La giubiana, una tradizione tra società e comunità

La giubiana, una tradizione tra società e comunità

È da poco comin­cia­to feb­bra­io e in gran par­te del­la Brian­za si sono appe­na spen­ti i bra­cie­ri del­la giu­bia­na, festi­vi­tà cele­bra­ta anche que­st’an­no in nume­ro­se piaz­ze cit­ta­di­ne. Tra­di­zio­ne sen­ti­ta e ama­ta dai brian­zo­li, che non volen­do rinun­cia­re a lei han­no con for­za richie­sto la modi­fi­ca nel­l’an­no 2017 del­l’ordi­nan­za che impe­di­va di attua­re falò ritua­li nei perio­di di for­te inqui­na­men­to; anche se nel­le scor­se set­ti­ma­ne pro­prio que­st’ul­ti­ma è diven­ta­ta pre­te­sto di una pole­mi­ca assai singolare.

La segre­ta­ria del PD di Can­tù Fran­ce­sca Somai­ni, 25 anni, si è sca­glia­ta dura­men­te con­tro la pra­ti­ca seco­la­re defi­nen­do­la: “tan­to ana­cro­ni­sti­ca quan­to peri­co­lo­sa, soprat­tut­to in un perio­do sto­ri­co dove la vio­len­za di gene­re è un feno­me­no radi­ca­to e pur­trop­po in crescita”.

Pron­ta­men­te è giun­ta la rispo­sta del­la sin­da­ca del­la cit­tà, Ali­ce Gal­bia­ti, che ha respin­to la richie­sta di modi­fi­ca­re una così impor­tan­te tra­di­zio­ne nel suo comu­ne, invi­tan­do la segre­ta­ria a con­cen­trar­si seria­men­te sul tema del­la vio­len­za evi­tan­do “for­ma­li­smi e cen­su­re di facciata”.

Non si è fat­ta atten­de­re nem­me­no la rispo­sta del­le col­le­ghe del PD, in un comu­ni­ca­to stam­pa scrit­to dal­l’eu­ro par­la­men­ta­re Isa­bel­la Tova­glie­ri e dal­l’as­ses­so­ra di Brio­sco Anto­nel­la Casati: 

Boi­cot­ta­re i falò tra­di­zio­na­li che carat­te­riz­za­no il ter­ri­to­rio brian­zo­lo nel mese di gen­na­io in nome di una fan­to­ma­ti­ca sen­si­bi­li­tà ambien­ta­le moder­na sem­bra­va già una pro­vo­ca­zio­ne dav­ve­ro insen­sa­ta. Ma qual­cu­no è riu­sci­to ad anda­re oltre. (…) le mani­fe­sta­zio­ni fol­clo­ri­sti­che brian­zo­le (…) ade­ri­va­no per­fet­ta­men­te ai cicli del­la natu­ra ed era­no orien­ta­te a pla­ca­re ansie e pre­oc­cu­pa­zio­ni lega­te al lavo­ro agri­co­lo e all’al­le­va­men­to. (…) In ori­gi­ne i fan­toc­ci era­no sim­bo­lo e pegno di fecon­di­tà che il fuo­co, sem­mai, sot­to­li­nea­va aggiun­gen­do cari­ca positiva.

La polemica di Somaini è sterile e testimonia come non ci sia stato desiderio alcuno di scandagliare l’origine di questa tradizione per trarne un’interpretazione adeguata. 

Fac­cia­mo un pas­so indie­tro: la giu­bia­na (o festa del­la giö­bia) è una festa tra­di­zio­na­le pra­ti­ca­ta tra Lom­bar­dia (nei comu­ni del mon­ze­se, coma­sco, alto mila­ne­se, vare­sot­to e qual­che comu­ne del lec­che­se) e Pie­mon­te, che si cele­bra ogni ulti­mo gio­ve­dì del mese di gennaio.

Il nome “giu­bia­na” affon­da le sue radi­ci a pra­ti­che paga­ne pre­ce­den­ti al cri­stia­ne­si­mo; sem­bre­reb­be infat­ti che que­sto ter­mi­ne deri­vi dal dio Gio­ve, da cui poi l’ag­get­ti­vo juvia­na o jovia che è in segui­to dive­nu­to “giu­bia­na” o “gio­bia”. Altre fon­ti attri­bui­sco­no il nome anche al cul­to di Giu­no­ne ‚Gia­no e Diana.

