Da riascoltare per la prima volta. Pink Floyd, The Wall

Con un pre­sen­te carat­te­riz­za­to da un ter­ri­bi­le sce­na­rio di guer­ra e dall’insorgere dei nazio­na­li­smi e del­la xeno­fo­bia e un futu­ro anco­ra più oscu­ro, the Wall sem­bra mol­to atti­nen­te al con­te­sto socia­le che stia­mo viven­do. Le ango­sce, le pau­re, le ansie che stan­no inte­res­san­do il nostro modo di vive­re la socie­tà, era­no sta­te can­ta­te da Roger Waters con un’incredibile poten­za descrit­ti­va. Coglien­do gli impor­tan­ti cam­bia­men­ti del suo tem­po, il chi­tar­ri­sta e il front man dei Pink Floyd non può esi­mer­si dall’utilizzare come alle­go­ria del pro­prio mes­sag­gio l’elemento più carat­te­riz­zan­te del­lo sce­na­rio inter­na­zio­na­le del tem­po: la costru­zio­ne del Muro di Ber­li­no, avve­nu­ta nel 1961. 

The Wall è l’undicesimo album dei Pink Floyd, un gruppo rock fondato a Londra nel 1965 da Syd Barrett; Roger Waters; Nick Manson; Richard Wright e David Gilmour. 

Usci­to nel 1979, l’album è sta­to inte­ra­men­te scrit­to da Roger Waters attin­gen­do dal­le sue espe­rien­ze per­so­na­li e da quel­le di Syd Bar­ret, allon­ta­na­to dal­la band già nel 1968. L’album è un’opera nar­ra­ti­va, che rac­con­ta la sto­ria e i con­flit­ti inte­rio­ri del­la star del rock bri­tan­ni­co, noto al pub­bli­co come Pink. Il filo nar­ra­ti­vo vie­ne giu­sti­fi­ca­to dal­le tran­si­zio­ni del­le trac­ce, che sono tenu­te assie­me dai pian­ti del pic­co­lo Pink, i bom­bar­da­men­ti e le gri­da che sen­tia­mo all’inizio e alla fine di ogni trac­cia. Que­sto stru­men­to arti­sti­co ren­de l’ascolto dell’album flui­do e pro­fon­da­men­te immersivo. 

L’obiettivo di The Wall è l’esposizione di tut­te le pau­re del pro­ta­go­ni­sta, che lo han­no por­ta­to a costrui­re il pro­prio muro, meta­fo­ra del pro­prio iso­la­men­to. I trau­mi vis­su­ti nel­la pro­pria vita diven­ta­no i mat­to­ni del­la sua con­di­zio­ne: la mor­te del padre; il mal­trat­ta­men­to e l’isolamento vis­su­to a scuo­la; una madre iper­pro­tet­ti­va; il rap­por­to com­pli­ca­to con la moglie; la socie­tà che non vuo­le com­pro­mes­si quan­do si par­la di successo. 

The flesh? è la trac­cia d’apertura dell’album e che dà ini­zio allo spet­ta­co­lo. L’incipit del­la can­zo­ne è rap­pre­sen­ta­to da una fra­se tron­ca­ta pro­nun­cia­ta da Waters che è «…we came in», il cui signi­fi­ca­to ci ver­rà sve­la­to alla fine dell’album. Inol­tre, è il bra­no che ci avvi­sa che ci stia­mo adden­tran­do nel­la men­te di Pink, con­flit­tua­le che lo ren­do­no tri­ste e dagli «occhi geli­di» (cold eyes). Pink è pre­sto orfa­no quan­do per­de il padre nel­la bat­ta­glia di Apri­lia. La scom­par­sa pre­ma­tu­ra del padre avrà l’effetto di far­gli subi­re tut­te le pau­re e le pre­oc­cu­pa­zio­ni del­la madre iper­pro­tet­ti­va. Un padre assen­te (non per sua volon­tà) e una madre trop­po osses­si­va nei con­fron­ti del­la vita di Pink han­no l’effetto di insi­nuar­gli ogni pau­ra del­la vita moder­na e ogni para­no­ia che lo ren­do­no fra­gi­le al mon­do e alla socie­tà che lo cir­con­da. The sea may look warm to you, babe (thin ice), ma la real­tà è ben diver­sa. Die­tro il mare cal­do e il cie­lo blu si nascon­do­no i mostri del­la socie­tà moderna.

Ecco, quindi, il primo mattone del muro: la morte del padre (another brick in the wall, pt.1). Se la vita a scuola dovrebbe essere i migliori anni della vita di Pink, in realtà, anch’essi si trasformano in incubi.

