caso che io sia un gran­de fan del­la Pri­ma repub­bli­ca. Nel tem­po libe­ro mi occu­po di poli­ti­ca e sport prin­ci­pal­men­te, ma ho anche un debo­le per la musi­ca hip hop.

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