Il rito è incon­fon­di­bi­le: vie­ne crea­to un fan­toc­cio di strac­ci raf­fi­gu­ran­te una don­na, che a segui­to del­la let­tu­ra di una con­dan­na (tal­vol­ta nel dia­let­to loca­le, come avvie­ne nel comu­ne di Can­zo, in pro­vin­cia di Como) vie­ne arsa su un rogo. Il modo in cui il fan­toc­cio arde può sim­bo­leg­gia­re o meno un anno fruttuoso.

La tra­di­zio­ne assu­me però signi­fi­ca­ti diver­si a secon­da del­la zona geo­gra­fi­ca: nel mila­ne­se la giu­bia­na era una vec­chia stre­ga che ama­va anda­re a cac­cia di bam­bi­ni, ingan­na­ta dal­la pro­pria golo­si­tà da una madre che per sal­va­re il pro­prio figlio pre­pa­rò un gusto­so risot­to con la tene­ra car­ne del­la sal­sic­cia. La vec­chia stre­ga, gustan­do la pen­to­la di risot­to per tut­ta la not­te non si accor­se del­l’ap­pros­si­mar­si del­l’al­ba e morì bru­cia­ta dal­la luce del sole.

Inve­ce a Can­tù e limi­tro­fi la leg­gen­da assu­me sfu­ma­tu­re più sto­ri­che: la giu­bia­na era una bel­lis­si­ma pae­sa­na che duran­te la guer­ra tra Como e Mila­no (1118–1127)  chie­se asi­lo e dopo esser­si impos­ses­sa­ta del­le chia­vi del­la cit­tà per­mi­se ai nemi­ci mila­ne­si di pene­tra­re in essa per poi vin­ce­re. I can­tu­ri­ni in segui­to la cat­tu­ra­ro­no e la bru­cia­ro­no nel­la loro piazza.

Addi­rit­tu­ra a Val­bro­na (CO), pic­co­lo comu­ne del­la pro­vin­cia coma­sca, la giu­bia­na pren­de sem­bian­ze maschi­li e adot­ta un nome diver­so, il ginee, che deve il suo nome pro­prio al mese di gen­na­io, decli­na­to secon­do il dia­let­to locale. 

Vediamo proprio come, grazie anche a questo peculiare esempio, in questa tradizione non sia presente discriminazione alcuna nei confronti del genere femminile in senso lato. 

La tra­di­zio­ne del­la giu­bia­na era stret­ta­men­te lega­ta al ciclo del­le sta­gio­ni, che costi­tui­va un aspet­to cru­cia­le nel­la vita con­ta­di­na di un tem­po. Il rogo sim­bo­leg­gia­va pro­prio l’ab­ban­do­no del­le sta­gio­ni mor­te, più fred­de e l’av­ven­to di quel­le pri­ma­ve­ri­li, che accom­pa­gna­va­no la rina­sci­ta del­la natura.

Oggi que­sto rito signi­fi­ca eli­mi­na­re le nega­ti­vi­tà del­l’an­no appe­na tra­scor­so attra­ver­so il fuo­co puri­fi­ca­to­re e inau­gu­ra­re quel­lo nuo­vo, un’oc­ca­sio­ne per ritro­var­si tra com­pae­sa­ni e con­di­vi­de­re una tra­di­zio­ne seco­la­re, lega­ta a un pas­sa­to di una comu­ni­tà rura­le ristret­ta, pro­fon­da­men­te dif­fe­ren­te da quel­la odier­na, dove gli indi­vi­dui sono più lon­ta­ni e diversificati.

Una sem­pli­ce tra­di­zio­ne che è dive­nu­ta tea­tro del­l’en­ne­si­ma pole­mi­ca frut­to di un’in­for­ma­zio­ne fram­men­ta­ta, oltre che vit­ti­ma ormai come mol­te altre, di una stru­men­ta­liz­za­zio­ne da par­te dei par­ti­ti politici. 

Il con­cet­to a cui pro­ba­bil­men­te fa appel­lo Somai­ni è quel­lo di tra­di­zio­ne discra­si­ca, pre­sen­ta­to dal filo­so­fo Andrea Zhok nel testo Il sen­so dei valo­ri, feno­me­no­lo­gia, eti­ca, poli­ti­ca.

Il testo che ripercorre minuziosamente la costruzione dei valori dell’essere umano a partire dalla nascita e dai primi passi (attraverso l’interazione con l’esterno, la creazione di abiti e ritensioni e protensioni) sino alla creazione dei valori e conseguente crisi di essi, nell’odierna epoca liberale.