In the hap­pie­st day of our lives, ven­go­no rac­con­ta­te le vicen­de dei pro­fes­so­ri che feri­sco­no i pro­pri alun­ni deri­den­do qual­sia­si cosa fac­cia­no: scri­ve­re poe­mi oppu­re pro­va­re emo­zio­ni uma­ne (che sarà l’accusa mos­sa con­tro Pink nel­la trac­cia the trial). I com­pa­gni e gli stes­si pro­fes­so­ri diven­ta­no ulte­rio­ri mat­to­ni: i pro­fes­so­ri smi­nui­sco­no le doti arti­sti­che di Pink e i com­pa­gni ne fan­no ogget­to di scher­zi e bat­tu­te. Come for­ma di pro­te­zio­ne, il muro vie­ne nuo­va­men­te rial­za­to (ano­ther brick in the wall, pt.2). Inol­tre, non c’è pace nem­me­no a casa. La madre con­trol­la ogni aspet­to del­la sua vita, fin tan­to che il Pink adul­to ricer­ca con­ti­nua­men­te la sua appro­va­zio­ne: dal­la pau­ra sul futu­ro incer­to al tipo di vita che dovreb­be con­dur­re, fino ad arri­va­re, addi­rit­tu­ra, a sce­glie­re la ragaz­za per­fet­ta per lui. La madre svol­ge due fun­zio­ni: è, con­tem­po­ra­nea­men­te, mat­to­ne e con­tri­bu­tri­ce atti­va alla costru­zio­ne del muro (Mother). Il muro è già diven­ta­to mol­to gran­de, al pun­to che non si rie­sce nem­me­no vede­re il cie­lo blu (Good­bye, Blue Sky). Il pro­ta­go­ni­sta ha pre­so pie­na con­sa­pe­vo­lez­za che non ci sarà nes­sun “nuo­vo corag­gio­so mon­do” e il cie­lo non è poi così blu (come gli ricor­da­va spes­so sua madre).

Tuttavia, per completare il muro, manca un ultimo importante tassello: la moglie.

A carat­te­riz­za­re il rap­por­to tra i due coniu­gi sono le paro­le non det­te, le con­ver­sa­zio­ni mai ini­zia­te e mai con­clu­se. Per tut­ta la sua vita, Pink ave­va inte­ra­gi­to con per­so­ne che gli ave­va­no lascia­to qual­co­sa, sep­pur esso fos­se un mat­to­ne. Men­tre, con la moglie, non ha nien­te e non rie­sce a con­clu­de­re il muro. È que­sto il suo più gran­de rim­pian­to: aver lascia­to uno spa­zio vuo­to nel­la sua gar­gan­tue­sca costru­zio­ne (Emp­ty spa­ces). Ma il muro non può rima­ne­re con­clu­so. È neces­sa­rio tro­va­re un sosti­tu­to. Così, il gio­va­ne e lus­su­rio­so Pink si abban­do­na ad un’avventura amo­ro­sa (young lust), ma che non ha suc­ces­so. Infat­ti, rag­giun­gen­do l’apice del­la pro­pria paz­zia, la gio­va­ne ragaz­za fug­ge lascian­do­lo solo (one of my turns). Il tra­di­men­to del­la moglie è l’atto con­clu­si­vo del pro­ces­so di iso­la­men­to di Pink (Don’t lea­ve me now). Il muro è com­ple­to (ano­ther brick in the wall, pt.3), con­vin­cen­do­si erro­nea­men­te del fat­to che non abbia biso­gno di un aiu­to ester­no. Il pri­mo disco si con­clu­de con good­bye cruel world, che si tra­du­ce nell’accettazione del­la pro­pria con­di­zio­ne di isolamento. 

Ma Pink è davvero soddisfatto della sua decisione?

La rispo­sta è nega­ti­va. Il secon­do disco, infat­ti, si apre con Hey you che è una richie­sta d’aiuto ver­so chi sta all’esterno del muro. Tut­ta­via, la richie­sta non ha suc­ces­so. La secon­da par­te dell’album è una nar­ra­zio­ne all’interno del­la men­te per­ver­sa e oscu­ra di Pink. Si pre­sta a mostra­re agli ascol­ta­to­ri le con­se­guen­ze che la costru­zio­ne del muro (a cui lui stes­so diret­ta­men­te ha col­la­bo­ra­to) stan­no aven­do nel­la sua vita. Iso­la­men­to, pau­ra, para­no­ia, incer­tez­za, odio sono le fon­da­men­ta del perio­do “fasci­sta” di Pink. Al cen­tro del secon­do disco, vie­ne descrit­ta anche il dua­li­smo del­la vita dell’artista, che nono­stan­te le varie dif­fi­col­tà, deve con­ti­nua­re a mostrar­si al pub­bli­co. Men­tre il Pink arti­sta è spa­ven­ta­to e si nascon­de die­tro al muro, il Pink fasci­sta sfrut­ta la pro­pria noto­rie­tà per modi­fi­ca­re la socie­tà. Il suo pro­gram­ma poli­ti­co è ren­de­re la Gran Bre­ta­gna di nuo­vo gran­de (un’affermazione che ritor­na nel­la sto­ria): ripor­ta­re i sol­da­ti a casa e ren­de­re la nazio­ne unica.

Per raggiungere questo obiettivo, Pink decide di eliminare tutti coloro che non si conformano con la sua idea di società: omosessuali, ebrei, nemici del regime di Pink in generale. 