Nel V capi­to­lo, dedi­ca­to pro­prio alla costru­zio­ni di que­sti ulti­mi, c’è uno spa­zio dedi­ca­to alle tra­di­zio­ni, alla loro crea­zio­ne, fun­zio­ne e sviluppo.

Le tra­di­zio­ni rien­tra­no nel­la sfe­ra del­la tra­smis­sio­ne imme­dia­ta, che rap­pre­sen­ta per esse un aspet­to impre­scin­di­bi­le. Si appren­de pro­prio attra­ver­so il con-vive­re, tra­mi­te una dimen­sio­ne deci­sa­men­te cor­po­rea di rispo­sta alle sfi­de quo­ti­dia­ne, che si pre­sen­ta­no nel­l’am­bien­te dato. Il con­te­nu­to di que­sto pro­ces­so non è espri­mi­bi­le razio­nal­men­te e di fron­te a uno sguar­do che pre­ten­de di delu­ci­dar­ne le moti­va­zio­ni, que­ste sem­bra­no incom­pren­si­bi­li, pro­prio per­ché  la dimen­sio­ne infor­ma­le in cui i signi­fi­ca­ti del­le pra­ti­che si ori­gi­na­no non può esse­re svi­lup­pa­ta attra­ver­so una deco­di­fi­ca ver­ba­le. Witt­gen­stein chia­ri­sce que­sto pro­ble­ma mostran­do come esi­sta sem­pre un asim­me­tria di base tra la limi­ta­zio­ne nume­ri­ca del­le spie­ga­zio­ni che si pos­so­no dare e l’ap­pli­ca­bi­li­tà del­la rego­la, che inve­ce è illi­mi­ta­ta e lega­ta alla con­di­vi­sio­ne di un’esperienza.

Per­ciò, il ten­ta­ti­vo di Somai­ni di ritro­va­re una com­po­nen­te discri­mi­na­to­ria in una tale tra­di­zio­ne risul­ta insen­sa­to, data la sua natu­ra non nor­ma­ti­va.

Zhok pro­se­gue mostran­do le diver­se tipo­lo­gie di tra­di­zio­ni: le tra­di­zio­ni viven­ti, ossia quel­le che pos­so­no pro­spe­ra­re su sè stes­se e ampliar­si; le tra­di­zio­ni mor­te, che han­no esau­ri­to in loro stes­se le capa­ci­tà di svi­lup­par­si; e quel­le discra­si­che, ovve­ro pra­ti­che che pre­sen­ta­no in loro dei disvalori.

Per pre­ci­sa­re il discor­so sul­le tra­di­zio­ni è però neces­sa­rio chia­ri­re i con­cet­ti di comu­ni­tà e socie­tà, e la loro appli­ca­zio­ne con­se­guen­te ai pic­co­li comu­ni dove la tra­di­zio­ne del­la giu­bia­na è sen­ti­ta e praticata.

Secon­do la defi­ni­zio­ne di Fer­di­nand Tön­nies, ela­bo­ra­ta in Gemein­schaft und Gesell­schaft: abhand­lung des com­mu­ni­smus und des Socia­li­smus als empi­ri­scher Cul­tur­for­men, la comu­ni­tà costi­tui­sce lo spa­zio inter­sog­get­ti­vo dove sus­si­sto­no accor­di taci­ti su nor­me socia­li infor­ma­li, appar­te­nen­ti a una tra­di­zio­ne ora­le e accor­di che si fon­da­no sul­la tra­smis­sio­ne imme­dia­ta dei valo­ri. Più sem­pli­ce­men­te, è la sfe­ra di cosog­get­ti attua­li, ossia sog­get­ti­vi­tà che si rico­no­sco­no reci­pro­ca­men­te come simi­li, che si pos­so­no auto­ri­pro­dur­re nel tempo. 

La socie­tà cui appar­te­nia­mo oggi è un pas­sag­gio suc­ces­si­vo del­la comu­ni­tà. Infat­ti i rap­por­ti di con­vi­ven­za del­la socie­tà sono infat­ti per la mag­gior par­te rego­la­ti da con­trat­ti e buro­cra­zie, dove la cosog­get­ti­vi­tà è spes­so ridot­ta al nucleo fami­lia­re. Anche se al pri­mo sguar­do non sem­bre­reb­be, la cre­scen­te urba­niz­za­zio­ne è un pro­ces­so in atto sola­men­te da un paio di seco­li. Il testo ripor­ta come nel 1800 la popo­la­zio­ne urba­na rico­pri­va sola­men­te l’1% del­la popo­la­zio­ne mon­dia­le, per­cen­tua­le modi­fi­ca­ta­si nel 2010 dove la stes­sa popo­la­zio­ne anda­va a rico­pri­re però il 50%, tenen­do sem­pre con­to del­l’e­la­sti­ci­tà del­la soglia di defi­ni­zio­ne di agglo­me­ra­to urbano.