Come i pro­fes­so­ri iso­la­va­no il pic­co­lo Pink per­ché diver­so, egli agi­sce alla stes­sa manie­ra. Que­sto sogno non dura a lun­go per for­tu­na e Pink pren­de con­sa­pe­vo­lez­za di quel­lo che ha fat­to. Ma, fin­ché non subi­rà il giu­di­zio, non sarà con­ten­to. Al pro­ces­so con­tro Pink (the trial) ci sono tut­ti: la socie­tà rap­pre­sen­ta­ta dal giu­di­ce; i pro­fes­so­ri; la moglie e la madre. Ognu­na por­ta la pro­pria testi­mo­nian­za e il miglior modo di risol­ve­re la que­stio­ne. Il pro­fes­so­re, per esem­pio, sug­ge­ri­sce del­le puni­zio­ni cor­po­ra­li. La moglie spe­ra che lo rin­chiu­da­no per sem­pre e but­ti­no via la chia­ve. La madre chie­de di por­tar­lo a casa. Ma la sen­ten­za del giu­di­ce è defi­ni­ti­va e impe­ra­ti­va: biso­gna abbat­te­re il muro (tear down the wall). Per­tan­to, il Pink fasci­sta vie­ne giu­di­ca­to e il Pink can­tan­te vie­ne liberato. 

L’abbattimento del muro è descritto come una punizione perché, per una persona che ha vissuto per tanto tempo nella solitudine e con pensieri pessimisti verso l’esterno, si presentava come l’unico modo di sopravvivere.

Abbat­ter­lo signi­fi­ca­va met­te­re in peri­co­lo la vita stes­sa di Pink. Tut­ta­via, alle vol­te, usci­re dal­la soli­tu­di­ne è la solu­zio­ne, e ci sono del­le per­so­ne che ci pos­so­no aiu­ta­re. Il disco si con­clu­de con una dichia­ra­zio­ne posi­ti­ve a chi sta ascol­tan­do il disco: the ones who real­ly love you / walk up and down, outsi­de the wall (outsi­de the wall). Quin­di l’autore ci ricor­da che non è tar­di per spez­za­re que­sto cir­co­lo, offren­do­ci un baglio­re di luce in mez­zo a tut­ta que­sta tri­stez­za: fuo­ri dal muro, ci sono per­so­ne che ci voglio­no bene e che ci aiu­te­ran­no a but­tar­lo giù. L’outro di Richard Wright si con­clu­de con una doman­da tron­ca­ta che si ricon­giun­ge con la intro inzia­le del­la pri­ma trac­cia all’inizio del disco, ren­den­do­lo cir­co­la­re: is the­re whe­re…?

A rendere immortale l’album è proprio la sua saggezza nell’affrontare il problema in maniera così universale.

In pra­ti­ca, da quan­do l’uomo ha dato vita alla pro­pria socie­tà, ha sem­pre cer­ca­to di deli­mi­ta­re con­fi­ni ed eri­ge­re muri, così da raf­for­za­re la pro­pria iden­ti­tà. Tut­ta­via, que­sta deci­sio­ne ha avu­to l’effetto per­ver­so di com­met­te­re le azio­ni più atro­ci del­la sto­ria dell’uomo. Se ogni sin­go­lo indi­vi­duo ini­zia ad iso­lar­si, a costrui­re il pro­prio muro come atto di auto­di­fe­sa, il risul­ta­to è disa­stro­so: si assi­ste alla per­di­ta del­la pro­pria iden­ti­tà. Ci si per­de in un vor­ti­ce di para­no­ia e ansie che, alla fine, avrà l’effetto di odia­re tut­to ciò che ci cir­con­da. È un siste­ma che si auto-ali­men­ta, un cir­co­lo vizio­so com­po­sto da tre com­po­nen­ti che sono il male rice­vu­to dagli altri, l’isolamento che pro­du­ce odio e il male per­pe­tra­to ver­so l’esterno.

In con­clu­sio­ne, The Wall rap­pre­sen­ta un avver­ti­men­to per il futu­ro. Le guer­re di oggi, i mas­sa­cri, la ten­den­za dei gio­va­ni ad iso­lar­si dal­la vita socia­le e gli Sta­ti che si chiu­do­no sem­pre di più, sono azio­ni che non pro­met­to­no nul­la di buo­no. Tut­ta­via, il cie­lo è anco­ra azzur­ro, l’acqua è anco­ra cal­da e c’è anco­ra spe­ran­za. In fon­do, ci sono anco­ra i mez­zi per costrui­re i pon­ti neces­sa­ri per crea­re una socie­tà uni­ta e atten­ta ai biso­gni degli indi­vi­dui, diplo­ma­ti­ca. Per que­sto moti­vo, dinan­zi al nuo­vo sce­na­rio inter­na­zio­na­le, l’album meri­ta di esse­re nuo­va­men­te ascol­ta­to con la spe­ran­za che, anco­ra una vol­ta, abbia un effet­to posi­ti­vo e rie­sca a distrug­ge­re il muro in costruzione. 

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Francesco Sossi
Stu­den­te di SIE, che ha visto trop­pi film. Inte­res­sa­to alla scrit­tu­ra e sognatore.
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