Non a caso, la tra­di­zio­ne del­la giu­bia­na è pra­ti­ca­ta in manie­ra par­ti­co­la­re in comu­ni ristret­ti, dove è più faci­le ritro­va­re la dimen­sio­ne comu­ni­ta­ria nel­la socie­tà urba­niz­za­ta. Inol­tre va pre­ci­sa­to che dovun­que la socie­tà non potrà mai sop­pian­ta­re in toto la dimen­sio­ne comu­ni­ta­ria, per­ché sen­za que­st’ul­ti­ma, gra­zie alla qua­le è sta­to pos­si­bi­le costrui­re gli abi­ti socia­li, non si potreb­be­ro com­pren­de­re le nor­me for­ma­li che rego­la­no la socie­tà di oggi.

Il disva­lo­re pre­sen­te nel­le tra­di­zio­ni discra­si­che può crear­si in for­ma di con­trad­di­zio­ne tra istan­ze nor­ma­ti­ve non coor­di­na­te, oppu­re attra­ver­so quel­la che è defi­ni­ta una cre­sci­ta uni­la­te­ra­le di una dimen­sio­ne di con­fe­ri­men­to di sen­so a sca­pi­to del­le altre; in paro­le più sem­pli­ci, il con­flit­to si crea a cau­sa del­l’e­stre­ma ete­ro­ge­nei­tà del­le com­po­nen­ti pre­sen­ti in una tra­di­zio­ne discra­si­ca, come pra­ti­che e idee che non sem­pre rie­sco­no a con­net­ter­si in manie­ra coe­ren­te e coe­sa gene­ran­do con­trad­di­zio­ni. Le stes­se poi sono aggra­va­te dal­le diver­se inter­pre­ta­zio­ni che pos­so­no sor­ge­re nel tra­scor­re­re del tem­po. Nel­le comu­ni­tà ristret­te le frat­tu­re sono sana­bi­li attra­ver­so le inte­ra­zio­ni tra sog­get­ti, ma nei casi più gra­vi si attua un pro­ces­so di mito­po­ie­si, mol­to pre­sen­te nel­le tra­ge­die gre­che, che con­sen­te la crea­zio­ne di miti o favo­le den­si di signi­fi­ca­to mora­le intrin­se­co o espli­ci­ta­to tra­mi­te proverbi. 

La tra­di­zio­ne del­la giu­bia­na dun­que può esse­re frain­te­sa come tra­di­zio­ne discra­si­ca, quan­do inve­ce si trat­ta di una tra­di­zio­ne viven­te, in quan­to, attra­ver­so i moti­vi che l’han­no resa pos­si­bi­le un tem­po radi­ca­ti nel­le per­so­ne che han­no per­mes­so il suo per­pe­tuar­si nei seco­li, ha sapu­to modi­fi­car­si ed evol­ver­si al pas­sa­re del tem­po, diven­tan­do un momen­to cul­tu­ra­le rile­van­te e con­nes­so con i biso­gni del­la socie­tà di oggi. Anche per­ché la comu­ni­tà stes­sa ride­fi­ni­sce la pro­pria iden­ti­tà nel tem­po attra­ver­so il rap­por­to con l’e­re­di­tà sto­ri­ca e le pos­si­bi­li­tà futu­re, che si raf­for­za attra­ver­so il mutuo rico­no­sci­men­to tra sog­get­ti simili. 

La tra­di­zio­ne del­la giu­bia­na è dun­que un momen­to dove comu­ni­tà auten­ti­ca e socie­tà pos­so­no con­vi­ve­re, tra­smet­ten­do un mes­sag­gio rin­no­va­to, che non neces­si­ta di modi­fi­che o riattualizzazioni.

Un tem­po uti­le a scac­cia­re le ansie del vec­chio anno e del­le sta­gio­ni fred­de, in una socie­tà urba­niz­za­ta come la nostra, ser­ve a rial­lac­cia­re rap­por­ti e ricrea­re dimen­sio­ni anti­che e ormai per­du­te di lega­me con la natu­ra e con gli altri esse­ri uma­ni, con cui si con­di­vi­de­va­no le fati­che del lavo­ro, ma anche il calo­re del­lo sta­re insie­me, oggi sem­pre più raro. 

Alice Pozzoli

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